Il libro di David Shields non è originale. Nel dir questo non formulo una perentoria critica negativa, ma ne rilevo il lapalissiano tratto caratterizzante; in ciò risiede, infatti, la sua carica che più che costituire novità assoluta, acquista il rilievo di una tessera nell'ampio e variegato mosaico del ripensamento delle due tematiche che stanno dietro a Fame di realtà, e che ripropongono due dibattiti che ciclicamente si ripresentano: il destino della forma romanzo (o meglio l'interrogarsi su quali siano le forme di narrazione che più si adattano a descrivere la realtà attuale, in tempi di sclerotici cambiamenti, di fluidità, in senso baumaniano) e il concetto del riuso dei materiali letterari, del confine tra il recupero e il plagio, dello statuto mutato del diritto d'autore.
Il dibattito sulle sorti del romanzo, su l'esigenza di aggiornare carta d'identità e connotati del genere letterario per antonomasia che ha incarnato la modernità, descrivendone gli attraversamenti, i passaggi e che da tempo viene considerato anacronistico, almeno nella sua declinazione più tradizionale, è sport assai largamente praticato da scrittori, opinionisti culturali, critici letterari. In effetti, il diaframma (già assottigliatosi progressivamente nel tempo) tra fiction e no fiction è stato del tutto disintegrato, essendo sfumato il limite, sbiadito. Altrettanto vero poi, a mio avviso, è che queste forme miste di letteratura che scardinano i rigidi confini di genere siano quelle che meglio interpretano e restituiscono sulla pagina lo spirito dei tempi (non scrivo Zeitgeist, per non apparire troppo snob). E ciò è riscontrabile non solo nella letteratura americana (Eggers, Lopate) ma anche all'interno dello scenario italiano (penso a taluni autori della squadra di Minimum fax). Ibride forme che nemmeno riescono, in verità, del tutto originali e prive di taluni imprescindibili antecedenti, fatte le debite proporzioni e distinzioni (vedi Hazlitt, Orwell).
Qui entra in campo il secondo argomento forte del libro di Shields: l'imitazione, il riuso del materiale letterario altrui (e l'implicito discorso che è stato sollevato circa il giudizio da esprimere su simili operazioni). La parola imitazione, ammetto un po' scolasticamente, mi fa sovvenire per immediata associazione il Petrarca e quanto ne scriveva in talune sue epistole: dove l'imitazione ha a che fare più con la famigliarità, con la frequentazione compiaciuta e insistita con voci avvertite come affini, per cui un'assimilazione tanto involontaria quanto naturale, produrrebbe il riuso (cui presiede la memoria) che si traduce in ultimo in ricreazione; esito più alto e conchiuso della imitazione in ambito letterario per il nostro. Montaggio e libertà delle soluzioni stilistiche garantirebbero la legittimità del riuso, perché da esso possa sorgere il "miele" del nuovo, l'originalità che trova salde fondamenta nel già scritto. Venendo a tempi ancor più vicini, se per esempio andiamo a considerare il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez nelle Operette morali di Leopardi, ad un'analisi più attenta emerge come Leopardi, nel montaggio del dialogo, abbia attinto pienamente alla seconda traduzione italiana della Storia di America del Robertson ad opera del Pieraccini (scrittore dalla prosa non priva di stile); e dove il raffronto testuale arriva a denunciare un quasi presunto plagio (ma nessuno si sognerebbe di muovere simile obiezione, proprio perché diverso è l'uso, il montaggio, il contesto entro cui quelle particelle di discorso convergono nel dare dignità ad altro testo). Del resto nel Novecento, l'idea di una letteratura come germinante palinsesto è stata poi largamente condivisa ed accettata da molti teorici della letteratura (Gerard Genette). Per non dire degli autori che hanno frequentato in maniera sistematica il riuso dei materiali letterari altrui per il montaggio delle loro "originali" scritture: penso alle cripto-citazioni che si annidano in ognuno dei romanzi di Vincenzo Consolo oppure alle spie testuali contenute nelle opere di un altro grande siciliano, Gesualdo Bufalino. Si tratta di "bugie sincere" (anche questa è una cripto-citazione) che vanno considerate senza scandalo e per le quali semmai sarà valido il criterio del giudizio di valore, della bontà o meno dell'operazione condotta dall'autore, che spetta al lettore (e questo vale anche per il libro di Shields). Fame di realtà è (a mio modesto avviso) un libro meritorio, ma la mia posizione circa il suo valore rifugge dagli estremismi opposti espressi dall'oltremodo entusiasta prefatore Stefano Salis e lo scettico Berardinelli: niente di nuovo o poco di nuovo, insomma.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
David Shields è autore di opere narrative e saggistiche di successo, tra cui Black Planet (finalista al Nationa Book Critics Circle Award), tradotto in dodici lingue. Ha pubblicato racconti e saggi brevi su varie testate come, ad esempio, «New York Times Magazine»,«Harper's Magazine», «The Village Voice»,«McSweeney's» e «The Believer». Fame di realtà è il suo primo libro tradotto in italiano.
David Shields, "Fame di realtà", Fazi, Roma, 2010.
Prefazione di Stefano Salis. Tradusione di Marco Rossari.
Prima edizione: Reality Hunger: A Manifesto, Knopf, February 2010
APPROFONDIMENTI IN RETE: http://dezgeist.blogspot.com/2010/11/fame-di-realta-david-shields.html
http://www.sulromanzo.it/blog/fame-di-realta-di-david-shields
http://www.minimaetmoralia.it/?tag=fame-di-realta
Domenico Calcaterra
Commenti
[david shields] scrive
[david shields] scrive Domenico: "Il libro di David Shields non è originale. Nel dir questo non formulo una perentoria critica negativa, ma ne rilevo il lapalissiano tratto caratterizzante; in ciò risiede, infatti, la sua carica che più che costituire novità assoluta, acquista il rilievo di una tessera nell'ampio e variegato mosaico del ripensamento delle due tematiche che stanno dietro a Fame di realtà, e che ripropongono due dibattiti che ciclicamente si ripresentano: il destino della forma romanzo (o meglio l'interrogarsi su quali siano le forme di narrazione che più si adattano a descrivere la realtà attuale, in tempi di sclerotici cambiamenti, di fluidità, in senso baumaniano) e il concetto del riuso dei materiali letterari, del confine tra il recupero e il plagio, dello statuto mutato del diritto d'autore"
> buona lettura!
[david shields] tutti i
[david shields] tutti i dati:
David Shields, "Fame di realtà", Fazi, Roma, 2010.
Prefazione di Stefano Salis. Tradusione di Marco Rossari.
Prima edizione: Reality Hunger: A Manifesto, Knopf, February 2010
APPROFONDIMENTI IN RETE: http://dezgeist.blogspot.com/2010/11/fame-di-realta-david-shields.html;
http://www.sulromanzo.it/blog/fame-di-realta-di-david-shields;
http://www.minimaetmoralia.it/?tag=fame-di-realta
[David Shields] Un articolo
[David Shields] Un articolo su questo libro con relativo dibattito:
http://www.minimaetmoralia.it/?p=6647
[Shields - Sortino] C'è pure
[Shields - Sortino] C'è pure Sortino che interviene nel dibattito (che ho smesso di leggere dopo i primi tot commenti: ho un certo riflusso dopo un po' per tali questioni e discorsi)
[Shields] Io il dibattito
[Shields] Io il dibattito pensa non l'ho neanche letto. Ho letto i primi due commenti e mi sono fermato.