Schiavetti Gianna

La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla. Diario

Autore: 
Schiavetti Gianna

Noi matti siamo fiori e uccelli. Io e quelli come me siamo fiori e uccelli”, ma “la pazzia non esiste. Esistono invece gli effetti collaterali delle medicine che ci propinano” (Schiavetti, “La schizofrenia non esiste”, p. 20 e p. 62).

Diario di una persona che soffre – per questo naturalmente e necessariamente degna di rispetto, e di solidarietà: la comprensione è materia per i dottori e per i parenti, inevitabilmente, non per i lettori – scissa tra “cervello” e “anima”, quasi fossero due diverse fonti di pensiero e di interazione con la realtà, “La schizofrenia non esiste” è il documento d'una lunga transizione tra una malattia e una guarigione che non sembra poter avvenire. L'autrice, un'artigiana mantovana schiacciata dai disordini mentali e dal rifiuto per nuovi trattamenti psicofarmaceutici, scrive lettere al Papa, al Presidente della Repubblica, ai giornali, locali e non, domandando sostegno per la sua battaglia: impedire nuovi TSO. Nuovi Trattamenti Sanitari Obbligatori. Intanto sogna attori, cantanti, personalità della cultura e della politica, mostrando un immaginario macchiato e influenzato da un tubo catodico che nel libro, a ben guardare, non appare mai. Curioso. Il cammeo di Berlusconi in sogno è una foto del bombardamento televisivo interiorizzato senza filtri.

La Schiavetti sostiene che non ci siano cure adeguate al suo disagio, e che gli psichiatri siano, piuttosto, terroristi. Cosa, allora, può curare i nostri concittadini ammalati d'anima, o questa nostra concittadina ammalata d'anima, se gli psicofarmaci e i dottori non sono adatti? Non l'amore, né la letteratura, né la pittura, né Dio, né nuove leggi. Niente: o forse tutte queste cose assieme, con estrema difficoltà e lentezza, proprio come accade per ognuno di noi. Leggiamo il libro di una persona che prima dice “noi matti”, poi torna indietro: “la pazzia non esiste”. E quindi?

Quindi direi che dal punto di vista della linearità e della coerenza testuale non ci si può raccapezzare, se non fantasticando un po'; direi che questo testo dovrebbe essere patrimonio esclusivo dei suoi dottori, e di quanti vogliono capire cosa significhi “alterazione della percezione della realtà”; direi che la sofferenza sempre commuove, ma la commozione non aiuta a trovare soluzioni.

Soprattutto, direi che la drammatica centralità degli psicofarmaci post riforma basagliana non sembra aver migliorato eccessivamente le condizioni di vita dei cittadini ammalati; sembra averli addormentati o addomesticati, scatenando un furioso odio contro chi e contro ciò che addormenta e addomestica. Facendo ingrassare, facendo ammalare. È come se il pazzo volesse la pazzia, come se non potesse farne a meno: come se la preferisse al torpore.

Onestamente, è parecchio difficile decifrare il mosaico di pensieri frantumati e allucinati della Schiavetti. Le ragioni delle incomprensioni famigliari non sono chiare; si intravede gelosia morbosa nei confronti del marito, sospetto e diffidenza nei confronti della madre e della sorella, amore per la nipotina: purtroppo, mancano le descrizioni delle crisi, della pericolosità per sé stessa o per gli altri che deve aver dato origine ai TSO. Per questo sarebbe importante ricordare sempre, mentre si legge il testo, che si ha di fronte il diario di un io che soffre e dice di sé quel che preferisce, magari omettendo e censurando elementi che potrebbero e dovrebbero avere altra centralità. C'è una profonda solitudine – con tanto di epifanie di spiriti e “forze”, in casa – e una progressiva serie di maledizioni lanciate ai farmaci: che pure potrebbero, è questo il paradosso, aver permesso una “lucida” esposizione dei fatti. Nodo complesso.

Ho chiuso il libro pensando che la parola chiave per l'umanità tutta è “pietà”: pietà, in prima battuta, per chi soffre, per chi ha l'anima rotta – il cervello a pezzi. Pietà, e speranza che esista un sentiero di guarigione: nel linguaggio, e non nelle droghe o nei farmaci.

