"Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale che si sente oltraggiata dall'abuso che ne fanno gli attuali contraffattori": era l'aprile del 1995 e così scriveva Indro Montanelli nell'ultimo editoriale del quotidiano "La Voce".
Poche righe che ben sintetizzano l'anomala avventura editoriale del quotidiano: De Bortoli, l'autore della prefazione, ci ricorda come quei pochi mesi che videro "La Voce" nelle edicole, furono l'ulteriore dimostrazione della difficoltà, se non dell'impossibilità di fare in Italia un giornale senza un padrino o un patrono.
Montanelli aveva lasciato da poco la direzione del Giornale e con lui alcuni dei suoi più stretti collaboratori come Bacialli e Federico Orlando; anche Mario Cervi lo seguì, più per amicizia personale che per altro, visto il suo convinto sostegno alla causa berlusconiana (di lì a poco fece dietro front con la prospettiva di dirigere il quotidiano di Paolo alias Silvio B.).
Non è questa la sede per ripercorrere le fasi di un divorzio che ancora fa discutere, quello tra il decano dei giornalisti e il Berlusconi editore e neo politico-salvatore della Patria: prendiamo atto che l'Indro nazionale da subito non gradì la "discesa in campo" del Cavaliere; come giornalista che non voleva diventare portavoce di un capo partito, ma soprattutto come italiano, di un'Italia che non era certo quella degli anni '90. E forse di un'Italia che non era mai esistita.
"Il Montanelli de "La Voce" fu trattato come un pericoloso oppositore, quasi come un neocomunista. In realtà non smise mai, nemmeno un attimo di essere un conservatore. Libero però": anche qui De Bortoli coglie perfettamente il paradosso che aveva caratterizzato gli ultimi anni di vita del giornalista.
Nel vuoto di potere lasciato a seguito di tangentopoli e prontamente riempito dal Cavaliere, anche chi non si allineava con le truppe sinistrorse ma rifiutava di accodarsi al disegno berlusconiano (e soprattutto all'uso spregiudicato dei media che veniva fatto) rischiava di venire tacciato di comunismo o di essere considerato un utile idiota succube dei neo-bolscevichi del compagno Occhetto e della sua leggendaria "gioiosa macchina da guerra".
Così capitò anche a Montanelli, reo di non partecipare al fronte comune contro il rinnovato pericolo rosso; in una sorta di ritorno al futuro, della serie il 1994 come il 1948.
La verità è che il giornalista toscano, vuoi per l'assenza di un incombente pericolo sovietico, vuoi per una forma di galateo politico molto british (per i suoi detrattori a causa del suo rancore verso l'ex editore) così si esprimeva: " Non c'è bisogno quindi per rifiutare la sinistra di mobilitare i fantasmi del passato. Basta il presente. Allora la destra? Io di destre non ne vedo. Vedo soltanto un papocchio e tre duci (tra i quali non si sa chi scalerà per primo il balcone: certamente il peggiore)… per le due uninominali, cioè per la scelta delle persone punterò sulle più innocue. Come riconoscerle? Semplicissimo: quelle che parlano a voce più bassa e promettono di meno. E poi mi pentirò".
Giudizi che sono da meglio considerare alla luce di successive ed inevitabili polemiche tra il conservatore Montanelli ed esponenti di una sinistra politica e culturale egemonizzata da esponenti dell'ex partito comunista.
Al tempo della Voce, sia per la linea corsara del giornale, che esplicitamente non disdegnava di rivolgersi anche a coloro che simpatizzavano per una sinistra riformista e non massimalista, sia perché in quel momento il principale pericolo era considerato quella sorta di democrazia mediatica (peronista per i più maligni) che tanto affascinava gli italiani, Montanelli forse non appariva più lo stesso di quando dirigeva il Giornale, in trincea, solitario in un'Italia di personaggi ideologicamente molto disinvolti, l'unico giornalista di fama che azzardava tenere fermo il verbo liberalconservatore.
Un "verbo" diversamente interpretato dai suoi stessi collaboratori visto che la redazione, al momento della rottura con l'editore, in maggioranza lo abbandonò e fu ben lieta di rimanere al servizio di Paolo-Sivio B.
