Scerbanenco Giorgio, Montalbán Manuel Vázquez

Scerbanenco e Montalbán. A mo' di intro...

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Scerbanenco Giorgio, Montalbán Manuel Vázquez

Incuriosito e, soprattutto, speranzoso dopo le piccole delusioni con Camilleri e Carlotto avevo deciso di leggere un po' di Scerbanenco, volevo immergermi in quello che, tra gli italiani, sembrava essere più schiettamente il poliziesco.

Così entrai in libreria e... comprai un po' a caso: un romanzo, "I milanesi ammazzano al sabato", per saggiare il nostro autore sulla lunga distanza (si fa per dire, 180 pagine scarse di storia... ma insomma poteva bastare per sondare il terreno, e comunque mi pareva la lunghezza ideale per il genere) e una raccolta di racconti, "Milano calibro 9", nella speranza di strappare in poche pagine l'intera inventiva dell'autore che altrimenti avrei dovuto rincorrere con 3 o 4 titoli. Ed io ero impaziente.

Mentre facevo la fila in cassa con la mia bella tesserina Feltrinelli in mano (100 punti 30 euro di sconto: una fatica immane per spendere 300 euro e alla fine ti trovi un miserrimo sconto del 10%!!! Ti ringraziamo per premiare così largamente la nostra fedeltà, o sovrana) soppesavo mentalmente i titoli che avevo nell'altra evidentemente assonanti con i polizieschi all'italiana degli anni '70, i cosiddetti poliziotteschi (film di genere - o sottogenere - nostrani in cui uomini delle forze dell'ordine ingaggiano una ferocissima guerra senza quartiere contro il crimine portando sulla scena massicce dosi di violenza, a riprova di ciò basti ricordare che tra gli estimatori di queste pellicole troviamo il regista di “Kill Bill”).

Non conoscevo nulla di questi film ma sui titoli ero più preparato, si è fatto un così gran parlare deridendoli che sono ormai quasi topoi:"Milano odia: la polizia non può sparare", "La banda del gobbo", "Svegliati e uccidi", "Liberi, armati e pericolosi"... insomma, vanno a braccetto con “Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda”. Solo in seguito ho scoperto, trovando conferma di questa 'simpatia' che il cinema aveva avuto per Scerbanenco, come “I milanesi ammazzano al sabato” (1968) fosse nei cinema già nel 1970 col titolo La morte risale a ieri seramentre il regista Fernando Di Leo (cliccate qui per una monografia più completa) portava sul grande schermo, tra il '69 e il '72, "I ragazzi del massacro", "Milano calibro 9", "La mala ordina" dove solo il primo è una riduzione cinematografica di un romanzo, gli altri due sono liberamente basati sull'opera dello scrittore, Di Leo ne prende l'argomento, i toni, l'ambientazione, i personaggi e inventa una storia (OT: scrivendo questo pezzo ho inoltre scoperto che un racconto di "Milano calibro 9", "Spara che ti passa", nel '93 è finito nelle sale spagnole interpretato da, nientepopodimenoche, Antonio Banderas e Francesca Neri: "¡Dispara!”).

Ma torniamo a noi: sarà che già i titoli mi facevano sentire addosso i pantaloni a zampa comunque sia, insieme ai libri, pagai all'insofferente cassiera anche un certo sapore dèmodè che la lettura ha scacciato solo di rado, sebbene il "gusto" per la violenza - cifra del poliziottesco - non appaia in una riga: la violenza c'è ma non si vede, non è in presa diretta, manca l'azione, il montaggio, la drammatizzazione, lo sfogo catartico nella tragedia raccontata e vissuta; dove compare, per di più, si sente un velo, una sensibilità che allontana il dramma, disinnesca la ferocia: la 'strage' che dà il titolo a “I milanesi...” è suddivisa in più paragrafi, non la si monta di filato, si dà la possibilità al lettore di scappare, di riprendere la lettura un altro giorno, lontano ormai da quel primo impatto; il gravissimo sfregio di “Venere privata” viene annullato da come l'autore declina il finale, in pratica non lo si avverte (quindi non esiste, non è stato compiuto), oltre al fatto che la narrazione si ferma poco prima che cominci e prosegue quando già i medici hanno bendato tutto; l'assassinio che apre “I ragazzi del massacro” viene ricostruito dall'investigatore e appare al lettore sottoforma di veloci e isolati flash; le torture che i due morti 'traditori di tutti' infliggono al povero soldato italo-americano, pur tremende, non vengono vissute, rese pienamente drammatiche, le si nomina ma la parola non ha forza evocativa. Ma ciò non è sempre un male: in “Piccolo Hôtel per sadici”, racconto presente in “Milano calibro 9” - vera perla, una di quelle volte in cui mi è parso di non vedere polvere sulle pagine di Scerbanenco -, tutto il gusto sta nell'approssimarsi del delitto, dell'efferatissimo delitto, e non nel misfatto in sé già preannunciato dal titolo.

