Sarcià Paola

Occhi di zagara

Autore: 
Sarcià Paola

Naufrago
nei tuoi occhi di mare
il tuo corpo
pone fine al mio errare
 

(…)  

emozioni stuprate
da cuori
avidi
da mani
senza scrupoli
lapide
l’anima
incisa a fuoco

Momenti diversi che sfogliano il tempo in attesa di cercare e rispondere all’esigenza di una scrittura che disveli senza rimozione, la delusione, l’estraneamento, la violenza, la rinascita e il loro altalenarsi come “tutto / è / ombra e luce / un mare d’acciaio / riflette / la mia anima”.
Le parole seguono quindi all’urgente impulso di dare forma al dolore strappandolo dal cuore e tentare di contenerlo nel foglio, mantenendone i solchi nel tempo, le cicatrici e la loro rielaborazione emotiva. Una vita senza ancoraggi richiede soste, fermi-immagine, speranza e coscienza di sé: l’autrice non chiede soluzioni, verità a cui aggrapparsi: come le zagare risponde a burrasche e maltempo, come le agavi partorisce dolore; ci si accartoccia attorno ma anche i segni del tempo troveranno momenti di benefica rinascenza. La terra d’origine, la Sicilia, è terra arida, nuda, brulla, forte e coraggiosa: dal suo mare spesso Paola Sarcià prende conforto da specchi d’acqua che nel ricordo diventano quel “rimandare al cuore” la speranza di inattese rinascenze anche se la poetessa recita “nella terra / di nessun luogo / affondo / le mie radici”.

Le zagare non hanno bisogno di molte cure per fiorire e profumare e vivere; anche in funzione di questo, il titolo della raccolta risponde perfettamente alla formazione culturale, emozionale ed etica di Paola Sarcià. La rosa del deserto si adatterebbe a diventare il simbolo di questa silloge; il tempo infatti si svolge impietoso sopra le cose, le appesantisce e le logora, qualche volta però addensa nei secoli piccoli cristalli che offrono alla caducità una statuaria forma di rosa.

È l’unico elemento di spinta all’eternità che leggiamo nei versi. Il resto passa: friabile come noi, si trasforma, è vissuto. Si consuma con il nostro corpo e anima. È importante rilevare come nelle liriche la parola diventi segno connotativo del dolore: la poetessa marchia a fuoco se stessa senza pietà, ogni verso, spesso costituito da un solo sintagma, verga in modo icastico la pagina, esiste da solo come l’autrice davanti a se stessa, imprigiona quel momento, quella pausa, quello sconforto, quella certezza, l’accettazione di sé senza pudori. Il valore del testo consiste nel nascere e vivere senza orpelli, senza inizi, senza fine, senza parole inutili o eccesso aggettivale, si staglia conciso nella sintesi di un lampo prima del temporale e lascia in chi legge la nudità della vita e del dolore “predatore dell’anima” e l’autrice “incatenata / allo sfregio / dei ricordi”.

Lo stile decisamente incisivo e nominale, come già osservato, si allarga a poche aggettivazioni e colorazioni: forti e pungenti però quelle che si colgono… “insanguinate”, “ incredula” , “stuprate”, “impauriti”, “affilati” “improvvisa”, “caparbia”. E quando la solitudine, l’amarezza, la mancanza la devastano, l’autrice inizia a scrivere con l’urgenza di leggersi e mettere a fuoco se stessa; forse solo in quel momento inizia un percorso doloroso ma in salita.

Poche le soste “irrilevanti”, recita l’autrice, consapevole che siamo i soli recitanti del nostro male, e soli “muse di noi stessi” anche nell’apparente non-senso di quello che ci accade “odori forti/ soffocanti (…) restituiscono / il volto della follia”.

