Sa Shan

La giocatrice di Go

Autore: 
Sa Shan

"Piazza dei Mille Venti, i giocatori coperti di brina assomigliano a pupazzi di neve. Un vapore bianco esce dal loro naso e dalle bocche. Aghi di ghiaccio, spuntati sotto i bordi dei loro berretti, pendono verso terra. Il cielo è di madreperla, il sole, cremisi, cade, cade. Dov’è la tomba del sole? Quando quel posto si è trasformato in luogo di incontro degli amanti del go? Non lo so. Le scacchiere incise sulle tavole di granito, dopo migliaia di partite, sono diventate visi, pensieri, preghiere. Stringendo nel mio manicotto uno scaldino di bronzo, batto i piedi per scongelarmi il sangue. Il mio avversario è uno straniero appena arrivato dalla stazione. Mentre la gara si intensifica, un calore dolce penetra in me. La luce del giorno declina e le pedine si confondono”.

La giocatrice di Go è un romanzo a due voci. Due protagonisti. Da un lato una studente poco più che adolescente, alla scoperta di una Cina in fermento, di una femminilità ancora immatura e di una complessita insospettata nella vita che la circonda. Dall’altro un ufficiale giapponese, saldo nelle convinzioni e sicuro delle proprie scelte di vita, convinto sostenitore del proprio regime.

Li separa la guerra che dilania la Cina, oggetto di conquista del Giappone fascista. Li unisce un gioco antico, il Go, simbolo di tradizioni ancestrali, metafora di concorrenza tra due paesi rivali.
Si evitano nella vita quotidiana, si incontrano per giocare un’interminabile partita dalla conclusione tragica e scontata.
E’ un libro intelligente, carico di riflessione e di dolore, capace di mostrare le molte faccie della guerra, tutte assurde e tutte inevitabili. È una storia d’amore: tutte le storie d’amore sono uguali. Non pretende di essere originale nel percorso narrativo: ad ogni pagina si ha la consapevolezza dell’inevitabilità di quella sucessiva, e un gioco di sguardi e di confronti che abbiamo visto troppe volte per non capirlo subito. In esso risiede la forza di questo libro.
Il linguaggio è semplice, dolce, velato di innocenza, inconsapevole. Scorre fluido e senza intoppi. E una staffilata ad ogni pagina. Chi scrive non sa, chi legge non può evitare di sapere. E’ carico di aspettativa, sogna e spera, conquista.
Ricorda per molti aspetti "Seta" di A. Baricco, ma se nel libro dell’italiano l’eleganza era usata per stregare il lettore qui è usata per ferirlo, per superarne le barriere di assuefatto a massacri e bambini moribondi e toccare quanto gli resta di umano.
L’ambientazione è cinese. E ricca di piccole descrizioni ed accenni al quotidiano intrisi di una normalità che puo venire solo da qualcuno che la Cina l’ha vissuta. E una cornice piacevole ma solo cornice, null’altro.
La narrazione porta inesorabilmente verso una conclusione tragica che lascia il lettore scosso e impressionato e che convince per qualita e tematiche dalla prima all’ultima pagina.
Ed ora permettetemi qualche nota personale: assistiamo ad una fioritura impressionante e soffocante di film sull’olocausto, la deportazione gliebreigliebreigliebrei, fino e oltre alla nausea, senza filtri di qualità, qualunque film parli di deportazioni diventa sacro ed intoccabile. Tema certamente serissimo. Ma nessuno (eccezion fatta per qualche irriducibile testa rasata) nega il dramma, la tragedia e l’importanza dell’olocausto.
Invece è ancora comune in giappone il più volgare revisionismo storico. Si negano i massacri di Nanchino. Si nasconde il passato fascista. Si cerca di nascondere e di occultare l’orrore. Se qualcuno tra i lettori conosce quello che hanno fatto i giapponesi in Cina, sa che non esagero dicendo che è stato altrettanto e a volte peggio di quanto i tedeschi abbiano anche solo pensato di fare.
I numeri sono meno impressionanti, ma le torture ed i massacri perpetrati sulla popolazione civile non hanno eguali nella storia.
E’ molto piu facile scrivere un libro denuncia sui campi di sterminio nazisti, il numero 100000000, magari basato su un riassuntino scolastico di una selezione di quaranta volumi precedenti, automaticamente applaudito da tutti i fronti, che parlare di una tragedia ancora sconosciuta, ancora discussa.
Questa è letteratura impegnata. Non passare al frullatore il talento di chi ci ha preceduti ma creare qualcosa di nuovo, di originale intelligente e ben scritto.
Non è un libro sofisticato. Possono leggerlo e capirlo tutti.
 