***

Cos'è il TSO? Spiega, nell'introduzione, il Dottor Baraldi: “TSO è l'acronimo di Trattamento Sanitario Obbligatorio, vale a dire la possibilità, riconosciuta per legge, di essere ricoverati in un reparto di Psichiatria in modo coatto, cioè contro la propria volontà; e di essere sottoposti a terapie, in genere psicofarmacologiche, anche se non si è d'accordo (…) Di fatto, nonostante la nostra Costituzione preveda che 'nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario', alcune eccezioni sono poi previste e una riguarda i malati di mente” (p. 4).

La Legge non implica interdizione nemmeno temporanea (!), garantisce al paziente il diritto a essere informato delle cure somministrate e a diffidare ai sanitari, nonché a scegliersi l'ospedale. La Legge, in altre parole, assicura massima libertà e tutela ai cittadini malati di mente, come ben sappiamo. È un enorme e assurdo paradosso che figlia la liceità di una pubblicazione come questa. Non è dello stesso avviso, infatti, una cittadina che ha sofferto circa 30 TSO, Gianna Schiavetti da Mantova, convinta che gli psichiatri siano “frodatori dello Stato” (p. 10) e “terroristi” (p. 18) e che certi farmaci siano stati tumorali (p. 15) o che siano “superatissimi” (il Serenase è un'ossessione per tutti i pazienti). Gli psichiatri non devono più imporre medicine, scrive (p. 52): gli psicofarmaci abbassano le difese immunitarie (p. 57) e implicano terribili effetti collaterali. “Quella psichica” - conclude - “è una malattia come un'altra e non devono esserci psichiatri di Stato, ma specialisti da cui si andrà solo volendolo” (p. 86). Come ci si orienta nella volontà – nella decifrazione della volontà – di chi ha l'anima (il cervello) a pezzi, o “ammalata”? Empaticamente, o con intuizioni geniali? Difficile a dirsi, e più seriamente difficile capire quale logica ha permesso la fondazione di una legge del genere. Grottesca è dir poco.

Torniamo al libro. C'è un'eccezione, tra i medici, secondo l'autrice: il dottor Baraldi, che ha ancora un cuore di bambino e un'intelligenza intuitiva (p. 25). La schizofrenia, “malattia che non esiste”, secondo Jung implica, in fase terminale, un “deterioriamento appercettivo”: “le persone normali non hanno appercezioni e considerano fuori della norma coloro che le hanno” (p. 35), glossa l'autrice.

L'autrice denuncia la ridotta libertà di pazienti come la trentenne Erica, che sognava di potersi prostituire e di vivere d'accattonaggio a Roma, bevendo vino e dormendo nei cartoni: e si ritrova sedata con psicofarmaci potentissimi. O come Bice, esaurita per un amore andato male, giovanissima, e da vent'anni in cura da un male che forse non aveva ragione d'essere curato con tanta violenza.

Intanto, medita: su qualche battuta di Pavese (interlocutore privilegiato e primo: inclinazione suicida e ossessione amorosa cause prime?), sulla storia violenta del cristianesimo, sulla nipotina che non vede mai, sul passato alcolismo, sui suoi sogni – è una straordinaria e dettagliata attività onirica, come già accennato – e intanto periodicamente invoca Dio, e in sogno ammazza il diavolo.

La poesia, e i poeti, hanno saputo sedarla, hanno saputo mitigare il suo dolore (p. 49): il male s'addormentava cercando verità e bellezza nella parola scritta. Che abbia sempre montagne di libri da leggere, la Schiavetti, allora.

Racconta di aver sofferto “forze negative” che le hanno poi “rotto la testa”, tanti anni prima, in casa: solo il suo gattino se ne accorgeva (p. 37). Più avanti, avvertiva la presenza di Dio (p. 46), spiriti ed entità varie (p. 53) che le facevano compagnia (p. 60).

