Il migliore omaggio che si può rendere a Leonardo Sciascia, scomparso nell’autunno del 1989, è quello di riconoscergli il ruolo di intellettuale puro che credeva nell’eresia e scriveva le sue opere con il convincimento di dare fastidio.
Ogni suo libro è diventato un caso. Nelle sue invettive colpiva sempre nel segno, perché lo scrittore siciliano non è stato mai disponibile al compromesso e all’opportunismo. Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti sono pronti a salire sul carro del vincitore. Per questo aspetto del suo carattere, i suoi libri e i suoi articoli provocavano malumori a coloro che da sinistra a destra complottavano con il potere.
Nell’Affaire Moro Sciascia diede una lettura scomoda del rapimento dell’autorevole uomo politico. Leggendo attentamente le lettere del presidente democristiano e dei comunicati delle Brigate rosse, lo scrittore arrivò a una conclusione che fece tremare il Palazzo: Moro poteva essere salvato. A ucciderlo sono stati i terroristi, ma a volere la sua morte sono stati suoi compagni di partito, con la complicità dei comunisti che in quel momento sposarono la linea della fermezza. Il libro di Sciascia genera malumori. Non gli fu mai perdonato di essere stato duro con i democristiani e comunisti in odore di alleanza. Uno dei primi a scagliarsi contro Sciascia fu Eugenio Scalfari, allora direttore di Repubblica. Il giornalista lo accusò di aver usato le lettere di Moro e la sua tragica vicenda umana per attaccare e vendicarsi di quanti lo avevano offeso.
Un capitolo esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 sui professionisti dell’antimafia. Lo scrittore se la prese con chi nella magistratura usava la lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì “una frangia fanatica e stupida”.
La lotta alla mafia non può essere concepita come uno strumento di una fazione per il conseguimento di un potere incontrastato e incontrastabile, né questo nobile principio può essere strumentalizzato per raggiungere meri fini carrieristici.
Sciascia aveva la grande capacità di intuire verità scomode di estrema attualità. Basta dare un’occhiata alle presunte trattative tra lo Stato e Cosa nostra di cui si sta discutendo oggi, per capire che i professionisti dell’antimafia, che lo scrittore polemicamente aveva smascherato, sono ancora in servizio permanente effettivo.
Sciascia è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati. Grande difensore dello Stato di diritto e strenuo sostenitore della giustizia giusta, dopo le aberrazioni giustizialiste del caso Tortora, riteneva vergognoso che un magistrato nel nostro ordinamento non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera,che automaticamente percorrerà fino al vertice.
Sciascia sognava a occhi aperti un corpo di magistrati d’eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia, ma anche, e soprattutto, di eccezionale sensibilità e intemerata coscienza. Fedele alla sua eresia di provocatore intelligente, sempre dalle colonne del Corriere della Sera il 7 agosto del 1983 lancerà la sua modesta proposta per prevenire. “ Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti,e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta a firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”. Questa utopia controcorrente gli costò altre critiche. Sciascia si servì ancora una volta della suo ruolo scomodo per sollecitare il legislatore a caricare di responsabilità i magistrati senza preventivamente togliere loro l’indipendenza.
Anche in questo è stato profeta. Qualche anno dopo è arrivata la via giudiziaria alla politica con i processi sommari e il tintinnio delle manette. Sciagure che hanno minato alle sue fondamenta lo Stato di diritto, che già lo scrittore siciliano vedeva minacciato e compromesso.
Leonardo Sciascia, nel suo impegno politico letterario e civile, resta una guida intellettuale per il suo anticonformismo irriverente che gli costò accuse anche dai suoi vecchi amici della sinistra. Ma l’autore del Giorno della civetta non amava il mondo dei chierici della letteratura che si prostituiscono al potere.
Si è sempre schierato dalla parte degli infedeli e degli eretici che sanno vedere oltre la falsificazione della storia e della realtà. Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale intellettuale, a vent’anni dalla morte, è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non rinunciava alla ragione per raggiungere la verità.
A futura memoria, restano agli atti le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese. Sciascia ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine che è riservata ai disturbatori e agli incomodi.
BREVI NOTE
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989) scrittore e politico italiano.
Per approfondire:
http://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Sciascia WIKI It
Nicola Vacca, novembre 2009
Commenti
Nicola Vacca ricorda LEONARDO SCIASCIA, a vent'anni dalla morte.
"Il migliore omaggio che si può rendere a Leonardo Sciascia, scomparso nell?autunno del 1989, è quello di riconoscergli il ruolo di intellettuale puro che credeva nell?eresia e scriveva le sue opere con il convincimento di dare fastidio." (NV)
Segnalo, a beneficio dei cultori e degli appassionati di Sciascia, l'audiolibro del NARRATORE:
www.ilnarratore.com/index.php?eshop_catlist=12&eshop_subcatid=13&eshop_p...
"Romanzo giallo dell'oscura e crudele Sicilia pubblicato nel 1966 e tradotto poi in film da Elio Petri nel 1967 con la straordinaria interpretazione di Gian Maria Volonté. Il titolo è la traduzione dal latino di unicuique suum, frase stampata sul retro della lettera minatoria che introduce la storia ed elemento rilevante per l'indagine su un efferato delitto. Un imprecisato paese siciliano viene scosso da un duplice omicidio. Il professor Laurana, insegnante liceale di storia e letteratura e critico letterario per diletto, non crede alla versione ufficiale e dà inizio ad una serie di indagini personali. Quando pare essere ad un passo dalla verità pensa di abbandonare le ricerche; purtroppo, però, si è ormai spinto troppo oltre. Inaspettata e con tutti i connotati di una beffa, Sciascia scrive la sua conclusione, cui si è costretti ad assistere impotenti e irritati; la rivelazione del delitto, momento che in ogni romanzo giallo è accompagnato dal pieno appagamento razionale e dal piacere del riannodare il filo degli eventi, emerge dai discorsi vacui dei notabili del paese, che ne fanno una piccante confidenza nella loro inutile saggezza di perfetti attori in un ambiente che creano e conservano. Un senso di impotenza trapela da tutto il racconto che si affaccia su uno spazio esistenziale che si chiude su se stesso e che gode della sua stabilità fatta di allusioni piccanti e maldicenze, di barzellette, di piccoli ed innocui screzi e, ahinoi, di discorsi sulla letteratura".
Contenuto: da capitolo 1 a capitolo 18 (versione integrale)
www.siciliainformazioni.com/giornale/cultura/72513/lepigrafe-sulla-tomba...