E farebbero un ottimo affare.

 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Autore  Shan Sa
Editore  Bompiani, Milano
Trad. dall'originale francese di Anna Maria Lo Russo, pp. 224
ISBN/EAN: 
9788845232886

Commenti

Ti ho già detto nel forum che l'uso del termine "Giappone fascista" è, perlomeno, improprio. Non è mai esistito un Giappone fascista. é esistito un Giappone schierato con l'Asse: schierato non ideologicamente, ma per contingenze del periodo. Fai come vuoi, ma se usi quel termine devi, quantomeno, contestualizzare e spiegare i processi storici. Altrimenti è un arbitrio.

Ho letto i tuoi argomenti sul fascismo, pure continuo a ritenere che o si conia un termine nuovo per ogni sfumatura o si accetta di catalogare altri paesi oltre l'Italia come "fascisti".
Lo Spagna ad esempio.
Il Giappone, ultranazionalista, improntato ad una politica fortemente espansionista mi sembra possa essere meglio inserito nell'etichetta "fascista" che in qualunque altra. Hai un'idea migliore?

Non è che bisogna per forza dare delle etichette. Se proprio vuoi metti aggettivi generici, e si capisce uguale. Ci tengo alla precisazione storiografica, perchè troppo spesso usando termini impropri si semplifica la realtà. Nemmeno la Spagna fu fascista, certo puoi dire franchista. Come dire: Russia stalinista, Germania hitleriana, Cina maoista, Italia mussoliana etc.. L'italia fu fascista perchè il fascismo è italiano è solo italiano, come il nazionalsocialismo è tedesco e solo tedesco. Diverso è il caso del comunismo: parecchi paesi furono comunisti, alcuni ancora lo sono...

Appunto, la risposta è nel tuo post: Giappone nazionalista, o ultranazionalista se vuoi enfatizzare.

Io non sono fondamentalmente d'accordo su un punto: non credo che il fascismo sia stato prerogativa dell'Italia. Vorrei sapere quali paesi ritieni essere stati comunisti. Spero non mi dirai la Russia.

"Nazionalista" non è un credo politico. Invece fascista lo è. Sono d'accordo quando dici che la Germania non è stata fascista.
Mi sembra che le caratteristiche principali del fascismo siano state la volontà di espansione (le colonie), le posizioni incentrate ad un forte nazionalismo, l'esaltazioni delle doti fisiche dell'individuo (balilla) e l'accentuata gerarchizzazione/inquadramento. Sono tutti tratti che descrivono il Giappone bene quanto l'Italia degli anni bui. Se il termine perturba la tua sensibilità sono disposto a toglierlo, ma solo se in cambio scrivi qualcosa sul fascismo italiano... (si è uno sporco ricatto)

Certo che la Russia fu comunista. Ci mancherebbe. Non solo la Russia, ma la Cina, ad esempio. Tutta una serie di paesi dell' est Europa e dell'Asia. Cuba, e quant'altro...

A mio personale parere, fai un po' di confusione sul fascismo. Il Giappone, ad esempio (al contrario della Russia con il comunismo) non si proclamò mai fascista. Il nazionalismo, poi, è comune a parecchie forme di regime, autoritario o democratico che sia.

Per ciò che riguarda il termine, tranquillo, usalo pure. Non urta la mia sensibilità. Ognuno può argomentare come vuole. Dico solo che per me è improprio parlare di Giappone come fascista. Non trovo proprio il nesso, se non l'alleanza con l'Italia nella seconda guerra mondiale.

Sul fascismo ho scritto cose sul vecchio lankelot, e recensito un saggio che sfiora l'argomento da un punto di vista più culturale che storico. Lo riposterò a breve anche qui.

Torniamo sull'autrice? No, fermiamoci su un passo.
Fermiamoci sul recensore. Scrivi, da ghigliottina:
"Non è un libro sofisticato. Non è EcoLeopardiPretarca. Possono leggerlo e capirlo tutti".

