"Tutti quelli che conosco o sono morti o sono in galera. Io voglio diventare un boss. Voglio avere supermercati, negozi, fabbriche, voglio avere donne. Voglio tre macchine, voglio che quando entro in un negozio mi devono rispettare, voglio avere magazzini in tutto il mondo. E poi voglio morire. Ma come muore uno vero, uno che comanda veramente. Voglio morire ammazzato".
E’ la lettera di un giovanissimo detenuto, o meglio di un bambino entrato nel "sistema", fedelmente riportata in "Gomorra", che più di ogni altra cronaca criminale ci mostra l’evoluzione (o involuzione) avvenuta in terra di camorra.
In realtà tra gli affiliati ai vari clan e presso i loro sudditi è proprio il termine "camorra" che non si usa più, soppiantato dal più coerente "Sistema": al bando romanticherie d’altri tempi, l’unico scopo del potere criminale è l’affermazione economica e finanziaria di una potenza militare che ha saputo vestire i panni del comitato d’affari.
Ad una prima lettura superficiale sembrerebbero affermazioni scontate, ma non lo sono affatto, vuoi per l’ampiezza del fenomeno, vuoi per quella informazione drogata e reticente, marchio del nostro accomodante giornalismo: inevitabile che poi la percezione di quanto è accaduto e accade sia dai più distorta e minimizzata.
"Gomorra", opera d’esordio del ventottenne Roberto Saviano, è anche uno straordinario successo editoriale, che, come è stato giustamente scritto, "ha il rigore di un saggio e l’anima di un romanzo".
Un successo di pubblico più che di critica, nonostante il premio Viareggio "Repaci", il premio Giancarlo Siani, il premio "Stephen Dedalus": inizialmente grandi entusiasmi, la prestigiosa sponsorizzazione di Enzo Siciliano ("non è solo un bel libro; questo ragazzo rischia la vita") ma poi quando il numero di copie vendute si è fatto imponente, ecco i primi distinguo e le prime bordate.
A parte un Sanguineti come al solito poco indulgente ("Non ho letto Gomorra. Ne ho ascoltato alcuni brani durante una lettura pubblica dell’autore e francamente non ne ho avuto una grande impressione. Parlerei non tanto di una letteratura che torna al reale ma di una realtà che si fa racconto; ovvero di un piegarsi modaiolo al reale") colpiscono le affermazioni di Rosanna Bettarini filologa fiorentina e neopresidente del premio Viareggio, intervistata da "Sette" del Corriere della Sera: "Gomorra mi interessò moltissimo, ma qua e là mi sembrava sopra le righe, come se si volesse forzare le tinte su una materia in parte già nota".
Prese di distanza, riconsiderazioni in negativo, che a qualche malfidato hanno fatto tornare alla mente le parole di Corrado Alvaro: " L’invidia ha gli occhi e la fortuna è cieca".
Intendiamoci: alcune delle obiezioni rivolte a "Gomorra" hanno un loro fondamento, ma per lo più si tratta di voci che spesso peccano di astrattezza e di poca attenzione per un’opera da valutarsi nel suo complesso, che si propone come saggio e che per lo più è stato recensito come un romanzo…
Si dice, a mo’ di critica, che il libro tratta "una materia in parte già nota".
E’ vero che a rigore Saviano quando si limita a raccontarci delle guerre di camorra, dei personaggi più pittoreschi e più feroci gravitanti nell’area campana, non scopre nulla di nuovo, pur dalla sua posizione privilegiata di ricercatore dell’Osservatorio della camorra e dell’illegalità.
Ma è vero soprattutto che molte di queste vicende sono rimaste sconosciute alla cosiddetta opinione pubblica e spesso confinate nelle pagine interne dei quotidiani nazionali.
