Shabtai Yaakov

In fine

Autore: 
Shabtai Yaakov

Libro testamento a cui Shabtai lavora fino all'ultimo anno della propria vita, lasciando la responsabilità di revisione e pubblicazione alla moglie, “In fine” è il risultato di un'assidua ricerca di perfezione stilistica, che porta l'autore ad una tripla stesura, seguendo una concezione del romanzo come contenitore di varie versioni alternative. Quella definitiva è frutto della scelta di Yaakov per ciò che concerne la seconda e la terza delle parti in cui l'opera si divide. Sulla prima ed ultima, invece, interviene successivamente Edna, che attraverso le note e i suggerimenti del marito stesso, si dedica al manoscritto affinché venga dato in stampa.
Ed è un libro permeato sul flusso di coscienza in cui i critici non hanno mancato di rilevare tracce joyciane e proustiane. Un libro che dilata i dettagli della quotidianità fino a farne materia stessa dello scrivere, mediante una descrizione che Oz definisce molecolare. L'infinitesimo diventa fulcro di una prosa che, come lente d'ingrandimento, cattura il particolare fino a porlo al centro della narrazione e poi sviscerarlo all'inverosimile. Allora la crisi di Meir, ingegnere quarantenne, non dice solo l'insoddisfazione amara di un uomo che percepisce in maniera via via più netta il divario tra le proprie aspirazioni e la realtà, tra i sogni di Israele e l'attualità del paese, ma è soprattutto un esacamotage per un profondo scandaglio interiore in grado di mettere a nudo i meccanismi mentali ed emotivi di un protagonista alle prese con il tradimento del proprio stesso corpo e della donna che ha sposato. L'ipertensione diagnosticatagli, pertanto, dà il la a tutta una serie di atteggiamenti che vanno dall'incapacità di accettare le prime defaillances di un fisico non più nello stato di grazia dei vent'anni, al terror panico di avvicinarsi irrimediabilmente alla morte. Da un'ostentata sufficienza al rigore autolesionista di diete estreme che sfiorano il digiuno. Shabtai è geniale nell'analizzare la conflittualità del rapporto col cibo e l'altalena di frustrazione e senso di colpa per ogni tentazione cui Meir non sa resistere. L'intenzione di fare dell'astinenza dalla carne la propria condotta alimentare, infatti, va miseramente in frantumi appena a casa dei genitori. E la scatola blu dei biscotti al burro è l'altare su cui non riesce a fare a meno di immolare la propria recente conversione ad un regime nutritivo salutista. La dignità si fa friabile come la pasta frolla e il rimorso monta più della panna, generando uno stato di rabbia latente. La stessa che lo invade ogni volta che il ricordo dell'infedeltà di Aviva ritorna prepotente a farsi spazio tra i suoi pensieri. Soffre, si tortura di perché su cui è ormai inutile crucciarsi e oscilla tra l'ardente bisogno di perdonare e il velleitario istinto di vendicarsi. Così ogni donna diventa oggetto della sua fantasia sessuale: Aliza l'impiegata della banca, la collega Drora, l'americana grassoccia incontrata ad Amsterdam, ma soprattutto si rinnova ciclico il tormento per l'occasione sprecata con la bella Raya, pronta a donarglisi in quell'angusta stanzetta d'albergo anni prima. E l'autore non manca di evidenziare con maestria il lacerarsi di un uomo che vive di propositi puntualmente disattesi. Piccole voglie che coltiva soltanto nell'immaginazione, progetti che abortiscono prima ancora di farsi vere e proprie idee definite. Perché gli manca il coraggio di osare, gli manca “quell'impudenza che tanto ammirava e che a volte gli sembrava, nonostante tutto, di possedere in qualche modo, quando la sentiva gonfiare dentro e sul punto di spezzare tutte le convenzioni di una falsa morale e dell'altruismo e le barriere del buonismo, per venire allo scoperto sapida e selvaggia”.
Ma è del tutto illusorio, tanto che pure l'atteggiamento a seguito della morte della madre, rivela l'incapacità di Meir di aderire pienamente alla realtà. Rifiuta di vederne il corpo esanime, né accetta il lutto doloroso del padre che non sa rassegnarsi all'assenza della donna con cui ha diviso la vita e continua ad invocarla, cercandola disperato nelle vecchie fotografie. La scelta del viaggio, allora, si pone come aperto tentativo di evasione. E tuttavia è come restare inchiodato al suo dolore. Perché è da sé stesso che non può liberarsi. In Europa, anzi, le sue fragilità diventano più evidenti. I ripetuti cambiamenti di programma rispetto ai giri turistici preventivati, le paturnie relative alla piccola odissea con la camera d'albergo ad Amsterdam e il malore nella libreria londinese, con la conseguente perdita di controllo del proprio corpo e l'impossibilità di scrivere: tutto sottolinea l'acuto disagio di un uomo che smette di vivere, proprio nel tentativo dare un indirizzo alla sua stessa vita. Perché non sa affrancarsi dal rovello dei pensieri. Perché “chi pretende tutto finisce spesso per rinunciare a tutto”.
Allora è Shabtai ad offrirgli rifugio. Nel letto della dottoressa Rainer. Ed è lì, in quell'amplesso che il suo tormento trova pace mediante la ricerca di un piacere dove morte e rinascita si confondono e finiscono miracolosamente col coincidere.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Yaakov Shabtai (1934 -1981) è stato un romanziere, drammaturgo e traduttore nato a Tel Aviv.

Yaakov Shabtai, “In fine”, Cargo, Napoli, marzo 2010
Titolo originale: Sof davar
Traduzione di Elena Lowenthal
Pp. 315
Precedente edizione italiana: Feltrinelli, 1998

Approfondimento in rete: Antenati / Corriere della Sera / Alberto Melis /


Angela Migliore, luglio 2010

ISBN/EAN: 
9788860050311

Commenti

[Shabtai] Provo a spezzare il

[Shabtai] Provo a spezzare il lungo digiuno. Spero di riuscire a scrivere ancora, almeno la pagina su Atzeni, prima di ripartire. Perdonate l'assenza.

[shabtai] intanto bentornata,

[shabtai] intanto bentornata, Angela! Come va?

Bene, benissimo. Mai stata

Bene, benissimo. Mai stata meglio. :)

[shabtai] wow:). E andiamo.

[shabtai] wow:). E andiamo. grande.

:)

:)

[shabtai] ripropongo in

[shabtai] ripropongo in prima!