Satta Salvatore

Il giorno del giudizio

Autore: 
Satta Salvatore

Satta esplora quel piccolo universo che è la Nuoro dei primi anni del Novecento: partendo dall’analisi della propria famiglia Satta Carroni (Carboni), muove ad una dialettica che tende ad circolarità nel dualismo particolare-universale. Dalla lenta, inesorabile diaspora famigliare si passa ad uno spazio maggiore: ecco Nuoro con i suoi abitanti, con le sue tradizioni e l’esatta collocazione geografica; vengono descritti insegnanti, bidelli, osti, preti, cardinali, vecchi, giovanissimi, pazzi, prostitute che realmente hanno costituito quel ribollire magmatico che ha in seguito donato l’ispirazione all’autore. Dall’analisi di questi personaggi, la riflessività si fa sempre più prominente sino ad arrivare a considerazione di carattere generale e generalissimo: Il giorno del giudizio è un testo sulla vita e sulla morte, sulla caducità e sul senso dell’esistenza, e anche un testo sul narrare, sulla possibilità di saper scegliere, sul saper raccontare, sul saper raccontare nella maniera in cui il lettore senta i personaggi vivere: come insomma andare al colosseo e immaginarsi non di essere nell’antichità, ma di essere nel presente eppure sentire, percepire vedere immagini suoni urla del tempo passato: un ricordo vivo ma trasparente.

Un libro che va ben oltre la definizione di romanzo, quasi un bozzolo che accoglie una nuova esistenza, un potente fluire di ricordi, anche disordinati, talmente impetuoso da diventare più di una volta metaletterario: quante volte l’autore (affetto da malattia incurabile che lo avrebbe strappato alla vita da lì a pochi anni) afferma di non potersi dilungare di non avere tempo da perdere; quante volte ci narra splendide storie di personaggi, poi afferma di non sapere la ragione per la quale essi siano riaffiorati alla sua mente,  gente di cui sicuramente nessuno ha più memoria.

La scrittura di Satta parliamoci chiaro: è proprio bella; ha quel qualcosa in più che hanno spesso gli scrittori che scrivono di getto (sia chiaro che il lavoro è equilibrato e ponderatissimo), ma nel quale il ripescaggio mnemonico sebbene decantato dagli anni passati, è vivo e sanguigno, doloroso, divertente, compiaciuto e anche critico. I nuoresi ebbero difficoltà infatti ad accettare questo lavoro, per le acute e pesanti descrizioni che Satta ne offre: beoni, ignoranti, chiassosi eppure chiusi in se stessi, vendicativi, aggressivi:

“Nuoro è un nido di corvi, ma lo è per lo stesso motivo per cui lo sono tutte le città del mondo”.  

“Questo triste paese, nel quale gli era toccato di vivere, che era indifferente a tutto, che aveva accettato le spoliazioni di cui era rimasto vittima, dormiva un sonno secolare, era un paese per modo di dire, perché paese è quello dove esiste un prossimo, non quello dove ciascuno vive la sua apparenza di vita, nelle case chiuse come fortilizi e alla farmacia o al caffè. Il solo punto d’incontro è il cimitero”.

D’altra parte Nuoro è per i suoi abitanti una sorta di Caput Mundi, “non si sfugge da Nuoro” dirà Satta esprimendo un giudizio netto su chi ha tentato la fortuna “in continente”: riferendosi indiscutibilmente anche a se stesso se ora il ricordo del suo passato, l’appropinquarsi della morte lo spinge al doloroso recupero del passato e di ciò che è stato. 

Ma chi è la famiglia Satta-Carroni?
È una delle famiglie più potenti e ricche di Nuoro; il patriarca è Don Salvatore Satta (padre di molti figli e anche dell’ultimo nato Salvatore Satta), un notaio nobile “se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne”. È la sua una famiglia rispettata, ha dato lavoro a molti servi nuoresi grazie ai suoi possedimenti e alla produzione vinicola. Non è un uomo che ama stare dietro agli affetti famigliari, relega la moglie al ruolo di incubatrice, e qualunque sua sfuriata (in quanto essa è italiana naturalizzata sarda) viene messa a tacere dal marito con la solita frase:
“zitta tu che sei al mondo soltanto perché c’è posto”.  

