Scroggins Deborah

La guerra di Emma

Autore: 
Scroggins Deborah

Due doverose premesse: questa non è solo una recensione. Vorrei si potesse trattare piuttosto di una condivisione/informazione su quello che realmente accade da molti anni a questa parte nel continente africano. Da poco si è concluso un G8 [1] che sul fronte degli aiuti umanitari ha mostrato un autentico brutto teatro, da tutte le parti, comprese quelle di chi si dice preoccupato per l'Africa: spesso è più facile firmare una petizione contro la guerra in Darfur o mandare un SMS finalizzato a progetti vari che cominciare a capire quali siano le forze in gioco e perché nonostante molti sforzi internazionali la situazione sembri non poter cambiare. 

Leggere un libro come quello proposto dalla giornalista americana Deborah Scroggins – edito dall’ottima Alet -  può portare a due conseguenze: fermarsi alla superficie narrativo-documentaria (per essere precisi, scrollare le spalle e dirsi che è una ben triste storia ma che le vicende narrate scorrono troppo lontane da noi), oppure cercare di capire cosa si celi dietro la denuncia durissima ai sistemi politici africani (con le connivenze di tutti, dall’Occidente all’Arabia Saudita) che impediscono non solo lo sviluppo economico e sociale di quelle terre, ma perfino un’azione efficace dei numerosi e sostanziosi aiuti umanitari – tema quanto mai attuale.
 
La prima parte dedicata a seguire la formazione di Emma verso una vocazione comune a tanti altri studenti (far parte di missioni umanitarie, lavorare per le organizzazioni internazionali), si interseca con la storia politica del Sudan, dall’indipendenza dal colonialismo inglese nel 1956 all’avvicendarsi di governi sostenitori di un progetto per l’islamizzazione del Paese contro coloro che vi si oppongono: questo il senso del colpo di stato del 1989 che porta al potere Hassan Ahmed al-Beshid con l’appoggio del Fronte nazionale islamico (NIF).
Il Paese è già diviso da anni fra il governo di Khartoum sostenitore di un Nord islamico (appoggiato, finanziariamente e militarmente dall’Arabia Saudita) e il sud-Sudan dove i ribelli si organizzano nello SPLA  (Sudanese People's Liberation Movement/Army), a sua volta appoggiato invece dall’Occidente che teme un’espansione dell’islamismo (letto in chiave di logica antiporta del terrorismo internazionale: timori non infondati anche per la presenza di personaggi come lo stesso bin Laden sul suolo sudanese fino alla fine degli anni Novanta).
Non marginale è naturalmente l’interesse destato dalla scoperta di grossi giacimenti petroliferi dati in concessione principalmente all’americana Chevron e motivo di infinite contese fra Nord e Sud. Il territorio sudanese sembra grondare petrolio che va però ad arricchire altri: il governo di Khartoum ha tentato continuamente di ridisegnare i confini del Paese in modo da tenere i giacimenti migliori “dalla sua parte” (cioè a Nord), ma non riesce a garantire la sicurezza alle compagnie che investono in quelle aree (la Chevron sospende tutti i lavori nel 1984 in seguito all’uccisione di tre operai e non li riprenderà più, lasciando definitivamente il Paese nel 1997: alla compagnia americana succederanno la canadese Talisman che con l’autoctona statale Sudapet fonderà la Greater Nile Petroleum Operating Company, il cui maggior azionista oggi è la Cina, a dimostrazione di un interesse planetario attorno ai giacimenti sudanesi [2]).
Emma McCune proviene da una famiglia inglese emigrata in India, che al momento dell'indipendenza (1948) comincia a veder vacillare il posto di primo piano riservatole fino a quel momento. Il governo indiano sostituisce gradatamente funzionari e maestranze con personale locale: per il padre di Emma la frattura fra mondo coloniale (dalla parte del colonizzatore) e la terra natia da cui viene nel migliore dei casi ignorato è talmente netta da portarlo al suicidio.
Qualcosa dei racconti di un mondo così diverso e lontano, unito alla sensazione umiliante di non far davvero parte di quel mondo inglese che aveva rifiutato suo padre, deve far presa sulla giovane Emma che comincia a interessarsi all’Africa (come moltissimi suoi compagni di studi) e a conoscere e a frequentare in modo abbastanza disinvolto personaggi ad essa legati. L’emergenza della terribile carestia che colpisce l’Africa subsahariana tra il 1984 e il 1985 vede Emma, prossima alla laurea, pronta per la partenza verso Khartoum.
 La leggerezza al limite dell’indecenza con cui la giovane McCune affronta i suoi frequenti viaggi in Africa sconcerta tutti: va a letto con i volontari e con gli intellettuali locali, pretende di avere le stesse comodità di casa anche nel cuore dell’Africa, usa per scopi molto personali e discutibili le frequenze radio dell’ONU e i mezzi di trasporto delle organizzazioni internazionali. La sua seconda laurea è quasi solo una scusa per poter tornare in Sudan dove ha interessi personali, amicizie e dove sta acquistando un certo potere. Tutti la conoscono, molti la disprezzano, qualcuno la ama. Eppure c’è in lei qualcosa che trascende l’aspetto da femme fatale – Un atteggiamento? Una difesa? – ed è la grande e sincera passione per i bambini, per il loro stato derelitto di innocenti in mezzo alla tragedia immane della miseria e della fame. Sarà proprio per parlare delle condizioni dei bambini nei campi di addestramento militare di alcuni gruppi ribelli che un giorno Emma conosce Rieck Machar (il “Bill Clinton del Sudan”), capo di una delle due branche dello SPLA. Rieck ha studiato in Inghilterra, cioè in Occidente (come quasi tutti i signori della guerra africani, è un dato da considerare) dove ha tra l’altro esiliato la prima moglie (nel senso di consorte principale) e i figli da lei avuti. Emma viene spesso accusata di vedere solo ciò che vuole e il matrimonio con il capo dei ribelli ne fa una devota alla causa che mette in costante imbarazzo gli ex-colleghi (la Street Kids International di cui era stata dipendente fino a quel momento, la licenzia all’indomani del suo matrimonio con Rieck nel 1991: nessuna organizzazione umanitaria può permettersi neppure parvenze di parzialità per l’una o l’altra fazione in lotta) cui senza troppo pudore ella si rivolge ogni qual volta le serva qualcosa.
  
