“Doveva far emergere dalle paludi viscose del passato le cose non dette, le angosce rimaste sconosciute, o appena accennate in canzoni che nessuno conosceva fuori dei confini, cantate sottovoce in una lingua incomprensibile a tutti, come fosse un dialetto celtico od ostrogoto”.
(Carlo Sgorlon, “Gli dèi torneranno”, parte terza, “Il Cireneo”, capitolo I, “Venerdì Santo”).
Simone aveva lasciato la sua terra per emigrare in Sudamerica. Era un cantastorie, e come cantastorie aveva vissuto anche altrove. D’un tratto, presentendo che la sua esistenza era giunta a un momento decisivo, s’era convinto a tornare a Jalmis, nel Friuli. Il cantastorie tornava a casa, quasi fosse guidato da una volontà estranea, nel rispetto di un disegno che non conosceva.
Non sapeva che il ritorno a casa avrebbe significato un incontro in una notte di fiaba. Margherita. Margherita viveva in un castello-rifugio, dalle sue parti.
Come Silvano e Isabella nel romanzo precedente, “Regina di Saba”, Simone e Margherita si incontrano, si riconoscono e scoprono d’appartenersi.
Istantaneamente. C’è qualcosa di irresistibile negli amori descritti da Sgorlon: un senso di inevitabilità, di predestinazione, che non conosce ostacoli né opposizioni d’alcun tipo.
Simone e Margherita si conoscevano negli anni dell’infanzia, quando Simone, il diverso, iniziava a vagabondare, e in paese lo chiamavano “bastardo”, senza che ciò gli dispiacesse: anzi, se ne sentiva divertito. Si conoscevano negli anni d’infanzia, quando Margherita era segregata in casa, per ragioni che nessuno poteva giurare di conoscere con certezza. Erano, l’uno per l’altra, nomi, idee. Suggestioni.
Primitive fantasie, forse, chissà.
Si ritrovano quando Simone è tornato indietro, straniero in patria, in un certo senso, per via della straordinarietà della sua esperienza esistenziale. Si sposano. L’unione con Margherita dà nuovo colore alla vita di Simone: la ricerca assume nuovi significati. D’improvviso, è come se sentisse pulsare in sé la vita della sua terra, e milioni di voce gli chiedessero d’essere parte del suo canto. Le radici di una terra sono le radici di un popolo.
Simone ritrova il suo popolo. Si svela la storia polverosa e perduta del Friuli, prendono a echeggiare reminiscenze dell’antica civiltà celta, e i nomi delle divinità perdute pretendono un tributo: un canto che scuota il popolo e una voce che permetta a un popolo di identificarsi. Di riconoscersi, ritrovarsi.
Allora, forse, Margherita è il Friuli, e Simone il cantastorie che il Friuli domandava. Dai tempi del Patriarcato distrutto dai Veneziani nel 1420.
È la memoria collettiva di un popolo.
È il popolo che avanza, nuovamente invitto, domandando giustizia e gridando la propria storia perché sia riconosciuta la propria dignità.
Perché i nomi tornino ad avere significato.
È Orfeo tornato da Euridice. Orfeo non si volta indietro, adesso.
E allora milioni di anime, dal passato, gridano e si lamentano, invocano rispetto e chiedono che venga annunciato il ritorno. Il ritorno della coscienza, il trionfo dell’orgoglio, l’affermazione rabbiosa della propria unicità e della propria diversità. Simone è la voce di milioni di anime e la storia di un intero popolo.
“Gli dei torneranno”, narrazione ideale ed epica della cultura friulana, felice connubio di cultura agreste e devozione ad antiche e mai obliate segrete magie (quanto grande l’assonanza della vitalità di questi spiriti e di questi incanti con “Il segreto del bosco vecchio” di Buzzati: Sgorlon non riesce a dar voce agli alberi, però, perché l’intento è più alto, l’intento è dar voce all’intero microcosmo, dal principio di tutto), è il canto di dolore di un popolo costretto all’emigrazione per secoli, per evitare d’essere sfruttato; è la disperazione d’un popolo che ha sofferto e subito dominazioni, e tuttavia ha mantenuto una sua coerenza e non ha dimenticato la sua storia.
È la poesia e la fiaba di un cantastorie che sembra incarnare il Verbo della sua terra e del suo popolo; una storia d’amore tra un uomo e una donna, e tra un uomo e il suo popolo.
Pregevole, nonostante una certa densità nello stile della narrazione, che a tratti rallenta la lettura e frammenta la percezione del testo. Anticipa certe istanze (siamo nei tardi anni Settanta) di movimenti politici e di certe ideologie contemporanee: ha il merito di cristallizzare, per rapide sequenze, momenti di storia del Friuli e di affrescare, con ponderate ed equilibrate pennellate, albe e tramonti d’una terra, e d’una cultura.
