Alberto Savinio in prefazione, confessa che fino ad un certo punto della vita si agitava nell’ansia di andare sempre più avanti, nel timore di non avere abbastanza tempo per costruire e scoprire in quell’avventuroso e misterioso viaggio che è l’esistenza umana. Nel suo pensiero, il guardare indietro poteva rappresentare un ritardo o addirittura un ostacolo nel timore di una delusione per quello che era stato: “solitamente è per una ragione morale che abbiamo paura di guardarci dietro le spalle. Per non esser colpiti dall’immobilità. Per non esser mutati anche noi, come la moglie di Lot, in una statua di sale” (pag.463). Non era questa la ragione di Savinio, non era un pudore morale a fermarlo, ma il terrore di scorgere la mostruosità di un fatale errore a cui non poter porre rimedio se non con la cancellazione. Solo in una fase più adulta, più cosciente, quando percepiva di essere in animo tranquillo nella raggiunta consapevolezza che nell’esistenza non ci sono obiettivi da raggiungere allora poteva guardare indietro e scoprirsi felice nel constatare che “quasi senza che ce ne avvedessimo, in forma di tante foreste e di tanti giardini, noi abbiamo lasciato un’opera. Che importa morire? Ormai noi abbiamo il sapore in bocca dell’immortalità” (pag. 464). Confesso io che, quando lessi la prima volta Alberto Savinio e, nello specifico, “Tragedia dell’infanzia”, non conoscevo affatto l’autore né gli intenti catturati da uno stile non riconducibile ad altri se non a Savinio stesso. Il libro mi venne letteralmente catapultato tra le braccia in una precisa collocazione del tempo in cui riuscivo a cogliere quel preciso senso di smarrimento racchiuso nel titolo. L’averlo vissuto allora, in quella precisa fase della vita, mi ha permesso di trasferire al testo e da esso a me stessa, in uno scambio reciproco in perfetto equilibrio, quel pathos sensibilizzato dalla sua novità, in campo umano prima che letterario. La lettura di questo testo, dunque, è una tappa che ritengo di dimensioni universali, attraverso l’analisi che fa della ricerca delle origini, di una dimensione terrena che tutto dovrebbe rappresentare, in apparenza, eccetto il senso del tragico.
Savinio iniziò a scrivere il testo tra il 1919 ed il 1920, con la pubblicazione avvenuta solo nel 1937, in una fase più matura, sicuramente a seguito di rimaneggiamenti dell’originaria scrittura. Eppure, nonostante gli anni trascorsi da allora, ritengo che mantenga la sua originale freschezza ed una potenza illustrativa – formativa di grande impatto umano nel suo rilasciare continue sfumature che, probabilmente, solo con il tempo emergono in tutta la loro libertà - verità. Savinio, tuttavia, non ha mai riconosciuto l’esistenza di una sola verità, ma di tante verità da scoprire, svelare e poi eventualmente ribaltare o sostituire attraverso la versatilità dell’arte, delle molteplici arti a cui in effetti si dedicò. La ricerca linguistica, ad esempio, investe l’opera di Savinio nel tentativo di illustrare le verità che derivano dall’etimologia della parola e su cui gioca, tra il burlesco, il fantastico, il grottesco e, quindi, l’ironia che è la rivelazione finale dell’arte. La struttura formale di “Tragedia dell’infanzia” appare più disciplinata rispetto all’opera prima “Hermaphrodito”, densa di una furiosa libertà espressiva che lascia stordito il lettore, ma il suo è un ordine apparente che deriva dalla precisa rievocazione delle memorie/reminiscenze d’impronta chiaramente autobiografica. Tutto il resto è un flusso nel mistero delle allegorie svelate attraverso una prolifica simbologia. Savinio rievoca l’infanzia e ne narra i passaggi emblematici fino a quel tratto che distingue la consapevolezza dall’innocenza e che diventa tragedia nell’infanzia, “ossia sacrificio e annientamento” (pag.563).
È in quel momento, in cui la vita scopre il velo dagli occhi atemporali del bambino, che nasce la tragedia, ossia quel senso di smarrimento e di frustrazione che scatena una variegata gamma di sentimenti e che portano il bambino all’isolamento e alla solitudine. Ma nel bambino riconosce anche la fragilità dell’esistenza dell’uomo e, quindi, della specie che ha in sé la tragicità della corruzione attraverso la costrizione degli stimoli naturali, liberi e gioiosi.