La moglie che mostra un piglio di orgoglio certamente superiori alle donne nuoresi, finirà però col tempo col sottostare alla forte personalità di Don Salvatore, diventando mezza cieca e immobile: uno stato che la aiuterà a vendicarsi del marito, che in tarda età come tutti gli uomini sentirà impellente il bisogno di quell’affetto che per tanti anni aveva fatto mancare alla moglie. È un padrone severo ma giusto, uomo tutto d’un pezzo, in perenne e accresciuto contrasto con i figli, ora adulti e in grado di comprendere, ribellarsi, andarsene.

È un’opera che è allo stesso tempo (come sopra accennato) analisi del suo stesso formarsi, riflessione sulla riflessione:

“La difficoltà più grande che io trovo in questo ritorno al passato è quella di mantenere le prospettive. E si capisce perché: ognuno di noi, anche se si limita a guardare in se stesso, si vede nella fissità di un ritratto, non nella successione dell’esistenza. La successione è una trasformazione continua, ed è impossibile cogliere e fermare gli attimi di questa trasformazione. Sotto questo profilo, si può dubitare del nostro stesso esistere, o la nostra realtà è solo nella morte. La storia è un museo delle cere. Le quattro sorelle le ho fermate nella immobilità di un crepuscolo, perché tali io le vedevo dopo tanti anni. Ma certo si muovevano, e anzi si agitavano perché la loro vita solitaria non era tranquilla”. 

Tra i passi più notevoli c’è sicuramente il racconto delle elezioni, nella quale Satta rinnova il chiodo della sua dialettica: i principi e le idee “del continente” sono come raggi di sole che arrivano ai nuoresi filtrati dagli aspri monti dell’isola intesa davvero come un mondo a parte , ma nel quale vivono uomini che alla fine son tutti uguali sia da questa che da quella riva del Mediterraneo. Ecco dunque che arrivano i primi sussurri socialisti, le prime idee di un mondo diverso a turbare (non più di tanto) il microcosmo nuorese. Il portavoce delle nuove idee è Don Ricciotti, buon oratore che parla alle masse dei bifolchi per instillare loro l’odio verso i padroni, figurati soprattutto nella figura di Don Salvatore Satta, con il quale il socialista ha guarda caso un contenzioso per un terreno perduto.

“I contadini di Séuna ascoltavano quella voce tonante che riempiva la contrada. Essi non sapevano di essere schiavi, e nemmeno che cosa era la schiavitù, perciò restavano attoniti. Don Ricciotti capì che bisognava andar cauti e, soprattutto essere chiari con quei bambocci”.

Che cos’è dunque questo “Giorno del giudizio”: è il senso della vita stessa che ritorna per tutte quelle anime chiamate in causa da Satta. Dall’attimo stesso in cui si muore e qualcuno come Satta ha avuto la forza di ricordarne tanti e tanti, quello è il giorno del giudizio, positivo o negativo che sia, avrà eternato in quelle pagine la vita di molti suoi concittadini, dai derelitti ai giudici, senza distinzioni; non c’è tempo da perdere per lasciare memoria di se nel mondo, vivere e lasciarsi ricordare: ma per Satta vi è il conflitto tra queste due cose: è conscio della difficoltà dell’opera, sa che sicuramente qualcuno sfuggirà al suo ricordo, raccoglie una prepotente quantità di “vissuto umana”, la romanza il tanto giusto e ce la offre. Da una parte il ricordo perenne dunque, ma dall’altra la caducità dei fatti umani: qualunque cosa si faccia, dal gesto eroico più alto, al vangare un terreno, siamo tutti sommersi dalla fine della vita: si serbi però nella memoria quell’amabile niente. Vediamo un altro frammento in cui è intuibile la sofferenza dello scrittore:
“Io però divago con questi ricordi che si affollano alla mia mente, e non ho tempo da perdere. I sacrifici di Don Salvatore cominciavano a dare i loro frutti…”