Bisogna prendere atto che il nostro surreale giornalismo vive di Veronica e delle sue paturnie per una dignità riscoperta un po’ in ritardo, dell’indispensabile ex premier "nonno dolcissimo" (dal Tg5), del perenne pollaio governativo: praticamente è la cronaca di un rassicurante e consolatorio gossip; il giornalismo d’inchiesta, sovrastato dalle bufale e dagli agenti betulla, ha vita grama.
Ed anche l’accusa rivolta a Saviano di aver abusato di tinte forti e di un linguaggio urlato non è decisiva per negare i meriti di "Gomorra": lo stile del nostro esordiente qua e là risulta smozzicato, fatto di frasi molto brevi, forse troppo, immaginifiche, ma da parte di chi ha visto e vissuto tutto questo, di fronte agli abomini di un sistema del genere come non lasciarsi andare allo sconforto e all’ira più feroce?
Certamente, al di là di uno stile e di una struttura quanto meno discutibile, al lettore più smaliziato potrà rimanere l’impressione di un’opera costruita con episodi romanzati, fatti per colpire allo stomaco e procacciarsi un facile consenso.
Una mossa furba piuttosto che sincera?
Non sono in grado di saperlo e probabilmente non riuscirete a capirlo neppure voi.
Ma torniamo alle vicende che ammorbano la nostra Italia.
E’ sufficiente che vi descriva le linee essenziali che caratterizzano il lungo viaggio di "Gomorra" da Napoli, alla Campania, al suo entroterra, al mondo intero.
Quella malavita che si nutre di sangue, droga e appalti ci appare da subito nel porto di Napoli: merci fresche, provenienti per lo più dall’oriente e che, sotto le forme più svariate - plastica, abiti griffati, orologi - per essere occultate ed inviate verso altri luoghi di raccolta, passano da giganteschi container ad enormi palazzi appositamente svuotati di tutto.
Poi gli stupefacenti, che i clan, nella loro lungimiranza imprenditoriale e prima di altri, hanno reso di uso comune grazie al commercio a dettaglio della cocaina, soppiantando l’obsoleta eroina, la droga di quei disperati, usati al più come cavie per valutare i migliori tagli di roba.
Merce sono gli abilissimi sarti al servizio delle organizzazioni nate per produrre griffe "vere-false"; i manovali dell’edilizia, lavoranti in nero, i quali, se feriti gravemente durante una delle loro massacranti corvè, sanno bene di avere il destino segnato: liquidati senza troppi complimenti, i loro corpi saranno eliminati e bruciati simulando falsi incidenti stradali, oppure troveranno alloggio nel fondo di qualche pozzo.
Merce sono anche quelle scorie chimiche, le morchie e i fanghi velenosi, le ossa cimiteriali, provenienti da tutta Italia e tutta Europa, che vengono interrate nella premiata discarica Campania: gli stessi boss, che su quei terreni hanno edificato dacie russe e ville sontuose in stile hollywoodiano, non solo non si preoccupano dell’avvelenamento del prossimo e di coloro che si prestano a sotterrare il pattume tossico, ma, sulla scorta dell’adagio fatalistico "vita e morte per me è ‘a stesa cosa" non dimostrano particolare attenzione nemmeno per la propria incolumità.
Altre sono le priorità: dimostrare il loro potere e testimoniarlo con un imponente dispiego di simboli, soprattutto cinematografici, ispirati ai gangster di Tarantino e di De Palma, al Tony Montana di Scarface, al Corvo di Brandon Lee; tutto sempre mediato e adattato dal proprio essere campani "anema e core" anche nell’omicidio: ("In America si spara gonfiandosi col rap, i killer di Secondigliano andavano ad uccidere ascoltando canzoni d’amore") .
Allora possiamo capire il perché di ville "perle di cemento, protette da mura e telecamere", sontuose, fatte "di marmi e parquet, colonnati e camini con le iniziali dei boss incise nel granito".
"Si racconta a Casal di Principe che il boss aveva chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella del gangster cubano di Miami, in Scarface" (pag. 267).