La storia è un cerchio che solo un grande narratore sa spezzare, per regalare nuove chiavi di lettura del mondo e nuovo orientamento ai lettori. Sgorlon annuncia che gli dèi del Friuli torneranno: stavolta sarà necessaria una resistenza coraggiosa sino all’esasperazione, e miglior difesa dall’aggressione e dalla prevaricazione delle altre culture consisterà nell’accettarle e nell’imparare ad amarle, senza più, senza mai, rinunciare alla propria.
E ciò che fondamentalmente rimane irrisolto è la tensione di un narratore che ha il dono del fuoco sacro della scrittura, e conosce equilibrio e misura: tuttavia, trattenuto e algido come sembra nella forma, rischia di non incidere come dovrebbe nella memoria e nello spirito dei lettori.
“Trovava che in ogni cosa nel Friuli v’era l’impronta celtica: nel linguaggio, nell’indole scontrosa, silenziosa e malinconica della gente, nella sua rozzezza, nella tendenza all’intimità familiare e alla costruzione. Bastava che gli storici accennassero appena alla possibilità di una traccia celtica, in qualunque campo, che per lui subito essa diventava certezza”.
(Carlo Sgorlon, “Gli dèi torneranno”, parte seconda, “Le storie”, capitolo II, “Geremia”).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Carlo Sgorlon (Cassacco, Udine, 1930 - Udine, 2009), narratore e saggista italiano.
Si è laureato alla Scuola Normale di Pisa con una tesi su Kafka e si è specializzato a Monaco di Baviera. È stato insegnante.
Il suo primo romanzo, “Il vento nel vigneto”, è stato pubblicato nel 1960.
Carlo Sgorlon, “Gli dèi torneranno”, Mondadori, Milano, 1977.
Il libro è strutturato in tre parti, “Il ritorno”, composta di otto capitoli, “Le storie”, di nove capitoli, e “Il Cireneo”, di quattro.
Ciascun capitolo è numerato progressivamente e provvisto di titolo.
Lankelot, G.F., giugno del 2003. Prime pubb: ciao.it, lankelot.com
Commenti
"?Gli dei torneranno?, narrazione ideale ed epica della cultura friulana, felice connubio di cultura agreste e devozione ad antiche e mai obliate segrete magie (quanto grande l?assonanza della vitalità di questi spiriti e di questi incanti con ?Il segreto del bosco vecchio? di Buzzati: Sgorlon non riesce a dar voce agli alberi, però, perché l?intento è più alto, l?intento è dar voce all?intero microcosmo, dal principio di tutto), è il canto di dolore di un popolo costretto all?emigrazione per secoli, per evitare d?essere sfruttato; è la disperazione d?un popolo che ha sofferto e subito dominazioni, e tuttavia ha mantenuto una sua coerenza e non ha dimenticato la sua storia.
È la poesia e la fiaba di un cantastorie che sembra incarnare il Verbo della sua terra e del suo popolo; una storia d?amore tra un uomo e una donna, e tra un uomo e il suo popolo".
> Ilde, e di questo testo cosa ci dici?
Non l'ho letto, ma posso confermare quanto scritto per L'armata dei fiumi perduti: parlare di una "coralità" quando si abbia a che fare con questa terra, è quasi impresa persa in partenza. Un secolo fa ci ha provato anche Caterina Percoto - grande amica del Verga, ma la Sicilia è davvero un'altra cosa - con lo stesso risultato stonato.
Una volta i Friulani conoscevano la propria storia, la propria lingua, la propria identità. E difendevano fino all'impossibile quelle poche cose che li accomunavano nel loro individualismo parossistico.
Ma a chi interessa più oggi che ci sia stata una Patria del Friuli divorata dal Leone di San Marco? Cosa si sa delle terribili invasioni turche del Cinquecento? Della tirannia veneziana che ha spogliato queste terre? Delle battaglie recenti per una dignità nuova alla lingua, alla cultura e all'identità locale?
Cosa si tramandano le famiglie ormai, dato che i vecchi stessi hanno dimenticato, inglobati come tutti in sistemi dove conta soprattutto far soldi, avere una casa, uscire nel fine settimana?
Qualche volta tutto l'impegno di chi mi ha preceduta ha il sapore di un soffio di vento nel deserto...
Grazie, Franco.
Attualmente irreperibile:
8804236396
***
"Una volta i Friulani conoscevano la propria storia, la propria lingua, la propria identità. E difendevano fino all?impossibile quelle poche cose che li accomunavano nel loro individualismo parossistico.
Ma a chi interessa più oggi che ci sia stata una Patria del Friuli divorata dal Leone di San Marco? Cosa si sa delle terribili invasioni turche del Cinquecento? Della tirannia veneziana che ha spogliato queste terre? Delle battaglie recenti per una dignità nuova alla lingua, alla cultura e all?identità locale?"
> Ilde, devi aiutarci a capire. Scrivine appena puoi.