Non esistono nessi tra Eco e i lirici. Esistono plausibili legami di continuità tra Petrarca e Leopardi. Ma né il Canzoniere né i Canti sono opere ermetiche. A nessun livello. E' davvero triste leggere che possano essere salutate come opere difficili. Triste perché - al di là della provocazione parecchio gratuita - è uno specchio della tendenza alla lettura dei contemporanei. Non scherziamo: quella è arte splendida e accessibile. Non vedo contorsioni, non vedo difficoltà. Quanto a Eco, il discorso è un po' diverso - non so se parli di Eco saggista o Eco narratore.
Il mio invito è a cancellare definitivamente quella riga o a sostituirla con esempi intelligenti di autori difficili. Grazie.

Davvero, leggere una cosa del genere mi risveglia il malessere che combatto da tempo. Ti prego, elimina.

Elimino se vuoi, ma il problema non è nell'autore ermetico quanto nel fatto che sia Leopardi che Petrarca fanno un uso del linguaggio tutt'altro che accessibile, non tanto perché complesso in se ma perché ormai invecchiato di secoli e non più dell'uso.
Sono altresì autori studiati e che tutti hanno affrontato qualche volta. Eco saggista lo conosco davvero poco, Eco scrittore, soprattutto in alcune opere è davvero tremendo, difficile sia per linguaggio che per scelte tematiche.
Qui l'accento era messo sulla possibilità di trattare un tema attuale con un linguaggio altrettanto attuale e senza eccessi di retorica. Un buon ponte tra chi vive da anni di libri e chi invece ci si avvicina solo ora. Provvedo comunque a cambiare.

In quanto a opere difficili, tra due secoli lo diventerà anche Camus, non certo per sua scelta. E lo scorrere del tempo.

Done

E Franco, un piccolo consiglio. Ricordati che leggere un autore come Eco è già un'impresa non da tutti. Per questo saluto sempre volentieri chi riesce a scrivere grandi libri senza impreziosire troppo lo stile. MI piace molto la retorica, con quello che leggo e scrivo pochi dubbi possibili, ma sento sempre più urgente una necessità di comunicazione/informazione di qualità ma anche adatta ad un vasto pubblico. Non deve essere così per tutto quello che viene pubblicato. Ben vengano opere più complesse, anche ermetiche se serve.
Nel parlare di temi sociali, di grandi tragedie, occorre qualcosa di più. Ci sono persone che vogliono davvero capire, leggere, informarsi ma non tutti hanno avuto il talento, la fortuna e il denaro che servono per finire la facoltà di lettere della Sapienza.
Alcuni di loro sono cuochi, manovali, cassieri, casalinghe, impiegati d'ufficio. Se gli proponi Manzoni e un bel dizionario magari riescono ad affrontarlo e anche a gustarselo, ma è già chiedere molto.
Se la letteratura contemporanea vuole davvero evitare il cazzeggio ed essere impegnata allora a fianco delle belle ed eleganti opere ad esclusivo beneficio dei letterati (sempre siano lodate) dovrebbero essere proposti testi che trattino con cura e con gusto, ma anche con uno stile sobrio, i problemi più importanti della nostra società. Alcuni lo hanno fatto: Pennac, Nothomb, Eco a sporadici sprazzi, Bach, o più lontani nel tempo, Steinbeck, Camus, Twain e molti altri.
Io leggo e amo anche Vian, lo ammiro e lo omaggio, ma non è da li che arriverà una risposta ai problemi che abbiamo.
Il talento per arginare la marea di mucillaggine dei vari Santacroce, Brizzi e amici esiste. Fategli vedere i sorci verdi.

Istruire non deve voler dire appiattire il linguaggio o cancellare a mazzi pagine e pagine di vocabolario. Io credo nel lettore che migliora se stesso e le sue capacità per andare incontro all'arte (non compromessa, non mercificata, non massificata), perché questo è il modo per conservare la grande varietà di possibilità della letteratura; senza che si trovi un piano di lingua comune a tutti e al maggior numero di persone, che distrugga la specificità indispensabile di una sola parola (per quanto inusuale), suono, sfumatura e insostituibile valenza di significato. Non esistono sinonimi. E' illuosorio. Esisotono parole diverse per ogni cosa, e massificare il linguaggio significa soppiantare parti di realtà ed emozione, con insiemi di parole non più del particolare, non più del pensiero nucleare. Se le persone non hanno spirito ed amore per l'arte, che si tengano la Santacroce. Io la penso così. Altrimenti ti prendi il vocabolario ed i classici e capisci cosa voglia dire la differenza tra "sparuto" e "sparito", "niuno" "nessuno" ecc. Anzi, servono tantissime nuove parole, e concetti complicati a iosa, perché il semplice è il primo nel quale ci si incorre, mentre il profondo, il quasi inaccessibile, l'insopportabile dello spirito e del mistero della vita umana, resta da sempre alla base dle genio letterario.

