“Gli strati della nostra vita sono così sedimentati l’uno sull’altro, che nel dopo incontriamo sempre il prima, non come qualcosa di eliminato, di liquidato, ma come un che di presente e di vivo. Questo posso capirlo, eppure a volte lo trovo difficile da sopportare. Forse ho scritto la nostra storia proprio perché volevo liberarmene. Anche se non ci riesco.”
Scrivere per riconciliarsi col passato, quindi. Per archiviarlo senza fughe, per riaversi, dando ordine ai pensieri. Per riappropriarsene, in qualche modo. Perché diceva bene Kawabata: «Il passato non è proprietà di nessuno, forse l’unica cosa che si possiede sono le parole di adesso per raccontare ciò che è stato prima». E allora Michael racconta. Racconta in retrospettiva e ritorna agli anni del liceo nella Germania postbellica, quando l’incontro con la trentaseienne Hanna rivoluziona l’intero suo mondo, finendo per incidersi così significativamente nel proprio sentire, da arrivare a sconvolgergli l’esistenza.
Il loro legame si consuma tra sesso e letteratura, binomio indissolubile in cui il piacere passa attraverso il rituale della lettura. I giorni si rincorrono in una fame crescente di pelle e di inchiostro. Cechov, Tolstoj, Lessing, Schiller, Goethe, Omero: Michael legge a voce alta e brucia di desiderio per Hanna, distesa languidamente nuda ad ascoltarlo, in un silenzio partecipe che ogni volta finisce col diventare preludio alla passione.
Ma è un fuoco che dura una sola estate, poi il nodo si scioglie e senza parole. Lei si allontana, lui viene inghiottito dal turbinio dell’adolescenza. Non senza dolore, però. La mente, infatti, si lascia confondere, il corpo, invece, fa più fatica a dimenticare e invoca l’amante, alimentando il senso di colpa per la sua assenza. Michael, allora, ripensa ai loro litigi, a quando soggiogato dal fascino di lei “ammetteva errori che non aveva commesso, si assumeva intenzioni che non aveva mai avuto”. Ripensa a quando aveva cominciato a tradirla, perché “il tacito rinnegare è una variante poco appariscente del tradimento” e il fatto di non aver mai rivelato a nessuno di Hanna, equivaleva in pratica a non aver riconosciuto la loro relazione.
Col tempo, tuttavia, il ricordo di lei smette di far male. Pur non riuscendo a superarne la memoria, impara a conviverci, ma inevitabilmente nasce in lui la determinazione a “non amare più nessuno così tanto che perderlo possa far male”. Cambia, quindi, l’approccio alla sfera affettiva; cambia la sua stessa emotività, distorta dalla “coesistenza di altezzosa freddezza e di eccessiva sensibilità”.
La prima delle tre parti in cui si divide il romanzo, termina così: con l’analisi introspettiva del protagonista, che raggiunge livelli di ancora maggiore profondità nella seconda, allorquando Michael ritrova Hanna come imputata di un processo sui lager nazisti, cui assiste poiché parte integrante di un seminario della facoltà di legge dove studia.
Il passato, quindi, presenta il conto e Schlink allarga il campo d’indagine assumendo una duplice prospettiva. Pur senza rinunciare alla predominanza della storia d’amore, l’autore si rivela capace di trattare uno dei capitoli più spinosi del Novecento, con piena coerenza narrativa, senza moralismi né forzature. Il dibattimento, dunque, diventa occasione di disamina sulle responsabilità dei tedeschi per le atrocità del Terzo Reich, sulla questione della colpa, sul conflitto generazionale che oppose i ragazzi nati dopo la guerra ai loro genitori, accusati se non di aver commesso quei crimini, di averne tollerato tra loro, dopo il 1945, gli autori. Pur senza perdere di vista la centralità della relazione sentimentale, quindi, A voce alta descrive lo zelo della rielaborazione del passato, la vergogna, il senso di colpa e quel torpore così ben evidenziato in tutta la letteratura dei sopravvissuti: quell’intorpidimento che riduceva al minimo le funzioni vitali, rendeva insensibili e indifferenti anestetizzando sia le vittime che arrivavano così ad accettare gassazioni e cremazioni, sia i carnefici meticolosamente crudeli nella loro efficienza di sterminatori. Quello stesso torpore che spesso finisce col posarsi anche su Michael durante il processo, quasi assuefatto “all’irruzione dell’orrore nel quotidiano”. Un orrore di fronte al quale la generazione venuta dopo il conflitto mondiale può soltanto ammutolire, perché “non deve pensare di poter comprendere l’incomprensibile, non può comparare ciò che è incomparabile”.