L'Autrice si sofferma a lungo sulle difficoltà che le lotte etniche (incomprensibili agli occhi di un mondo non affamato che può dedicarsi ai più sottili distinguo politici proprio in virtù della pancia piena) creano a chi cerca di aiutare le popolazioni afflitte dalla miseria e dalla malattia. I gruppi più forti cacciano i più deboli dalle loro terre, creando masse umane di disperati e perseguitati che vengono sistemati temporaneamente in campi di accoglienza dove gli adulti sottraggono il cibo ai piccoli per ragioni tradizionali che i volontari non possono comprendere; la fame è tale da indurre i genitori ad “affittare” i figli a famiglie più abbienti, sperando un giorno di poterli riscattare: in Occidente la chiamiamo schiavitù, in Sudan è un modo come un altro per garantire la sopravvivenza a un essere umano. Anche l’arruolamento dei bambini risponde a logiche di sussistenza: nelle “scuole” di guerra essi quanto meno vengono nutriti. Gli aiuti dell’Occidente finiscono in mille rivoli, di cui solo alcuni bagnano davvero le necessità reali di una popolazione allo stremo: basta che la macchina degli aiuti si fermi per questioni burocratiche o diplomatiche e centinaia di civili – soprattutto bambini - muoiono di fame e stenti. Se l’attenzione dei media si sposta di poche centinaia di chilometri verso qualche nuova carestia, si rischiano immediate emergenze date dal contemporaneo “spostamento” di destinazione degli aiuti. Sconvolge ma non meraviglia che ad un certo punto si usino perfino i profughi (con massacri o esodi forzati) per attirare l’attenzione dei Paesi sviluppati e i conseguenti aiuti.
 
Perfino Emma non è immune da questa mentalità e cerca in tutti i modi – anche i più riprovevoli – di ricevere aiuti anche se ormai a solo titolo di vecchia conoscenza. Il suo matrimonio e la sua devozione alla causa di Rieck le creano sempre più antipatie e diffidenza da ogni lato: tra i ribelli si fa strada l’idea che la divisione fra le due fazioni dei sud-sudanesi sia opera sua, mentre i volontari ormai le voltano le spalle a ogni nuova e insistente richiesta di aiuto.
Quando si accorge di aspettare un bambino viene costretta a raggiungere Nairobi continuando a sostenere pubblicamente l’operato della SPLA, non comprendendo forse neppure quali reali giochi di potere si svolgano sulla sua testa. E’ impegnata a stilare una proposta alle Nazioni Unite per la costituzione di una ONG indigena che sarebbe stata gestita dalle donne sud-sudanesi quando in un banale incidente d’auto dalle dinamiche mai chiarite, alla fine del 1993, incinta di cinque mesi, perde la vita.
Ha 29 anni.
 