Questa mancata partecipazione è raggiunta anche facendo intercalare dal narratore le impressioni e i pensieri di chi è in azione, il che scopre sempre l'intellettuale che c'è dietro: ad esempio Duca Lamberti, protagonista della serie che diede la notorietà allo scrittore, pensa la violenza molto più di quanta ne pratichi, ed è oltretutto sempre di facciata, il lettore è avvisato molto prima che l'eroe sta per partire, l'azione è quasi forzata, mai improvvisa, naturale, violentemente irrompente, è più un modo sgarbato che un attacco feroce, c'è sempre molto pensiero dentro, sia prima che durante, poco machismo poco eroismo, deve sempre giustificarsela (certa gente capisce solo i pugni) e la giustificazione è puntualmente data dallo stesso Duca Lamberti, che così si scagiona davanti al lettore evitando di perderne la stima, la fiducia (i commissari dei film non lo fanno spesso, si prenda lo stesso ispettore messo in scena da Di Leo ne “I ragazzi del massacro”, un uomo granitico forse anche in maniera sproporzionata).

In seguito, per avere un riscontro della prima impressione (e nuova piccola delusione), tornai alla Feltrinelli per accumulare nuovi punti (dopotutto qualcuno offre di più?) e presi, dallo stesso scomodo alto scaffale d'angolo "Venere privata", con il sorprendente scritto autobiografico "Io, Vladimir Scerbanenko", e "Traditori di tutti", che purtroppo per lui fu messo da parte per "Il tatuaggio" del compianto Montalbán, graditissima conferma dopo l'eccellente "Gli uccelli di Bangkok". È possibile che, da lettore un po' sprovveduto, non riesca a vedere e ad apprezzare l'innovazione di Scerbanenco, che certo deve essere stata grande se ogni commento che leggo e sento la sottolinea quasi come una rivoluzione copernicana, ma in Montalbán non avverto lo iato del tempo.

"I milanesi ammazzano al sabato" chiude una fortunatissima serie che diede allo scrittore la fama internazionale, raggiunta comunque alla fine di una carriera prolifica all'inverosimile durante la quale Scerbanenco spaziò dal rosa (che praticò anche lavorando all'interno delle redazioni di riviste del settore, fu direttore di "Novella" e di "Bella", tenne la rubrica della posta con le lettrici su "Annabella") al giallo passando per il western e la fantascienza sfornando una quantità di opere di cui tuttora si ignora l'esatto numero avendo pubblicato con decine di pseudonimi. La serie dell'immortalità è quella di Duca Lamberti, medico condannato a 3 anni di prigione per aver praticato l'eutanasia e passato, nel corso dei romanzi, dalle carceri patrie al servizio nella polizia di stato. "Venere privata" è il primo e risale al 1966, dello stesso anno (in cui ottiene il Premio Simenon) è anche ”Traditori di tutti", col quale guadagnerà gli onori delle cronache internazionali 2 anni più tardi vincendo il Grand Prix de Littérature Policière; segue poi "I ragazzi del massacro" del 1968. Il ciclo si chiude prematuramente l'anno successivo con "I milanesi..." quando l'autore verrà a mancare anzi tempo lasciando incompiute altre storie dello stesso ciclo.