Pensiamo, fra i tanti, a Guido Paglia, Arturo Diaconale, Livio Caputo (poi parlamentare di F.I).
Agli antipodi il percorso di un Federico Orlando, che pure ricordo al tempo del Giornale uno degli anticomunisti più radicali, a volte fuori misura, che, alla "discesa in campo" del Cavaliere, si definì da sempre "liberale di sinistra" (prima di allora il sospetto che lo fosse non mi aveva mai sfiorato), poi acceso ulivista prodiano (da quanto ho potuto cogliere questo suo impegno politico diretto nelle liste del centro sinistra - candidatura "tecnica" con i Verdi - non pare sia stato troppo apprezzato dall'ormai ex direttore della "Voce").
Di tutte queste vicissitudini e contorcimenti umani e politici in "Senza Voce", quale selezione degli articoli più significativi firmati Montanelli ed apparsi tra il 22 marzo 1994 e il 12 aprile 1995, troviamo poche tracce; il vecchio Cilindro, al di là dei contenuti, apprezzabili o meno a seconda del proprio credo ideologico, qui lo leggiamo, piuttosto, impegnato a fustigare i costumi esotici degli italiani e dei loro rappresentanti politici.
A fronte dei nuovi "statisti", il nostro torna, con le sue inimitabili zampate, a marcare l'abisso che li distingue da un De Gasperi, straniero in patria e soprattutto nel suo partito, ammorbato dai "professorini" come Fanfani, Dossetti, La Pira (" Mai De Gasperi fu tanto incensato dagli "amici" come lo fu nel momento in cui gli strappavano di mano la segreteria del partito… A lui importava solo lo Stato. Mentre a loro - n.d.r. "i professorini" - cresciuti e covati sotto la gonnella del parroco, dello Stato non solo ne ignoravano la cultura me ne covavano l'odio. Per loro c'era solo il partito"); ma lo stesso Togliatti ("era più un golpista che un rivoluzionario. Disprezzava la piazza, non ne possedeva neppure il linguaggio").
Inevitabili quelle affermazioni apparentemente provocatorie che potrebbero irritare i lettori politicamente più ortodossi: è noto come certa vulgata politically correct abbia fatto di Montanelli la quint'essenza del reazionario cripto fascista, e neanche troppo cripto.
Una considerazione di pericoloso destrorso che nel periodo della "Voce" fu in parte accantonata per rivalutarlo come geniale esponente di quella "destra perbene e democratica" che in Italia proprio non si sapeva dove fosse (e perciò del tutto innocua).
Atteggiamento chiaramente strumentale, incentivato da qualche ingenuità di cui lo stesso Montanelli fu consapevole: ricordiamo quando fu invitato al festival dell'Unità, il giornalista accettò pensando di andare incontro a scontate, e per lui goduriose, contestazioni ed invece fu applaudito come un "compagno", malgrado avesse detto chiaramente cosa pensava dei comunisti e dei loro eredi.
Un qualcosa di paradossale se pensiamo che poco tempo prima, in quel di Cortina - se rammento bene - fu imbastito una sorta di processo al giornalista.
Quella che doveva essere una goliardata ed una celebrazione, divenne, con il contributo dei "pubblici ministeri" e padroni di casa Miriam Mafai e Corrado Augias, se non un vero e proprio linciaggio, sicuramente una astiosa requisitoria nei confronti del Montanelli anticomunista viscerale, estraneo ai salotti radical-chic: imputazione e seguente "condanna" per essere stato un uomo prono al potere dei governi.
Laconico il commento del "condannato": "non sono proprio cambiati.…".
Pochi mesi dopo la "discesa in campo" di Berlusconi; e sappiamo com'è andata a finire.
Sulla scorta della storia personale e della carriera dal giornalista, una "sentenza" forse non particolarmente lungimirante.
Altra musica quando, uccisa La Voce, il vecchio Indro tornò al Corriere, grazie ai buoni uffici di Paolo Mieli, e dove, dalle colonne della sua "Stanza", la retorica resistenziale, la politica estera ambigua ed accomodante del quarantennio democristiano, i vizi italici, la borghesia pavida e geneticamente predisposta al manganello, la destra che non legittimava una sinistra democratica, la sinistra che non legittimava una destra democratica, gli abomini di una storiografia ideologizzata e bugiarda, continuarono ad essere oggetto dei suoi strali.