È chiaro l’influsso di Sigmund Freud nell’opera saviniana di ritorno alle all’infanzia e poi ad uno stadio ancora più indietro, primordiale che è, effettivamente, la vera ricerca a cui era teso l’autore - artista. “Tragedia dell’infanzia” è suddivisa in capitoli, non strettamente legati in ordine cronologico poiché frutto dell’esposizione in memoria di alcuni eventi dell’infanzia del protagonista, trasformati in ricchi e promettenti episodi saviniani. Il primo ricordo è il lettino su cui si poggia una zanzariera di cui annulla qualsiasi effetto estetico ribaltato dall’impatto soffocante e stregonesco degli intarsi, nuvolette, ranocchi ed alberi divelti che, in fondo, avevano solo il compito di ingentilire il triste velo. Egli si duole della cattiveria degli adulti, dell’impossibilità di farsi capire in quella sua solitudine gracchiante che cerca un qualsiasi contatto e non lo trova. Il mondo degli adulti è separato, in una camera lontana agli occhi, mentre il piccolo soffre per una malattia da raffreddamento di cui non può dolersi, ma solo aspettare l’arrivo della “vecchia” (a cui associa l’idea della morte), come gli è stato profetizzato mentre si dibatte “tra le braccia della dea Terme, divinità infernale” (pag. 471).
Non è il sole a spazzar via il buio della notte che domina sulle scene de “La Tragedia” ma il viso dolce della mamma a cui aspira sempre ed in ogni tempo. Giunge presto anche per lui il momento dei “perché” o dei “peché”, assecondando la difettosa pronuncia del nostro, che ossessionano madri e padri di tutto il mondo, ma in quel momento è il padre che risponde al giudice inflessibile – bambino “signor peché”. Savinio torna con la mente all’età in cui scrive ricostruendo con nostalgia il ricordo del padre e la curiosità fanciullesca che sente ormai svanita nel mare della tranquillità (l’esperienza). Ad attirare l’attenzione dei frammenti successivi di memoria è l’episodio di un passerotto caduto dal nido a cui affibbia il nome di Leonida, preso in prestito dall’eroe delle Termopili. “Era la prima volta che contemplavo la morte” (pag. 477) esclama, ma l’animale non è affatto morto; è solo spaurito e spennacchiato come tutti i cuccioli che ancora non sono pronti a spiccare il volo. E sono proprio i suoi genitori a richiamare la somiglianza con il cucciolo umano che stanno allevando in casa, fermamente convinto di esserne lui il comandante, quello che dà l’ordine di acchiappare Leonida, nel frattempo volato via.
L’infante Savinio è ancora ammalato e come sempre riceve la visita del dottore, a cui lo lega una forte ostilità di principio. Il dottore pare prendersi gioco di lui, ferisce il suo orgoglio ogni qualvolta fa confronti tra le medicine che ingurgita controvoglia e piatti appetitosi che preferirebbe mangiare. Il dottore però questa volta gli consiglia l’aria di mare, sottraendolo al velenoso medicinale e poi d’improvviso, in una conversazione che il bambino non afferra nella sua logica, esclama il nome di “Senofonte”, richiamando la sua attenzione e la meraviglia nell’apprendere che il dottore conosce il suo misterioso compagno di giochi. Da quell’associazione di idee nasce in lui la consapevolezza che quell’oscuro figuro non è poi così cattivo come aveva sempre pensato e salta spontaneamente per abbracciare quell’essere che lo fulmina prontamente con la mano, arrestandone l’impeto e la gioiosa spontaneità. Da quel momento Senofonte gli apparirà come un compagno dispettoso ed ipocrita, portandolo ad un pianto disperato per un’amicizia “magnifica e distrutta per sempre” (pag. 486). È l’ora del mare, del viaggio salutare che gli era stato prospettato in compagnia della mamma. Il piroscafo li attende, ma il bambino portato in trionfo nella sua carrozzina si sorprende nell’ammirare una figura dalle fattezze di una fanciulla con la coda di drago attaccata alla nave. Non conosceva l’Andromeda, ma da quel momento in poi l’associa alla strana e inerme fanciulla, inseguita dal sinistro drago e per cui prega Dio di poter aiutare quella che ormai identifica come una sorella invocante l’aiuto del suo “inerme perseismo” (pag. 493).