In questo senso non è stato il cinema a prendere spunto dalla realtà ma la realtà criminale ad ispirarsi ai miti della celluloide ("Le guardaspalle delle donne boss sono vestite come Uma Thurman in Kill Bill: baschetto biondo e tute giallo fosforescente" - pag. 274)
Saviano ci racconta la guerra di Secondigliano, la donne di camorra, la morte di Annalisa Durante, l’ascesa del gruppo Di Lauro, la guerra tra clan emergenti, quella che ha generato oltre 80 morti in poco più di un mese, le imprese dei nuovi boss - tra i tanti Nunzio De Falco, e poi Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo ‘o Milionario (i loro soprannomi sono diventati marchio distintivo, tale da far dimenticare nomi e cognomi) - la loro impressionante espansione imprenditoriale e criminale in tutto il mondo: organizzazioni che, originate nel napoletano, nel casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, accresciute a dismisura grazie a traffici illeciti, e che poi, con questi proventi macchiati di sangue, possono arrivare a finanziare attività del tutto lecite; un alternarsi e un intrecciarsi di legalità-illegalità a seconda delle contingenti opportunità imprenditoriali.
Qui la differenza con Cosa Nostra e il motivo per cui, nel silenzio dei media, la camorra, o meglio il "sistema" ha superato le organizzazioni mafiose per affiliati e giro d’affari: i nuovi boss della Campania criminale si considerano imprenditori, costi quello che costi, non aspirano a costruire, mediante una Cupola, un dispendioso Stato parallelo, ma nello Stato vivono e proliferano, ora usando la politica, ora contrastandola.
Ma "Gomorra" è anche un tributo, pur da parte di chi non ha mai avuto a che fare con la religione, a Don Peppino Diana, coraggioso prete anticamorra, ucciso in quel di Casal di Principe da chi non poteva più tollerare un sacerdote che faceva nomi, cognomi, invitava i fedeli a ribellarsi ad un "sistema" di morte e sopraffazione; proprio quel Don Peppino Diana che, dopo la sua cruenta esecuzione, fu infamato da compiacenti organi di stampa locali (titoli di giornale: "Don Diana era un camorrista", "Don Diana a letto con due donne").
La novità di "Gomorra", il valore aggiunto rispetto a quanto (teoricamente) si poteva già conoscere dalle scarse notizie di apparse sugli organi di informazione (tanto per dire lo svolgimento di maxi processi nei confronti di decine di camorristi non hanno fatto notizia), e nonostante le diffidenze della Rossana Bettarini , sta proprio nelle descrizioni di episodi criminali vissuti in prima persona dall’autore, senza il filtro dei rapporti di polizia, presente sul luogo degli agguati camorristici, attento osservatore dell’ambiente degradato in cui prolifera il "sistema": Saviano quale una sorta di infiltrato, di novello Donnie Brasco, si è accompagnato a personaggi che di questo sistema erano e sono ingranaggi.
Da qui quelle confidenze, fedelmente riportate nella sua opera d’esordio e presumibilmente motivo scatenante di quelle minacce che gli hanno cambiato la vita: per lui che ha osato fare nomi e cognomi e che ha tentato di spiegare il fortissimo radicamento del "sistema" nella società campana, intimidazioni tali da indurre le autorità ad assegnargli una scorta, rinnegato dai genitori, un fratello che è stato costretto a trasferirsi al nord.
I distinguo di parte della politica locale, le accuse di strabismo e fanatismo, il fastidio per una denuncia che smonta quell’immagine positiva che alcuni sindaci hanno voluto dare delle proprie comunità, i famigli dei boss che si fanno vivi presso alcuni quotidiani locali, iniziative anticamorra che rimangono oggetti misteriosi, ignorati dai citati mezzi di (dis)informazione, sono cronaca di questi giorni.
