Non è soltanto per la libera circolazione delle armi: come Michael Moore insegna, la proporzione armi-abitanti di USA e Canada è estremamente simile, il numero annuo di cittadini massacrati per arma da fuoco ben distante. Non è nemmeno per via dei contrasti di una società multietnica, Inghilterra e Canada dimostrano il contrario; né per l’esposizione catodica quotidiana a violenze e omicidi, perché allora in ogni nazione occidentale dovrebbero ripetersi fenomeni analoghi con simile periodicità. Non è una questione di benessere, perché gli assassini sono giovani piccolo o medio borghesi; né una questione domestica, perché spesso vivono nella classica famigliola americana. È forse una questione etnica, perché tendenzialmente sono bianchi, wasp. È forse una questione di anomia: Durkheim coniò il termine scrivendo il magistrale “Sociologia del suicidio” nel 1897. Rinfresco la memoria con qualche frammento: viatico a spiegarvi perché credo che il dramma degli School shooting sia, se non il primo, il più chiaro atto della corrosione interna degli Stati Uniti d’America.
Il suicidio anomico è il rovescio della medaglia del suicidio egoistico.
Non dipende da come gli individui entrano a far parte di una società: ma da come ne sono sottomessi. Dipende dal disordine della nostra società: non dalle crisi economiche o dalle fasi di recessione, ma – più in generale – dalle fasi di trasformazione e di frantumazione dell’equilibrio sociale. Da tutto quel che turba l’ordine collettivo. In sintesi: “il suicidio egoistico deriva dal fatto che gli uomini non trovano più una ragion d’essere nella vita; il suicidio altruistico, dal fatto che questa ragione gli sembra al di fuori della stessa vita; il suicidio anomico, dal fatto che la loro attività non è più regolata, e ne soffrono” (p. 315).
Io credo che gli School shooting statunitensi corrispondano all’intuizione di Durkheim, e che ne costituiscano al limite una sordida evoluzione: “ogni società, in ciascun momento della sua storia, ha una determinata tendenza al suicidio”. Le ragioni per cui questi assassini, di norma suicidi, trascinino con sé il maggior numero di persone possibili sono diverse; penso a un’autodistruzione concepita come nazionale, globale; a un ultimo, disperato tentativo di affermazione della negata identità, pure nell’infamia, considerando quanto spesso le biografie degli omicidi-suicidi rivelino nulla o mediocre integrazione nel tessuto scolastico, e non episodici fenomeni di bullismo alle spalle; penso alle micidiali nuove armi a disposizione, e in America facilmente reperibili da chiunque, a prezzo d’occasione.
È evidente che, trattandosi di un fenomeno sino ad ora circoscritto a diverse aree suburbane o comunque periferiche degli States, ci sia da tenere presente un ruolo-chiave del fattore anomia: ecco una lontananza incolmabile dalle luci, dalla dorata plastica e dal tenore di vita delle grandi, irraggiungibili e vagheggiate metropoli; o forse una percezione miserabile del proprio presente e della consapevolezza d’un esecrabile futuro, in quei piccoli e polverosi ghetti periferici; magari anche una distanza micidiale dalla depressiva propaganda politica statunitense; certo un rifiuto sdegnato di quel sistema, di quella società e – non posso escluderlo – della sua ormai secolare politica estera, omicida a livello planetario. Un popolo che, negli ultimi sessant’anni, ha sulla coscienza i barbari massacri e le distruzioni di Dresda, Zara, Hiroshima, Nagasaki, Falluja non può non essere infestato dagli spettri.
