Scarabicchi Francesco

L'esperienza della neve

Autore: 
Scarabicchi Francesco
 

 È un vero peccato non avervi potuto segnalare per tempo questo libro uscito nel 2003 dalla casa editrice Donzelli. Ma il dispiacere sarebbe ben maggiore se non ci appartenesse la rassicurante consapevolezza che i libri di valore siano capaci di resistere all’effetto ossidante del tempo, rispetto a tanta paccottiglia che si addensa giornalmente sugli scaffali delle librerie.
Francesco Scarabicchi è - occorre dirlo - oltre che poeta, un instancabile organizzatore di eventi culturali legati alla fruizione e alla divulgazione sul territorio della poesia - in particolare di quella marchigiana – nonché traduttore dallo spagnolo di Antonio Machado e di Federico Garcia Lorca. Ma è soprattutto poeta, e poeta dolente dotato di una scrittura pura e cristallina, che non dà di sprechi o di vane astrazioni, ma che lascia danzare l’inchiostro sulla carta da una disposizione vivissima a restare nei particolari dell’esperienza.

Egli esamina la trama indecifrabile della vita sezionandola in una cifra poetica fatta di impalpabile leggerezza e di conclamata leggibilità, nel disperato tentativo di afferrarne la concretezza con la punta sagace delle proprie dita. E’ sotto lo sguardo incrociato sul macrocosmo dei grandi problemi e sul microcosmo delle sensazioni personali che trova forma l’intera vicenda di Francesco Scarabicchi, il suo passaggio nel tunnel veloce del tempo. Le intermittenze del dolore e dello stupore per la vita che stiamo perdendo, hanno sedimento in lui un distillato di angoscia che tuttavia non gli impedisce di attraversare il sentiero per nulla consolatorio della parola, con la grazia non falsificante propria dei poeti che vogliono ferocemente restare sé stessi..

“L’esperienza della neve” è in larga parte un epistolario in versi articolato in componimenti adeguatamente virgolettati ed indirizzati ad entità dai contorni per lo più indefiniti, tra il percettibile e l’impercettibile. Creature fluttuanti nello stato semitrasparente della sua memoria, a cui si rivolge per ritrovare i segni di una stralunata pietà, le testimonianze vive di un’umanità, animato dalla nostalgia e dalla dolcezza di una speranza silenziosa.  “Quest’ora del respiro, questa pena/porta con sé per sempre la tua grazia./Posso amarti ogni volta a tua insaputa,/distante che non sai quante distanze/compie il mio passo che ti segue ovunque/dove non sei, dove non sai di essere,/dove nemmeno senti che ci sono/a custodire quel che di te posso.” (Tu pag. 26)

 

È prevalentemente poesia affettuosa, che riesce a dire io solo nella misura in cui pronuncia un Tu, filtrata talvolta dalla cadenza affabile dei ricordi e dalla necessità di riassaporare quel puro slancio che la vita rinchiude inesorabilmente, giorno dopo giorno, nell’antro più recondito del nostro animo. “Nelle ore solitarie del respiro/ti cammino in silenzio come il buio./Toglimi da quest’ansia che mi spegne/portami dove sei umido e spine,/schiena di nudi brividi, sudore,/ombra che trema alla mia lingua muore/senza voce che dica d’ogni altrove/da cui viene o ritorna l’onda e il seme.” (Nuove notti pag. 27).

 

Sono segni quasi immaginari che Francesco Scarabicchi traccia nei solchi in larga parte binati dei versi, modulandoli attraverso il disposto armonico di un endecasillabo tradizionale, benché adattato alla forma epistolare, che ci trascinano lungo la china interrotta di una riflessione che pensa per oggetti, per presenze, per forme tangibili e non per stampi o categorie. Ciascuno potrà percorrere le poesie di questa preziosa silloge incontrandovi sentieri interrotti da radure improvvise in un risalto di continuità e di limpidezza mai offuscate dall’uso sottile e raffinato di una forma chiusa.  

Gian Paolo Grattarola 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE : 

Francesco Scarabicchi – L’esperienza della neve - Donzelli Editore, 2003 

Francesco Scarabicchi è nato ad Ancona dove vive nel 1951. Ha pubblicato in versi : “La porta murata” (Residenza 1982), “Il viale d’inverno” (L’obliquo 1989), “Il prato bianco” (L’obliquo 1997), “Il cancello” (Pequod 2001). In collaborazione con il pittore bresciano Giorgio Bertelli ha realizzato “Via Crucis” (Sestante, 1994) e “Diario di Càlena”  (Stamperia dell’Arancio 1995). Infine “Taccuino spagnolo” (L’obliquo 2000) antologia di brani tradotti da Lorca e Machado.  Dirige la rivista culturale “Nostro Lunedì”.

 

ISBN/EAN: 
978887989819

Commenti

Nuovo GPG.
Scopriamo Scarabicchi.

"Le intermittenze del dolore e dello stupore per la vita che stiamo perdendo, hanno sedimento in lui un distillato di angoscia che tuttavia non gli impedisce di attraversare il sentiero per nulla consolatorio della parola, con la grazia non falsificante propria dei poeti che vogliono ferocemente restare sé stessi..
"

un passaggio un po' intricato, caro GP, che non riesco a leggere nel suo significato ultimo: si tratta di malinconia dovuta all'età che avanza o piuttosto al senso di incompiutezza delle proprie azioni (del tipo: avrei voluto fare molto altro, ma...)?
Tu che hai letto l'opera intera, che ne pensi?

Cara Ilde,
nel poeta abitano allo stesso tempo lo stupore ed il dolore per la vita che transita velocemente. Scarabicchi denuncia con candore di volerla fermare, almeno con la forza della parola.

"Il tempo volta le spalle,/il tempo è niente,/ombra che se ne va,/voce che non si sente." (Il tempo pag. 16)

"Quanto tempo del tempo muore eterno,/alba di mute porte, nomi che parleranno." (1 pag. 60)

"Viene voce dal gelo,da un altrove/che popola il disordine di sguardi,/dolore che difende, se dimentichi/giorni che vanno per non ritornare." (7 pag. 66).

"Anni clandcestini del nulla, migratori/quale con voi che andate musica si spegne ?" (9 pag. 68)

"(...)/quando lontano, senza lasciare traccia,/l'età che perdi non la puoi chiamare." (Gina pag. 30)

"(...)/paziente come l'ombra che non smette/d'accomoagnare, muta la mia vita". (Corinna pag. 28)

Ecco da questa sequanza di versi spero emerga più chiaramente il senso della sua poetica, che è profondamente dolente e malinconica non già per quel che avrebbe potuto essere ma per quel senso d'inafferabile compiutezza che è il tempo.

Gian Paolo Grattarola