Manuel Vazquez Montalbán fa debuttare il suo investigatore privato gourmet ex agente della CIA iconoclasta/incendiario Pepe Carvalho nel 1972 (per le date su Montalbán, trovando molte discordanze mi rifaccio, dove non segnalato diversamente, a quanto riportato nelle edizioni Feltrinelli, quanti punti!!!) con “Ho ammazzato J. F. Kennedy” [“Yo maté a Kennedy”], libro sui generis che rientra nell'elenco della serie un po' a forza. Il primo romanzo in cui Carvalho è, diciamo così, riconoscibile risale al 1976, “Il tatuaggio [“Tatuaje”] - il sito vespito.net lo anticipa al 1974 -, ed è il vero incipit alla serie dell'investigatore catalano, seguirono “La solitudine del manager[“La soledad del manager”] nel 1977, “I mari del sud[“Los mares del sur”] nel 1978 - che gli valse nel 1981 lo stesso alloro avuto da Scerbanenco nel 1968, il Grand Prix de Littérature Policière - e via via tutti gli altri fino a quello che rappresenta, suo malgrado, il testamento spirituale di Montalbán,"Millennio", dato alle stampe postumo.

Tra l'ultimo Duca Lamberti e il primo Pepe Carvalho investigatore dovrebbero passare tra i 5 e i 7 anni, ai miei occhi di lettore paiono 50.

Certo, tali affermazioni non si possono poi dimostrare algebricamente, oltretutto per questa in particolare ci sarebbero 'prove a discarico': non assaporo la Barcellona di oggi, non ho neanche conosciuto quella di 10 anni fa, per cui non posso avvertire gli elementi ormai anacronistici, inoltre le recenti traduzioni con cui vengono presentati i romanzi di Montalbán possono benissimo aiutare a sfumare le distanze, ad alzare qualche nebbia tra la capitale catalana degli anni '70 e il lettore italiano di oggi. Ma sta di fatto che la prosa autobiografica in appendice a “Venere privata” stilisticamente pare una rivelazione, è più franca più viva più sciolta dei romanzi meno trattenuta, la Barcellona post-franchista di Carvalho poi mi è sconosciuta quasi quanto la Milano del boom di Lamberti; non credo infine le mie sensazioni di lettore si possano ridurre ad una mera questione linguistica: sebbene le traduzioni possano riproporre le avventure del catalano in un impeccabile italiano fluente dei giorni nostri, la lingua di un romanzo italiano di appena 40 anni fa non dovrebbe comunque risultarmi molto più ostica, è la lingua di Calvino, di Pasolini... e questo nonostante alcuni dialoghi siano decisamente infelici mancando quasi la tempistica e i modi per sciogliere all'interno delle battute il dialetto, mancando soprattutto la naturalezza di alcuni scambi dell'italiano che a volte risulta troppo forbito lessicalmente (lutulento, vanificata,...) a volte troppo poco, non sarà un caso forse, ad esempio, che la frase “No, il registratore registra anche il panf degli schiaffi” verrà cambiata da Di Leo in “Già... lo stenografo non registra il rumore degli schiaffi”, lo scarto è soprattuto lessicale, tra 'rumore' e 'panf', 'panf' è troppo fumettistico. Forse Scerbanenco, dilapidando così la sua scrittura, piuttosto che la forma rincorse i propri fantasmi e la pagina piena lo riempiva più di qualche riga sinuosa come una lama, ma torno a dire che non è il suo italiano a lasciarmi perplesso.

È molto più una questione di casistica del crimine e di costume in genere, è molto più l'occhio con cui guarda ai crimini e ai criminali: giovani mascalzoni che seducono sole maestrine per disonorarle e condurle così alla prostituzione, certi luoghi comuni sui tossici e sugli omosessuali (indicati ma soprattutto sentiti come “invertiti”), una 'milanesità' che pare ancora municipale, da tranquilla provincia... forse, senza essere entrato troppo nel particolare, Scerbanenco ci ha offerto un vero spaccato della mentalità dell'epoca, dell'Italia del pre-68, un po' troppo semplicistica e sempliciotta, un'Italia cui bisognava spiegare in modo un po' didascalico che

Con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa. Oggi la polizia non può più ricercare un singolo delinquente, indagare su un singolo caso, oggi si fanno dei rastrellamenti con le reti a strascico dei vari nuclei di polizia, nucleo antidroga, nucleo antitratta delle bianche, negre, gialle, nucleo antirapina, antifalsari, antigiocodazzardo, si pesca in questo lutulento mare del crimine e della sozzeria e vengono fuori repellenti pesci piccoli e grossi, e si fa così pulizia. Ma non c'era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata di mente, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha possibilità di ritrovarlo.
 