L’ingestibilità del ricordo è come seguire le onde che battono sulla rena: la prima è tenue, la seconda forte, la terza ancora più forte, la quarta di nuovo tenue ma non è detto. È questa frattura fra il narrare e il narrato che fa del testo un’opera di grandissimo spessore.
La guerra è vista come portatrice di morte (il periodo è quello della prima guerra mondiale); anche i nuoresi non sono immuni alle notizie della tragedia che è in atto e si discute nel Caffè del paese:

“Nel caffè Tettamanzi, dove si odiava l’Italia perché aveva fatto della Sardegna una terra di confino, (come se questo non fosse stato il suo destino da Roma in poi) si diceva tra un bicchiere e l’altro che se l’Italia faceva la guerra i sardi dovevano rifiutarsi di combattere” […]  

Il figlio di Don Salvatore morirà in seguito ad una polmonite, dopo essere stato nelle trincee a lottare senza scarpe (l’esercito non poteva permettersi nemmeno di equipaggiare i soldati di scarponcini militari). Ecco un bellissimo passo:
“Trascorse ottobre. Ormai non si alzava più. C’erano nell’aria i chiari segni che la guerra stava per finire. Arrivavano ancora come gocce le notizie dei morti, ma si sentiva che sarebbero stati gli ultimi. Fra il tre e il quattro novembre, Filippo allontanò dalla stanza Salvatore, che continuava a non capire, e Don Salvatore e Donna Antonietta si disposero intorno al letto. Il respiro del malato era ormai un rantolo profondo. D’un tratto nella piazzetta Mazzini, dove si riuniva la banda del comune, s’innalzarono tra il vociare della folla, le note dell’inno del Piave. La guerra era finita vittoriosamente. –Senti che musica- Furono le sue ultime parole. E non si capì se alludesse all’inno o al suo travagliato respiro”.

Una Sardegna che si sente lontana anni luce dalla patria, lo stesso Don Salvatore di chiari principi illuministici, non può però far a meno di vedere la sua donna come un oggetto; d’altra parte però tenta di combattere quell’ignoranza e superstizione pagana ancora così forte nei contadini, che per richiamare la pioggia o allontanare pesti bovine e nubifragi, fanno ancora affidamento su certi rituali macabri e disumani, come inchiodare in croce un cane sui confine della proprietà cosicché con i suoi latrati allontani gli spiriti nefasti.

La lettura del Giorno del giudizio, non è tra le più leggere: bisogna rassegnarsi all’idea che nessuno è eroe e tutti sono i protagonisti: ecco a loro che riusciremo a vederci chiaro, a superare una lettura di primo livello, per capire che dietro a tutto questo gigantesco disegno al quale morte e oblio sembrano fare da sfondo, c’è una comprensione profonda della vita umana. I personaggi sono anime “dantescamente intese” (Morace) che ritornano davanti all’autore per chiedere di essere ricordate.

Salvatore Satta (Nuoro 9 agosto 1902 - Roma 19 aprile 1975) è stato un giurista e uno scrittore italiano.

Salvatore Satta, “Il giorno del giudizio”, Il Maestrale, Nuoro 2006.
Curata da Aldo Maria Morace.
Prima edizione: Cedam, 1977

 Web: Recensioni / bio / Wikipedia / Italia Libri / Filologia Sarda

 SATTA in LANKELOT

Elio Satta, giugno 2007

ISBN/EAN: 
9788889801055

Commenti

Ecco "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta.

Bello questo recupero dell'"altra isola" come la chiamo io...
Bella anche la tua lettura, ma mi spieghi questo passo?
"muove ad una dialettica che tende ad circolarità nel dualismo particolare-universale."

vuol dire che l'Autore passa da fatti personali-particolari a narrazioni generali-universali, immagino, senza soluzione di continuità?

si proprio così. sale e scende continuamente.

