IL LEVIATANO
Ancora uno scritto, ancora una perla di creatività: Saggio sulla lucidità non è forse un capolavoro come Cecità, di cui rappresenta il seguito, ma sicuramente è un’opera di elevato valore letterario. Saramago stesso, mi si conceda la battuta, è la personificazione del titolo della sua ultima opera. Viene quasi il dubbio che, sornione, l’abbia dedicato a se stesso. Ottantatre anni di sovrumano ed inossidabile talento. Dio protegga questa penna originale, fresca, leggera, garbata, sgarbata e profonda: la letteratura ha bisogno di lui.
Sono trascorsi quattro anni dalla drammatica epidemia di cecità lattea e la stessa città senza nome è immersa in una nuova “peste bianca”: questa volta non le pupille ma le schede elettorali della popolazione sembrano affette da un inquietante trionfo di bianco.
Settanta per cento di schede inviolate al primo turno, ottantatré per cento al secondo. Episodio unico nella storia delle democrazie contemporanee: le autorità sono sconvolte. È chiaro che fermenti, nella capitale del paese, un imprevisto e sedizioso movimento anarchico. È necessario colpire il cuore dell’organizzazione sovversiva; un’unità di intenti di tali proporzioni deve essere stata mirabilmente centralizzata. Si peschi a caso e si faccia parlare l’elettorato, bisogna scoprire chi c’è dietro. Ma la gente non parla perché può non parlare: esercita il sacrosanto e democraticissimo diritto della segretezza del voto. Allora si interroghi ricorrendo ad ogni metodo, si rispolveri la macchina della verità, si scopra in qualsiasi modo cosa stia accadendo. Ma non sta accadendo nulla di più di quanto previsto dalla Carta Costituzionale: la gente, chiamata alle urne, ha scelto il partito di destra, che è al governo, per l’otto per cento; quello di centro, all’otto per cento; quello di sinistra, all’opposizione, all’uno per cento; il restante ottantatre per cento non era né assente, né ha annullato la scheda, bensì l’ha inserita nel bussolotto come l’aveva ricevuta: bianca.
Il primo ministro non sa dove sbattere la testa e certo non è aiutato dagli uomini del Consiglio che, per altro, almeno teoricamente, sono di sua nomina e fiducia. Si decreta lo stato di assedio, che, qualcuno nota, per amor della lingua, è un termine che fa riferimento ad un’aggressione dall’esterno, non dall’interno. Poi, il pugno duro: le autorità abbandonano, nella notte, la capitale (accompagnati da un’ emblematica scia luminosa), che viene lasciata a se stessa: via la polizia, via la magistratura, via tutta quella “civiltà” che quel gesto collettivo irresponsabile ha delegittimato: che cuociano nel loro brodo, nel caos più totale. Ma il caos non arriva, anzi. Il vivere comune procede con allarmante ordinarietà: non si registrano né più incidenti, né più violazioni né più delitti piccoli o grandi rispetto alla norma: la popolazione sembra incredibilmente in grado di auto-gestirsi ed auto-governarsi.
È al potere costituito che è rimesso l’onere della destabilizzazione: terrorismo e ostinata ricerca del capro espiatorio…
Incedere narrativo e messaggio sono marchio di fabbrica: come in Cecità, non c’è un nome proprio né di persona né di stato né di città né di strada. Questa spersonalizzazione è funzionale al suo opposto: come il negativo di una foto, il commissario, il primo ministro, la moglie del medico, l’uomo dalla benda nera, il capo dello stato sono pellicole da sviluppare, sovrastrutture da rimuovere per riscoprire il singolo individuo: diverso, seppur mosso da medesime problematiche, da tutti gli altri; come provano prima, debolmente, le parole, poi, indiscutibilmente, le azioni dei singoli. Il monito è diretto ancora una volta alle categorie sociali che più delle altre esercitano il potere e che più, dunque, delle altre, rischiano l’identificazione con il proprio ruolo e la perdita della propria umanità: i militari, i politici, il governo, le istituzioni. E il grande “processo” investe non un totalitarismo, come sarebbe stato assai più facile (e forse banale), ma la democrazia. Lo strumento tecnico è la falla potenziale della scheda bianca, un mezzo rivoluzionario e potentissimo eppure inoppugnabile e legale. Una falla grottesca, pirandelliana: un caso limite capace di mettere a nudo tutte le incongruenze, ingenuità, incapacità dei piani più alti, dei gradi più alti, delle cariche più alte: coloro i quali sono al vertice della scala gerarchica diplomatica e militare di una nobile, storica, mirabile democrazia ne sono l’espressione più inetta, insensibile, goffa, crudele, risibile.