, autocitazione dallo stesso primo capitolo de “I milanesi...” a cui fa da introduzione.

copertina di "I milanesi ammazzano al sabato", scritto da Giorgio Scerbanenco, edito da GarzantiTrama: il signor Amanzio Berzaghi, milanese, denuncia la scomparsa della figlia, giovane gigantessa minorata mentale bella come una Venere, dopo 5 mesi che elemosina informazioni alla procura viene assegnato alle attenzioni di Duca Lamberti, poco dopo viene scoperto il cadavere della ragazza.

Certo che sia stata rapita per essere rinchiusa in un bordello, Duca Lamberti, coadiuvato dal vigoroso e spiccio Mascaranti e dall'inseparabile compagna Livia Ussaro, si imbarca in un'indagine quasi personale per avere giustizia degli spietati aguzzini scoprendo troppo tardi però l'amarissima verità dovendosi così arrendere ad interpretare il ruolo di semplice testimone nella tragica nemesi finale.

Sorprendente l'inizio: il colloquio col padre della scomparsa, la lunga trafila di 5 mesi che questi ha dovuto sopportare, l'attenzione che Duca Lamberti gli concede tolgono al lettore quella ingiustificata impressione, spesso avvertibile in questi romanzi ma comunque connaturata all'essenza stessa del raccontare, che l'indagine letta sia un exemplum, che abbia qualcosa in grado di renderla più importante di tutte le altre, che il dramma di un singolo possa offuscare quelli del mondo; non appare un freddo dato come se venisse letta sulla tabella di un'indagine statistica ma rimane chiaro nella mente del lettore che rappresenta solo una delle tante: si riveda il passo di pag. 10:

Dopo cinque mesi, supponendo all'italiana che se avesse scavalcato il capo piccolo e fosse andato dal capo grosso avrebbe ottenuto risultati migliori, quel padre era arrivato alla Questura Centrale, fino a Càrrua e Càrrua aveva troppo lavoro per seguire quel lavoro e aveva mandato quel padre a lui, Duca Lamberti, perché lui provvedesse. « Mi fa pena, questo uomo, fai tutto quello che puoi, » aveva detto Càrrua. E lui stava cercando di fare tutto quello che poteva.

Compito della polizia raccontata da Scerbanenco è tenere sotto controllo la città, sedare il crimine, evitare che dilaghi, la possibilità di sconfiggerlo non è presa in considerazione, il crimine è endemico, connaturato, congenito a questa organizzazione sociale, il crimine è parte stessa del contesto metropolitano, si cura, non si previene, si gestisce così come il comune deve gestire il traffico, le acque, i malati, il crimine si smaltisce, come i rifiuti, con la certezza che l'indomani se ne accumulerà di nuovo da evadere. E per curare, smaltire, evadere Duca Lamberti batte strade ovvie, si muove lungo ipotesi scontate, modi operandi banali, moventi semplici per malviventi da quattro soldi che non cercano il crimine perfetto (unica eccezione “I ragazzi del massacro”, se non fosse intervenuto col suo occhio lungo un caso sarebbe stato copertina de "I ragazzi del massacro", scritto da Giorgio Scerbanenco, edito da Garzantiarchiviato troppo frettolosamente: una giovane maestrina viene violentata e barbaramente uccisa nella sua classe serale durante un festino imposto dai suoi studenti ubriacati dall'anice lattescente, un potentissimo liquore. Tutti vengono fermati il giorno dopo, iniziano gli interrogatori ma Duca Lamberti non si lascia convincere dalla ricostruzione, banale sì ma... priva di logica).