Il romanzo segue, dunque, due strade che finiscono col fondersi: in quest’ottica la vicenda individuale dei protagonisti è una pagina che si stacca dalla Storia per ricondurci ad essa. Così alla responsabilità dell’intera Germania rea dell’inferno di Auschwitz, rispondono gli intimi tormenti di Berg che vive il processo dilaniato dal desiderio di condannare e comprendere al contempo.
Ed è un’estenuante lotta tra ragione e sentimento, tra la necessità di prendere le distanze dal crimine mediante la condanna, e la voglia di riuscire a comprendere: perché “non comprendere Hanna significa tradirla un’altra volta”, da qui il sentirsi irrimediabilmente colpevole, se non per aver tradito una criminale, per averla amata.
All’interrogatorio in aula, fanno eco le continue domande che Michael non smette di porre a sé stesso, interrogando la propria coscienza. Allora tornano le immagini di lei che si sfila le calze, che scorre i titoli della biblioteca di suo padre, che passeggia in bicicletta. Il tempo restituisce il ricordo e insieme svela l’inconscia consapevolezza di un segreto determinante, che tuttavia lui continuerà a custodire a prezzo dell’ergastolo.
La seconda parte del romanzo, che ricalca lo stile della narrativa a carattere giudiziario, si conclude con la condanna di Hanna, ma neppure il carcere spezzarà il loro tormentato legame.
Lui la cercherà in tutte le donne successive, fino al naufragio del proprio matrimonio e alla conseguente solitudine fatta di rinunce e di studio. Nessuna carriera forense, sceglierà l’insegnamento: storia del diritto, con particolare attenzione al Terzo Reich, perché “far storia vuol dire gettare ponti tra il passato e il presente, tener d’occhio ambo le sponde e agire su entrambe”. E sarà proprio lo studio a “restituirgli” Hanna.
Il vecchio libro dell’Odissea riaccende la memoria e ritornano le letture ad alta voce per lei. Per lei che negli anni di reclusione smetterà faticosamente d’esser schiava del suo analfabetismo. Per lei che imparerà a leggere e a scrivere attraverso la voce del suo ragazzino, compiendo forse troppo tardi quel passo “illuminante e illuminista dalla minore alla maggiore età”. Per lei che morirà suicida in carcere, tra la letteratura delle vittime del genocidio nazista e le memorie del comandante delle SS, Rudolf Höss.
Per lei, solo per lei.
Perché Hanna non era stata solo la sua prima donna, era stata l’unica. Le altre, inutili surrogati.
E ora che ne scrive “quel che lui ha fatto o non ha fatto e quel che lei gli ha fatto: è ormai semplicemente la sua vita”.
Tutta la sua vita.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Bernhard Schlink (Bielefeld, 1944) magistrato e scrittore, vive attualmente tra Berlino e New York.
Il suo romanzo A voce alta (Garzanti, 1996), tradotto in 37 lingue e a lungo ai vertici delle classifiche di vendita nel mondo intero, ha vinto numerosi premi: Hans-Fallada Preis e «Welt»-Literaturpreis in Germania, Premio Grinzane-Cavour in Italia, Prix Laure Bataillon in Francia.
Tra gli altri suoi libri, la raccolta di racconti Fughe d’amore (2002) e la trilogia poliziesca vincitrice di numerosi premi: I conti col passato – a quattro mani con Walter Popp – (1999), L’inganno di Selb (2003, Detuscher Krimi Presis), L’omicidio di Selb (2004, Premio Glauser). Il suo ultimo romanzo è La nostalgia del ritorno (2007).
Bernhard Schlink, “A voce alta”, Garzanti, Milano, 2009 Traduzione di Rolando ZorziTitolo originale Der VorleserPp. 180Tradotto al cinema col titolo The Reader, per la regia di Stephen Daldry.
Angela Migliore, marzo 2009
Commenti
Decisamente meglio la nuova copertina con Kate Winslet e Ralph Fiennes.
Quella della vecchia edizione del 1998 riprende un'immagine che sembra quasi derivare dalla propaganda nazista.
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788811668374/A_voce_alta/Bernhard_Schlink.html?productId=683678&cat1=1
"Col tempo, tuttavia, il ricordo di lei smette di far male. Pur non riuscendo a superarne la memoria, impara a conviverci, ma inevitabilmente nasce in lui la determinazione a ?non amare più nessuno così tanto che perderlo possa far male?. Cambia, quindi, l?approccio alla sfera affettiva; cambia la sua stessa emotività, distorta dalla ?coesistenza di altezzosa freddezza e di eccessiva sensibilità?.
E questa è solo una delle tante che vorrei estrapolare...
questo libro sarà oggetto di scambio :)))
(occhio, Kawabata si insinua...)