Il mare d’acciaio, livido e immobile lastra metallica, senza il conforto neanche dell’orizzonte, diventa il ricordo di una gita in barca; di un volto amato. Voglia improvvisa di emozioni, “pensieri / diafani / indistinti / si spandono / sulla carta” non più come “polvere di sabbia” ma, a mio avviso, cantori di un dolore che verrà accettato perché vissuto, scritto ed elaborato. È sua questa luce stellata, dove le lacrime purificano il cielo: danno energia e coraggio, indeterminatezza e accoglienza di tutto, proprio tutto, anche quello che ci prende in ostaggio l’anima.

lontano
dal chiarore
della luna
comete
in lacrime
nel cielo
sereno

NOTE

Paola Sarcià nasce il 18 ottobre 1962 a Bologna. È docente di inglese presso il Liceo Classico Sperimentale Ludovico Ariosto di Ferrara. Questa è la sua opera prima.

Paola Sarcià, "Occhi di zagara", Il Foglio, Piombino 2008.
ISBN/EAN: 
9788876061820

Commenti

Paola Sarcià nasce il 18 ottobre 1962 a Bologna. È docente di inglese presso il Liceo Classico Sperimentale Ludovico Ariosto di Ferrara. Questa è la sua opera prima.

sono felice di presentare questo libro di paola sarcià, ha cominciato ad essere scritto diverso tempo fa e, come spesso accade,
la poesia nasce dal dolore. Un dolore lungo che sembrava non voler passare e che proprio nella scrittura ha trovato , con il coraggio della poetessa, la forza di essere letto con più equilibrio. Don Franco Patruno, autore del quadro della copertina regalò a Paola quel dipinto che porta scritto in piccolo " rinascenza", come se avesse intravisto proprio negli scritti di Paola la sua forza e percorso.Io le auguro che piano piano tutto possa prendere per lei la forma di un'armonia , di una distensione e recupero interiore.
Lo auguro all'amica da 20 anni e alla poetessa della quale sono orgogliosa di aver prefato il libro cogliendone ancora una volta l'intensità struggente.

Saluto la cara Paola, che ha letto frammenti franchioti nei giorni di Modena - e ricordo questo suo manoscritto negli anni belli e folli della mia fu casa editrice.

Sorriso
gf

Cara Patrizia,

Se, leggendo la tua recensione ho ben colto la natura poetica siamo in presenza di una dolorosa e vasta rassegnazione sulla stretta finale in cui precipita l'umana esistenza.
Un dolore che tuttavia il poeta difende richiudendosi nella trappola dell'autoreferenzialità e dell'orgoglio isolazionistico.
L'autore non intravvede alcun bagliore di speranza all'orizzonte, ma resta chiuso in una visione tragica della realtà.

Gian Paolo

Sarò lieto di confrontarmi con i suoi versi anche perché siamo quasi coetanei. Leggerò il libro ed approfondirò volentieri.

Gian Paolo

no gian paolo , è un dolore che ha metabolizzato scrivendo, il dono prezioso della scrittura coraggiosa che restituisce forza e armonia con se stessi. nessuna autoreferenzialità, anzi il libro è stato un modo per leggere il suo dolore e offrirlo " decantato" a noi, nei suoi bellissimi versi.
se lo leggerai poi vedrai.

Bene dunque scrittura come forza rigeneratrice, capace di portare in luce il dolore e di rimarginarlo sotto forma di poesia.

Lo leggerò con l'attenzione che merita.

Grazie del consiglio. Ti sai quanto ami la poesia.

Gian Paolo

Un'altra scelta importante nel percorso della poesia contemporanea.

"come spesso accade,
la poesia nasce dal dolore."

Sì, Patrizia, con esiti molto diversi, ... a seconda del tipo di dolore e a seconda della capacità di esprimerlo.

si Ilde quello che dici è vero e" a seconda di come ognuno riesce ad esprimerlo", quello di scrivere appunti su noi stessi è abbastanza diffuso , oggi molto consigliato dai terapisti , oggi se vuoi anche molto di moda, non si fa altro che parlare della scrittura come liberazione.
qualche volta capita però che questo porti ad elaborare il dolore e farne , come in questo caso poesia.
il mio inizio da piccola è stato lo stesso e l'ho capito molto dopo.
Alla parola negata risposi con la forza della parola.
Non è così sempre però e in questo concordo con te e ti ringrazio per avermi offerta la possibilità di questo intervento.