In attesa di vedere se qualche sussulto di coscienza potrà essere mantenuto fermo nel tempo e non presto dimenticato, dopo aver dispensato le consuete frasi di circostanza, dobbiamo registrare le mobilitazioni della cosiddetta società civile (http://www.sosteniamosaviano.net/) e le dimostrazioni di solidarietà da parte di colleghi come Sandrone Dazieri, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo ("denunciamo un isolamento fatto da ciò che non ti fanno e che vogliono farti credere ti faranno. Ma intanto ti fermano, creano diffidenza intorno, screditano, insultano, allontanano tutti dalla tua vita perché mettendo paura ti creano attorno il deserto. A questo punto devono venire fuori altre voci…Quando Saviano ha cacciato con le sue parole i boss dalla piazza di Casal di Principe e dalle vie di Secondigliano, quando ha raccontato il loro potere con la letteratura, quando ha fatto i nomi, quando accompagna il suo libro non è solo la sua voce a parlare. Lui lo ha detto e noi con lui").
L’ultima frase del libro è anche il nostro augurio per il futuro del nostro giovane cronista e scrittore: "Maledetti bastardi sono ancora vivo!".
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Roberto Saviano, nato a Napoli nel 1979, si è laureato in filosofia all’Università degli Studi "Federico II".
Ricercatore dell’Osservatorio sulla Camorra e l’illegalità, collabora con l’Espresso, il Manifesto e il Corriere del Mezzogiorno. Prima del successo di "Gomorra", alcuni suoi articoli e racconti sono stati pubblicati su Nuovi Argomenti, Lo Straniero, Nazione Indiana, Sud, e si trovano in antologie quali "Best Off. Il meglio delle riviste letterarie italiane" (Minimum Fax 2005), e "Napoli comincia a Scampia" (L’Ancora del Mediterraneo 2005).
Notizie biografiche tratte in parte da qui e qui.

Roberto Saviano - Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra.
Mondadori "Strade blu"- I ed. aprile 2006 - pag. 334 - euro 15,50
Recensione già pubblicata su ciao.it il 6/2/2007 e qui parzialmente modificata.
Luca Menichetti
Commenti
Ne ho sentito parlare da diverse persone, una copia circola da tempo in casa. L'argomento è degno di discussioni in televisioni, radio, quotidiani e piazze; quantomeno per aiutare i cittadini a non dimenticare che altrove c'è uno Stato nello Stato che comanda e uccide.
Le riserve sullo stile dell'autore le comprendo, aggiungerei quelle sulla sua casa editrice. Ma forse davvero per una volta si può fare a meno di polemizzare:).
Ave Lupo, e danke.
sospettavo qualche "leggera" riserva su Mondadori :D
"Ma Gomorra è anche un tributo, pur da parte di chi non ha mai avuto a che fare con la religione, a Don Peppino Diana, coraggioso prete anticamorra, ucciso in quel di Casal di Principe da chi non poteva più tollerare un sacerdote che faceva nomi, cognomi, invitava i fedeli a ribellarsi ad un "sistema" di morte e sopraffazione; proprio quel Don Peppino Diana che, dopo la sua cruenta esecuzione, fu infamato da compiacenti organi di stampa locali (titoli di giornale: "Don Diana era un camorrista", "Don Diana a letto con due donne"). Don Diana era un prete di frontiera, come quei sacerdoti che nascondevano gli ebrei alle ronde fasciste. Non c'è bisognmo, in effetti di aver a che fare con la religione. C'è una parte della Chiesa che vicaria uno stato, una legalità che non c'è. Ed ho paura non ci sarà mai
Sono stata tentata alla lettura e credo che farò tesoro della tua recensione per rompere gli indugi. Mi chiedo anch'io quanto tempo potrebbe servire a far sì che tutto venga dimenticato. Mi chiedo dove davvero si interrompano queste catene di sangue e questi circoli viziosi, se possa bastare un successo editoriale o se non occorra un cambiamento di rotta serio da parte delle istituzioni e delle comunità di questi luoghi. Ma continuo a vedere gente che gioca a scarica barile, che piange impossibilità di ogni genere, che aspetta "dall'alto" la magia di un cambiamento.