Non assistiamo mai quindi all'investigazione, Lamberti non è un nuovo Poirot che il lettore accompagna passo passo, pagina dopo pagina abbarbicato come un avvoltoio sulle sue spalle (mentre questo si smazza il lavoro sporco) illudendo il proprio ego di poter fregare l'eroe smascherando il maggiordomo prima di quanto progettato dallo sprovveduto scrittore. Qui la storia è una semplice trama, quella del primitivo investigatore raccoglitore/cacciatore che pascola in una città - Milano - il cui tempo spesso riflette il suo stato d'animo, una città che gli offre rigogliose radure dove poter andare a pescare qualche ladruncolo o qualche pappone da interrogare, perquisire, arrestare o qualche giovane spiantato a cui far la voce grossa, quasi nulla è lasciato all'abilità deduttiva, il lettore deve solo seguire, accompagnare, viene fatto discendere in una piccola bolgia infernale dove può toccare con mano i fatti, la malvagità e la cattiveria con cui viene scritta la cronaca. E tocca con mano gli uomini, e quanto poco per loro valga il dolore e la vita dei fratelli. Non c'è il passatempo, il rompicapo, la suspense, la scoperta del movente e dell'assassino è un lento procedere verso un inquietante retroscena, uno dei tanti miseri corto circuiti della società; così, alla fine, pur arrivando la punizione non arriva la redenzione, non si ripara al danno, la giustizia non indennizza, anche perché il male non si sconfigge; al lettore è solo concesso di vedere dietro il sipario il meccanismo perverso e meschino che ha condotto al delitto ma che rimane ineliminabile, l'equilibrio restaurato è la consapevolezza dell'esistenza del male in assenza di un crimine in flagrante, di un'ingiustizia impunita sotto gli occhi del protagonista. È per questo che Duca Lamberti può uscire ogni volta vincitore, sgominando i malfattori di turno e risalendo ai mandanti, perché la sua vittoria non altera la realtà, non è mai consolatoria, non dà l'illusione che la società sia un po' più sicura, ci si ferma al semplice arresto, alla momentanea e personalissima giustizia dell'eroe che punisce chi ha trasgredito, dopotutto i casi di Duca Lamberti sono sempre delle rese dei conti personali, i lettori lo vedono risolvere soltanto casi che lo smuovono nel profondo, che vive come sacrilegi alla vita, e allora si scaglia, ma contro il singolo crimine, contro la singola colpa, l'unicità, l'irrepetibilità di un reato che ha danneggiato un essere umano particolare, un modo limitato di affrontare il male, non alla radice.

In Scerbanenco questa impotenza rimane una generica denuncia della società, colpevole anch'essa dei reati, correa degli uomini piuttosto che causa, sono infatti gli uomini ad essere sotto accusa, in loro è il male la società di massa in cui Milano sarebbe ormai proiettata è soltanto la situazione che ha reso l'uomo ladro (omicida, stupratore, sfruttatore, stragista,...), i malfattori resteranno tali, come illustra il racconto 'Vietato essere felici', quasi fosse una loro qualità ontologica: l'arresto è solo una pausa, finita la pena torneranno di nuovo a commettere omicidi, stupri, rapine,... i criminali non possono numericamente diminuire perché non vengono fermati in alcun modo, solo la morte, che la giustizia non può dare – si veda il racconto “Minorenne da bruciare” -, può effettivamente arginarli. E questo sempre considerando che, quando vengono 'congelati', i crimini che non possono commettere loro direttamente vengono commessi da altri che trovano il pascolo libero, ad una banda si sostituisce sempre un'altra banda, ad un ladro, ad uno sfruttatore un altro malvivente della stessa risma.

Il male è nell'uomo e la città è la nuova giungla, un nuovo vasto territorio in cui ampie zone rimangono nell'oscurità, qui si nascondono alcuni uomini per aggredire e mangiare altri uomini come fossero bestie.

[... continua...]

 

anticipazione su Manuel Vazquez Montalbàn

[dalla quarta di copertina]

[...] Ci ritroviamo immersi in un romanzo quasi sperimentale, molto visionario, certamente scatenato [...] scritto nel 1970, quando il sogno impossibile per molti era quello di ammazzare il generale Franco, invece di Kennedy [...]”

[pag. 103]

[...]

