Sebban Michaël

Offresi cuoco con esperienze esotiche

Autore: 
Sebban Michaël
“Ogni equilibrio perduto è la promessa di un nuovo equilibrio”.
Lo sa bene Èli che non ha paura di cambiare, di ricominciare tutto dall’ennesima fine. Perché in fondo non ha nulla da perdere. Parigi, il cielo grigio e l’antisemitismo diffuso gli stanno stretti. Il suo monolocale a Belleville è una prigione che sottolinea un’intollerabile distanza dal mare per chi, come lui, ambisce a vivere di surf. È la sua caverna e non gli basta leggere ed insegnare Platone per sentirsi libero. Serve osare.
Allora via, verso la luce. Verso l’incognita di una vita nuova: cuoco in un ristorante kasher d’oltreoceano, destinazione California. Lì dove “tutto è come nei film. I viali, le case, i cartelloni, i marciapiedi. I film americani sono dei documentari, i passanti sono figuranti e le strade scenografie”.
Storia di un ebreo che lascia l’Europa per il nuovo continente con annessa apologia del mito americano, penserete. E invece no. Sebban è troppo intelligente per cadere in un simile stereotipo. Il suo romanzo va oltre, ci spiega come i sogni possano trasformarsi nei peggiori degli incubi e lo fa con la forza di una scrittura che, senza scomodare paragoni illustri con Roth o Richler, ha nell’ironia caustica il suo cardine. La narrazione scorre che è un piacere. Scivola liscia come l’olio, ma lascia il segno: al termine della lettura ci si ritrova con le mani felicemente unte e qualche idea da meditare a dovere.
Perché “Offresi cuoco con esperienze esotiche”, nella sua profondità cinicamente leggera, è il ritratto impietoso di “un mondo che non distingue il reale dall’immaginario”. Pienamente coerente, quindi, che lì tutti facciano cinema, giacché “si fa presto a perdere il senso della realtà in un paese dove tutto è allo stesso tempo superficiale e vero”. Hollywood, pertanto, altro non è che lo specchio di una mentalità secondo cui l’intera esistenza ruoti attorno all’apparire, al traguardo di uno status sociale che sia arma e rifugio contro il nulla in cui gravitano coscienze e cervelli. Totale mancanza di senso critico, totale vuoto di valori. Sebban sgretola la facciata di perbenismo del way of life americano, ma senza livore. Come uno al quale capiti fortuitamente di scoprire che certe idee diffuse di fama, fascino e successo alla portata di tutti, siano semplicemente una favola ben costruita. La verità è altrove.
Eccola allora la California all’alba: soldati che si esercitano per la guerra. Belli, muscolosi, determinati. Neanche si guardano, sono troppo concentrati. È la guerra di tutti contro tutti per risultare il più forte nella corsa alla sopravvivenza. Però hanno sempre il sorriso sulle labbra. E lui che li credeva simpatici e rilassati. Non è certo per ragioni di salute che rinunciano al fumo, è per combattere più a lungo. (…) Chiunque cerca di fregare il prossimo pur di sfondare. Sfondare, cioè ottenere ciò a cui si aspira. Ma poiché tutto è possibile, tutti mirano a tutto”.
Èli lo sperimenta sulla propria pelle, lo scopre giorno per giorno in un crescendo di disincanto e l’oceano, che tanto gli piace cavalcare con la sua tavola, diventa metafora perfetta di una società in cui di norma il pesce più grande mangia quello più piccolo. La galleria dei personaggi è vasta e curiosamente interessante.
C’è il multimiliardario dal passato oscuro, col suo compagno d’armi della guerra in Libano a fargli da autista e a rodersi d’invidia consumandosi nell’odio. C’è l’avvocato da bar, l’uomo di legge divenuto affarista che s’approfitta dell’ingenuità e delle necessità incombenti di giovani immigrati di belle speranze. C’è il paparazzo che traffica con le foto di poveri principianti assetati di denaro, disposti a passare ore in attesa di uno scatto che consenta di tirare un po’ il fiato. C’è il gestore del ristorante che sfrutta le mode e la clandestinità di dipendenti irregolari, per le proprie speculazioni. C’è il cameriere palestrato disperatamente in cerca di una Green Card da conquistare a suon d’appuntamenti, sperando di incappare nella donna che farà di lui un americano, prima che gli scada il permesso di soggiorno. C’è il surfista scontroso e la figlia single della famiglia perbene con posto d’onore in sinagoga. C’è la setta del Qabbalah Center, dove l’ebraismo è ridotto a moda, a mero passatempo esotico per star annoiate. E in ultimo c’è il protagonista, il professore di filosofia che fugge dalla sua cattedra parigina per immergersi nella cucina kasher così da regalarsi un’altra chance, concedendosi la passione delle onde. Il quadro d’insieme è assolutamente perfetto: uno spaccato yankee che troppi ignorano a vantaggio dell’ormai stinto american dream, un’istantanea godibilissima di una realtà polverosa d’illusioni.
Sebban ha il merito di non indugiare in pedanti descrizioni o facili moralismi. Ci porta fin dentro le storie nelle storie che racconta, ci consegna i suoi personaggi senza alcuna mediazione, ma attraverso la presa diretta di una prima persona priva di sbavature e compiacimenti, lontana dalla narrazione ombelicale quanto dallo scavo intimista, eppure fertile di riflessioni. Perché la figura di Èli ha spessore. È il nuovo ebreo errante in cerca della sua terra promessa. Sbaglia, cade, cede, perde e si rialza. Impara a proprie spese che “bisogna aver provato la libertà per soffrire la prigionia”. I fallimenti della vita lo riportano nella sua caverna, ma non si arrende nella ricerca di una via d’uscita alternativa. “Ha visto la luce, sa che esiste ed è questa consapevolezza a dargli la forza di rimettersi in cammino”. Un cammino che somiglia sempre più ad un esilio, inteso come “la vera realizzazione dell’individuo. La liberazione del singolo dal generale”.
Un cammino che è smarrimento e crescita, in cui “a forza di spingersi a ovest, sempre più a ovest, prima o poi raggiungerà l’Est”: “il luogo in cui convergono tutte le strade, là dove sorge il sole, Gerusalemme”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE 
Michaël Sebban è nato a Bordeaux nel 1966. Come ama raccontare, ha insegnato a lungo filosofia in Francia, Israele e in mille bistrot. Oggi vive a Gerusalemme.
 