:)
"Per lei che morirà suicida in carcere, tra la letteratura delle vittime del genocidio nazista e le memorie del comandante delle SS, Rudolf Höss".
> Rudolf Hess, mi sa - sbaglio?
"I giorni si rincorrono in una fame crescente di pelle e di inchiostro. ?echov, Tolstoj, Lessing, Schiller, Goethe, Omero: Michael legge a voce alta e brucia di desiderio per Hanna, distesa languidamente nuda ad ascoltarlo, in un silenzio partecipe che ogni volta finisce col diventare preludio alla passione. "
> Deciso, sarà accoppiata libro & film:)
4- Non lo so, Franco. Nel libro c'è scritto Höss, wiki scrive Rudolf Höß.
5- Ah, allora poi mi dirai. Aspetto il tuo commento su entrambi.
5-6. é Rudolf Hess, se è il famoso politico tedesco nazionalsocialista. A meno che non sia un personaggio inventato quasi omonimo.
attenzione:
http://en.wikipedia.org/wiki/Rudolf_H%C3%B6%C3%9F
Rudolf Franz Ferdinand Höß (in English commonly Hoess or Höss; November 25, 1901 - April 16, 1947) was an SS-Obersturmbannführer and from May 4, 1940 to November 1943 was the first commandant of Auschwitz concentration camp, where the Auschwitz-Birkenau State Museum estimates more than a million people were killed.
Not to be confused with Rudolf Hess.
http://en.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Hess
quindi, ha ragione l'autore - e ha ragione Angela.
9 - Non saprei, in Italia è noto come Hess. Io ho suoi libri, e c'è scritto Hesse.
http://en.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Hoess c'è HOESSS
e
http://en.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Hess HESS
strano ma vero - due persone diverse
"Schindler's List" comprises these "skilled" inmates, and for many of those in P?aszów camp, being included means the difference between life and death. Almost all of the people on Schindler's list arrive safely at the new site, with the exception of the train carrying the Jewish women, which is accidentally redirected to Auschwitz. There, the horrified women are directed to what they believe to be the gas chambers; but weep with joy when water falls from the showers. The day after, the women are shown waiting in line for work. In the meantime, Schindler had rushed immediately to Auschwitz to solve the problem. Intending to rescue all the women, he bribes the camp commander, Rudolf Höß with a cache of diamonds in exchange for releasing the women to Brinnlitz. However, a last minute problem arises just when all the women are boarding the train"
http://en.wikipedia.org/wiki/Schindler%27s_List
12- Sì, Rudolf Höß, comandante di Auschwitz. Per tre anni, se non ricordo male.
11- Due persone diverse, sì. Ma con le stesse idee malsane.
Uno comandante ad Auschwitz, l'altro deputato di Hitler. Avevano altre affinità oltre il nome a quanto pare.
Riassumo da Wikipedia
Rudolf Höß
Il 4 maggio 1940 Höß fu nominato comandante di un lager che avrebbe dovuto lui stesso provvedere a costruire dopo aver proceduto alla requisizione di una vecchia caserma polacca situata nei pressi della cittadina di O?wi?cim, conosciuta allora con il nome tedesco di Auschwitz.
Nelle sue memorie Höß ricorda le difficoltà incontrate, l'incompetenza dei suoi subordinati e dei prigionieri assegnatigli, la scarsa collaborazione delle autorità superiori nel risolvere i suoi problemi quotidiani e le pressanti richieste che gli erano rivolte di rendere il campo operativo quanto prima. Tutto ciò fornisce risalto alle qualità di Höß, che certamente voleva essere ricordato come un soldato e non come un brutale assassino: efficienza di comando, furbizia nel risolvere le situazioni di stallo con i comandi superiori, spiccato senso del dovere che lo portò a lavorare con orari impossibili e a trascurare la famiglia. In questo modo egli diventò uno spietato omicida che contribuì al genocidio di milioni di persone innocenti.
Durante la prigionia in Polonia Höß scrisse un memoriale autobiografico pubblicato postumo nel 1958 con il titolo di Comandante ad Auschwitz. Nelle sue memorie egli si dipinge come un soldato con un alto senso del dovere che aveva eseguito solamente degli ordini. La prima pubblicazione italiana, della casa editrice Einaudi (collana "Gli Struzzi"), non è integrale traduzione dell'originale versione tedesca. Vengono tralasciate alcune parti che non hanno rilevanza nel racconto della vita di Höß. Va anche precisato che la stessa pubblicazione tedesca non trascrisse integralmente i manoscritti di Höß, adducendo le stesse ragioni. I manoscritti di Höß si trovano a Varsavia, presso il Ministero della Giustizia.