Certi entusiasmi da sinistra si erano già raffreddati, nonostante la perenne polemica con Berlusconi ed i suoi adepti clonati che Indro Montanelli non aveva mai smesso di considerare l'antitesi vivente e ridens di quella "destra storica" e risorgimentale di cui si sentiva orfano.
Negli articoli di "Senza Voce" si coglie bene quanto, per un pessimista cronico come lui, il più degno rappresentante degli "apoti", nel più puro stile prezzoliniano, questa "destra" fosse in realtà un qualcosa di utopico, impossibile che si potesse affermare in un paese come l'Italia, dove il rigore, il rispetto per l'avversario, la sobrietà, il senso dello Stato non sono di casa.
Alcuni dei titoli (di per sé molto eloquenti): "Di scena i mostri", "Al tempo del Chianti e del Barolo" ("Quando Bettino Ricasoli fu chiamato a succedere a Cavour come presidente del Consiglio, odinò al suo giornale "La Nazione" di bandire la parola "Chianti", del cui vino era un produttore. E per restare fra botti e bottiglie, ricordiamoci che Einaudi fece qualcosa di analogo col suo Barolo bandendo quello delle sue cantine dei pranzi ufficiali del Quirinale"), "Il giudice e la piazza", "Speravo in Baggio contro Di Pietro", "Con le Pivetti nel sacco", "Cinquant'anni dopo" ("La Liberazione è un evento che dovrebbe essere scolpito a caratteri d'oro nella memoria degli italiani. E come tale credo che tutti sarebbero disposti a riviverlo. Ma a un patto: che non fornisca pretesto ad una delle solite orge resitenzialiste che ci affliggono da mezzo secolo….ci esporremo ancora una volta al disprezzo e al sarcasmo dei veri liberatori; ma provocheremmo nella gente comune e specialmente nei giovani una crisi di rigetto che andrà a tutto vantaggio delle forze politiche escluse, per la loro origini o mancanza di origine, dalla retorica e dai rituali resistenzialisti"), "Uno straniero in Italia", "Caro Tonino lascia stare la "gente" ("Di Pietro dice di sentirci con la "gente" che rappresenta la vera maggioranza….Temo che legga poco e con poca attenzione i giornali…Polemizzare col campione di Mani pulite è la cosa che meno ci gratifica….purtroppo perché siamo sicuri che il Di Pietro politico ci farà rimpiangere il Di Pietro magistrato").
Questi i capitoli, anch'essi eloquenti, che, a grandi linee, raccolgono gli articoli per argomenti e non secondo una stretta cronologia: "Uomini e no", "Un uomo solo al comando", "Delitto e castigo", "Corsa al balcone", "Con le attenne dritte", "Seconda repubblica. Quarto potere", "Cronache di Babilonia", "I perdenti e i deficienti", "Interviste immaginarie".
Un uomo sicuramente pieno di contraddizioni, un mangiapreti anticlericale ma alieno da settarismi e sincero ammiratore di uomini di fede, polemico quanto mai ma capace di atti di grande generosità nei confronti degli avversari, e soprattutto bastian contrario di professione.
Tutto questo nel volume della Rizzoli e soprattutto nelle "interviste impossibili":
qui viene fuori quello stile limpido, diretto, che, al di là delle sue prese di posizione, irritanti per molti suoi antagonisti di sinistra (ed ora anche di destra), ne ha fatto "il più grande giornalista italiano del dopoguerra".
Giudizio che, tanto più dopo la lettura di questa raccolta postuma, è difficile contestare.
"L'utopia di un giornale libero e insieme forte, l'ambizione di un giornale fenomeno. Un anno vissuto spregiudicatamente e perciò capace di suscitare forti passioni.
Amori intensi, odi feroci che ancora durano. E amici coraggiosi e nemici spietati"
(dalla postfazione di Vittorio Corona)
Indro Montanelli - "Senza Voce" - B.U.R. "Saggi" - Rizzoli - euro 9,80.