Il fenomeno dei massacri nelle scuole esprime, infine e molto chiaramente, odio nei confronti dell’istituzione scolastica americana: luogo delle stragi e della caotica (altra simbologia interessante) scelta delle vittime, docenti, impiegati o studenti che siano, sono aule e corridoi dove frustrazione, disperazione e risentimento dei non integrati si sono cristallizzati, negli anni, soffocandoli. Chiaro e logico che in una nazione dal grilletto facile certe pubbliche (auto)esecuzioni potrebbero avvenire in diversi e più popolosi contesti. Curiosamente, i giovani americani distruggono e si autodistruggono proprio in quelle scuole propagandate come splendido esempio di educazione completa, intellettuale e sportiva, con tanto di ambulatori, laboratori, mense e attività extracurricolari di ogni ordine e grado. Immagino significhi qualcosa: un numero superiore di morti, in contesti egualmente ritenuti sicuri e pacifici, avrebbe diversa risonanza mediatica. Sospendo queste riflessioni perché a questo punto siamo pronti a parlare del romanzo di Jim Shepard: in seguito, dedicherò una finestrella ai massmediologi apocalittici, che non possono non essere chiamati in causa, per via delle loro stravaganti supposizioni.
“Project X”, sesto romanzo del letterato americano Jim Shepard, classe 1956, riesce laddove aveva fallito “Elephant” di Gus Van Sant: non fa di tutta l’erba un fascio, non mostra una generazione di giovani americani inebetiti dalla mensa scolastica e dalla televisione o dai videogame violenti, non nasconde l’umanità e la sensibilità dei genitori dei ragazzi e le premure di parte del corpo docente, ben presente nell’opera (gioverà ricordare che Shepard insegna, dal 1984, nel Williams College) senza caricature né facili macchiettismi. Racconta e spiega la genesi di una tragedia invitandoci a cercare, se non senso, almeno significati profondi e superficiali nelle sue dinamiche, analizzando il comportamento dei due giovani protagonisti, accompagnati nella loro quotidianità e nella loro intimità da una superba e credibile narrazione dialogica, tenuta viva dalla bella traduzione di Federica Alba.
Shepard rivela – questa la mia impressione – una notevole capacità di registrazione degli effetti, preferendo una minore indagine delle cause della decisione di massacrare studenti e docenti: punta, decisamente, sul senso di inadeguatezza e sulle complesse e intricate relazioni sociali dei due ragazzi, sui loro robusti silenzi di fronte alle domande genitoriali, sulle bugie e sulle risposte poco più che bisillabiche di fronte tanto ai complimenti quanto alle critiche dei docenti.
Mostra d’avere speranza separando la sorte del protagonista, l’incerto e complessato Edwin, da quella del suo compare, il brutale Roddy detto Scheggia, che manda – di fatto – in porto la sua missione (auto)distruttiva. Suggerisce quindi che la paura può essere sintomo d’intelligenza. Oppure, d’una debolezza così grande da impedirti d’avere personalità anche quando hai deciso di perdere tutto. Sarei tentato di trascrivere le ultime battute del romanzo, ma per rispetto del lettore mi limito a suggerire una lettura ripetuta delle ultime cinque righe del libro.
Edwin ha in comune con diversi tra questi tristi killer delle scuole americane una situazione scolastica ed esistenziale traballante, a dispetto d’una serena vita famigliare. Da un anno i suoi voti sono precipitati, inspiegabilmente; qualche docente lo stuzzica, invitandolo a essere meno tetro e depresso durante le lezioni. Intanto, non lega con nessuno se non con Scheggia (cfr. notevole discussione sui gruppi nella scuola: pp. 46-47). Non frequenta attività extra-scolastiche, cerca di non mangiare niente a mensa, si mostra cinico e tira qualche battuta di troppo su Charles Manson. Spesso si ritrova a prendersi a cazzotti, e a prenderle, da qualche compagno. I suoi problemi comportamentali derivano anche da questo; nonché, pare di capire, dalla timidezza con le ragazzine, pure piuttosto desiderate.
Crede che la tv sia una malattia mentale (p. 18) tuttavia il suo amico mostra interesse per la reazione dei telegiornali dopo la notizia degli omicidi (p. 69); in compenso, Edwin consulta spesso un libro sui serial killer, informandosi per bene su teorie e tecniche di distruzione di massa (cfr. Ed Gein, p. 85 e non solo), e sulla personalità e sull’estetica (!) degli assassini.