Quello che e'certo??Un bambino su mille ed e' capitato proprio a voi.
l'ho appena terminato, discorso stilistico a parte (non è un romanzo, nè del tutto un saggio, sta, come dire, in mezzo,) l'ho trovato un libro coraggioso e di denuncia. Tra l'altro mi chiedo come sia crescere, per i ragazzi, in un ambiente del genere, così permeato dalla criminalità onnipresente, come sia possibile proporre un modello educativo alternativo, diverso e se si riesca a farlo. Mi è piaciuta la figura di don Diana, uno che parlava chiaro.
Le analisi sono precise,il libro spiega molti meccanismi degli affari del Sistema, anche se confesso di esser rimasta un po' frastornata dalla mole del giro di denaro e dall'organizzazione, che praticamente copre ogni settore.
Mi chiedo se sarà possibile mai cambiare davvero qualcosa e soprattutto si nota la pochezza dei media, "il giornalismo d?inchiesta, sovrastato dalle bufale e dagli agenti betulla, ha vita grama."
a volte mi monta una rabbia infinita, dico che diavolo ci vuole, a fare una retata, casa per casa, a bloccare tutti i conti, a interrompere tutte le comunicazioni? Nonostante sia cosciente che la criminalità è talmente radicata, non posso fare a meno di concepire la volontà di chi potrebbe e non vuole. Ma il marcio c'è a tutti i livelli: vorrei solo che almeno questo livello, della nera barbarie venisse eradicato. Sono convinto che si può fare. La trasmissione di Sinibaldi su radiotre propone lettere live di Gomorra, e altre iniziative (pare quello che è successo per la Bibbia, neanche una settimana fa, Benigni: non ho parole - per come lo ha letto, e non per il fatto di averlo letto). propongono di esporlo su tutti i cruscotti delle auto parcheggiate, di fare book-crossing, di comprare comprare... ma che scherziamo? La mafia non si è mai lottata con i lenzuoli e le commerciali iniziative di solidarietà. Bisogna distruggere le famiglie, non c'è altra strada, purtroppo ce l'hanno nel sangue. Solo allora i cittadini onesti avranno il coraggio di fare quello che si fa in tutti i paesi civili, cioè vivere senza un padrone
letture live, non lettere, scusate.
Comunque il romanzo come dite non è un romanzo. Ho avuto il piacere di ascoltarlo letto da Saviano (in radio, ovviamente). È una persona profondamente preparata, anche stilisticamente, nonostante giovanissimo.
temo che ne trarrà beneficio solo la mondadori, e lui - cosa meno grave. Sono pochissime ed elette le coscienze che si muovono con un libro. Per essi i libri sono solo la definizione scritta di un pensiero che già c'era
A volte, caro Marco, ho avuto la sensazione che ci fosse stato qualcosa di molto diverso, agli inizi della pubblicazione. Nessuno pensava che avrebbe avuto tutta questa risonanza, ne sono convinto. Come sempre, i casi editoriali non possono essere studiati a tavolino o creati in laboratorio. Gli inneschi sicuramente sì. Almeno, certi inneschi. E può capitare che il gioco si faccia improvvisamente serio, ma ormai la macchina non la fermi più. Le tracce del gioco scompaiono.
*
Ciò detto, grazie a dio che questo libro è stato un caso letterario: altro che spazzolate e cuori portanti, pantaloni e falettate. Almeno chi legge Gomorra medita sullo Stato nello Stato, e sulle condizioni dei suoi concittadini. Capisce quel che non voleva o poteva capire, e ne prende atto. E' un servizio grande per la coscienza di ciascuno. Poi, ovvio: alzi la testa e leggi il nome del capo del governo, e dici "va be'".
si, questo è fuor di dubbio, ti ringrazio per aver puntualizzato. mille volte Saviano, ovviamente.
il capo del governo è stato eletto da mille piccoli berluschi, quindi ben ci sta.
