Nella sua voce entrò qualcosa di cupo e di sordo, come se d’un tratto gli fosse caduta addosso la sua condizione di uomo solo, con la famiglia distrutta, che si trovava alla testa del presidio di un popolo senza speranza. Nei momenti liberi si aggirava attorno a Marta come un cane sperduto attorno a un casolare. Una volta le disse:
– Il Friuli e la Steppa si somigliano almeno in una cosa.
– Ossia?
– Nei nostri cimiteri sono seppelliti molti italiani, e nei vostri molti cosacchi. Una specie di gemellaggio nella morte.
(Carlo Sgorlon, “L’armata dei fiumi perduti, capitolo IX, “Il Salvadi”).
L’armata dei cosacchi, capitanata dal generale Krassnov, approdò in Friuli nell’estate del 1944. Orgogliosi nemici del regime sovietico, si trovarono schierati dalla parte delle truppe nazifasciste: la promessa era una terra dove poter vivere, nell’attesa di tornare in patria per combattere i rivali di sempre.
Il Friuli, nelle idee dei nazisti, doveva diventare l’attesa “Kosakenland”.
E così, questo popolo sventurato e contrastato da tutti gli eserciti si ritrovò in una nuova patria che non gli apparteneva e che spontaneamente l’avrebbe rifiutato, pur compatendo le sue sorti.
“L’armata dei fiumi perduti” è un romanzo “misto di storia e d’invenzione”, per diretta ammissione dello stesso Sgorlon: l’intento era quello di raccontare la tragedia poco nota di due popoli, affratellati dall’oblio e dal martirio.
Se il dramma dei cosacchi è narrato tramite il racconto delle parabole esistenziali di ufficiali e soldati, il dramma del Friuli è tratteggiato nella figura paradigmatica di Marta, che fa da cornice al romanzo e da trait d’union alla storia nei momenti di maggior confusione negli eventi.
Marta avrà quattro amanti. Un ragazzo ebreo, un soldato italiano d’origine meridionale, disperso sul fronte russo, un ufficiale cosacco e un partigiano.
La sorte le sottrarrà i primi tre per sempre, in tempi e modi differenti; al termine del libro, non è un caso se a rimanerle vicino sarà l’ex leader carismatico partigiano Ivos, quasi a voler testimoniare la sorte dell’intera sua terra.
Ivos incarna la nuova Italia, e la memoria storica della tragedia della guerra: Marta rappresenta e vive, nella sua carne, i rapidi passaggi di potere e d’influenza subiti dalla sua terra: mantenendo, se non orgoglio, almeno sempre una splendida dignità.
Libro intenso, rilettura interessante del tempo della guerra e delle sue conseguenze sugli uomini: pregevole la documentazione di Sgorlon, commovente nella sua agghiacciante tristezza l’epilogo dell’avventura del popolo cosacco, tradito ancora una volta dai tedeschi e consegnato agli inglesi, con false promesse. Per evitare d’esser consegnati ai sovietici, migliaia di cosacchi si suicideranno. Stringe il cuore la vicenda di questo popolo senza patria, destinato all’eterna ricerca di una nuova terra. Uno dei più detestabili orrori della guerra si può riconoscere nella rimozione dalla memoria collettiva di certe vicende e di certi drammi. La letteratura viene incontro alla storia, prestandosi a documentare e raccontare quel che altrove è stato condannato al silenzio. A riprova di quanto sia fondamentale, oggi come in passato, che la letteratura rivesta il ruolo di memoria genetica degli uomini, questo libro di Sgorlon. Che ha una grave pecca, forse: qui come altrove, lo scrittore friulano sembra in grave difficoltà nell’approfondire l’introspezione di un personaggio maschile. Sgorlon è capace d’inventare seducenti e complesse figure femminili, come vedremo più avanti. Gli uomini rimangono, di norma, legati alla lettura della loro superficie profonda.