Edwin non fa sport, non ha amici, se ha interazioni coi coetanei è per pestarsi, con una o due eccezioni. Ha terrificanti emicranie e sprigiona, a ogni pagina, una solitudine e una coscienza del suo isolamento semplicemente abnormi.
Shepard vi guiderà nella sua anima: nella sua incerta adesione ai piani omicidi di Scheggia, prima d’avvelenamento poi di sterminio, e nella sua emozione di fronte ai complimenti per un bel disegno; nel suo amore per il fratellino, nella sua paura di tutto. È un viaggio che segna il lettore, umanizzando i responsabili di quelle stragi che vediamo, periodicamente, infestare i notiziari americani. L’uomo nero è sempre più bianco. Come spesso è stato.
Ciò detto, auspicando di poter leggere altre opere d’uno scrittore che Dave Eggers considera tra i migliori contemporanei, passo ad esaminare rapidamente le conseguenze recenti delle apocalittiche letture popperiane dell’influenza della tv sulle menti dei cittadini.
Scriveva Bosetti in “Dal villaggio all’asilo d’infanzia (globale)”, all’interno di “Cattiva maestra televisione”, Marsilio, Venezia 2002, pp. 48-51):
“Nomi come Paducah (Kentucky), Pearl (Mississippi), Stamps (Arkansas), Conyers (Georgia), Littleton (Colorado) evocano nella mente di qualunque americano l’incubo di una violenza che esplode improvvisa tra i ragazzi, che sembra scaturire da una infanzia geneticamente modificata da menti perverse” L’elenco delle città è estremamente più esteso (per approfondire: “School shooting”, con tanto di letteratura fiction e non fiction), ma vediamo dove si vuole andare a parare. Poco oltre, leggo: “I nostri bambini sono stati nutriti – dichiarò Clinton il primo giugno del 1999 – da una dose quotidiana tossica di violenza. Ed è una cosa che si vende bene. Ora, trent’anni di studi hanno mostrato che questo desensibilizza i bambini alla violenza e alle sue conseguenze. Adesso sappiamo che al momento in cui un tipico ragazzo americano raggiunge l’età di diciotto anni, ha visto 200mila scene di violenza, 40mila di omicidio (…). Studi dimostrano che il confine tra la violenza di fantasia e quella reale, che è una linea molto chiara per la maggior parte degli adulti, può diventare molto confusa per bambini vulnerabili (…)”; l’ex presidente concludeva alludendo a eventuali future limitazioni per il Primo Emendamento. Ci stiamo avvicinando ai veri responsabili dei massacri, tenetevi forte. Bosetti ricorda quel che ha insegnato lo psicologo Dave Grossman in “Stop Teaching Our Kids to Kill”: “l’esercito degli Stati Uniti si addestra a sparare su simulatori che sono uguali, con piccole modifiche, al Super Nintendo che possiamo comprare a Natale per i ragazzi”: questo spiega la mira infallibile di Michael Carneals, 14 anni, nella strage di Paducah (otto colpi tutti a segno; sulla base di quella distanza – 7 yards – un ufficiale medio della polizia colpisce una volta su cinque, in azione).
Bene. Per i massmediologi apocalittici, quindi, c’è poco da inquietarsi: siamo tutti condizionati da film e videogames, è per colpa loro se in America c’è chi massacra venti coetanei per volta, a scuola. Siccome la mia generazione s’è addestrata a sparare ai nemici già ai tempi di “Operation Wolf”, sul glorioso Commodore 64, adesso so che sapremo darci da fare in qualsiasi contesto bellico, figuriamoci con bersagli urlanti e semoventi come gli studenti impauriti. Le console si sono evolute, dai tempi dell’Intellivision: con le Playstation gli sparatutto sono diventati un centro addestramento reclute. Avvertite Osama: potrebbe abbattere i costi.
Mi sembra superfluo ricordare che, in passato, simili e grottesche responsabilità vennero imputate alle opere letterarie, ai fumetti e a certi dischi (…), piazzati serenamente alla gogna.