«Mezz’ora dopo gli ausiliari erano nei rispettivi letti, ciascuno con il pigiama d’ordinanza, col distintivo della polizia nel cuore. In definitiva, il piano del ministero, di pianificato non aveva niente, disse il secondo ausiliario, È quello che succede sempre quando non si prende la precauzione elementare di chiedere l’opinione di chi ha esperienza, rispose il primo ausiliario, Al nostro capo l’esperienza non manca, disse il secondo ausiliario, se non ne avesse, non sarebbe quello che è oggi, A volte, stare troppo vicino ai centri decisionali provoca miopia, accorcia la portata della vista, rispose saggiamente il primo ausiliario, Vuol dire che se un giorno arriveremo a ricoprire un posto di comando vero, come il capo, anche a noi succederà lo stesso, domandò il secondo ausiliario, Non c’è, nello specifico, nessun motivo perché il futuro sia diverso dal presente, rispose con saggezza il primo ausiliario.»
Il Leviatano, dunque, una mostruosa macchina burocratica autosufficiente, capace di fagocitare buon senso e sentimento in nome dello status quo, del potere costituito, dell’ego strabordante: è il vero protagonista di Saggio sulla lucidità.
Anche lo stile è d’autore: il flusso interiore cola sulla pagina come magma, ed insieme: parole, conversazioni, considerazioni del narratore separate dall’unica esile interpunzione della virgola. A tratti dispersivo; spesso fluido; sempre interessante. Mai retorico. Motti ed adagi come se piovessero e sempre opportuni, gioielli di sapienza popolare contrapposti alla stoltezza del governo.
La struttura è particolare: una netta divisione in due parti. La prima ad ampio respiro in chiave psicologica e con timbro sarcastico; la seconda si sposta dal piano collettivo a quello individuale, assume il ritmo dello scritto d’azione, quasi giallistico e dominato da un pessimismo crescente e disincantato.
Ci si attende una terza parte, Saramago ci deve un po’ di speranza e sana illusione…
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
José Saramago (Azinhaga, Portogallo, 1922), narratore, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura 1998. Ha esordito nel 1947 con il romanzo “Terra del peccato”.
Josè Saramago, “Saggio sulla lucidità”, Einaudi, Milano, 2004.
Prima edizione in portoghese: 1997.
Saramago in Lankelot:
Approfondimento in rete: Josè Saramago Homepage.
Giovanbattista Arlechino, “Giambo”, Giugno 2005.
Commenti
Sono trascorsi quattro anni dalla drammatica epidemia di cecità lattea e la stessa città senza nome è immersa in una nuova ?peste bianca?: questa volta non le pupille ma le schede elettorali della popolazione sembrano affette da un inquietante trionfo di bianco...
"il restante ottantatre per cento non era né assente, né ha annullato la scheda, bensì l?ha inserita nel bussolotto come l?aveva ricevuta: bianca."
> Qui in Italia le bianche le colorano, si dice. E' meglio annullarle...
"la popolazione sembra incredibilmente in grado di auto-gestirsi ed auto-governarsi.
È al potere costituito che è rimesso l?onere della destabilizzazione: terrorismo e ostinata ricerca del capro espiatorio?"
> Eh.
"Lo strumento tecnico è la falla potenziale della scheda bianca, un mezzo rivoluzionario e potentissimo eppure inoppugnabile e legale. Una falla grottesca, pirandelliana: un caso limite capace di mettere a nudo tutte le incongruenze, ingenuità, incapacità dei piani più alti, dei gradi più alti, delle cariche più alte: coloro i quali sono al vertice della scala gerarchica diplomatica e militare di una nobile, storica, mirabile democrazia ne sono l?espressione più inetta, insensibile, goffa, crudele, risibile."
> Notevole. E su Saramago, dopo le letture di qualche anno fa, mi riprometto di tornarci. Grazie per avercene parlato, nel 2005 e oggi;).