Già pubblicato su ciao.it il 20 gennaio 2006
Commenti
Come si dice: non c'è due senza tre. E con questo abbiamo fatto il "Montanelli - day".
"Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale che si sente oltraggiata dall?abuso che ne fanno gli attuali contraffattori": era l?aprile del 1995 e così scriveva Indro Montanelli nell?ultimo editoriale del quotidiano "La Voce".
Poche righe che ben sintetizzano l?anomala avventura editoriale del quotidiano: De Bortoli, l?autore della prefazione, ci ricorda come quei pochi mesi che videro "La Voce" nelle edicole, furono l?ulteriore dimostrazione della difficoltà, se non dell?impossibilità di fare in Italia un giornale senza un padrino o un patrono".
> Campiono questo ampio passo del tuo pezzo perché è assolutamente centrale. Qui, in poche righe, si condensano una serie di concetti-chiave.
Alfa: in Italia, senza padrino - politico - o patrono - imprenditore - non solo non si fa un quotidiano; in generale, non si fa comunicazione per le masse.
Beta: La Destra - non solo quella liberale - da oltre 10 anni si sente derubata dai contraffattori. Dai socialisti e dai comunisti appecoronati a Forza Italia, dalla contraddittoria linea politica di An, dalle strane alleanze con partiti come la Lega o FI o il CCD o come si chiama adesso, dalle assurde convergenze con il Vaticano. In altre parole: l'assassino della Destra è Berlusconi, ripetiamolo come mantra perché è assurdo e orrendo quel che ha fatto e della Destra, e della Destra liberale. Una menzogna TOTALE.
Splendido, Lupo.
Mi associo agli elogi di Franco, il pezzo me lo ero già "gustato", mio padre era un ammiratore di Montanelli e per anni ne ho letto i fondi sul Giornale. Poi c'è stata la Voce e riconosco nella tua analisi puntuale varie riflessioni che si facevano all'epoca in casa... a proposito! Ma lo sai che uno dei miei trisnonni sfollati dopo Caporetto era andato a fare il cantiniere dai Ricasoli? eh eh...
ed io a breve mi proporrò come sommelier (tra poco inizio un corso ad hoc). Direi che si chiude un cerchio;)
Te lo chiudo io: anche a proposito dei sommelier scrivo, da oltre un anno:). Ocio che ti faccio un pezzo ad hoc;)
ah .... allora sarò curioso di sapere del retroscena... A proposito ho tra le mani il "Disorder". Me lo leggerò con estrema attenzione. Sorseggiando un morellino di Scansano. Aloha.
Beh, io sono birrafondaio e rilancio con Malheur 12. Tripla fermentazione. O qualcosa ancora, sempre a livello di metodo champenoise... Bene per l'accostamento alcolico al disorder, sarà necessario per una perfetta adesione al testo. I retroscena sono una valanga, negli ultimi 13 mesi ho scritto diverse cose molto lontane da quel che si scriveva altrove e si scrive qui. Ti racconterò;).
?Quella che doveva essere una goliardata ed una celebrazione, divenne, con il contributo dei "pubblici ministeri" e padroni di casa Miriam Mafai e Corrado Augias, se non un vero e proprio linciaggio, sicuramente una astiosa requisitoria nei confronti del Montanelli anticomunista viscerale, estraneo ai salotti radical-chic: imputazione e seguente "condanna" per essere stato un uomo prono al potere dei governi.
Laconico il commento del "condannato: "non sono proprio cambiati.?".
Leggo con attenzione queste tue righe, Luca: mi ricordo perfettamente l?accaduto come fosse successo stamani. Chi l?ha conosciuto mi ha detto che la più grande dote di Montanelli è stata la tolleranza per gli errori (compresi i suoi).
Vivo spesso anch'io questa condizione umana: pretendere di abolirla equivale a negare l'uomo.
Questa tua rec è davvero coinvolgente.
Grazie, Luca.