Francamente, escludo che le simulazioni della realtà, siano essere la lettura, la visione di un film o l’interazione con un videogioco, possano arrivare a sostituire l’esperienza; escludo siano cause prime o cause uniche; escludo siano cause secondarie. Tendo a credere non siano nemmeno concause, a meno che i soggetti protagonisti non patiscano problemi complessi di personalità. E quale società, quale comunità non ha influenza chiara sulla personalità di un individuo? E quanta influenza ha la sua percezione di differenza, distacco o estraneità dalle norme e dalle leggi immutabili o quasi di quella società, e di quella comunità?
In sintesi: prima di definire Chuck Norris – faccio per dire – il padre dei massacratori nelle scuole, inviterei certi massmediologi a guardarsi la sua opera omnia. Le successive idee non potranno che essere diverse. Questo romanzo, intanto, si rivelerà interessante supporto. Questa è una previsione facile.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
James R. Shepard, alias Jim Shepard (Stratford, Connecticut, USA, 1956), scrittore americano. Ha insegnato nell’Università del Michigan. Insegna dal 1984 al Williams College.
Jim Shepard, “Project X”, Meridiano Zero, Padova 2004.
Traduzione di Federica Alba.
Prima edizione: “Project X”,
Approfondimento in rete: Rassegna Stampa Italiana (in progress!) / Identity Theory (intervista su Project X, 2004) / Carmilla-Il Mattino / Miserabili / Tiramillas / Pop Matters / Biografia accurata / Answers
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2007
Commenti
A voi, Shepard.
Gran bel libro.
Cosa dire Gf? certo il libro dev'essere molto interessante e ancora di più se condito dalle conoscenze e dalle fonti citate.
Capisco la tua critica finale, ma propenderei per dare un ascolto maggiore alla teoria della violenza nutrita dalla violenza.
Vediamo, provo a fare un parallelo per spiegarmi.
Dalle mie parti, fino a non moltissimi anni fa, c'erano ragazzini alcolizzati a 13-14 anni. Non ti dico quello che può voler dire avere in classe, alla scuola media, bambini ridotti in certi stati.
Andavi a vedere da dove uscivano ed erano tutti figli di alcolizzati (gli uomini come le donne).
Non era vero il contrario, naturalmente, nel senso che c'era chi aveva i genitori alcolizzati ed era una persona normale.
Forse è vero che la visione sporadica di film, giochi (madonna, ma ce n'è di orrendi, io li vedo quando mio marito li sistema nel pc di qualche ragazzino del condominio... ) non costituisce da sola o di per sè a un'iniziazione sufficiente a fare di qualcuno un killer e che senz'altro dietro questo fenomeno c'è un disagio molto più profondo.
Ma non do torto a chi dice che la quantità di violenza cui siamo sottoposti soprattutto da parte dei media ci "anestetizza".
Quanta gente pranza o cena tranquillamente davanti a scene agghiaccianti dei tg?
Da questo al prendere a fucilate una classe o tutti quelli che passano nei dintorni c'è un po' di strada. Ma non escluderei a priori una corresponsabilità.
E' difficile, è difficile davvero decifrare responsabilità e corresponsabilità: prima di tutto perché è un fenomeno peculiare e caratteristico degli States, e degli States soltanto. Le nostre informazioni sono opportunamente filtrate dai media, e questo romanzo va miracolosamente al di là dei lazzi della propaganda. Per questo m'è sembrato prezioso, perché racconta uno scenario plausibile.
L'Europa è stata teatro di guerre per molti secoli, e molti bambini e molti ragazzi hanno assistito a tragedie vere, con discreta periodicità, figlie delle battaglie. Il numero dei mutilati e dei feriti, sino alla Seconda Guerra Mondiale, era impressionante; e più ancora dell'idea della trincea doveva suggestionare, nel tempo, i cittadini. Penso a quel che ho letto sulla pratica napoleonica delle mutilazioni, per capirci. Non era più convincente veder tornare - quando capitava - lo zio o il papà o il cugino, dalla guerra, senza naso o senza braccia o senza gambe?