Limiti nella narrativa di Carlo Sgorlon è facile evidenziarne. Uno stile che definire omogeneo è riduttivo: è equilibratissimo, e compatto come cemento armato. Non si evidenziano sbavature: ripetizioni concettuali a distanza di qualche capitolo, questo sì. Che siano disattenzioni o ossessioni è difficile giudicare. Tendenzialmente, si avverte la sensazione di un autocontrollo che comporta la castrazione degli slanci lirici e la censura di qualsiasi descrittivismo. La peculiarità è legata alla figura femminile centrale in ogni romanzo: se non è archetipica, è almeno fortemente simbolica. Non riesco ad affermare con sicurezza che si tratti sempre di uno stesso personaggio, che s’incarna di romanzo in romanzo con minime variazioni estetiche e contestuali; il sospetto che l’anima dell’artista di Cassacco si nasconda dietro questo travestimento è piuttosto forte.
Trattenuto e freddo, Sgorlon è comunque un narratore originale e non ascrivibile ad alcun movimento letterario contemporaneo. Un outsider, e un isolato. Un diverso, in altre parole: cerebrale fino al parossismo, erudito senza cadere nei bizantinismi o nei barocchismi, singolare nella sua ossessione per la storia recente della sua terra. Questa sua irrefutabile e totalizzante appartenenza a una cultura d’un popolo, che sta contribuendo a ricostruire e a inventare, quando necessario, può rappresentare il suo più grande limite o la sua principale ragione di fascino.
Illustri conterranei come Pasolini o Maurensig non hanno alcuna affinità con Sgorlon: se delle pietre millenarie potessero scrivere, scriverebbero con il suo stile. Algido, ponderato, densissimo.
Non è un autore esclusivo, ma non è un autore divertente.
Non è un autore appassionante, non sempre almeno. È un autore intelligente.
Tra un secolo, avrà assunto un forte valore storico/documentaristico: sarà colonna portante degli studi sulla storia e sulla letteratura del Friuli, con buona pace di quanti continuano a confondere il Friuli e la Giulia.
Altro non vorrei dire.
Scrivere di una pietra è difficile quanto scrivere su una pietra.
“Non riusciva a liberarsi dal pensiero che il kazàk si lasciava dietro una scia infinita di morti, per i quali spesso non c’era nemmeno posto nei cimiteri dei villaggi, e bisognava buttarli nei laghi o nelle fosse comuni. Paradossalmente cominciava davvero a sentire un po’ il Friuli come la patria del kazàk, perché i cimiteri friulani erano pieni dei suoi morti”.
(Carlo Sgorlon, “L’armata dei fiumi perduti”, capitolo XII, “La bambola”).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Carlo Sgorlon (Cassacco, Udine, 1930 - Udine, 2009), narratore e saggista italiano.
Si è laureato alla Scuola Normale di Pisa con una tesi su Kafka e si è specializzato a Monaco di Baviera. È stato insegnante.
Il suo primo romanzo, “Il vento nel vigneto”, è stato pubblicato nel 1960.
Carlo Sgorlon, “L’armata dei fiumi perduti”, Mondadori, Milano, 1985.
Prefazione (ottima) di Giulio Nascimbeni.
Il libro è strutturato in diciannove capitoli, numerati progressivamente. Ciascun capitolo è provvisto di titolo. L’edizione esaminata è integrata in una collana diretta da Maria Bellonci, dedicata ai premi Strega.
A proposito dello stesso tema: con altra classe e altra profondità, soltanto un anno prima, era apparsa l’opera prima di narrativa del sublime Claudio Magris, “Illazioni su una sciabola”. (Garzanti, 1984).
Lankelot, G.F., giugno del 2003. Prime pubb: ciao.it, lankelot.com
“Con sorpresa, con stupore incredulo, si accorse che le cose tremende di cui aveva acquistato certezza continuavano in qualche modo a non esistere, a restare per lei nella zona dell’irrealtà, come si trattasse di favole popolari di orchi e di streghe. S’immerse di nuovo nel flusso della propria esistenza, senza chiedersi il perché degli eventi. Domandava alla vita soltanto di poter continuare a fare le cose di sempre, e nient’altro”.