2-3 - A Elio ma parla come magni. ah ah ah ah ;)

Va be', dai, adesso sto a scappà, torno stanotte o domani e ti leggo. E poi ti dico che ne penso di questo tuo confratello-compaesano che hai recensito.

coincidenza, ho finito di leggerlo ieri sera. gran bel libro.
più tardi leggo la recensione :-)

?Nel caffè Tettamanzi, dove si odiava l?Italia perché aveva fatto della Sardegna una terra di confino, (come se questo non fosse stato il suo destino da Roma in poi) si diceva tra un bicchiere e l?altro che se l?Italia faceva la guerra i sardi dovevano rifiutarsi di combattere? [?]
"Una Sardegna che si sente lontana anni luce dalla patria "

Secondo me ancor oggi, il cosiddetto "continentale" medio non sa niente o quasi della sardegna. Ad esempio quando sia a caserta che a cassino ho detto il mio cognome palesemente sardo mi è stato chiesto se ero portoghese e in un caso addirittura greco. Ancora, molti si meravigliano del fatto che un sassarese non capisca molto del sardo non sapendo che in sardegna esistono diversi dialetti e diverse lingue (ad esempio il sardo che si parla a Nuoro è in parte diverso da quello che si parla in Gallura, o a Cagliari) o del fatto che io non tifi il Cagliari (cosa grave visto che dare ad un sassarese torresino del cagliaritano è come dire ad un romanista che è laziale). Bravo elio diffondi un po di informazione sarda.

Cosa ancor più fastidiosa quando dici di esser sardo molti ti dicono : Ah sei sardagnolo! NON FATELO, il sardagnolo è un razza di asino, non una persona sarda.

Elio si scrive maiuscolo

e si pronuncia maiuscolo

Finalmente qualcuno ha acceso una luce sul versante dell'opera di Satta che su Lankelot restava in ombra. Bravo elio (minuscolo). Tra l'altro il giurista si è scoperto scrittore molto tardi e in questa veste non ha avuto riconoscimenti in vita. La cedam nel '77 aveva pubblicato la prima edizione del "Giorno del giudizio", poi acquistato e rilanciato a dovere dall'infiallibile Calasso. All'epoca fu un caso editoriale, seguito a breve dal secondo romanzo lasciatoci da Satta, "La veranda". Vedo che oggi lo ripropongono questi della editrice Maestrale. Chi sono?

se posso, vista la fresca lettura, aggiungo alla tua bella recensione un altro estratto dal libro (io ho letto l'edizione Adelphi del 1990): "Se non si muore, si vive. E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perchè la vita trasforma tutto, non c'è nulla che resista alla sua implacabile volontà".
sì, il testo non è leggero, ma la scrittura di Satta è davvero di altissimo livello. George Steiner lo ha definito "uno dei capolavori della solitudine nella letteratura moderna".
un'altro libro sull'isola e sull'isolamento, che non poteva non piacermi. tra l'altro anche il mio cognome è palesemnte sardo, e compare anche tra uno dei tanti protagonisti...:-)

"Il giorno del giudizio è un testo sulla vita e sulla morte, sulla caducità e sul senso dell?esistenza, e anche un testo sul narrare, sulla possibilità di saper scegliere, sul saper raccontare, sul saper raccontare nella maniera in cui il lettore senta i personaggi vivere: come insomma andare al colosseo e immaginarsi non di essere nell?antichità, ma di essere nel presente eppure sentire, percepire vedere immagini suoni urla del tempo passato: un ricordo vivo ma trasparente."

> Bel passo, Elio. Ma: "Colosseo" va maiuscolo, Il giorno del giudizio corsivato:). Oppure tra virgolette

"Un libro che va ben oltre la definizione di romanzo, quasi un bozzolo che accoglie una nuova esistenza, un potente fluire di ricordi, anche disordinati, talmente impetuoso da diventare più di una volta metaletterario:"

> Aspetta aspetta.
La definizione di "romanzo" è molto complessa e non univoca.
Consiglio di lettura: "L'arte del romanzo" di Kundera, Adelphi.

Ne ha scritto Angela:
http://www.lankelot.eu/?p=259

"La lettura del Giorno del giudizio, non è tra le più leggere: bisogna rassegnarsi all?idea che nessuno è eroe e tutti sono i protagonisti: ecco a loro che riusciremo a vederci chiaro, a superare una lettura di primo livello, per capire che dietro a tutto questo gigantesco disegno al quale morte e oblio sembrano fare da sfondo, c?è una comprensione profonda della vita umana."