Questo per dire che quella violenza era certamente più "quotidiana", cruda, cruenta, vera.
Ora, la vera domanda è: se fosse colpa dei videogame o dei film, perché in America hanno quegli effetti e - per dire - a Gonars o a Manfredonia o a Pistoia no? Perché tutti abbiamo giocato con quei videogame, e molti vedono o hanno visto quei film. E' questa la debolezza intrinseca dell'approccio apocalittico: dimenticare che l'esposizione alla violenza "virtuale" è la stessa, in diverse nazioni: con ben diverso esito. Curioso, no?
E a latere. La valanga di omicidi dei picciotti della mafia, della camorra e della 'ndrangheta, che periodicamente hanno accompagnato l'ex regno Borbonico negli anni Settanta, Ottanta e Novanta(prima non m'esprimo), da cosa era ispirata? Avvenivano ovunque, in qualsiasi momento, per le più disparate ragioni. Anche allora cinema e videogiochi? O cattive letture?
Mmm. Sono perplesso:)
Ma l'esperienza della guerra era REALE : tu vedevi i mutilati o i morti, li toccavi, ne sentivi i lamenti e ne vedevi il sangue. La genesi dei delitti di mafia invece la metterei tra parentesi perchè matura in un contesto molto diverso (spesso erano il lasciapassare per una vita diversa, immaginata migliore per sè e per la propria famiglia, si uccideva per entrare nelle grazie di qualcuno o per impedire di essere uccisi... molto diverso).
Qui - negli States - la violenza è assolutamente fine a se stessa. nessuna ideologia o famiglia o suolo sacro da difendere (oilà, pensa alla propaganda martellante sullo Straniero che veniva a rubarti la Patria, della roba da non credere la campagna di arruolamento della Prima Guerra).
Sì, è vero, video, tv, libri girano qui come lì.
Ho solo l'impressione che lì abbiano o possano avere un impatto diverso. Giusto quello che dici a proposito di un problema di identità (partiamo da lì), ma continuo a pensare che la violenza asettica di quello che non urla e non fa male preso a dosi di un certo tipo per tot anni possa avere su qualche soggetto degli effetti misteriosi. L'innesco può esserci o meno. La facilità di procurarsi armi non è cosa da poco, i disagi di cui parli neppure.
Capisco che ci si scrivano su dei libri...
E' davvero un fenomeno complesso, sì. E ha a che fare, direi che ci siamo, con l'identità e le condizioni di vita (qualità della vita), e con il contesto sociale. Che avvengano nel contesto che dovrebbe essere esclusivamente culturale, mi sembra simbolicamente terrificante. Dev'essere difficile vivere le vere e sconosciute americhe, lontane da città come New York, Los Angeles, Boston o San Francisco: un mondo che non viene raccontato da nessuno, puntinato tuttavia da episodi come questi. A ben guardare, degli spazi immensi e deserti, e delle loro piccole città, non riusciamo ad avere un'idea chiara, né abbiamo testimonianze rilevanti, di norma. Molto curioso, e molto anomico.
(è il popolo meno unitario della storia, e probabilmente, questo il paradosso, il più profondamente sconosciuto. Dev'essere massacrato da una prepotente ignoranza, molto più di quel che crediamo, proprio nel momento in cui governa il mondo. Chi uccide così - per quello ti davo l'esempio drammatico di certo meridione camorrista - è semplicemente un imbecille, un antropoide, una bestia uomo. E' quindi problema culturale, identitario, sociale: non massmediologico, a meno di non congetturare che gli americani di certi sobborghi e certe cittadine sono irreparabilmente schizzati)
L'ultima ipotesi non è da scartare :)
a parte gli scherzi sì, queste ultime considerazioni le sottoscrivo in pieno. Ignoranza terribile, se ne è sempre parlato.
E un sistema sociale strano, sai, per quel che so da chi lì abita e vive...