Non riesco a sperare che il caso non si riduca a evento quasi mediatico, commerciale, a parole e autocompiacimenti di questo e quello. Mi da sincero fastidio che ogni copia acquistata vada a mondadori. So che ogni copia letta non cambierà le coscienze.
Ma. A me Saviano ha sempre convinto poco. Secondo me il giochino editoriale e i successi - magari non cosi larghi - erano previsti. Il gioco forse è sfuggito di mano. Ad ogni modo, quando mi capita di ascoltarlo non mi convince. Come non mi ha convinto Gomorra, quando l'ho letto (a dir la verità ne ho letto metà perchè era veramente pallosso, ma c'è a chi l'argomento cosi messo è interessato, pare).
Date un'occhiata agli ultimi due articoli pubblicati qui:
http://satisfiction.menstyle.it
http://www.robertosaviano.it/content.php?__params=/8913/125/132&LANG=EN
on line nel sito di SAVIANO.
Bisogna prendere atto che il nostro surreale giornalismo vive di Veronica e delle sue paturnie per una dignità riscoperta un po? in ritardo, dell?indispensabile ex premier "nonno dolcissimo" (dal Tg5), del perenne pollaio governativo: praticamente è la cronaca di un rassicurante e consolatorio gossip; il giornalismo d?inchiesta, sovrastato dalle bufale e dagli agenti betulla, ha vita grama.
verissimo, il giornalismo di inchiesta non esiste più, a parte rari casi
Certamente, al di là di uno stile e di una struttura quanto meno discutibile, al lettore più smaliziato potrà rimanere l?impressione di un?opera costruita con episodi romanzati, fatti per colpire allo stomaco e procacciarsi un facile consenso.
Una mossa furba piuttosto che sincera?
Ovvio che sia costruita in questo modo, per attirare il lettore da "2 libri l'anno" che un saggio sulla camorra non l'avrebbe mai letto.
Merce sono anche quelle scorie chimiche, le morchie e i fanghi velenosi, le ossa cimiteriali, provenienti da tutta Italia e tutta Europa, che vengono interrate nella premiata discarica Campania: gli stessi boss, che su quei terreni hanno edificato dacie russe e ville sontuose in stile hollywoodiano, non solo non si preoccupano dell?avvelenamento del prossimo e di coloro che si prestano a sotterrare il pattume tossico, ma, sulla scorta dell?adagio fatalistico "vita e morte per me è ?a stesa cosa" non dimostrano particolare attenzione nemmeno per la propria incolumità.
è questa la cosa più shockante della nostra emergenza rifiuti. Questa è LA NOSTRA TERRA, ma alla camorra non frega, nonostante sia così impegnata a mantenere un controllo su di essa.
proprio quel Don Peppino Diana che, dopo la sua cruenta esecuzione, fu infamato da compiacenti organi di stampa locali (titoli di giornale: "Don Diana era un camorrista", "Don Diana a letto con due donne").
Qui invece è da sottolineare due volte: alcuni giornali locali inseguono a tutti i costi la notizia scandalo, e alcuni giornalisti, pur di non parlare di camorra, si autocensurano e scrivono d'altro.
da Saviano alla Capacchione
http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capac...
Anche lei sotto scorta, tra l'altro. Ma in pochi lo sanno.
ci parlerai del suo libro?
No, purtroppo il suo mi manca. Ma era nella lista futura.
Baol aveva promesso recensione-intervista - la conosce personalmente - ma ha avuto dei problemi...
www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=attualita&Chiave=148
a firma RONCI
son domande cui ha risposto invece più e più volte
[saviano] bellissima
[saviano] bellissima intervista su WUZ: "Scrivere per esistere":
http://www.wuz.it/intervista-libro/4910/intervista-roberto-saviano.html
[saviano, lupo] Ti trascrivo
[saviano, lupo] Ti trascrivo qualche passo del libro che m'è rimasto più impresso. Partiamo dal liberismo...