> gran bel pezzo, Elio. Dico sul serio. Continui a crescere molto.
Il discorso sul "popolo" protagonista è ideologico e storicizzato, ma verrà anche il tempo per analizzare queste scelte autoriali. Per adesso va bene così, poi urgerà un tuo corpo a corpo con queste rotte d'autore e con la loro presunta inviolabilità:). Intanto, come scriveva anche PK, registro con piacere che finalmente abbiamo due articoli dedicati a Satta in archivio. The best is yet to come:).

10: nel maestrale la versione della seconda parte è più lunga. vengono riportati anche dei passi cassati dall'autore. o riutilizzati diversamente. i nomi son riportati realisticamente a come erano stati scritti. da provare.

11: quindi qual'è tra questi il cognome? -Carroni Carboni Galfrè Corrales Mannu Bellisai Ricciotti Faedda Ganga Mossa Piras Predischedda Ramazzotti Medde Monni Murtas Floris Porcu Mocci Fele Sanna Senes Corbu Cossu Are Arru Banneddu Ballero Licheri Meleddu?

12 ok 13: ho guardato quella di wikipedia come definizione.

14: joe rivetto l'ho portato a letto

In tal caso mi permetto di dubitare della bontà della definizione di wikipedia, è un problema analogo a quello della definizione "scientifica" di Letteratura. Non si risolve in dieci minuti, è molto complesso e va trattato con cautela. E' un suggerimento, a testimonianza dell'assenza del dogma dalle parti nostre, quelle della gaia scienza

elio si scrive minuscolo e se possibile lo si pronuncia tra colpi di tosse catarrosa.

eh già lo sai

16. eh caro Ryoga, ti sei fatto sfuggire proprio un cognome-cult in Sardegna...cerca bene, dai, ti do un indizio: formaggio. e già ci sei. c'è il personaggio con questo cognome, eh! ;-)

"Il giorno del giudizio è un testo sulla vita e sulla morte, sulla caducità e sul senso dell?esistenza, e anche un testo sul narrare, sulla possibilità di saper scegliere, sul saper raccontare, sul saper raccontare nella maniera in cui il lettore senta i personaggi vivere: come insomma andare al colosseo e immaginarsi non di essere nell?antichità, ma di essere nel presente eppure sentire, percepire vedere immagini suoni urla del tempo passato: un ricordo vivo ma trasparente".

Quante cose è sto libro. Colosseo va con la maiuscola!

"I nuoresi ebbero difficoltà infatti ad accettare questo lavoro, per le acute e pesanti descrizioni che Satta ne offre: beoni, ignoranti, chiassosi eppure chiusi in se stessi, vendicativi, aggressivi:

?Nuoro è un nido di corvi, ma lo è per lo stesso motivo per cui lo sono tutte le città del mondo?."

é riuscito a inimicarsi una città intera. Non mi dire...

"Tra i passi più notevoli c?è sicuramente il racconto delle elezioni". Più notevoli è brutto da scrivere. Notevoli e basta, no? ;)

"Da una parte il ricordo perenne dunque, ma dall?altra la caducità dei fatti umani: qualunque cosa si faccia, dal gesto eroico più alto, al vangare un terreno, siamo tutti sommersi dalla fine della vita: si serbi però nella memoria quell?amabile niente".

Discorso complesso ma interessante se ben sviluppato narrativamente: io dico che l'atto eroico ha un valore più alto, perchè ci avvicina a ciò che ci trascende, che siano Dei o, come dice Aristotele, (Dio) pensiero di pensiero.

hai scritto dei maiuscolo,

sembra davvero un libro nel quale c'é dentro un po'tutto stando alle tue considerazioni. Molto interessante e non solo per il discorso regionale, mi sembra che offra numerose prospettive di lettura e riflessioni su vari temi (guerra, problemi sociali, i diritti delle donne e molto altro come il rapporto col passato, la memoria, il concetto stesso di romanzo).
Molto bene che ci sia un altro articolo su Satta, dopo quello di PK.