Eppure non era imprevedibile, quando è cominciato tutto. Sostenevano d'essere quella democrazia che avrebbe cambiato il mondo: giuravano di non intervenire in Europa, dottrina Monroe, e quello era l'accordo. Erano già armati, erano già 200 milioni di pistole. Sin dall'infanzia. Il primo nodo è nel sogno megalomane accompagnato da armi micidiali, a portata d'ognuno di loro. Qualche secolo dopo quei tristi inizi - per tacere dello sterminio etnico precedente - quelle armi sono diventate più micidiali, quell'arrogante sicurezza d'essere il futuro e la democrazia s'è fatta dogma, e la dottrina Monroe (1823?) è sepolta.
Le conseguenze le testimoniamo da un pezzo. Infine, per assenza di nemici, hanno capito che il nemico è una loro proiezione; si vogliono disintegrare, si disintegreranno per questo. Il popolo che ha messo Dio sulle banconote non può sopravvivere. Né può insegnare altro che non sia "come non diventare".
(a proposito, ti ricordi cosa raccontava Durkheim del suicidio tra i protestanti?)
Un pezzo pieno di riflessioni intelligenti, a cominciare da quella sul suicidio anomico. Ti seguo nel ragionamento sull'inopportunità di stabilire quale causa o concausa della violenza reale gli stimoli provenienti dai diversi mass media. Eppure credo che il salto di qualità in questi ultimi anni sia stato notevole e che diversi giovanotti crescerebbero un po' più equilibrati e meno nichilisti senza tutta questa esposizione all'orrore e al sangue gratuiti.
... sì, mi pare tra l'altro che proprio Bosetti consideri che i media non riflettono, ma distorcono la realtà annotando che, con quella media di omicidi, la razza umana si estinguerebbe in x anni. Forse, ecco, quel tipo di ricerche massmediologiche potrebbero portare a questa importante dimostrazione; e cioè che la televisione ha cessato di insegnare, tendenzialmente, divenendo strumento di intrattenimento, deviazione della concentrazione e dei pensieri (distrazione, o perversione?), propaganda e pubblicità. Ma da qui a dire che è corresponsabile degli omicidi credo passino secoli. Grazie anche a te, buck
6. "un mondo che non viene raccontato da nessuno". vedi Tristan Egolf, Il signore della fattoria. E si spera che arrivi anche il suo ultimo libro, kornwolf, che racconta di un lupo mannaro amish. eheh.
Già, già. Egolf. Devo ancora incontrarlo, ma mi ricordo bene:).
Una felice eccezione, tra i contemporanei, mi pare (per l'ambientazione, dico).
Finlandia, sparatoria in scuola: vittime
Il killer è ancora asserragliato nell'edificio. A novembre 2007 il precedente: un 18enne aveva ucciso nove persone in un liceo
HELSINKI - Sparatoria in una scuola nella città di Kauhajoki, a nord di Tempere, in Finlandia. Secondo la televisione Yle è probabile che vi siano vittime. Fonti della polizia hanno riferito che la persona che ha sparato è ancora asserragliata all'interno dell'edificio. A novembre del 2007 un 18enne aveva aperto il fuoco in un liceo a Tuusula, uccidendo 9 persone.
SHINGTON - Resta in prognosi riservata la studentessa romana di 18 anni, Susanna De Sousa, rimasta gravemente ferita in una sparatoria avvenuta sabato notte a Portland in Oregon, ma le sue condizioni sono in via di miglioramento. Secondo quanto si e' appreso in ambienti diplomatici, la ragazza e' stata sottoposta ad un secondo intervento chirurgico che e' durato ''alcune ore'', al termine del quale i medici si sono detti fiduciosi circa le sue possibilita' di recupero, anche se la ragazza non e' ancora dichiarata fuori pericolo. Non sono stati forniti ulteriori dettagli circa l'intervento che la studentessa ha dovuto subito subire. E' stato solo confermato che Susanna De Sousa e' stata raggiunta da piu' colpi di pistola al corpo. Sono state infatti riscontrati undici fori di entrata. Non sono comunque stati lesi organi vitali. I genitori della ragazza, arrivati nel frattempo a Portland, sono assistiti da rappresentanti del consolato italiano e si sono rassicurati dopo aver potuto vedere la figlia.