Discorso simile alla scatoletta manzotin (comprensibile, sicura, rasserenante, che non implica sforzo, che ha perso in qualità per far fronte a quantità, dove non servono concentrazione e talento ed intelligenza e pensiero ed amore e dedizione e formazione; braccata di sommarietà, approssimazione, desolazione, sterilità, bruttezza, materialità e profitto), rispetto ad una bella bistecca (limitata perché speciale e perché richiede tempo di formazione, cura, amore; non per tutti ma per chi è intelligente con il gusto, con chi ama il piacere e la bellezza). E niente discorsi economici, mi sembrano fuori luogo. I vocabolari esistono in internet, i classici e i buoni libri si trovano a cinquanta centesimi. Perché credi che molta gente abbia paura della matematica e delle scienza? Perché non sono concetti che si acquisiscono senza sforzo (indi amore per certe prospettive), perché richiedono una buona dose di intelligenza e talento e devozione. Io credo nelle intelligenze, nei talenti, nelle bellezze e nella bruttezza. E chi vuole tenere il cervello spento, se lo tenga pure. Peggi(o meglio) per lui. Non siamo più un popolo di analfanbeti e fuori dal mondo. La mediocrità è più facile e più generosa, chi non la vuole può rifiutarla come e quando vuole (se lo sente dentro, se ha il lume per la bellezza)

E devo aggiungere che nel processo di "democratizzazione" vedo di pari passo quello di omologazione. Che con l'arte proprio non attecchisce. Bisogna cambiare (non asseocndare) questo sistema del libro come merce e come manuale. Alla base ci sta l'importanza della qualità, che non cresce sugl'alberi. Anticamente le forme di organizzazione del potere erano considerate monarchia, aristocrazia, repubblica, e le degenerazioni tirannia, oligarchia, democrazia. Che s'assomiglia a demagogia, che s'assomiglia a ottusità.

Vedi Arpa, il problema non è nella qualità o meno del linguaggio. Il problema è nella qualità o meno di chi lo recepisce.
Se un uomo ha i mezzi (economici intellettuali, temporali) per mettersi a studiare allora può accedere ad una parte della conosecenza che altrimenti gli è preclusa. E un fatto e non ci posso niente anche se non mi piace. Avessi tempo e danaro mi comprerei una biblioteca e me la leggeri tutta.
Esistono però persone, una smarcata maggioranza di persone, che non sono in grado di accedere a questa conoscenza. Magari perché sono figli di operai come me e i genitori hanno deciso di non mandarli a studiare. Io ho potuto, e ringrazio, ma fai due conti e vedrai quanti sono gli intellettuali tuoi amici che hanno a loro volta un papa o una mamma che ha studiato e quanti invece sono figli di contadini o operai.
Esistono persone che non hanno i mezzi intellettuali, arrivano a quindici anni e a scuola sono negati, ergo decidono di fare altro. Però votano, pensano, hanno una conoscenza e subiscono le conseguenze della vita in questa società. Che alternativa hanno? Leggono quello che è messo a disposizione, se a disposizione non c'è nulla di buona qualità ed accessibile leggono porcherie oppure non leggono.
Siccome nel bene e nel male, queste persone decidono del divenire della società, delle sue problematiche e delle possibili soluzioni, aprire il dibattito fa parte delle responsabilità cui sono chiamati gli intellettuali. Il mio babbo cuoco cucina bene, mette a disposizione un servizio di qualità ma è anche disposto a preparare un piatto che non gli piace. Perché il letterato si arroga il diritto di produrre solo per se stesso? Magari poi si lamenta anche che il mondo fa schifo. Che tipo di contributo da al miglioramento?
Mi rendo conto che la mia è una posizione minoritaria e anche abbastanza mal vista qui dentro. Probabilmente ho avuto una dose minore di delusioni e mi illudo ancora parecchio.