Quando i Kennedy sono seduti a tavola si manifesta l'esistenza di una galassia familiare, con i suoi soli e le sue regole di rotazione. Il vecchio Joe fa da moderatore, un ruolo che spesso cede alla madre, Rose, con una graziosa condiscendenza da irlandese-americano emancipato. Ad avere il diritto di precedenza nell'uso della parola è John, seguito dopo da Robert e Edward; le donne hanno il loro turno una volta esaurito il tempo riservato agli uomini. In occasione dell'onomastico del presidente ci è stato consentito di assistere al pranzo familiare. John ha mangiato con un figlio seduto su ciascun ginocchio, eppure non ha scostato mai i gomiti dai fianchi né li ha appoggiati sul tavolo. Rose, la madre lo guardava piena di orgoglio. Invece, ma può darsi che mi sbagli, una volta mi è parso di notare un briciolo di censura nello sguardo rivolto a Ethel, che si è permessa di fare scarpetta senza usare le posate.

I fotografi di “Life” hanno ripreso quasi esclusivamente la triade formata dal presidente e i due bambini. Finita la pellicola, i bambini sono stati mandati via insieme alla nurse e la ieratica faccia del presidente-commensale si è distesa, come liberata da un'intensa preoccupazione. A partire da quel momento, la loquacità di Kennedy è aumentata e ha raccontato una mezza dozzina di barzellette storiche relativamente riuscite. Robert non rideva, sorrideva. Edward, invece, non aveva abbastanza mascelle per addentare le risate che gli sfuggivano. Rose distribuiva due occhiate, una ammirata, indirizzata al figlio alla fine di ogni barzelletta; l'altra, valutativa, la divideva tra il gruppo di spettatori che alternavano un boccone di torta gelato all'ilarità filopresidenziale. [...]"

[pag. 156]

[...]

Mr H singhiozzava di nascosto mentre finge di sistemare le carte sulla scrivania di palissandro, Morrison guarda rattristato alla finestra finta dove le torri finte di petrolio lanciano fiotti finti di oro nero. Entra nella stanza un cavaliere dell'Ordine di Malta che raccoglie fondi per i bambini poliomielitici della Guinea Equatoriale. Morrison gli dà mille dollari e Mr H un milione. [...]”

Innamoratomi delle avventure investigative del catalano Pepe Carvalho, e della scrittura del suo 'cronista' Manuel Vázquez Montalban, non mi sono potuto esimere dall'andare a ricercare le sue prime indagini, spingendomi purtroppo fin là dove il personaggio ha mosso i primi passi, in questo - per me lettore - fallimentare Ho ammazzato J. F. Kennedy.

Una delle poche volte in cui il quarto di copertina non mente.

Investigatore privato gourmet, attivo a Barcellona, 'compagno' della prostituta di alto bordo Charo, ex agente della CIA, Carvalho nasce qui, praticamente già quasi completo in tutti i suoi dettagli biografici senza niente, però, che faccia presagire i futuri sviluppi. Si parla di un momento precedente della sua vita, quando lavorava per la CIA dopo aver abbandonato la militanza politica, ma le dolenti note sono il 'come' se ne parla.

Kennedy venne ucciso nel '63, il romanzo fu pubblicato nel '72, Franco morì nel '75, la prima indagine di Carvalho è del '76: questa prima 'avventura' è una storia politica e i risvolti, le citazioni, i personaggi chiamati in causa, le eccezioni al realismo, le 'licenze poetiche' alla credulità colgono di sorpresa (traumatizzano in verità) quanti si aspettano il Montalban più noto. Purtroppo hanno costretto anche me ad una fulminea resa: speravo di potere raccapezzarmici qualcosa ma la profondità e la complessità delle figure e delle situazioni non consentono una lettura spensierata, disimpegnata, leggera, ho dovuto ripiegare su una sua rapida e quanto possibile indolore conclusione ripromettendomi che, quel famoso e giorno in cui avrò il tempo la voglia e la pazienza di riprendere gli innumerevoli libri che ho abbandonato in giro senza averli capiti o apprezzati quanto secondo me (o i critici o la fama o i fan) meriterebbero, riprenderò in mano anche questo libro e lo affronterò come gli è dovuto, con un'intelligenza e un'attenzione, oltre che con una serie di libri di riferimento che mi permettano di penetrare i vari personaggi e le varie situazioni descritte, degni della cultura del suo autore.