WASHINGTON - Tragedia studentesca a Portland, in Oregon: un ex studente di 24 anni ha ucciso a colpi di pistola davanti a locale per teenager due studentesse di 16 e 17 anni, ne ha ferite in modo grave altre tre, tra cui ragazza di 18 anni di Roma, Susanna De Sousa, e ha continuato a far fuoco nel gruppo lasciando ferite sul marciapiede altre tre persone di passaggio. Poi si e' sparato alla testa e dopo due giorni di ricovero in ospedale e' morto. Susanna De Sousa e' stata ricoverata al Legacy Emanuel Hospital & Health Center di Portland. Operata d'urgenza una prima volta sabato notte, e' poi stata sottoposta ad un nuovo intervento chirurgico e, secondo quanto riferito dal console generale di San Francisco, Fabrizio Marcelli, le sue condizioni sono serie, resta ricoverata in terapia intensiva e con prognosi riservata, ma ci sono segnali concreti di miglioramento. Nel frattempo, con l'appoggio dell'unita' di crisi della Farnesina, sono giunti i genitori della ragazza, assistiti dal vice console onorario di Portland, Andrea Bartoloni. Il padre ha gia' potuto vederla. La sparatoria e' avvenuta intorno alle 22:30 di sabato scorso all'esterno di un locale di Portland frequentato da giovanissimi, 'The Zone', solitamente tranquillo. La polizia ha riferito che gli studenti, soprattutto quelli che a Portland frequentano i licei e i college nell'ambito di programmi internazionali, ci vanno abitualmente il sabato sera per festeggiare compleanni e ricorrenze varie. Come ha fatto appunto Susanna De Sousa da alcuni mesi a Portland nell'ambito di un programma scolastico internazionale di scambi tra studenti. La ragazza, insieme a un folto gruppo di sue compagne di scuola, era sul marciapiede davanti al locale, in attesa di entrare. Un sabato sera nella norma, come sempre succede al 'The Zone', discoteca per ''under 21'' in cui si esibiscono spesso gruppi giovanili di studenti. Pero', senza che nulla lo lasciasse presagire, alle 22:37 e' invece scoppiata la tragedia: dall'altro lato del marciapiede, ad una distanza di circa 7 metri, una persona che successivamente si e' scoperto essere l'ex studente Erik Salvadore Ayala, di 24 anni, ha cominciato a sparare contro quel gruppo di ragazze in attesa. Sette colpi in un minuto. La peruviana Martha Paz De Noboa, 17 anni, chiamata 'Tika' dagli amici, e l'americana Ashley L. Wilks, 16 anni, entrambe della Clackamas High School, colpite al torace, sono morte una sul colpo, l'altra poco dopo in ospedale; Susanna De Sousa, e con lei altre due compagne, sono state colpite in modo grave. Nella sparatoria, altre tre persone sono rimaste ferite in modo piu' lieve. Erik Ayala si e' sparato alla testa ed era stato ricoverato in fin di vita in ospedale. Il giovane, riferiscono i media dell'Oregon citando le autorita', e' morto senza aver mai ripreso conoscenza ed il suo gesto resta per il momento privo di un movente chiaro. La polizia ha riferito che Erik Ayala ha utilizzato una pistola italiana, una 'Tanfoglio', arma solitamente utilizzata nel tirassegno. Non e' stato ancora accertato come se la sia procurata. In casa sua la polizia ha trovato una busta recante la scritta ''da aprire domenica mattina''. Era per il suo compagno di stanza, per gli amici e per i familiari. Conteneva una sorta di testamento: ''lascio tutto quel che ho, la mia auto e la mia playstation, ai miei amici''. La polizia ha accertato che Eric Ayala aveva da poco perso il lavoro e, stando alle testimonianze degli amici, nell'ultimo periodo giocava solo con la sua playstation e appariva ''annoiato e depresso''. (luciano.clerico@ansa.it).