Il viaggio è l’occasione per il bambino Savinio di conoscere il mondo, l’altro da sé e al di fuori della cerchia familiare in cui è vissuto. Ed è anche il momento della più grande e dolorosa tragedia della sua esistenza: il primo amore. Lui s’invaghisce perdutamente della Venere scesa in terra, colei che riconosce come la più potente divinità pronta a ghermire per sempre il cuore umano. Durante un’escursione a terra, nella città degli Argonauti, assiste ad un concerto e le sue pupille e tutto quello che viene dietro si fissano sulla violinista dalla cui bellezza è letteralmente irretito. Poche pagine per descrivere il primo ardore e il dolore della separazione, poche pagine che costituiscono uno dei pezzi più intensi e spietati del romanzo. Perché partire, si chiede e chiede all’adorata mamma, ora in secondo piano? Perché è necessario, risponde lei, ma il bambino sa che deve dimostrarsi più che risoluto per poter ottenere tutto ciò che vuole. La beffa lo attende, la complicità delle due donne, per il bene del bambino e del viaggio: “mi portarono fuori di peso, come un piccolo ferito” (pag. 497), nella speranza che la violinista lo raggiunga sulla nave, ma lei non arriva: “perché s’ingannano i bambini?” (pag. 498).
Di questo amore non serberà alcun ricordo, perché pronto ad innamorarsi di ogni donna che incontra. Questo accade ancora in occasione di una sera nel teatro Laranà, dove si svolgono diverse scene che il bambino afferra secondo il suo metro di giudizio, spingendosi anche a cose a cui gli occhi dell’innocenza dovrebbero essere tenuti a parte. Sulla scena si delinea il pretesto per richiamare Ibsen e l’ibsenismo che “già menavano strage in una Europa assetata d’intellighenzia, ma per quelle terre fuori mano, per quei climi innocenti e selvaggi ove la frutta serbavano ancora i sapori dell’Eden, lo scimmione di Cristania e i suoi torbidi sogni vagolavano ancora negli spazi neutri del limbo” (pag. 515). E mentre la Noia, scritta con l’iniziale maiuscola, cercava disperatamente di nutrirsi della vita del bambino, la scena del pescatore risveglia una prima viva curiosità. Sta per accadere qualcosa di meraviglioso, lo sente ed invoca la sacra Clio, la più fidata delle nove muse. Sul palcoscenico si fa notte, quando la luce porta in scena Apollo…ma Apollo è una donna ed in lei, vestita di lana aderente “il sacro delta nereggiava come un simbolo di morte. Nelle chiese greche più volte avevo mirato l’occhio di Dio chiuso nel triangolo. Al sacro delta che di colpo attrasse il mio sguardo, l’orrenda immagine si associò all’occhio di Dio chiuso nel triangolo” (pag. 523).
Ecco che l’episodio del divino ermafrodito folgora il bambino, dischiudendogli un mondo che gli adulti tentano di coprire. Il teatro è in subbuglio, adirati gli astanti per uno spettacolo vergognoso e indecente, ma il bambino ormai ha gli occhi ben aperti su una parte dell’esistenza che fino a quel momento gli era ignota, la sensualità o meglio la sessualità. È la molla che fa chiudere il bambino in se stesso, comunque vigile sull’estraneità degli altri. Non sente di potersi confidare meno che mai con i genitori che, al di là delle vicende quotidiane, appartengono ormai ad un mondo inconciliabile dal suo. La solitudine lo avvolge, perché la madre e il padre gli hanno tarpato le ali, costringendolo ad adeguarsi a quel mondo degli adulti che hanno abbandonato il teatro scandaloso: “educazione, sotto l’ipocrita maschera della bontà e della necessità, non è se non la sistematica, scientifica, legale diminuzione dell’uomo, la castrazione completa, l’evirazione, la sterilizzazione dell’individuo, in vista della sua immissione nel consorzio” (Postfazione, pag. 561).
In quel momento Savinio inserisce l’episodio del vento ciclonico che ribalta le cose, le sedie e i personaggi borghesi che hanno appena rifiutato la visione idilliaca dell’ermafrodito. E allora si fa pungente il desiderio di tornare in quella fase primordiale delle origini, di una fase anteriore alla nascita, sprofondato nel liquido materno. In quel momento sente la dea avvicinarsi, prenderlo per un braccio e calarsi insieme nelle acque del mare. Lì, in quelle profondità in cui regna sovrano il silenzio, sente la vischiosità liquida che lo sorregge in una fase intermedia tra l’aria e gli abissi marini.