Dal mio punto di vista non si può considerare Montanelli come uomo di destra. Conservatore si, ma non di destra. La destra liberale è un concetto che non esiste, il vero uomo di destra può dirsi incline ad una visione sociale, spirituale, ma non liberale. O, perlomeno, bisogna intenderci sul termine liberale. Perchè non esiste una destra liberale, in sostanza è un errore credere che sia mai esistita: è, a mio avviso, una contraddizione in termini. L'unica vera destra italiana del dopoguerra è stato l'M.S.I, una destra sociale che non ha avuto nulla a che spartire col pensiero liberale. Come del resto è improprio dire sinistra liberale... Forse era, a suo modo, un liberal democratico, certamente un conservatore e, soprattutto, un fine polemista (anche se negli ultimi anni si era un po' rincoglionito... ma credo fosse normale visto l'età che aveva). Non ho mai apprezzato il suo turarsi il naso e votare dc.
Il Montanelli storico invece è stato uno dei pochi che è riuscito a scrivere di Mussolini in maniera assai veritiera e non faziosa. Montanelli non ha mai nascosto la sua stima per il Mussolini statista e per il Mussolini uomo, pur criticando l'evoluzione del Fascismo regime. Ciò, insieme all'anticomunismo radicale,
come giustamente nota Lupo, lo rese odioso agli occhi degli "intellettuali" sinistrorsi (maggioritari nel belpaese per "notissimi" meriti ascritti), e quindi odiato da quel "regime culturale" che ha dominato l'Italia dal dopoguerra ai nostri giorni. Così divenne "martire di destra", contribuendo a costruire l'equivoco del Montanelli uomo di destra.
Ti risponderà Patrick. Sinistra e destra liberale esistevano eccome. Preparati a un mallopppone.
Esistevano si, ma non nell'Italia del dopoguerra. Ho contestualizzato nell'argomentare, Franco.
E poi lasciamo le definizioni e andiamo alla sostanza delle cose: se mi dite che - e parlo sempre del dopoguerra - i liberali e i socialdemocratici italiani erano partiti di destra e sinistra (stesso dicasi per i repubblicani) mi viene da ridere: erano sostanzialmente partiti di centro.
Aspetta un intervento di Patrick o di Luca-Lupo, te l'ho detto. Hai appena ribadito un errore storico e politico gravissimo. Sbagliando anche nel discorso della contestualizzazione, oltretutto. Io potrei argomentare in nottata, spero loro riescano prima.
Allora ti spiego brevemente. Quando ho fatto l'esame di storia contemporanea portai un libro dal titolo: "La destra nell'Italia del dopoguerra", di tal Setta, mio professore di storia di simpatie socialiste, credo. Lo so anche io, come tutti coloro che hanno studiato anche superficialmente la storia patria del dopoguerra, che liberali, monarchici e uomo qualunque sono stati considerati partiti di destra, non c'è bisogno che venga Patrick o chicchessia a dirmelo. Io affermo che non lo erano, sono approssimazioni che non mi piacciono: si mette tutto nello stesso calderone. Proprio perchè uomo di destra, sono orgoglioso delle mie radici storiche (l'M.S.I) e culturali (i vari La Rochelle, Brasillach, Pound etc, non certo Montanelli o Prezzolini). E su questo non accetto lezioni da nessuno.
ma non è la sola destra esistente in Italia. Assolutamente no. Storicamente non è così e non ha senso mentire. Né spacciare l'M.S.I. per un partito "uniforme" a livello di radici e di principi. Non è vero. La fusione col partito monarchico avvenne nel dopoguerra - giusto per dirne una. Ma lasciamo stare.
La lezione va accettata quando si scrivono inesattezze e le si argomenta con eccessiva sicurezza. La tua verità non è assoluta. Altrimenti fai come quei compagni che dicevano che chi non era comunista era fascista. E' un po' al limite come approccio, mi pare.
Ci mancherebbe che voglia assolutizzare un pensiero. Dico solo che per me quella non è destra, e nessuno mi convincerà mai del contrario. Tutto qua. Senza astio, naturalmente, ma assai fermo sul punto. E se qualcuno non la pensa come me, amen. Tutto è opinabile, del resto. Pertanto, se è su queste basi che si dovrebbe argomentare la discussione, mi sembra assai difficile potersi venire incontro. Ma ascolterò volentieri eventuali ulteriori critiche da Patrick o chiunque voglia intervenire, convinto della mia idea (e sull'argomento, ti garantisco, sono ferratissimo), comunque.