Con questo, io continuerò a scrivere piccole orgie retoriche per me e per qualche lettore che apprezza il suono delle parole. Continuerò a ritrovarmi con i miei compagni di facoltà e delirare sugli ultimi articoli usciti.
E sempre disprezzo chi si bea della propria ignoranza. Profondamente.

Non dico che non hai ragione. Per molti versi sono d'accordo con te. Ma è una questione di sensibilità, che quando vera, secondo me è innata. Io vengo da una famiglia dove, da quanto ne so, non si è mai letto un libro intero fuori dalle scuole dell'obbligo. Mio padre ha la terza media e mia madre è parrucchiera. Hanno avuto opportunità di studiare, ma non hanno voluto - saputo. Io, fin da bambino, non ho potuto fare a meno dei libri. Mai avuto esempi o incoraggiamenti particolari in casa. Eppure ho sempre avuto curuisità, passione a amore per certa arte. Credo che i genitori che non possono mandare i figli a studiare, oggi, siano una minoranza assoluta. Decenni fa, forse, la considerazione era più combaciante con la realtà sociale, ma adesso proprio no. Essere artisti, o cercare di possederne le chiavi, non è mai una scelta. O si ha la personalità o niente. Essere educatori deve essere invece una scelta personale e individuale. Gli intellettuali non sono degli educatori. Gli intellettuali sono degl'osservatori. Ognuno è educatore e responsabile di se stesso, davanti alla propria vita. L'editoria è un sistema economico basato sul massimo profitto. L'editore non è un vate delle coscienze ma un imprenditore di capitali. I libri che funzionano nel sistema editoriale sono quelli che corrispondono ai requisiti di: facile lettura, scalpore, marketing imperativo, sciacallaggio sentimentale, amicizie, nomi famosi rionducibili al gossip, equivalenza del bello agli sciapi canoni della maleducazione estetica ordinaria comune, dove il banale e il becero sono sentiti come sufficienti. Non è a questa logica di sistema che deve confacersi l'intellettuale o lo scrittore o il pensatore. A questa logica egli si rifiuta di dare placet. Quindi se ne astiene. Tentativi di coniugare altissima qualità con il gusto, nella media tremendo, dei pochissimi lettori, è stato fallimentare. Abbiamo vicini degli esempi anche in questo sito. Serverebbe alla radice un cambiamento dell'idea della cultura nella scala di valori della mente. Servirebbe un sistema editoriale che valorizzase la porfessionalità delle scritture e non il dilettantismo, che fungesse da traino contro tutto l'agglomerato di insofferenza verso l'arte. Ma moltissimi non hanno voglia di pensare, di usare il cervello. Pensare significa fatica, sforzo e sacrificio. La maggior parte non vuole perché preferisce i piaceri immediati e meno articolati. Perché se ne fottono dell'intelligenza e perché non hanno nessuna attrazione verso di essa. Sono requisiti che o si hanno, o non si hanno. La vita ognuno la vive come sente e può. Non tutti allo stesso modo. I buoni lettori sono rari quanto i buoni scrittori. Questa regola vale sempre. Il talento per la comprensione è comaprabile a quello per la creazione. Mi sembra scontato. Non tutti capiscono la fisica quantistica, come non tuti percepiscono carnalmente il sublime di Dante. La scuola e l'insegnamento - a tutti i livelli - possono servire, ma sono fattori secondari, alla base c'è l'affinità della persona a questo o a quel modello di vita. Senza che nessun vivere sia inferiore o superiore ad altri. Ci sono pro e contro di ogni ossessione. A qualunque livello di complessità.

Ecco si; su questo trovi il mio accordo, in particolare sui gusti tremendi di tantissime persone. So che moltissimi non vogliono sforzarsi. ?E il motivo per cui nelle scuole si insegna sempre più umanismo "à la carte" e si insegna che chiunque è artista anche se non sa formare un periodo in italiano. Basta l'innesto di cinguettanti uccellini new age o di qualche aggettivo stridente. E mi fa schifo, l'ho detto e scritto tante volte da avere le lettere s c h i f o consumate sulla tastiera.
Ma se c'è anche una sola persona che non vuole questo, un autentico spirito romantico ancora in vita, un lettore vero, si merita una produzione tutta sua. Io mi batto volentieri anche sulla base dell'ipotesi.