È una dimensione onirica e struggente. La dea è con lui, ma muta, trasformandosi ed evolvendosi. Nel ritorno alla “foresta” dell’infanzia, quindi al paradiso perduto (inteso come ritorno primordiale) a cui solo i poeti avevano il diritto d’entrare, emerge infine l’immagine della donna: “non la smutandata donna pronta a tutto, sì una pantera con reggipetto e cache-sexe, occhi fiammanti e denti a coltello, la quale dietro a sé traccia una scia di sangue e fuoco. Amarla? Sì, ma a rischio della vita” (Postfazione, pag. 563).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico (Atene 25 agosto 1891 – Roma 5 maggio 1952) fu scrittore, pittore, saggista, critico, musicista, compositore.
Alberto Savinio “Tragedia dell’infanzia”, in “Opere. Hermaphrodito e altri romanzi. Vol.1”, Adelphi, Milano, 1995, pagg 461-564 a cura di Alessandro Tinterri. Introduzione di Alfredo Giuliani. Prima edizione: 1920 (probabilmente redatta nel 1919). Prima pubblicazione nel 1937, Edizioni della Cometa.
Commenti
"Savinio rievoca l?infanzia e ne narra i passaggi emblematici fino a quel tratto che distingue la consapevolezza dall?innocenza e che diventa tragedia nell?infanzia, ?ossia sacrificio e annientamento? (pag.563)"
ad oggi è il mio preferito...
"Savinio, tuttavia, non ha mai riconosciuto l’esistenza di una sola verità, ma di tante verità da scoprire, svelare e poi eventualmente ribaltare o sostituire attraverso la versatilità dell’arte, delle molteplici arti a cui in effetti si dedicò. La ricerca linguistica, ad esempio, investe l’opera di Savinio nel tentativo di illustrare le verità che derivano dall’etimologia della parola e su cui gioca, tra il burlesco, il fantastico, il grottesco e, quindi, l’ironia che è la rivelazione finale dell’arte. " > Grandissimo passo.
(credo questa sia una delle tue migliori schede, in assoluto. Grande contributo davvero.)
Grazie Franco ma se lo è, è soprattutto merito dell'opera, questa veramente importante e che dà la possibilità di affrontarla e di scroverne in modi diversi, anche nei parallelismi e distorsioni che si potrebbero fare. L'infanzia in questo caso è la ricerca "del tempo perduto", argomento comune a molti e da molti affrontato in maniera diversa.
Questo è un libro che io personalmente mi sento di consigliare moltissimo, così come Infanzia di Nivasio Dolcemare...
"Solo in una fase più adulta, più cosciente, quando percepiva di essere in animo tranquillo nella raggiunta consapevolezza che nell?esistenza non ci sono obiettivi da raggiungere allora poteva guardare indietro e scoprirsi felice nel constatare che ?quasi senza che ce ne avvedessimo, in forma di tante foreste e di tanti giardini, noi abbiamo lasciato un?opera. Che importa morire? Ormai noi abbiamo il sapore in bocca dell?immortalità?"
beato lui...
"Savinio, tuttavia, non ha mai riconosciuto l?esistenza di una sola verità, ma di tante verità da scoprire, svelare e poi eventualmente ribaltare o sostituire attraverso la versatilità dell?arte, delle molteplici arti a cui in effetti si dedicò."
Magnifico.
"La ricerca linguistica, ad esempio, investe l?opera di Savinio nel tentativo di illustrare le verità che derivano dall?etimologia della parola e su cui gioca, tra il burlesco, il fantastico, il grottesco e, quindi, l?ironia che è la rivelazione finale dell?arte."
:)))
"L?infante Savinio è ancora ammalato e come sempre riceve la visita del dottore, a cui lo lega una forte ostilità di principio."
I dottori sono sempre odiosi.
Sembra un libro di una ricchezza straordinaria...
9. sì moltissimo...te lo consiglio, dopo Herma...
l'ironia per lui era cosa seria...ed in questo libro si capisce moltissimo di questo suo pensiero (l'ironia della tragedia), ma il sorriso ti viene spontaneo comunque :)))
quando vede Apollo-Apolla ah ah ah
Ammetto di essermi spaventato per delle citazioni in greco (dico: greco. Alle superiori io non avevo nemmeno una lingua straniera...) mi sembra in Hermafrodito. Così, all'epoca, riportai bravo bravo il libro in biblioteca. Però mi piacciono i quadri di Savinio e Franchi da anni mi consiglia di leggerlo. Dunque, mi tocca :)
1946.