Racconta tutta la sua gelosia per un marito – durato poco – che aiutava la hostess a scendere dalla corriera, ma non aveva gli stessi riguardi per lei; e tutta la sua rabbia nei confronti della sorella, che periodicamente la fa ricoverare. Curiosamente, non spiega mai perché la sorella arrivi a quella drastica soluzione, a quella disperata richiesta di soccorso; né perché la madre la considerasse malata. È un peccato, ma era forse prevedibile.

***

La schizofrenia non esiste, oppure non è stata ancora descritta e analizzata a dovere? Possibile. Ma la pazzia esiste e ha tanti nomi differenti; la ricerca non potrà fermarsi mai, la nomenclatura si dovrà aggiornare, le cure naturalmente dovranno mutare e per quanto possibile escludere i farmaci. Ma non bisogna dimenticare in nessun caso che la società non è che un innesco, non certo un fattore assolutamente determinante. La prospettiva basagliana è, da questo punto di vista, non sempre e non del tutto condivisibile.

Soprattutto, lo Stato deve riconoscere criteri irrevocabili per i TSO, o per futuri ricoveri coatti: la pericolosità per sé stessi e per l'alterità in primis, l'interdizione immediata e provvisoria dei pazienti ammalati in seconda battuta. Da lì si deve ripartire. Un cervello rotto non può decidere della sua sorte.

Assieme, si deve supervisionare la limitazione degli accordi commerciali tra psichiatri e aziende farmaceutiche. Non ci voleva “Matti slegati” per sentire puzza di bruciato, in questo senso. Basta dare un'occhiata ai redditi delle industrie farmaceutiche, e dei farmacisti. Qualcosa non quadra.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Gianna Schiavetti (1941), cittadina italiana, vive a Mantova. Oltre trenta ricoveri alle spalle, combatte contro la psichiatria diffondendo i suoi diari e animando una trasmissione radiofonica su “Rete 180”.

Gianna Schiavetti, “La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla”, Stampa Alternativa, Viterbo 2008. Prefazione dello psichiatra Enrico Baraldi, scrittore. Collana “Eretica”.

Approfondimento in rete: Fronte della Comunicazione / TSO / Progetto Babele

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.

ISBN/EAN: 
9788862220378

Commenti

Diario di una persona che soffre ? per questo naturalmente e necessariamente degna di rispetto, e di solidarietà: la comprensione è materia per i dottori e per i parenti, inevitabilmente, non per i lettori ? scissa tra ?cervello? e ?anima?, quasi fossero due diverse fonti di pensiero e di interazione con la realtà, ?La schizofrenia non esiste? è il documento d?una lunga transizione tra una malattia e una guarigione che non sembra poter avvenire.

"la pericolosità per sé stessi e per l?alterità in primis,"> qui c'é un grosso problema, perché come si fa quando il malato diventa appunto pericoloso? Lo si lascia ammazzare famigliari o chi capita sotto tiro?
Forse bisogna leggere qualche testo scientifico oltre alla letteratura..... magari ci sono alterazioni in certe sostanze chimiche del cervello, manca qualcosa o ce n'é troppo.

già. Quando si capisce? Quando un individuo prima pacifico o comunque mai aggressivo comincia ad alzare le mani, a minacciare violenza, a rompere oggetti nei paraggi di persone, e via dicendo. Non è difficile, e chi ogni giorno lavora su queste persone sa bene cosa intendo.
Quando qualcuno di noi "scompare" dalla normalità, rivelando impulsi distruttivi e fisicamente aggressivi, non può restare in mezzo a noi. Semplice.

Il diario di una persona che soffre è quanto di più parziale possa esserci, ma al tempo stesso credo sia illuminante per chi legga.
In quest'ottica trovo coerente la scelta dell'editore di non intervenire con integrazioni, anzi mettendo in evidenza le contraddizioni. Non so quanto di letterario vi sia, ma si colloca perfettamente nel quadro delle tue letture, completandolo.

Addomesticare è il verbo che mi è rimasto più impresso in tutta la tua pagina. Tristemente vero.

(grazie, Angela).

Come ci si orienta nella volontà ? nella decifrazione della volontà ? di chi ha l?anima (il cervello) a pezzi, o ?ammalata?? Empaticamente, o con intuizioni geniali? Difficile a dirsi, e più seriamente difficile capire quale logica ha permesso la fondazione di una legge del genere. Grottesca è dir poco.