Tu sei partito dicendo che non esistono "destra e sinistra liberale", che è un "errore credere sia mai esistita" - e questa è un'enormità. La ragione del dissenso è tutta qui. Esistevano ed esistono, e non da ieri. Se per te quelle non sono parti della destra e della sinistra è una questione legata alla tua individualità e non alla storia politica e culturale del Paese. Non è vero che tutto è opinabile, in ogni caso, non capisco da quale strano albero siano nate queste convinzioni. Esistono dei fatti che non sono eccessivamente discutibili né interpretabili. Questo a meno di parlare di problemi insiti nel linguaggio. Esulando da questioni di linguaggio e discutendo di aspetti della comunicazione, che esistano fatti e realtà e eventi non è particolarmente discutibile.
Dico che, considerando la storia d'Italia del dopoguerra, è improprio parlare sia di destra che di sinistra liberale. Mi ripeto: per me l'unica destra di questo periodo è l'M.S.I, e le uniche sinistre comunisti e socialisti che, a mio parere, non sono mai stati liberali. E qui ti dico che invece, se non proprio tutto nella vita, almeno queste questioni sono assai opinabili. Io ho i miei buoni motivi per affermare ciò che affermo, suffragati da fatti, per quel che credo. Chi non la pensa cosi esponga i suoi perchè e percome, ma se dici che queste sono questioni inopinabili sei tu che assolutizzi. Del resto, il bravo storico sa che la storia si scrive in itinere e che si presta a molteplici interpretazioni.
e va bene, coosì non ha senso discutere, m'arrendo. Mi contento di sapere che ho scritto qualcosa di vicino a quel che mi sembra giusto gli altri leggano.
Ok, tranquillo, discuterò con Patrick se vorrà.
La sinistra e la destra liberali nel dopoguerra sono esistite, come culture politiche e nel sentire di molti cittadini. Non hanno però avuto rappresentanza politica. E proprio qui sta la radice di molti problemi del Paese (secondo me).
Politicamente, la destra era rappresentata da una formazione come la Dc (quella di governo, altro discorso sarebbe da fare per la base) che non aveva le sue radici nel liberalismo, ma nel popolarismo cattolico; e dal Msi, che ovviamente tutto era fuorché liberale. Il Pli, per ruolo e per peso, si può sostanzialmente trascurare dalla fine degli anni Quaranta (diciamo dalla morte di Croce).
A sinistra, Pri e Psdi erano rotelle dell'ingranaggio governativo; qualche bella iniziativa culturale, ma bassa rappresentatività politica. Simile discorso per il Psi man mano che si andava depurando dall'anima marxista. Poi c'era il Pci.
L'elettorato liberale in senso moderno ed europeo, sia di destra che di sinistra, ha finito per riconoscersi non poche volte nelle battaglie dei Radicali.
Tralasciando il discorso della rappresentanza e guardando invece alla cultura politica, sul fatto che la sinistra e la destra liberali siano esistite nel dopoguerra, ripeto, non dovrebbero esserci dubbi. Fior fiore di riviste, intellettuali di punta per ambo le parti, tradizioni che risalgono al Risorgimento.
Dire che la destra non sia esistita al di fuori dell'Msi, Fede, significa avere una concezione molto personale e restrittiva della destra: quale tu hai in effetti (e lo dico con nessun intento valutativo).
Infine, Buccia: grazie per la fiducia che hai in me, ma non voglio né posso dare lezioni ad alcuno. Qui semplicemente, come tu sai meglio di chiunque altro, si dialoga. Ciò naturalmente non vuol dire che non esistano differenze fra fatti e opinioni. Secondo me ;)
Approfitto per dire altre due cose, a proposito di opinioni: che lo scritto di Lupus è fatto benone. E che "Il Giornale" era davvero un gran giornale.