Quando vedo un libro come questo, di un'autrice cinese che si è sforzata di scrivere in una lingua non sua per la denuncia di un fatto così grave, che ha prodotto un'opera adatta ad essere letta e capita anche dal più ignorante dei pastori sardi, purché abbia una scintilla di umano amore per l'arte io omaggio.
Sarà demolita dalla critica perché troppo facile e io la ri-omaggio.
Attaccata perché scomoda e ancora la omaggio.
Avanti così

Sono d'accordo con Arpa sulla siontonia democratizzazione-omologazione. é uno dei motivi per cui sono nauseato dal sistema democratico-parlamentare. Vi dirò di più, per me è un sistema che abbrutisce. Io sono per l'idea di democrazia platonica, e credo che la cultura debba essere d'elite, e non di massa. Il fatto che tutti possano votare tutto è il male più grande della democrazia.

"che ha prodotto un?opera adatta ad essere letta e capita anche dal più ignorante dei pastori sardi"...vacci piano, per favore.

Sì, i pastori sono pastori un po' in tutto il mondo, dai Cantoni agli Urali. E per Virgilio meritavano poemi.

E soprattutto non si occupano di letteratura.

beh, Tytyre...recubans sub tegmine fagi. Eh!

Cioè...?

O Meliboee, deus nobis haec otia fecit:
namque erit ille mihi semper deus; illius aram
saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus.

Eh già. Exurgit, magica Europa.

http://it.wikipedia.org/wiki/Bucoliche_(Virgilio)

Beh, però i pastori sardi parlano un quasi latino. Vedi com'è?

:))).
Le Bucoliche. Splendida reminiscenza. E' un libro che andrebbe riproposto.

Tra le altre mille cose.

Proverò a tradurne dei passi in romanesco. Qui c'è una grande tradizione pastorale. Il mio quartiere era campi & pastura sino a qualche decennio fa. Un po' mi spiace pensare ai palazzoni che ci circondano adesso. Stanotte finiamo il numero, esco dall'ufficio, prendo un flauto e vado al Gianicolo a suonare per gli dei.

Ed io raccolgo fondi per il pellegrinaggio. Chiederò l’otto per mille alle chiese cattoliche della zona.

Infatt, sì (cfr. comm. 28) diversi dialetti sardi hanno un fascino mostruoso. Il suono è latino puro.

Ne abbiamo diverse. Comunicante, quella che sai, col cimitero pagano.

Già.

Per quanto riguarda l'infelice osservazione sui pastori sardi (sono sardo e con parenti pastori) non me la prendo perché ormai è entrata nel costume comune e, per forza di cose, la pastorizia, lavoro umile ed antichissimo, non permette il dedicarsi allo studio approfondito più di qualsiasi altro lavoro di genere primario. Un dato soltanto: nel cuore della Sardegna, a Bitti, con la più alta diffusione di allevatori di bestiame, esiste uno dei più alti tassi, in rapporto alla popolazione, di laureati d'Italia. Disperati? Sì. Coerenti con le influenze circostanti di genitori e generazioni passate? No. Dotati di voglia di cambiare e di combattere per una cultura superiore, nonostante il disagio? Sì.

E che c'è di male nei pastori sardi? Sono un simbolo di isolamento e di non-accademico perfetto, non ho mica intenzione di denigrare nessuno.
Qui diciamo "come un contadino appenzellese" ma non credo conosciate il topos.

Vabbeh, ultimamente non ne azzecco una. Posto ancora qualche risposta nella sezione scienze e poi mi ritiro un paio di giorni.
Omaggi

Ma no, non volevo essere astioso, scusa se lo sono sembrato. Era per puntualizzare, non ce l'ho con te. A fine risposta ho approfittato per conservare che, secondo me, la corrispondenza "influenze familiari" e "cultura acquisita" non era così esatta. Per piacere niente muso, non è il caso ;)

(Quel che lascia perplessi, solo, e che nell'immaginario di un qualsiasi svizzero all'archetipo del perfetto ignorante faccia specchio quello del pastore sardo. Mi rattrista vagamente, ma non è certo una tua colpa. Eh su, ne azzeccassi io quanto fai tu, non avrei tutti queste pietre miliari si scienza confusa da riassestare ;) )