Repubblica annuncia la morte
Repubblica annuncia la morte di Sgorlon: IL FRIULI piange la scomparsa di Carlo Sgorlon, il cui nome è strettamente legato alla terra e al mondo friulano, di cui ha raccontato storie e saghe. E' stata la famiglia a dare la notizia precisando che lo scrittore, da tempo ricoverato in ospedale, è morto la sera di Natale. I funerali si svolgeranno martedì 29 dicembre, alle 12, nella chiesa di San Quirino, a Udine.
Sgorlon nacque il 26 luglio 1930 a Cassacco, paese di neanche tremila abitanti a tredici chilometri da Udine, "capitale del Friuli", come è scritto nella biografia pubblicata sul sito ufficiale
Nello stesso sito, già dal titolo, Sgorlon si definiva "scrittore e narratore friulano". Fino alle scuole medie visse in campagna, assimilando le "conoscenze fondamentali del mondo" dai contadini e limitandosi ad andare in città solo per sostenere gli esami di idoneità. A diciotto anni vinse il concorso per entrare nella Scuola Normale Superiore di Pisa dove studiò lettere, avendo già ben chiaro l'intento di fare il narratore. Poi cominciò a insegnare nelle scuole superiori e si sposò con Edda Agarinis, maestra elementare.
In quegli stessi anni iniziò a scrivere, bocciando ogni tentativo almeno fino a Il vento nel vigneto , del 1960, rifatto dieci anni dopo in friulano (Prime di sere), che ebbe ben 17 edizioni. Dopo alcune storie legate a "tematiche contemporanee" tra angoscia e nevrosi, arrivò La Luna color ametista (1970), romanzo che rivelò la tendenza di Sgorlon a muoversi verso i temi corali e collettivi che caratterizzeranno la sua scrittura successiva.
Prima la scelta di dedicarsi a "storie di famiglie, di paesi, di piccoli popoli, spesso sfortunati e tartassati dalla storia, a cominciare dal suo, quello friulano". Poi la riscoperta del mito, "favola eternamente valida che si ripropone con significati sempre nuovi". Rielaborando e attingendo da queste nuove ispirazioni Sgorlon scrisse Il trono di legno (1973), favola contadina e avventurosa con tonalità epiche e leggendarie. Con questo romanzo, che ebbe 26 edizioni e stravinse il Premio Campiello, conquistò una consistente notorietà nazionale.
"Il suo modello era un vecchio patriarca, Pietro: un friulano che era stato emigrante in tutto il mondo e tutta la vita aveva trasformato in mito e favola", si legge ancora sul sito nelle pagine dedicate alla sua opera. L'epica, l'amore eterno e profondo, le saghe di famiglie, di lavoratori e contadini, diventano i protagonisti dei suoi libri. "In Friuli non molti se ne sono accorti, ma Sgorlon è il primo scrittore totalmente friulano che abbia tentato di costruire un vasto ciclo epico attraverso i momenti eminenti, spesso tragici, della storia del suo popolo", è scritto con una punta di rammarico. L'autore ha raccontato nel tempo e nei romanzi le invasioni, le sventure, la tragedia del Vajont del 1963 e il terremoto del 1976, le guerre e le emigrazioni, i rapporti con i popoli vicini e le minoranze che vivono in Friuli, terra di frontiera. Ma anche la visione magica e religiosa di questa regione, aspetto che lo ha avvicinato al "realismo magico" di Garcia Marquez, da lui tanto amato e difeso.
Con i suoi romanzi, racconti e fiabe ha vinto prestigiosi premi letterari, tra cui il Supercampiello (due volte, unico tra gli scrittori italiani contemporanei), lo Strega, il Nonino. E' stato tradotto in decine di lingue tra cui il cinese. Tra le sue opere ricordiamo La regina di Saba (1975), Gli dei torneranno (1977), La carrozza di rame (1979) in cui si parla del devastante terremoto del 1976, La conchiglia di Anataj (1983), L'armata dei fiumi perduti (1985), L'ultima valle (1987) sulla costruzione della diga del Vajont e sulla distruzione dei paesi di Erto, Casso e Longarone. Il suo ultimo libro, La penna d'oro (Morganti, 2008), è un'ironica e disincantata autobiografia. Sgorlon si presta a raccontarsi parlando della sua vita, della poetica e dei suoi rapporti con il mondo letterario, spesso difficili, confessando l'amarezza per il suo isolamento dagli altri scrittori. Ribadisce la radicata convinzione che l'uomo possa "percorrere il proprio cammino muovendosi su due piani di esistenza paralleli: quello della realtà e quello del fantastico". La penna d'oro, dono prezioso ricevuto nell'infanzia, è il simbolo della sua esistenza, oggetto mitico che ha influenzato il suo destino di uomo e scrittore.
fonte:
fonte: www.repubblica.it/2009/12/sezioni/spettacoli_e_cultura/carlo-sgorlon/car...