Ma si Patrick, hai centrato il punto, come al solito:) Mai nascosto di avere sui fatti storici dell'Italia del Novecento opinioni divergenti rispetto alla storiografia ufficiale. Ci mancherebbe se me la prendo per un'osservazione del genere. Del resto, quando ne scrivo non lo faccio per ottenere consensi, ma per portare un punto di vista altrimenti minoritario. Pertanto, ben vengano questo tipo di discussioni che, se non altro, mi permettono di esprimere argomentazioni del tipo di cui sopra. La tua breve analisi storica non fa una piega dall'ottica in cui tu inquadri questi fatti, che non è la mia, evidentemente, ma che rispetto e ritengo anche sensata per certi versi. Ma dal mio punto di vista un pensiero di destra o di sinistra è in antitesi con quello liberale. Però c'è da intendersi sulla valenza dei termini. Con le conoscenze che abbiamo oggi, insinuare dubbi su queste categorie monolitiche solo in apparenza è possibile. Un tempo lo era molto meno. In realtà le categorie di destra e sinistra andrebbero superate, e allora alcuni discorsi acquisterebbero maggior significato. Come avrai capito, per concludere, l'unica destra che riconosco come tale (in Italia, nel dopoguerra)è il Mov. Soc. It., non per ottusità ideologica, ma per coscienza intima e personale; perchè monarchici, liberali e qualunquesti non sono, per la mia sensibilità, da considerasi tali. Se poi vengono considerati tali, non mi sorprendo di certo, ma ci tengo a rimarcare la mia estraneità da questo tipo di comarazioni - io le ritengo approssimazioni - storiche. Grazie dell'intervento.
Io a questo punto ho una domanda: se rifiuti la dicotomia per cui destra è diseguaglianza come bene sociale, (incitamento all'iniziativa personale, alla libera imprendioria,...) sinistra è invece l'eguaglianza come bene sociale (uguali opportunità, uguali stipendi,...) quale dicotomia ritieni abbia caratterizato la destra-sinistra in Italia e in Europa?
Da quel che scrivi rifiuti anche quella tradizione-innovazione, ma non ne vedo una proposta, magari mi sfugge o non ne hai ancora parlato.
D'accordo sull'invalidare destra-sinistra oggi, ma nella seconda parte del novecento? Quale distinzione?
Rifiuto la dicotomia posta in questo modo. O meglio, può aver senso secondo i canoni cui annennava Patrick. La destra italiana di cui parlo è stata sempre antieconomicista, antiamericana e antiprogressista. Non ha mai visto di buon occhio il libero mercato ed è sempre stata assai statalista: in economia non molto diastante da ciò che può essere oggi un partito come Rifondazione Comunista (dico oggi e non i comunisti di allora a ragion veduta). Il modello era lo Stato etico di Gentile (che non a caso formava la sua architettura filosofica su Hegel). La differenza sostanziale che, sempre secondo me, ha diviso destra e sinistra non è l'economia, ma l'etica: L'una spirtuale, l'altra materialista, sempre per capirci a grosse linee e senza entrare nel merito del cosa sia meglio o peggio, naturalmente. Ciò comporta anche una differente visione del tempo e della storia che solo in estrema approssimazione possiamo considerare secondo questa dicotomia: ciclica contro lineare. Ma anche qui il pensiero - e rimango alla destra, ma vale per diversi motivi anche a sinistra - non è cosi cristallino. La visione gentiliana ispirata da Hegel aveva la stessa radice storicista presente nel marxismo, la visione evoliana (Evola fu sempre contrapposto a Gentile in una discussione sempre interna alla destra) era affatto storicista, e riprendeva e riaggiornava le teorie guenoniane sulla tradizione primordiale (le famose quattro età, il kaly yuga: l'eta oscura in cui è immerso il mondo moderno etc...). Pertanto, la destra italiana era sociale per un verso, e tradizionale (che non vuol diore tradizionalista, badate bene)per l'altro. Ma mai liberale, erano in antitesi ad ambedue le concezioni il liberalismo e l'economicismo. Se posso scendere sul piano personale, ti dico che in me vivono ambedue le anime di questa destra, sociale e tradizionale-spirituale, con una leggera prevalenza per quest'ultima. Spero di essere stato esauriente, Michele. E grazie per la domanda.