Michaël Sebban, “Offresi cuoco con esperienze esotiche”, Cargo, Napoli, luglio 2008
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra
Titolo originale: Kotel California
Progetto grafico: Maurizio Ceccato

Pp. 224
 
Approfondimento in rete: Cargo

Angela Migliore, settembre 2008

ISBN/EAN: 
9788860050199

Commenti

Grazie ancora per avermene fatto dono, Franco. Gran bella lettura!!

Daje!

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DAJE!

:)

ocio prima riga "equilirio"

Ops...
Corretto, grazie!

"Storia di un ebreo che lascia l?Europa per il nuovo continente con annessa apologia del mito americano, penserete. E invece no. Sebban è troppo intelligente per cadere in un simile stereotipo. Il suo romanzo va oltre, ci spiega come i sogni possano trasformarsi nei peggiori degli incubi e lo fa con la forza di una scrittura che, senza scomodare paragoni illustri con Roth o Richler, ha nell?ironia caustica il suo cardine. La narrazione scorre che è un piacere. Scivola liscia come l?olio, ma lascia il segno: al termine della lettura ci si ritrova con le mani felicemente unte e qualche idea da meditare a dovere."

> Gran bella notizia.

"Ci porta fin dentro le storie nelle storie che racconta, ci consegna i suoi personaggi senza alcuna mediazione, ma attraverso la presa diretta di una prima persona priva di sbavature e compiacimenti, lontana dalla narrazione ombelicale quanto dallo scavo intimista, eppure fertile di riflessioni. Perché la figura di Èli ha spessore. È il nuovo ebreo errante in cerca della sua terra promessa".

> Ammazza. Interessante segnalazione:). Danke amica.
Ottima scheda.

Ocio a "Titolo originale: Kotel California"

;)

:) Contenta ti sia piaciuta.
Il titolo originale è proprio con la K.

Optume. Mi dicono grandi cose di una loro (Cargo) nuova uscita, "kalooki nights". Vediamo;)

Se vale la metà di questo appena letto, siamo già a cavallo!

11- Ho appena finito l'opuscolo che mi avevi dato, con le pagine iniziali del romanzo in anteprima. Promette davvero bene. Voglio proprio leggerlo!!

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