"I due libri che l'editore Sansoni ora ristampa (Tragedia dell'Infanzia è del 1920, Dico a te Clio del 1939) sono il primo una foresta, il secondo un giardino. Foresta per l'oscurità che si addensa in quella più tenebrosa stagione della vita; giardino per la chiarezza, la leggerezza, l'amenità che mi sono conquistate nell'età matura. (...) è il trapasso da un cibo crudo a uno cotto".
AS Roma 1946
Giusto qualche mia osservazione, del tutto laterale ed estemporanea, post rilettura. Eccomi a condividere.
La gioco per frammenti.
Il primo:
"TRISTE CONOSCERE".
"Triste il conoscere. Più triste e assieme nefanda l'inclinazione che ci spinge a conoscere a tutti i costi, quando ignorare sarebbe tanto più pietoso, o se ignorare non si può almeno dimenticare. Come negare che la gioia più intima dei nostri genitori si rinutre delle sofferenze di noi bambini?" (p. 16, Adelphi 2001)
Il secondo è una nota.
"ETIMO DI MASKARA'"
"Maskarà è vocabolo neogreco e signica briccone. Fa parte degli xenismoi, dei barbarismi; sia provenga dal basso latino *Masca (strega), sia provenga dall'arabo *Maschara (buffonata), sia che provenga semplicemente dall'italiano Maschera, come tante altre parole italiane trasportate di sana pianta nel greco moderna, come porta, piano, mastello ecc ecc"
(p. 32, Adelphi 2001; rif. "O eccoci in piedi, maskarà!")
Il terzo è aforistico.
Diciamo: "IRONIA E VOLGO"
"L'uso di una connaturata ironia adombra un poco il tragico costante. Ma l'ironia non alligna tra il volgo. Mangi, dorma, canti, il plebeo sta a contatto con la morte. A quei canti malinconicissimi la stessa angoscia mi serrò, quale davanti al corpicino inanimato del passero sulla pagina del mio sillabario" (p. 44, Adelphi 2001)
Il quarto è fondamentale.
"PERCHE' SCRIVETE DUNQUE?"
"S'illude qualcuno di penetrare le nostre scritture? Di scoprire attraverso la parola scritta il segreto del nostro pensiero? Come Narciso nello stagno, colui non vede noi ma se stesso, riflesso in questi specchi misteriosi e ingannatori che noi chiamiamo libri. Questo paziente e fatale trascrivere ricordi e fantasie, in effetto non è se non un monologo geloso. La lettera appare, ma come nelle scritture sacre, lo spirito rimane indecifrabile.
Perché scrivete dunque?
Per meritarci il paradiso"
(pp. 80-81, Adelphi 2001. Le ultime due righe di SAVINIO sono fondamentali)
Il quinto è politico.
Lo chiamo: "SOCIALISMO E COMUNISMO".
"L'aspirazione al socialismo e al comunismo è il pensiero degli uomini peggiori, degli uomini più piatti: è la loro volontà di inasprire l'educazione, 'ridurre' maggiormente l'uomo. La socializzazione dell'uomo comincia nelle relazioni tra madre e poppante" (Savinio, op cit, p. 127, Adelphi 2001)
Il sesto è karlseniano (cfr. "Postnovecento").
Lo chiamo: "LAVARSI"
"L'uomo è un animale logico, è un animale politico, ma certamente non è un animale lavatore. E' solo l'amore che lo rende tale, e nessun uomo, prima di aver amato, ha mai pensato per impulso proprio e metafisico a lavarsi. E' perciò che i nostri educatori, parenti, governanti o pedagoghi, spendono tanta fatica per abituarci a quello che si potrebbe chiamare 'gli obblighi del bagno' (...)."
Interessante:)
Ah, l'ultima citazione viene da p. 144, sempre Adelphi 2001; si tratta della bozza di "Sul dorso del Centauro" ;) )
Hai rilevato passi assai significativi e che mi erano rimasti impressi.
Io per questo ti ho scritto, in altri commenti, che ci vogliono altri punti di vista perché estremamente ricco di citazioni,digressioni, riferimenti, spunti di riflessioni, allegorie, etimologie da dover prendere appunti in ogni pagina ed, alla fine, una recensione non basta, salvo farla diventare un saggio di 40 paginette. :)
Pensa se un giorno tutta Lankelot - o almeno, le 40 persone che più regolarmente scrivono - si concentrasse solo e soltanto su un autore. Sarebbe uno spettacolo. Chissà.
17. MAGARI!!! in fondo ci vorrebbe poco...
chissà, magari pian piano qualcosa cambierà. Io sono molto fiducioso:)