Deborah Scroggins, giornalista americana inviata nel Sudan della grande carestia del 1988, ha conosciuto Emma McCune e ha deciso di scriverne la storia soprattutto per “far luce su tutto l’esperimento umanitario in Africa; o almeno sull’esperienza vissuta da persone come me, persone che erano andate là sognando di poter dare una mano ed erano tornate stordite dalla delusione, sebbene segnate per sempre” (p. 26).” (p. 26).
La lezione è amarissima anche per noi e anche a dieci anni di distanza: cambiano i confini politici del mondo, ma le divisioni interne, la forte spinta all’islamizzazione che intralcia perfino gli aiuti alle popolazioni più stremate da miseria e carestie[3], le implicazioni dei nuovi soggetti economici (il colosso cinese in primis) impegnati in un nuovo tipo di colonialismo commerciale [4], i limiti evidenti della macchina umanitaria e i governi spesso corrotti restano drammaticamente gli stessi attori di sempre [5].
 
Che cosa può fare l’Occidente per questo continente? – si domandava il “Daily Telegraph” – Praticamente nulla… Forse è ora di invertire il processo avviato da Stanley e dalla sua generazione, chiudere la porta e svignarsela” (p. 433)” (p. 433)
 
 
A fronte del pessimismo non del tutto ingiustificato dell’Autrice, resta tuttavia l’evidenza delle necessità di un continente pieno di contraddizioni ma anche di potenzialità: le stesse che possiamo leggere nella storia di Emma McCune, emblematica metafora di un Occidente allo stesso tempo impegnato ad alleviare le pene di un Sud del mondo fastidiosamente sempre più vicino, e cieco  (e sostanzialmente impotente) davanti alle reali responsabilità dei mali che lo affliggono.
 
 

NOTE
 
[2] F. De Renzi, Perché si muore in Darfur. In “Africa a colori”, Limes n.3 2006
[3] Nigrizia, aprile 2007
[4] “L’Africa a colori”, Limes n. 3/2006
[5] Sul sito dell’African Development Bank lascia perplessi che l’unica notizia relativa al Sudan riguardi lo stanziamento di 500.00 euro nella primavera scorsa per affrontare l’emergenza… aviaria. Vedi : http://www.afdb.org/portal/page?_pageid=473,969537&_dad=portal&_schema=PORTAL
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Deborah Scroggins, giornalista americana che vive e lavora ad Atlanta, è famosa per i reportage dal Sudan e dal Medio oriente. Tra le sue opere, oltre a Emma's war ricordiamo An Aid Worker, Radical Islam and the Politics of Oil--A True Story of Love and Death in the Sudan (Anchor).ricordiamo (Anchor).
 
Scroggins, Deborah. La guerra di Emma. Padova, Alet, 2007. Padova, Alet, 2007
Traduzione di Giovanna Scocchera.
Tit. orig.: Emma's war
 
Approfondimenti in rete:
 
sull'Autrice 
 
Su Emma McCune, sul Sudan, sui ribelli dello SPLA, sul Darfur, ho aggiunto i link direttamente dall'articolo: la maggioranza delle notizie è tratta da Wikipedia, ma attraverso i motori di ricerca è abbastanza facile integrare informazioni su questi soggetti. Sconsiglio invece di capire come stanno le cose dai siti delle organizzazioni umanitarie che se da un lato hanno il compito di sensibilizzare il mondo sulle problematiche dei Paesi africani, dall'altro non forniscono un'informazione completa sulla destinazione degli aiuti. Consiglio senz'altro le letture indicate in Nota.
 
Contrariamente alle mie abitudini ma per amore di informazione, questa recensione è apparsa qualche giorno fa in forma molto più ridotta su www.ciao.it
 
Ilde Menis, giugno 2007
ISBN/EAN: 
9788875200220

Commenti

Un pezzo lungo, purtroppo, che meriterebbe una lettura attenta.
***
Ho il problema dell'ISBN che non viene riconosciuto...