Qui guarda c'è un punto cruciale, crucialissimo. Perché non obblighi un maggiorenne ad andare da un medico, se non vuole. O a prendere una decisione (dalla terapia analitica a quella farmacologica). Sono ANNI che lotto (a fianco? al posto?) di una persona (diciamo a me molto "legata" per rispettare la sua privacy più che la mia) che soffre di depressione. Rifiutata da sempre la psicoterapia. Meglio i farmaci, possibilmente senza controllo. Il medico di base connivente in maniera vergognosa. E io a chiedermi - in certe giornate - chi ho vicino.
Ma alle famiglie dei malati non pensa nessuno.

C'era - perché la follia più che una persona l'ha sterminata - vicino a casa mia una famiglia. Un giovane uomo con moglie e bimbo piccolo. Lui non dorme, ha strani pensieri. Ma fuori sembra normale. A tutti. Nessuno ci fa caso neppure in famiglia di quelle sue preoccupazioni paranoiche sul futuro, solo la mamma riesce a farlo andare a fare una visita psichiatrica, magari ti danno qualcosa per dormire... In casa, porto d'armi e arsenale domestico: due pistole e sette fucili. Si allena al poligono di tiro, tutti i sabati. Fa sport. Finché una notte con tre soli colpi precisi e silenziosi uccide il piccolo, la moglie e se stesso.

Era dicembre 2007. A gennaio - poco lontano - una donna, una stimata oculista, in osservazione presso un CIM per problemi non ben definiti di depressione - uccide il figlioletto a coltellate e ferisce l'altra figlia corsa ad aiutare il fratellino.

Dalle mie parti queste cose non fanno quasi più notizie, e dimostrano lo scollamento fra operatori sanitari e pazienti e famiglia dei pazienti in nome di una privacy che sarebbe meglio mettere sotto le scarpe.

Io non so se delle cure serie avrebbero sventato queste tragedie, forse no. Ma dei medici più umani avrebbero forse potuto mettere sull'avviso i parenti, far stringere la cintura dei controlli, far sentire meno sole le famiglie che poi si sono trovate a gestire questi drammi.

Così la tua chiusa, Gf "Soprattutto, lo Stato deve riconoscere criteri irrevocabili per i TSO, o per futuri ricoveri coatti: la pericolosità per sé stessi e per l?alterità in primis, l?interdizione immediata e provvisoria dei pazienti ammalati in seconda battuta. Da lì si deve ripartire. Un cervello rotto non può decidere della sua sorte." mi sembra quanto di più corretto si possa dire.

Anche se tutto resta come prima...

Quanto dici dovrebbe far riflettere tutti quelli che giurano che la pazzia non esista, e che la Basaglia abbia cambiato per sempre leggi ingiuste: liberando i matti ha liberato anche la violenza, autoinflitta o inflitta al prossimo. Non so perché ma sembra non si possa dire. Tobino l'aveva (pre)detto. E aveva ragione.

Le vere vittime sono le famiglie. Quante tragedie dovremo testimoniare ancora, prima che si torni a dare il vero nome alle malattie mentali? Quanto speculeranno ancora sulle nostre esistenze?

Dici bene. Alle famiglie dei malati non pensa proprio nessuno. E le depressioni disorientano e abbattono con la stessa violenza degli schiaffi chi, ogni giorno, aiuta qualcuno a combatterle.
Ma di noi non si può parlare. Santificato e banalizzato il disagio mentale - allineato al disordine e alla pazzia - siamo tutti nella stessa barca. E' veramente stravagante. Ma è così italiano...