(ansa)
ALABAMA - Un killer solitario ha ucciso martedì almeno dieci persone per poi a sua volta uccidersi, in una folle corsa durante la quale ha terrorizzato due piccoli centri del sud dell'Alabama. Lo riferiscono la Cnn e vari media americani on line. Tra le vittime anche la madre, i nonni, uno zio e una zia dell'omicida, e la moglie di un vice sceriffo e il figlioletto di pochi mesi.
Il raptus omicida dell'uomo, di cui non è stata resa nota per ora l'identità ma che sarebbe un bianco di una trentina di anni, è cominciato a Samson, paese di circa 3.000 abitanti non lontano dal confine con la Florida, per finire dopo una ventina di chilometri nei pressi di una fabbrica a Geneva, un'altra località di poche migliaia di abitanti. Secondo il sindaco di Geneva, Wynnton Melton, l'uomo, prima di scatenare la sua furia, ha ucciso sua madre bruciandone la casa.
Varie fonti della polizia hanno detto ai media che l'uomo ha assassinato sei adulti e un bambino in tre o quattro diverse abitazioni a Samson, prima di imboccare la statale 52 continuando a sparare mentre avanzava: altre due persone sono state uccise durante il tragitto, a un distributore di benzina e davanti a un negozio. La mattanza è finita alla fabbrica Reliable Metal Products di Geneva, dove l'uomo ha sparato altri trenta colpi, ferendo il capo della polizia della città. "Poi - ha detto Steve Jarrett della polizia di Stato - è entrato nel complesso e dopo pochi minuti si sono uditi colpi d'arma da fuoco... Le forze di polizia lo hanno trovato morto". L'ufficio dell'Fbi di Mobile ha inviato un agente per assistere la polizia locale e gli uomini dello sceriffo della contea.
Sono 16 complessivamente le persone morte oggi vicino a Stoccarda, in Germania, come conseguenza dell'attacco ad una scuola da parte di un giovane. Lo ha reso noto la polizia precisando che nel bilancio è compreso anche l'autore della strage.
Tra le vittime dell'attacco alla scuola a Winnenden nove sono studenti e tre i professori. Un'altra persona è stata uccisa dal giovane killer davanti ad un ospedale psichiatrico, nei pressi della edificio scolastico, durante la fuga. Nello scontro a fuoco con la polizia, in cui è rimasto ucciso il giovane, in un parcheggio nella località di Wendlingen sono morti altri due passanti. Nella sparatoria inoltre due agenti sono rimasti gravemente feriti.
Il raptus omicida, sette anni dopo il massacro di Erfurt: il giovante vestito in tuta nera ha fatto irruzione in una scuola media superiore di Winnenden, cittadina di 27.600 abitanti nel Baden-Wuerttemberg, ad appena 25 chilometri da Stoccarda.
Gli studenti erano andati a scuola come tutte le mattine. Alcuni non torneranno a casa. Quello che probabilmente e' un ex allievo, li ha uccisi attorno alla fine della prima ora di lezione. L'istituto attaccato fa parte di un complesso scolastico di istruzione secondaria frequentato da circa mille studenti di età compresa fra i 13 ed i 18 anni.
Quello che viene indicato dalla stampa tedesca come l'autore della strage nella 'Albertville-Realschule' di Winnenden era un ex studente dell'istituto, equivalente dei 'professionali' italiani, inserito in un complesso scolastico di istruzione secondaria che comprende anche un liceo. Identificato come Tim Kretschmer dai media tedeschi, il suo nome compare nell'edizione del 17 luglio 2008 del Blickpunkt di Winnenden, settimanale locale online che quel giorno ha pubblicato i nomi di tutti i 'maturati' della scuola sotto il titolo "Ci congratuliamo per il successo alla maturità". Kretschmer aveva frequentato la classe R10D
(ANSA)
http://guide.supereva.it/giallo_e_noir/interventi/2007/09/306369.shtml