P. 133 dell'economica: "Non sono gli affari che i camorristi inseguono, sono gli affari che inseguono i camorristi. La logica dell'imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neoliberismo. Le regole dettate, le regole imposte, sono quelle degli affari, del profitto, della vittoria su ogni concorrente. Il resto vale zero. Il resto non esiste. [...]. Vivere, comandare per davvero, questo conta"
p. 206. Kalashnikov è "il vero simbolo del liberismo. L'icona assoluta. Potrebbe divenirne l'emblema: non importa chi sei, non importa che pensi, non importa da dove provieni, non importa che religione hai, non importa contro chi e a favore di cosa, basta che quello che fai lo fai con il nostro prodotto".
[saviano lupo] un'altra
[saviano lupo] un'altra storia che mi ha colpito è quella di "albanova". Non sapevo che il fascismo avesse già provato a combattere il male di Casal di Principe e di San Cipriano d'Aversa, ribattezzando i comuni. E mi mancava anche questo: "Per inaugurare una nuova alba di giustizia, M mandò anche decine di carabinieri incaricati di risolvere il problema 'col ferro e col fuoco'. Oggi del nome Albanova non rimane che la stazione rugginosa di Casale". P. 217.
Sconcertante. Significa che da cent'anni sbattiamo la testa sullo stesso problema. E non riusciamo a vincerlo, e spesso nemmeno ne veniamo informati a dovere. E che quindi c'è qualcosa di rivoluzionario nella strategia di denuncia del male di Saviano, perché razionalmente, lucidamente, storicamente, non c'è praticamente niente di nuovo. Questo qualcosa di rivoluzionario, ti giuro, leggendo il libro non l'ho inteso. Forse è questo - aver portato come "nuovo" qualcosa di così antico, e da così tanti avversato? O aver presentato la vicenda come se lui fosse stato il primo a parlarne, così in profondità? E' possibile che sia bastato un artificio così semplice? Impressionante. Ma se capiamo cos'è stato abbiamo capito lo spirito del nostro tempo, lo zeitgeist.
[gomorra] infine, l'altro
[gomorra] infine, l'altro appunto è legato alle pp. 187 e 188. Saviano trascrive l'articoletto rivolto sul giornale NATO a chi doveva andare a Gricignano d'Aversa. Questo: "Per capire dove state andando ad abitare, dovete immaginarvi i film di Sergio Leone. E' come il Far West, c'è chi comanda, ci sono sparatorie, regole non scritte e inattaccabili. Ma non preoccupatevi, verso i cittadini e i militari americani ci sarà il massimo rispetto e la massima ospitalità. In ogni caso uscite solo se necessario dal comprensorio militare".
Mostruoso.
[gomorra] un grande libro
[gomorra] un grande libro d'inchiesta, scritto da un giornalista di lusso, con una bella serie di reminiscenze letterarie alle spalle e un coraggio incredibile. Non credo che diventerà mai romanziere - ma se posso permettermi, meglio così. Di buoni romanzieri ne abbiamo fin troppi, di grandi giornalisti d'inchiesta e di bravi saggisti non ne avremo mai abbastanza.
ottimo articolo, Lupo.
[gomorra] Sì direi che di
[gomorra] Sì direi che di spunti il libro ne offre molti, malgrado il suo essere un po' ibrido tra inchiesta e - probabilmente - una dose di fiction. Un'opera in tema, con caratteristiche decisamente più "burocratiche" (lo spunto è il processo ai casalesi), è quello della Rosaria Capacchione, già recensito su lankelot, e che comunque conferma il contesto orrido in cui regnano i camorristi. Camorra che mi sa tanto sia più vicina a noi di quanto si possa pensare. Pensiamo a Milano e alla 'drangheta o al riciclaggio di denaro sporco operato presso imprese settentrionali. Per lavoro ho a che fare anche con appalti e spesso devo controllare i requisiti di imprese di Casal di Principe e dintorni. Inevitabile poi ricordare la cronaca recente e libri come quello di Saviano. E visto che qualcosa sfioro (per lavoro) il pensiero non è piacevolissimo.
