Sebald Winfried Georg Maximilian

Austerlitz

Autore: 
Sebald Winfried Georg Maximilian

In copertina brillano la foto in bianconero scattata nel 1939 di un bambino vestito per un ballo in maschera e il titolo, AUSTERLITZ. Austerlitz è un uomo che porta nel proprio nome la battaglia combattuta vittoriosamente da Napoleone il 2 dicembre 1805, in questa cittadina poco distante da Brno, contro l'imperatore asburgico Francesco II e lo zar di Russia Alessandro I, e più sotto l'autore di questo libro che sa di miracolo, W.G. SEBALD, (scomparso in un incidente automobilistico nel 2001).

Austerlitz è un'opera a dodecagono: lo si può ben comprendere esaminando gli intricati disegni di fortezze presenti all'interno del libro come quelle di von Coevorden, Neuf Brisach o Saarlouis (pag. 22), che ricalcano architettonicamente la ricerca artistica, emotiva, psicologica di JACQUES AUSTERLITZ, professore di storia dell'architettura, ossessionato da strutture visionarie, immaginifiche come Fort Breendonk, ultimo tassello di un'inutile linea di difesa, la stazione ferroviaria di Lucerna, il Palazzo di giustizia di Bruxelles, (edificato dove un tempo sorgeva la forca), rappresentazione vivente del conflitto di un mondo irrisolto, spaccato in due dalla Storia, bambino ebreo praghese affidato allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale alla famiglia di un folle predicatore gallese sposato con una donna fantasma, un'infanzia costruita sull'annullamento delle proprie origini, del proprio nome, seppellendo la tua lingua negli angoli più bui della memoria, dispersa nella nebbia dei centri minerari, in una Bibbia terrorizzante, in dialogo frammentato con la voce narrante lungo le strade dell'Europa, Parigi, Londra, Anversa, Praga, la Germania, che si inerpica lungo navate di chiese, biblioteche, locali di torture, cunicoli sotterranei, musei, stanze murate, cimiteri abbandonati, le saune di Marienbad coi suoi fasti perduti, la fortezza mai espugnata di Terezin, utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale dai nazisti come ghetto per la soluzione finale, le ville abbandonate nella campagna britannica, tavoli da biliardo in salotti male illuminati.

Austerlitz è un cammino a ritroso, lento, ostico, dove il tempo non è misurato dalle gradazioni della fretta ma dall'attenzione alla minima emozione, alle rughe che devastano i volti. Austerlitz è un viaggio cerebrale nell'orrore europeo, nella folle macchina sterminatrice, nel sogno ad occhi aperti che lo raggiunge su una panchina, durante la lettura di un libro, davanti alla vetrina abbandonata agghindata con piatti e chicchere, parole sotto formalina, oasi segrete scavate da animali esotici figli appartenuti a nobili impegnati nella ricerca del Paradiso Perduto, il volto raggrinziato dell'aristocrazia inglese col pappagallo sulla spalla, voli impazziti a bordo di aerei che si schiantano nelliabisso. Austerlitz è parola che disegna il profilo irreale di una madre attrice di teatro che si perde nel forno inceneritore trascinando nella neve una valigia carica di oggetti che non servono più a nulla se si combatte contro la perfezione della morte, è un padre social democratico scappato in Francia e finito chissà dove, è Marie che l'ha visto crescere e vive in una casa divenuta la memoria della sofferenza, è l'Amnesia, la cecità del pensiero mentre cammina sotto la pioggia, è il bisogno delle masse di aderire al progetto umano del dominio totale, è Norimberga e la sfilata della croce uncinata, è la fortezza dove ci si nasconde pur sapendo che i cannoni nemici potranno sempre e comunque raggiungerti. Austerlitz sono le foto in bianconero che infiammano la narrazione di carne pulsante, le livide tracce di chi cerca di ristruire una storia da troppo tempo negata, è la ricerca della madre che ti costringe ad esaminare un filmato farsa dal titolo "Il Fürher regala una città agli Ebrei" della durata di 15 minuti circa, a fermarti su un frammento dove ti sembra di averla identificata fra i volti poi eccola a pagina 269, quel volto che ti ha salvato la vita, l'eleganza dell'assenza, capelli neri e lo sguardo cupo, la ricerca ossessionante che ti porta ad essere sempre più solo.

"L'abisso, che nessun raggio di luce riesce ad attingere, è l'immagine impiegata da Jacobson per indicare la storia remota e sommersa della sua famiglia e del suo popolo che di laggiù, ne è ben consapevole, mai potranno risalire in superficie" (pag. 314).

Sebald riesce in trecento pagine a disegnare un'opera complessa, torrenziale e rallentata per esplosione, perfetta amalgama fra parola e immagine piegate all'emozione, che pretende dal lettore attenzione assoluta ma anche libertà di immaginazione, opera coinvolgente senza cadute, dialoghi di troppo, retorica, opera d'arte di libertà estrema che edifica cinte murarie pronte a modellarsi sulla lingua e nelle orecchie del lettore, che solo in silenzio, nel buio, può godere del piacere di accedere a quell'inestricabile labirinto che è il cuore di Austerlitz.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE:

Winfried Georg Maximilian Sebald (Wertach, Allgäu 1944 - Norfolk, England, 2001), scrittore e accademico tedesco.

Winfried Georg Sebald, "Austerlitz", Adelphi, Milano 2002. Traduzione di Ada Vigliani.

Prima edizione: "Austerlitz", Monaco, 2001.

Recensione apparsa il 24 agosto 2005, ora riveduta e corretta.

ISBN/EAN: 
9788845920448

Commenti

Ottimo recupero, Andrea.
A dispetto di sicure letture da più parti, nessuno aveva ancora scritto di Sebald, a parte te, su Lanke. Articolo importante.

"Sebald riesce in trecento pagine a disegnare un?opera complessa, torrenziale e rallentata per esplosione, perfetta amalgama fra parola e immagine piegate all?emozione, che pretende dal lettore attenzione assoluta ma anche libertà di immaginazione, opera coinvolgente senza cadute, dialoghi di troppo, retorica, opera d?arte di libertà estrema che edifica cinte murarie pronte a modellarsi sulla lingua e nelle orecchie del lettore, che solo in silenzio, nel buio, può godere del piacere di accedere a quell?inestricabile labirinto che è il cuore di Austerlitz."

> Clausola davvero potente. Lettura analitica ed empatica assieme. Da artista.