Allora, intanto:
a - inseriti i tag "letteratura" (default nelle recensioni dei libri) e "letteratura americana".
b - modificato il tag "saggistica" in "saggistica trattatistica" (voce che omaggia quella vecia e completa-complessa di lanke.com.
c - ean/isbn: ho caricato IBS, digitato Scroggins.
Cliccato sulla pagina. In alto, nell'url (indirizzo) dopo la voce "code" appare un codice numerico. L'ho copincollato!

ora leggo col dovuto entusiasmo

"Da poco si è concluso un G8 che sul fronte degli aiuti umanitari ha mostrato un autentico brutto teatro, da tutte le parti, comprese quelle di chi si dice preoccupato per l?Africa"

> molto chiaro. Ma aggiungo un picio consiglio. Considerando che ci troviamo nel web, è sempre bene indicare, anche se sembra pleonastico o paradossale, una data. Questo tuo articolo rimarrà qui on line, a dio piacendo, per anni. Il giorno della pubblicazione verrà dimenticato:).

"ma perfino un?azione efficace dei numerosi e sostanziosi aiuti umanitari ? tema quanto mai attuale."

> Già, e molto poco dibattuto (cfr. "aiuti umanitari" o voce analoga per finanziamenti a regioni poco sviluppate nell'europa mediterranea)

"L?Autrice si sofferma a lungo sulle difficoltà che le lotte etniche (incomprensibili agli occhi di un mondo non affamato che può dedicarsi ai più sottili distinguo politici proprio in virtù della pancia piena)"

> eppure - direi - comprensibili per tutti gli europei che hanno studiato la storia almeno del nostro continente...

"La lezione è amarissima anche per noi e anche a dieci anni di distanza: cambiano i confini politici del mondo, ma le divisioni interne, la forte spinta all?islamizzazione che intralcia perfino gli aiuti alle popolazioni più stremate da miseria e carestie"

> qui mi prendo 5 minuti di empatico silenzio.
Grande Ilde.

Argomento interessante, a dispetto della sua distanza dall'Europa. Articolo completo e pieno di utili richiami altrove per approfondire e prendere coscienza.
A testimonianza d'un catalogo - Alet - inesplorato e esplosivo, e dei tuoi talenti di scopritrice e divulgatrice. Danke.

(domando: perché hai scelto questo libro?)

"L?Autrice si sofferma a lungo sulle difficoltà che le lotte etniche (incomprensibili agli occhi di un mondo non affamato che può dedicarsi ai più sottili distinguo politici proprio in virtù della pancia piena) creano a chi cerca di aiutare le popolazioni afflitte dalla miseria e dalla malattia."
> non tutti hanno studiato bene la storia evidentemente. Del resto noto che la fame crea aggressività.
>personalmente mi sono sempre chiesta se gli aiuti umanitari arivassero sepre a estinazione ed anche come mai,dopo un po', certe guerre paressero sparite dall faccia della terra, seplicemente si cessa di parlarne (le solite responsabiità dei media) e si posta altrovel'attenzione. Peccato che l'emergenza resti e la gentemuoia lo stesso.

uff, scusa i refusi nel commento precedente,m pizzicano un po' gli occhi, ma ero curiosa di leggere.
"emblematica metafora di un Occidente allo stesso tempo impegnato ad alleviare le pene di un Sud del mondo fastidiosamente sempre più vicino, e cieco (e sostanzialmente impotente) davanti alle reali responsabilità dei mali che lo affliggono"
> vero, in verità andrebbero eliminati certi modelli economici di puro sfruttamento. Finchè il divario tra paesi poveri e ricchi resterà così accentuato (e sarà sempre peggio temo) non ci saranno speranze.

A Gianfranco: hai assolutamente ragione, domani con un po' di lucidità inserisco almeno la data dell'ultimo :))...
Perché questo? L'ho trovato segnalato come "imperdibile" su Nigrizia, mensile dei missionari comboniani che tratta molto e molto bene di problemi politici e sociali dell'Africa e del terzo Mondo in genere. Avevo letto della brutta fine che ha fatto Avamposto 55 in Darfur, quella cattedrale nel deserto propagandata a Sanremo da Bonolis e dai bambini che fanno oh e tutto quel che ne è seguito. E volevo capire cosa stesse succedendo in Sudan. Ho trovato nel libro della Scroggins delle risposte che avrei forse preferito non avere, contentandomi di mandare qualcosa all'Unicef, qualcosa alle missioni, qualcosa che tacita la coscienza ma che non mi dice perché in Africa si continua a morire di fame, e il perché non si riesca a metter pace in quei Paesi dilaniati dalle guerre (come si chiede giustamente Marina).