In Europa comunque è molto diverso, il mio discorso vale solo per l'Italia. In Europa ho visto sempre e solo pseudo destre, e molto deboli per giunta (per capirci non considero destra Chirac o i Tory inglesi). Ma l'avrai capito dal discorso che ho appena fatto.
Sì. Praticamente siamo arrivati al punto. La destra di cui parli è quasi più compagna di certi compagni, se non fosse per il materialismo loro (almeno: "a parole") e per certe diverse letture. E' questo che voleva sentire Michele, credo. E questo era il principio di Mussolini-socialista.
Ma, appunto, quello è fascismo. Non destra.
Si, il fascismo nasceva su questi auspici, persi però nella sua forma di regime e negli inevitabili compremessi con gli idustriali e lo "Stato altro" (La chiesa). Il Mov.Soc.It.riprende questi assunti del primo fascismo e li rielabora ma, a differenza del partito di Mussolini, subisce maggiormente - e parliamo degli anni cinquanta - l'influenza del pensiero evoliano (personaggio che Mussolini, nonostante qualche lode contingente, riteneva assai scomodo). Dopo il 68, comunque, cambiano un po' di cose, ed anche all'interno del M.S.I non è sempre facile distinguere un orientamento preciso e delineato - perchè le idee sono sempre superate dalla real politick, ma questa è un'altra storia...
Non va trascurata neppure l'anima filoatlantica che l'Msi acquista immediatamente in nome dell'anticomunismo. Percorrerà tutta la vicenda istituzionale (sottolineo: istituzionale) del partito per emergere dirompente in AN.
Si, si, c'era, Patrick. Eccome se c'era. Come giustamente dici. Fu una contingenza, fu l'anticomunismo a generarla. I ragazzi (e non solo loro), come sai, però, erano assai distanti da queste prese di posizione. Di AN non mi va discutre più, mi viene il volto a stomaco;)
In realtà nello stesso M.S.I., ben prima dell'esperienza della Destra Nazionale, conviveva un filone "socialisteggiante" ed antisistema (per un certo periodo rappresentato dal primo Almirante) e un'area più specificatamente conservatrice-reazionaria (direi Michelini). E' argomento veramente complesso che secondo me Piero Ignazi (inviso alla destra ex missina) ha raccontato molto bene. Sono opinioni molto personali ovviamente.
M.S.I. l'unica destra italiana? In qualche modo se ci basiamo su aspetti "quantitativi" lo potremmo anche dire (però pensiamo all'operazione - fallimentare di Democrazia Nazionale tra il '76 e il '77 con De Marzio). Lo stesso Malagodi non aveva piacere di definirsi di destra. Il che la dice lunga sulla considerazione che la sola parola "destra" ha avuto dopo il ventennio. E' stato un'errore, non fosse altro che poi veramente a rappresentare la "destra" è sembrato essere (è stato) solo il movimento sociale.
Comunque sia non possiamo dimenticare che alcuni intellettuali (minoritari e poi in parte assorbiti dal nascente berlusconismo) se parlavano di destra si riferivano a Cavour. Personaggio ben diverso da Duce. Inutile girarci troppo intorno: parlare di destra o sinistra ha poco senso se non specifichiamo "quale" destra e "quale" sinistra.
Esatto, Lupo. Quale destra e quale sinistra. In ogni caso, tengo a ribadire che la mia esperienza di MSI è ben diversa da quella che leggo qui. Ricordo un partito davvero ben distante da essere "granitico" nelle sue posizioni. Ricordo liberali, monarchici, nostalgici, anarchici, socialisti. Non ho nessuna memoria di blocchi unici. Nemmeno nelle due ali spiritualiste. E' questo che vorrei difendere, il ricordo di un partito ben distante da essere solo nostalgico - almeno, qui a Roma. Nelle province o in certe sezioni era ben diverso, senza dubbio. Altro e più importante è il discorso sulla VERA destra liberale. Ma forse questo spazio dovrebbe restare legato a Montanelli, e al suo sogno in parte compiuto e in parte ampiamente frainteso. Sia dai neri che dai rossi.