[oro della camo.] Nomini
[oro della camo.] Nomini giustamente la Capacchione, e allora ne approfitto per riproporre il pezzo di Baol che suggerivi...
http://www.lankelot.eu/letteratura/capacchione-rosaria-l-oro-della-camor...
[sul lavoro: tieni duro]
[marina vs saviano] Saviano
[marina vs saviano]
Saviano dedica la laurea honoris causa ai pm, la figlia rifatta del drago risponde: "Gesto orribile"
http://ilfattoquotidiano.it/2011/01/22/caso-ruby-dedica-di-saviano-ai-pm...
[marina berlusconi] mi auguro
[marina berlusconi] mi auguro che quel mostro della figlia del mostro di arcore rimanga reclusa nelle pagine di "Chi", magari in perizoma. Ma che stia in quelle pagine. Giornale degno di lei: della sua stirpe. Tutta. Fuori i Berlusconi dall'Italia. Come i Savoia. Quanto prima...
I forzisti mi fanno senso. Mi fanno veramente senso.
[saviano] Su Repubblica di
[saviano] Su Repubblica di oggi: "Ho ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza, mi è stata conferita dall'Università di Genova; è stata una giornata per me indimenticabile. Credevo fosse fondamentale impostare la lezione, che viene chiesta ad ogni laureato, partendo proprio dall'importanza che il racconto della realtà ha nell'affermazione del diritto.
Soprattutto quando il racconto descrive i poteri criminali. Senza racconto non esiste diritto. Proprio per questo ho voluto dedicare la laurea honoris causa ai magistrati Boccassini, Forno e Sangermano del pool di Milano. Marina Berlusconi dichiara che le fa orrore che parlando di diritto si difenda un magistrato. Così facendo avrei rinnegato ciò per cui ho sempre proclamato di battermi. Così dice, ma forse Marina Berlusconi non conosce la storia della lotta alle mafie, perché difendere magistrati che da anni espongono loro stessi nel contrasto all'imprenditoria criminale del narcotraffico non vuol dire affatto rinnegare. Non c'è contraddizione nel dedicare una laurea in Giurisprudenza a chi attraverso il diritto cerca di trovare spiegazioni a ciò che sta accadendo nel nostro Paese. Mi avrebbe fatto piacere ascoltare nelle parole di un editore l'espressione "orrore" non verso di me, per una dedica di una laurea in Legge fatta ai magistrati. Mi avrebbe fatto piacere che la parola "orrore" fosse stata spesa per tutti quegli episodi di corruzione e di criminalità che da anni avvengono in questo paese [...].
Orrore mi fa chi sta colpevolmente e coscientemente cercando di delegittimare e isolare coloro che in questi anni hanno contrastato più di ogni altro le mafie. Ilda Boccassini, coordinatrice della Dda di Milano, ha chiuso le inchieste più importanti di sempre sulle mafie al Nord. Pietro Forno è un pm che ha affrontato la difficile inchiesta sulla P2 ed ha permesso un salto di qualità nelle indagini sugli abusi sessuali, abusi su minori. Antonio Sangermano, il più giovane, ha un'esperienza passata da magistrato a Messina, recentemente ha coordinato un'inchiesta, una delle prime in Italia, sulle "smart drugs", le nuove droghe. Accusarli, isolari, delegittimarli, minacciare punizioni significa inevitabilmente indebolire la forza della magistratura in Italia, vuol dire togliere terreno al diritto. Favorire le mafie.
sta qui: http://www.repubblica.it/politica/2011/01/23/news/saviano_magistrati-115...
[saviano e mondadori] Io ho
[saviano e mondadori] Io ho deciso di boicottare Mondadori e Einaudi da un pezzo e l'uscita di quella strega non mi fa pentire della cosa. Ecco un pezzo sull'argomento...
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/23/perche-saviano-non-lascia-mon...