(Carlo Sgorlon, "L’armata dei fiumi perduti”, capitolo X, “Alda la bella”).
Commenti
"Uno dei più detestabili orrori della guerra si può riconoscere nella rimozione dalla memoria collettiva di certe vicende e di certi drammi. La letteratura viene incontro alla storia, prestandosi a documentare e raccontare quel che altrove è stato condannato al silenzio"
Passo fondamentale.
Ho letto il sublime magris sull'argomento, prima o poi provo anche Sgorlon, che tanto esaurientemente ci hai presentato!
io ho letto un grandissimo romanzo di Sgorlon. Paragonabile a Camus e Marquez. Ora mi dirai quale e presentalo. Sono vecchio e non mi ricordo, distruggetemi :-). Ma torno e vi dò le dritte. Non scherzo.
"Non è un autore appassionante, non sempre almeno. È un autore intelligente.
Tra un secolo, avrà assunto un forte valore storico/documentaristico: sarà colonna portante degli studi sulla storia e sulla letteratura del Friuli, con buona pace di quanti continuano a confondere il Friuli e la Giulia."
Grazie per l'ultima precisazione, ma spero di non vedere confermata la tua profezia, carissimo :)
I limiti di Sgorlon li hai enumerati bene (e questo è uno dei suoi migliori romanzi, attenzione... dal Processo di Tolosa lo trovo francamente illeggibile) ma sulla storia della mia terra altre saranno, mi auguro le colonne portanti.
***
Sui Cosacchi, permettete, visto che li ho avuti in casa mia ...
"All'inizio di maggio del 1945 scendeva la sera sulla giornata dei Cosacchi in Friuli. E con la sera i primi brividi, che spandono umido e buio, soprattutto in quella stagione dolce e malinconica, facevano tremare il cuore. Una specie di vento di bufera soffiava alto, sulla cima dei monti; calava, per un attimo, lungo i sentieri incerti dei boschi; si alzava di nuovo e di nuovo svelto, toccando appena le punte dei rami, scendeva lungo i canali fino ai paesi, entrava dalle fessure delle porte a gelare, con un tremito sotto la veste, la povera carne umana.
Di colpo è piombata su di loro, sui Cosacchi, la notte senza luna, nera come la morte: li ha avvolti in un sudario di seta e li ha trascinati sotto la propria ombra."
Traduzione personale da "I Cosacchi in Friuli", diario di don Pietro Londero di Gemona, disponibile per ora solo in lingua friulana.. magari prima o poi tradurrò tutto il libro anche perché la mia famiglia ebbe parte in questa storia che si tramanda di padre in figlio sebbene fuori dai nostri confini quasi nessuno la ricordi più... Non ho letto il libro di Magris, ma i Cosacchi non furono nella maggior parte dei casi solo ladri e assassini e gli episodi di violenza sono da mettere in relazione con l'attività partigiana che spesso da queste parti rasentava l'incoscienza gratuita. Perloppiù questa gente voleva solo un posto dove stare, e che fossero stati ingannati l'avevano capito da soli e abbastanza alla svelta. Sgorlon forse ha il merito di restituire ai Cosacchi ciò che altri forse hanno tentato di togliere loro: un'identità.
Grazie, Ilde. I tuoi contributi sulla questione saranno fondamentali - ma questa è una previsione facile. Aspettiamo, quando puoi e quando ne avrai voglia. Merci!
molto interessante questa testimonianza Ilde, grazie. E poi il fatto che la storia si tramandi....non deve andare perduta.
Io ti consiglio di dare un'occhiata anche a Magris comunque.