Non, non je ne tire pas la guele. C'est juste que je rentre au Tessin voir mama :-)
Io pensavo che quella del pastore sardo fosse più un archetipo italiano. In Svizzera ci sono gli urani e gli appenzellesi, per le versioni tradizionaliste e i giurassiani per i contadini con la testa calda. Di solito però sono vaccari e non pastori.
Abbiamo persino un movimento indipendentista giurassiano; e gli autoctoni di Uri Svitto e Unterwalden vengono chiamati Primitif-Kantonen, non solo perché sono i fondatori della confederatio...
Io trovo tutto ciò molto divertente, ma probabilmente è perché sono abituato a viverci in mezzo. Problemi di emigrati di seconda generazione.

Dell'Italiano sì, ed infatti mi sarebbe sembrato meno strano. A volte si risponde un po' di palpito, perché a me sono capitate forme di pregiudizio non piacevoli, quando sono stato in giro per studio. E mi veniva da rispondere che il mio nonno allevatore, probabilmente, non era meno ignorante del suo agricoltore, ma sai, noi sardi siamo bassi, pelosi, brutti, servili, sporchi, casinisti, burini, (recentemente: puzzolenti), e campiamo di formaggio di pecora e lana. E molto altre stronzate ancora. Vivo sulla costa e ho a che fare con turisti di larga parte d'Europa, soprattuto resto d'Italia, e più spesso mi son reso conto che si ama il mare della Sardegna, ma si disprezza - o si considera un gradino nella scala sociale-culturale più basso - i sardi. Una tizia, appena qualche anno fa m'ha detto: "ma voi da quant'è che ce l'avete la televisione?". Bah, servisse a qualcosa ripeterne e ripeterne...

Il trucco sta nel riderci sopra.
E tu non hai mai vissuto in un paese dove si parlano quattro lingue e ci sono ventiquattro sottonazioni che si detestano cordialmente tranne quando si alleano per detestare chi viene da fuori. Io sono Bernese di attinenza (lenti, tonti, dispotici e parlano una lingua di m), ticinese per nascita (mafiosi, corrotti, spregevoli, e notoriamente ignoranti), italiano per acquisita nazionalità (ergo depravato sessuale, marpione, mammone e ovviamente terrone) e vodese per acquisita cittadinanza (retrogradi, provinciali, pedanti e conformisti). E mi fregio di tutti questi titoli ogni volta che mi fa comodo. Fichissimo NO?

Che male c'è in fondo? Più ci si prende per il culo meno rischi ci sono di crederci sul serio. Eppoi le barzellette sui vallesani sono magnifiche.

Il male è tutto pratico, credimi. In alcune città ho avuto difficlltà a trovare casa in affitto perché mi chidevano di dov'ero e mi spiegavano che non volevano sardi. Oppure prepotenza di ospiti che dell'isola guardano e trattano con sufficienza, mostrando scortesia e certe volte cialtroneria. Riderne quando a monte la concezione è quella giusta, altrimenti scatta la dignità.

Mi spiace per l'equivoco etnico, ho provato a evitarlo invano. Bene che vi siate spiegati. Tornerei a monte. Ossia, alla questione della comprensibilità.
Escludo che si possa scrivere qualcosa di fedele a se stessi o alla propria ispirazione se si intende essere accessibili per quelle categorie sociali o intellettuali (al di là quindi del reddito) che si bellano della loro estraneità alla lettura (paradossalmente, non alla scrittura, talvolta). Non intendo scrivere per questo "popolo" (virgoletto a ragione) altro che non sia comunicato commerciale o funzionale. Non intendo sporcare la mia scrittura con l'accessibilità o la comprensibilità: non devo insegnare, non devo educare, non devo legiferare; non sono un amministratore, non sono un giornalista. Sono quel che sono e non ho niente a che fare con il popolo. Quel popolo di cui si parla - di cui parlo qui - ha diritto di esistenza ma non di confronto con l'intelligenza. Per quanto mi riguarda, comunico per lo stretto necessario con quel genere di essere umano. Senza cattiveria, e con affabilità. Vivano così ma non pretendano che sporchi le mie creazioni perché possano annusarne la carta in pausa pranzo. O in terrazza.

Che è quel numeretto a inizio del testo?

il codice ean:)
possiamo spostare tutto quel pezzo in fondo...

ok...