La trama stessa finisce per riassumere pochissimo del senso del libro, povera com'è dei sottintesi e delle metaforiche situazioni descritte: una guardia del corpo di origine spagnola a servizio della famiglia presidenziale dei Kennedy racconta la sua esperienza alle loro dipendenze, dopo una serie di quadri descrittivi viene fuori la scoperta, priva di qualsiasi mordente da thriller e ancora tutta invischiata nel gusto descrittivo dei quadri precedenti, di una trama ordita da un certo Bacterion e coadiuvato dal catalano Pepe Carvalho sotto cui, successivamente, nascerà quella che porterà all'assassinio del presidente. E detto questo non si dice veramente nulla, chi vorrà sarà il ben accetto per dirimere i segni di questa prima fatica narrativa sul nostro investigatore Gourmet (magari riuscendo anche a dare alla storia un minimo di piacevolezza)

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Commenti

Allora, per me non è possibile fare paragoni, perché sono un appassionato di Montalbàn da tempo.
Non ho letto tutti i gialli di Carvalho, ma non mi ha mai deluso.

Su Scerbanenco non posso dare giudizi, ma la mia ragazza l'ha trovato sorprendente come pochi altri, nel panorama italiano.
E di lei mi fido, perché i gialli li divora come corn flakes a colazione...anche perché non ho capito in pieno quale sia il difetto della sua scrittura: "la violenza c?è ma non si vede, non è in presa diretta, manca l?azione, il montaggio, la drammatizzazione, lo sfogo catartico nella tragedia raccontata e vissuta; dove compare, per di più, si sente un velo, una sensibilità che allontana il dramma, disinnesca la ferocia".

E' proprio soggettiva, la lettura: sempre la mia ragazza mi ha detto che, una volta iniziato, quasi sempre non riusciva a non finirlo in una notte, Scerbanenco. Ed ha letto, creo, quasi l'intera bibliografia.

Caro Ianus, non parli di cose vicine al mio genere ma ricordo con piacere immutato il tuo stile. Ritrovarlo perfezionato dagli anni - in una scrittura che vedo destinata a farsi serie - mi emoziona e non poco. Aspetto le prossime.
*
(manca il montaggio > bel concetto).

Pardon ma... in realtà ho scritto tantissimo e sto ancora limando e tagliando per cui molte cose non le ho dette per ora, riassumo brevemente tanto per chiederti di aspettare le 'prossime puntate': ho cercato un parallelo tra Scerbanenco e Montalbán perché, semplicemente, ho notato che prendo sempre più l'abitudine a fare collegamenti tra testi diversissimi e i due mi hanno colpito perché, se Montalbán - per una serie forse di motivi plausibilissimi - non mi è parso mai datato - sono rimasto di sasso quando ho letto che 'Gli uccelli di Bangkok' è del 1985 - Scerbanenco l'ho subito sentito legato al suo periodo, e sia che l'ultima avventura di Duca Lamberti è del '69 mentre la prima di Carvalho - che adoro - è, se non mi inganno, di soli 4 o 5 anni successiva. Se riesco entro domani aggiungo la seconda parte, una critica alla credibilità dei personaggi (purtroppo c'è anche uno spoiler e perché tu possa apprezzarla dovresti aver letto 'Venere privata', se te la senti... eh eh eh).

Poi nessuno dubita che il giudizio sia soggettivo e che l'esperienza giallistica della tua ragazza sia sproporzionatamente più avanzata della mia, le macchine da guerra mi mettono soggezione però... Scerbanenco ha scritto almeno 140 romanzi (attenzione, potrei anche confondermi ed essermi perso uno zero) non tutti conosciuti (ha decine di pseudonimi) e solo una piccola parte è noir, noir, non gialli: il noir è meno di intrattenimento e più propenso alla letteratura (per dirla molto semplicisticamente... ma dopo tutto io dovrei essere già in pizzeria, perdonerai se taglio col coltellaccio) l'occhio con cui vanno guardati può essere più serioso, esigente come non lo è davanti ad un Conan Doyle o ad una Agatha Cristhie.

Buona cena, fuggo, a presto (spero).

Ma la mia mica era una critica al tuo testo, anzi.
Leggerti è stato molto interessante, e leggendo il continua avrei comunque aspettato volentieri.