Il problema sta soprattutto lì, prima ancora che qui. I divari li creano gli stessi africani nei loro Paesi. Il primo divario lo creano i governi corrotti, sostenuti ora da una parte ora dall'altra, divisi al loro interno (è da leggere la storia recentissima e complicatissima di primi ministri ora braccio destro del potere centrale e subito dopo primi oppositori dello stesso), preoccupati solo di poter avere per sè e per una stretta cerchia potere, denaro, armi... Poi c'è un problema di etnie che non è nato oggi e che forse si potrà risolvere con molta, moltissima istruzione. Ci si indigna davanti ai fenomeni conclamati della schiavitù o dell'infibulazione senza neppure presupporre che negli strati bassi della popolazione tutto questo rientra in una "normalità" dettata dalla miseria e da tradizioni che mancano di termini di confronto.

Congo, Guinea, Sudan, Ciad...Leggere cosa accade oggi in questi Paesi fa capire anche percché gli aiuti umanitari viaggiano in una specie di conduttura bucata. Eppure guai se chiudessimo definitivamente i rubinetti, condanneremmo a morte migliaia di innocenti.

Naturalmente non esistono soluzioni facili. Ma almeno documentiamoci e capiamo il nostro mondo, tutto intero e ben vengano Alet e Nigrizia e Limes e le pubblicazioni dell'OECD e il ridicolo sito dell'African Development Bank...

Grazie per l'articolo. Ho apprezzato moltissimo.

"persone che erano andate là sognando di poter dare una mano ed erano tornate stordite dalla delusione, sebbene segnate per sempre?

E'più o meno ciò che mi hanno descritto un paio di amici rimasti in Africa come volontari per circa due anni.
Grazie per questa pagina capace di interroga la coscienza e di rispondere a qualche perchè scomodo.
(occhio: l'ultima parte del paragrafo iniziale è stata doppiata)

"Eppure guai se chiudessimo definitivamente i rubinetti, condanneremmo a morte migliaia di innocenti."
Condivido questa frase in particolare.
I problemi sono complicatissimi, compreso: come divulgare l'istruzione in questi paesi senza importare la nostra mentalità, la nostra cultura e quindi senza snaturare un continente, già in parte devastato.

grazie mille Angela: stamattina per integrare le notizie chieste da Gf sul G8 ho scombinato l'apparato note con questi disguidi come conseguenza: preziosissima rilettura. Adesso è a posto, spero!!!
Grazie anche per la conferma.

Marina, il problema di quale istruzione è vero. Ma meglio una qualsiasi istruzione, pur con i limiti della nostra "occidentalità" che il nulla ancora attuale ...

Un libro che è un prezioso crogiuolo di relazione di viaggio, di diario privato, di reportage giornalistico e d'inchiesta politica.
Trovo che l'analisi della guerra civile che sta piegando il Darfour sia stata molto ben delineata sotto molti aspetti, consentendoci di avere un quadro esauriente delle cause oltre che degli effetti.

Davvero un libro molto stimolante ed una recensione molto ben curata.

Gian Paolo Grattarola

Anche in questo angolo di mondo lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi da parte delle potenze occidentali suscita come reazione l'islamizzazione delle popolazioni assoggettate.

Ma qui forse la piaga della fame e della denutrizione di una moltitudine di persone rende ancora più evidente quanto il gioco politico condotto da entrambe le parti sia sempre più esecrabile.

Gian Paolo Grattarola

Per Gianfranco: a leggere Nigrizia mese dopo mese le notizie sono assai meno entusiastiche. Speriamo che la fonte che citi sia ben informata, ma io all'Unicef ho i miei buoni motivi per credere solo in parte.

Gian Paolo: la chiave è, come ben intuisci, nei rapporti indecenti tra governi degli Stati africani e governi che forniscono aiuti in cambio di.
Ultimamente una studiosa di economia ha sostenuto che forse l'Occidente dovrebbe chiudere i rubinetti (per dirla in metafora) e la cosa che mi ha stupito è che più di qualche missionario le ha dato ragione...

Che indecenza.....

19. Speriamo la fonte sia attendibile. La testata che l'ha rilanciata è molto attendibile, è una delle più antiche del web.

Io ho dei problemi con la credibilità dell'Unicef, ecco, più che delle fonti che riportano i suoi rapporti.
Diciamo che mi auguro sia vero, sarebbe un bel segno :)

:).