Effettivamente la schizofrenia, insieme alle patologie derivate, è un serio disturbo perfettamente in grado di disintegrare la personalità dell’individuo, fino al punto di rendere quasi impossibile qualsiasi relazione sociale e, nei casi più gravi, compromettere persino le più elementari facoltà cognitive. Chi anche solamente sospetta di avere indirettamente o in prima persona a che fare con un simile problema, farebbe certamente molto bene a non sottovalutarlo, anche a distanza nel tempo, sicuramendo sottoponendosi ad una adeguata cura medica specialistica e, dove occorre e può essere efficace, usufruendo di un valido supporto terapeutico, con la speranza che un giorno questo possa essere l’antidoto sufficiente a tenere sotto controllo il suo male.
“La malattia mentale non esiste”? Forse non è nè vero nè falso.
Le distorsioni mentali provocano sofferenza, è un fatto noto. Possono essere curate, qualche volta guarite in maniera piena. Anche questo è un fatto noto. Da cosa dipende tutto questo? Dal carattere, dall’ambiente, dalla culura o dalla genetica? Domanda difficile. Ognuno ha la sua teoria e se ne vanta.

Una cosa per me è davvero certa. I medici a volte sbagliano. Quando si tratta di malattie mentali, però, alcuni (solo alcuni, per fortuna) non sono disposti ad ammetterlo, preferiscono di gran lunga far diventare il loro paziente ciò che hanno detto che egli sia. Gli psicofarmaci possono avere molti effetti indesiderati, soprattuto a livello comportamentale i quali possono essere peggiori dei sintomi della malattia. So che gli “eretici” in passato hanno rischiato la vita, io rischio il TSO per quello che dico.

Ho le prove di ciò che dico. A me è successo. Non ci credete?
Ludwig Bellavista. Ricovero Dicembre 1996. Diagnosi accertata nel corso di anni di cure: Schizofrenia Paranoide.

Ho sufficienti cartelle cliniche emesse da reparti ospedalieri psichiatrici per dimostrare che le mie allucinazioni e i miei deliri sono durati in tutto due mesi, in seguito a vari tentativi di supporto psicofarmacologico culminato con una serie di flebo somministratemi per disintossicarmi. Dopodichè l’ultimo farmaco neurolettico, utilizzato con successo.

Peccato che il DSM IV, prescriva che i sintomi complessivi della schizofrenia debbano durare almeno sei mesi per avere i presupposti di una diagnosi effetiva, a meno che non ci siano idee fisse bizzarre o irrealistiche o altre cose simili. Il DSM IV sostiene che se la cessazione del sintomo della malattia è avvenuta a seguito di una terapia farmacologica tale periodo minimo per la diagnosi si può accorciare. Peccato che a volte i farmaci allunghino tale periodo, persino peggiorando deliri e allucinazioni. Gli psichiatri stessi ammettono che il preciso funzionamento del farmaco non è noto, perciò ogni persona reagirà diversamente, con la possibilità di peggiorare, ovviamente.

Verificate queste cose voi stessi su wikipedia, dove viene citato il DSM IV, al seguente indirizzo web:
http://wikipedia.kataweb.it/wiki/Schizofrenia

Il mio messaggio che vuole essere positivo e incoraggiante, è che la malattia mentale, anche la più grave, può essere curata fino al punto di guarire in modo completo.
Il mio pensiero, è che la teoria di Sigmund Freud circa la quale la “normalità” sia un concetto superato e dove il nevrotico è una persona che ha semplicemente perso la misura e l’equilibrio, che la vita intera è sintomo e che il sintomo è un messaggio del nostro corpo che ci parla del nostro inconscio è una teoria che va applicata non solo alla nevrosi ma anche alla psicosi. Se il nevrotico ha perso la misura, lo psicotico ha fatto la stessa cosa ma in un modo molto più intenso, più problematico.
La mia idea è che ogni comportamento umano possa essere razionalizzato, anche se non sempre accettato, ovviamente.

Oggi sono sposato da cinque anni, ho una figlia di due anni, lavoro in modo stabile e ho costruito una casa che ospita me oltre a varie altre persone non appartenenti alla mia diretta cerchia familiare.
Molti che oggi mi conoscono sanno delle mie allucinazioni solo perchè io gliele ho raccontate, pur vedendomi tutti giorni o lavorando insieme a me.
La mia vita è documentata nel romanzo psicoanalitico disponibile in forma completamente gratuita al seguente indirizzo web:

http://www.ludwigbellavista.com

Ludwig Bellavista

Grazie per questo bellissimo commento, Ludwig, e complimenti per lo spirito e il successo della tua battaglia.
Grazie ancora.