Sulla attualità dei personaggi non mi pronuncio, ti ripeto che per me Pepe è insuperabile.
Non sapevo di tutti questi testi scritti da Scerbanenco...una specie di Simenon italiano.
Il discorso che portavo avanti sulla scrittura di Scerbanenco era per "sentito dire", se così si può scrivere. La persona che me ne ha parlato è stata, appunto, molto colpita dalla scrittura, più che dalle storie in sè.

Sul fatto che il noir debba essere più propenso alla letteratura rispetto al giallo, mi trovo d'accordo con te.
Alla prossima lettura.

Su Scerbanenco anch'io non posso dare giudizi, avendo letto un solo testo "Appuntamento a Trieste" -- che però trovai fresco e altrettanto penetrante nelle neotazioni sulla realtà sociale triestina del dopoguerra. Il giallo, beh, in sè era assai fumettistico, ma indubbiamente divertente. La scrittura andava giù come un bicchiere d'acqua fresca.

Come volevasi dimostrare... sono di corsa, neanche il tempo di rigiustificare il primo paragrafo!!! Neanche il tempo di rileggermi i commenti e rispondere. Neanche il tempo di inserire, come avevo detto, la parte sui personaggi... spero domani, rimettendomi in piedi dopo l'ennesima notte brava per esigenze sociali, di poter mettere un pochino a posto.

Chiedo venia, pietà e 8 ore in più al giorno.

solidarietà.

Ad Antonio:
ti chiedo scusa ma la fretta e la scrittura a volte non riescono proprio a dare il tono di un'affermazione, con internet stiamo sperimentando i limiti di un nuovo tipo di scrittura che è diverso da quello epistolare. Cmq, non me l'ero presa.
Per quanto riguarda Pepe... tutti d'accordo, come lui non c'è nessuno.
Per quanto riguarda lo scrittura... niente di più giusto che chiudere con un 'de gustibus', è chiaro da quanto scritto sopra che non riesca proprio ad apprezzarla, c'è a chi piacciono le bionde, a chi le more, a me le rosse, su questi temi (bionde/more/rosse) (vabbé anche sulla scrittura) (ok in pratica su tutto) le opinioni sono come i cappelli (o le scarpe? o le mutande? mah...) ognuno ha le sue. E nel caso dei capi di abbigliamento... non è sempre vero, come anche per le opinioni... stamattina mi sono svegliato nichilista, cmq spero di essermi fatto capire al di là della mia confusione mentale.
Un giro però te lo consiglio su Scerbanenco, a te decidere se seguire la cronologia o meno, ma cmq... dà sorprese.

Per Patrick:
anche leggendo su Milano mi è parso interessante, ha aggiunto, alla mia immagine 'fantastica' del capoluogo - non ci sono mai stato -, delle cosette... per certi versi è sfizioso, sono tratti che non c'entrano con l'informazione giallistica in sè ma risultano piacevoli. Per quanto riguarda lo stile... dovrei cmq passare sul libro, ho letto che Scerbanenco cercava anche di cambiarlo quando usava pseudonimi diversi, magari è diverso dallo scrittore di Duca Lamberti, nonostante anche qui... il mio cruccio è che immersa la storia in una scrittura semplice, senza alcuna cosa da notare sento a volte delle sconnessioni, una sorta di sconnessioni dell'asfalto, mando giù perché è chiaro però... non è naturale né piacevole, e questo, come detto sopra, rientra pienamente poi nella sensibilità di chi legge, valga per tutti l'ormai mitico CODICE DA VINCI, piaciuto a moltissimi ma che chi non ha gradito ha trovato orrendo. Credo che, nonostante tutto, si faccia un'ingiustizia a Scerbanenco lasciandolo nell'ombra, al di là del giudizio che ne ho, mi accorgo che meriterebbe maggiore pubblicità, è certamente un buon prodotto italiano che valorizzerebbe la nostra cultura e la nostra editoria molto più di certi suoi epigoni o di certe nuove improvvisate leve.

Ianus! La pagina personale!
E troviamo il modo per annunciare gli aggiornamenti del testo...

Ehm... si, scusa.

normalizzato il titolo

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