Leggendo le poesie che si dispiegano lungo le pagine di questo libro, che emblematicamente prende il nome di “Il viale dell’inverno”, si avverte come la sensazione di venire catapultati in una stagione dove le parole ed il pensiero si chiudono rabbrividendo nella luce precoce del crepuscolo. Non a caso il limitare, il cancello e la soglia sono figure ossessivamente iterate, che Francesco Scarabicchi sembra attingere da risorse altre e nascoste, fino a diventare indizio di una mappa psicologica intensa che affida alla penna la voce dell’animo.
Lo stile, che pure verseggia con nitore, evoca visioni impalpabili e figure evanescenti, sottratte ad una percezione immediata, che l’autore attinge dai fondali di una memoria avara di dettagli morfologici ed epocali. Ed arricchisce il reliquario nel quale il poeta s’identifica con quella stessa amara consapevolezza della disillusione che già fu di Camillo Sbarbaro: “Nel freddo della fermata,/solo come chi attende,/a lungo t’ho guardata/fra la gente del sabato/passare illuminata/dalla luce che in me,/nel farti vera,/ti ha seguita lontano/e poi si è spenta”. (pag. 34)
Dai versi emerge la piana e cristallina voce lirica di un autore incline a pedinare il rovinoso trascorrere della vita ed insieme a mettere in salvo episodi e gesti luminosi, dove spiccano i suoi versi delicati e concreti, affabili di umana tenerezza. “Di te resta l’immagine/bionda che dal cancello/ridi stringendo in mano/un fiore d’oleandro,/un’istantanea d’album/che tengo cara/ora che tutto è andato/così come scompaiono/i treni nel silenzio”. (pag. 29)
Lungi da qualsiasi scadimento orfico, tutto ciò si legittima solo per i suoi riflessi immediati, arricchendo la sua prospettiva piuttosto che compensandone le perdite. E pur restituendo al lettore una visione del mondo compattamente soggettiva, mette in scena un io opaco e logorato da un senso irreversibile della perdita : “Con questa pena chiusa/d’aver lasciato, al mondo,/dimenticato un sogno”. (pag. 53)
Depotenziati i rapporti con il mondo esterno, la sua poetica mira alla tenace difesa dell’indipendenza emotiva, proteggendola dalle passioni centrifughe, nella convinzione che il senso della vita risieda unicamente in poche epifanie fulminee. “Con l’epoca e coi nomi/si consuma, con i numeri e i segni/di un taccuino, il gesto/che la memoria impara,/le luci di Aradeo, il vino,/Lu sulla porta e il regno/che sta dentro la fiamma/di un fiammifero.” (pag. 63)
Alla poesia di Francesco Scarabicchi appartiene dunque quella stessa mancata saggezza della memoria che egualmente troviamo nei versi di Vittorio Sereni, allorché afferma che il poeta altri non è che il custode di esperienze personali istantanee e non di anni: “Perché di noi/non si ricorda l’aria/che passa dentro gli anni/e non ritorna”. (pag. 47).
Per questo i suoi componimenti qui raccolti offrono, senza alcuna concessione all’artificio metaforico, quel tratto limpido ed essenziale che si trasforma in guida interiore per chi crede nella funzione del messaggio poetico.
Gian Paolo Grattarola
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE :
Francesco Scarabicchi – Il viale d’inverno – Edizioni L’obliquo, 1989.
Gian Paolo Grattarola
Commenti
Amices,
GPG presenta un'opera difficilmente reperibile di Scarabicchi.
Qui il tag:
www.lankelot.eu/index.php?tag=francesco-scarabicchi
buone letture!
Grazie GF,
libro reperito in biblioteca comunale ad Ancona.
Proseguo nella presentazione dei principali protagonisti della
poesia e della letteratura marchigiana contemporanea.
Grazie
Gian Paolo
Bel lavoro. Grazie a nome di tutti.
Lo faccio con vero piacere e sono felice che lo apprezziate.
Grazie a Te/voi di cuore.
Gian Paolo