"Trattenuto e freddo, Sgorlon è comunque un narratore originale e non ascrivibile ad alcun movimento letterario contemporaneo. Un outsider, e un isolato. Un diverso, in altre parole: cerebrale fino al parossismo, erudito senza cadere nei bizantinismi o nei barocchismi, singolare nella sua ossessione per la storia recente della sua terra".
Sono più che d'accordo, Gianfranco.
Sgorlon è uno scrittore che, malgrado una certa indifferenza della critica alla moda, è annoverato, grazie al giudizio dei suoi tantissimi lettori (e non esiste parere più autorevole), tra i grandi del novecento. Lo Scrittore nasce e cresce nel contesto di un mondo apparentemente semplice, quello della campagna friulana, pregno di suggestioni, paesaggi, leggende, che si sono impresse profondamente nel tessuto in evoluzione di ragazzo, condizionandone successivamente, in modo sostanziale, i contenuti della sua scrittura. Mi è piaciuto molto "Le stagioni di Giacomo".
"Algido, ponderato, densissimo.
Non è un autore esclusivo, ma non è un autore divertente.
Non è un autore appassionante, non sempre almeno. È un autore intelligente", scrivi e ti applaudo.
Raffaella
:). Sarebbe bello se ce ne parlasse approfonditamente direttamente la friulana doc di Lankelot, Ilde ci spiegherà tanti aspetti che possono esserci sfuggiti, negli anni. Aspettiamo...
Solo qualche parola.
In realtà Raffaella dice cose giuste. Ma non sarà un caso se proprio nella sua terra resti abbastanza indifferente a molti. Il problema è analogo a quello di Camilleri, che da lontano racconta una Sicilia della memoria. Anche Sgorlon in un certo qual modo racconta, un Friuli (ormai) inesistente. Il mondo di Sgorlon non è semplice "apparentemente": lo è davvero, perché questa è terra di passaggi, rapine e oblio; di poca o nulla poesia; di lavoro che seppellisce gli affetti e di un individualismo più forte di ogni sentimento altro. E' difficile riuscire affascinanti, anche da un punto di vista narrativo, quando il materiale a disposizione ha il colore grigio della pioggia.
Vorrei quasi dire: coraggioso Sgorlon, che con una tazza di brodo sei riuscito comunque a imbandire la cena...
E poi. 6 maggio 1976: dal giorno dopo il Friuli come lo intendevano i vecchi, quello delle leggende, delle cose semplici, quello povero e quasi poetico di Turoldo e Pasolini, quello rurale e campestre di Nievo e della Percoto non c'era più, inghiottito con le case nelle pieghe della terra.
Al suo posto, e sono trent'anni ormai, è nata una terra nuova, che raramente coincide con la precedente, da ogni punto di vista. Possibile che solo Sgorlon non se ne sia accorto (e ovviamente la critica non va ai romanzi ambientati nel passato, ma al Friuli raccontato al presente)?
Grazie comunque a Gianfranco e a voi tutti :)
"Possibile che solo Sgorlon non se ne sia accorto (e ovviamente la critica non va ai romanzi ambientati nel passato, ma al Friuli raccontato al presente)?" > ribadisco che mi aspetti grandi cose dal fronte Menis:)
"Tendenzialmente, si avverte la sensazione di un autocontrollo che comporta la castrazione degli slanci lirici e la censura di qualsiasi descrittivismo. La peculiarità è legata alla figura femminile centrale in ogni romanzo: se non è archetipica, è almeno fortemente simbolica." >> questa è una versione del Franchi universitario o mi sbaglio?
***
"Non è un autore appassionante, non sempre almeno. È un autore intelligente.
Tra un secolo, avrà assunto un forte valore storico/documentaristico: sarà colonna portante degli studi sulla storia e sulla letteratura del Friuli, con buona pace di quanti continuano a confondere il Friuli e la Giulia" > e qui invece in nuce tornano forti argomenti cari e poi sviluppati :)
aggiorno l'articolo.
aggiorno l'articolo.