Nella prefazione al libro, Primo Levi scrive: « ...questa autobiografia descrive con precisione un itinerario umano...Rudolf Höß sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell'ordine... invece si è trasformato in uno dei maggiori criminali della storia umana... »
14 - Be' Rudolf Hess lo si è dipinto molto peggio di quello che era. é famoso per avere occupato in totale solitudine - era rimasto in piedi solo per lui - un intero carcere nel dopoguerra, fino alla morte nel 1987, mi pare. Io ho letto molto su di lui, era un uomo di grande cultura. In più - e questo purtroppo non è nei libri di storia - cercò di evitare la guerra facendo da intermediario presso gli inglesi: Hitler non glielo consentì
16- Ho letto su wikipedia la sua biografia.
Peccato abbia messo la sua grande cultura a servizio di Hitler.
17 - Non era un politico. Era sicuramente un tipo fuori dall'ordinario, credo che Hitler lo affascinò subito, e da li ne fu servo devoto (fu colui che scrisse materialmente il Mein Kampf, durante la prigionia insieme ad Hitler). Destino toccato a molti uomini di viva intelligenza in Germania. Il fascino che Hitler esercitò negli uomini tedeschi del tempo credo rispondesse a due grandi ordini di motivi: uno storico, ovvero l'immagine di uomo del destino dopo Weimar, e l'altro più psicologico, quasi metafisico: aveva capacità medianiche sorprendenti. Non si spiegherebbe altrimenti il cieco asservimento di un popolo.
18- Non lo so.
Possibile che nessuno abbia visto in Hitler il mostro che era?
Riconoscerlo oggi è sicuramente più semplice, ma non credo che all'epoca fosse del tutto impossibile.
Da un uomo di cultura, da un intellettuale io mi aspetto che sappia leggere criticamente il suo tempo.
19 - Devi considerare il contesto storico, Angela: la Germania post Weimar era un luogo da terzo mondo: con l'inflazione altissima, disoccupazione totale, privata di tutto e a cui avevano sottratto intere parti dopo la guerra persa e i trattati. Era una polveriera pronta ad esplodere. L'Europa ha grosse responsabilità su ciò che successe in Germania, favorendo tra le altre cose proprio l'avvento di Hitler. Tra l'altro Hitler, al contrario di altri dittatori, salì al potere democraticamente. Il ché ti dà ancor più la misura del sentimento nazionalista che attraversava la Germania del tempo, che si sentiva defraudata e che sognava il ritorno del grande Reich.
Sì, bisogna tener conto del contesto, certamente. Ma pur considerando lo stato d'animo dei tedeschi a seguito del primo conflitto mondiale, non posso pensar bene di chi appoggiò Hitler.
Hess era considerato il suo delfino, Federico, e per quanto avesse potere nullo in ambito decisionale, non credo possa definirsi disinformato sulla politica del Terzo Reich.
21 - Qui la questione è più complessa. Hitler non informava i suoi delfini su tutto. Hess, ad esempio, rimase all'oscuro di molte decisioni di Hitler. Hitler considerava Hess non adatto alla politica e al comando. Su quanto realmente sapesse delle strategie politiche-militari di Hitler, nessuno può dirlo con certezza. Quello che è certo, per ciò che riguarda Hess, fu che quando seppe dell'imminente conflitto con gli Inglesi fece di tutto per scongiurarlo. E qui entra in ballo la storia segreta, quella non raccontata nei libri scolastici: Hess era anche un esoterista, che aveva contatti e vicinanze con la Golden Dawn(società segreta notissima al tempo). La Golden Down aveva forte radicamento nelle alte sfere britanniche, e lo stesso Chamberlain si dice ne facesse parte. Chamberlain non voleva la guerra alla Germania, anzi, immaginava futuri accordi. Fu Churchill, come noto, a volere a tutti i costi la guerra contro i tedeschi. Hess in tutto ciò poteva avere un ruolo di mediatore, che in sostanza sia Hitler che Churchill non volevano. C'erano lotte di potere intestine anche in Inghiltera, come in Germania (c'era chi voleva far fuori Hitler, anche tra i suoi più diretti collaboratori). La guerra servì anche e soprattutto a far vincere o perdere sfide intestine, sotterranee. Eh... la storia è complessa, Angela, molto complessa, ma allo stesso tempo davvero affascinante da studiare.
22- Sicuramente. Ma ribadisco: Hess viveva in Germania, vedeva quel che accadeva intorno a sè.
Poi che la storia sia complessa, non lo metto in dubbio. Io preferisco la letteratura, però.
E il libro di Schlink l'ho molto apprezzato.
23 - Non ho visto il film né letto il libro. Comunque, mi diverto anch'io più con la letteratura che con la storia. La storia mi piace, ma non mi fa sognare o immedesimare nei personaggi, potere tutto della letteratura.