Cipriano Algor è un vasaio non più giovane che ha dedicato al suo lavoro gran parte della sua esistenza ed una moglie, se si pensa che se ne è andata per un malore avvenuto proprio lì, di fronte alla fornace, luogo simbolo del suo mestiere. Una vita fatta di impasti, modellamenti e cotture, preparazioni, rifiniture e realizzazioni di stoviglie di terracotta, aiutato dalla figlia Marta. Una volta a settimana il momento più atteso, quello della consegna. L’ordinazione parte da un misterioso e non meglio specificato Centro, luogo caustrofobico e militarizzato del potere, abitato da anonimi e rigidi funzionari di kafkiana memoria.
Tutto attorno, la città, dove regna il grigiore ed il degrado proprio delle peggiori periferie suburbane industrializzate. Un giorno, la traumatizzante notizia: le stoviglie di Cipriano e sua figlia sono ormai obsolete. Al danno si aggiunge la beffa: il centro non si limita ad interrompere le ordinazioni, pretende anche che Cipriano riprenda tutta la merce avanzata. La duttilità mentale e tecnica di Marta indicherà la via di fuga: assecondando la moda e gli imperscrutabili segreti che la orientano, i due Algor decidono di utilizzare la fornace per produrre improbabili statuine raffiguranti i personaggi più svariati. Il Centro sembra esserne entusiasta ed il vecchio Cipriano si rigenera appresso a clown, Mandarini e ballerine. Ma è solo un’illusione, si avvicina il giorno della promozione di Marcal, marito di Marta, a guardiano residente del Centro, un giorno fatidico nel quale Cipriano si troverà costretto ad abbandonare la sua realtà d’artigiano di provincia per trasferirsi nell’imperscrutabile e odioso fulcro del potere…
Dopo i fasti di Cecità e Vangelo, siamo di fronte ad un Saramago più sobrio e, a mio parere, meno incisivo. Quella della caverna è una scelta più audace delle precedenti, un coraggio che va riconosciuto all’insigne scrittore portoghese. Non più soggetti forti, prorompenti, storici. Niente più epidemie apocalittiche o protagonisti ingombranti, è l’ora dell’uomo comune e delle sue comuni pene. Non si tratta più di umanizzare il divino o ridurre l’uomo allo stato brado per valutarne e comprenderne reazioni e natura: qui ci si concentra piuttosto sul contrario, ovvero l’eccezionalità di una vita qualsiasi. E se il Centro, non v’è dubbio in proposito, è il simbolo della soffocante condizione intimamente connessa al potere e alla tragica disumanità di chi lo detiene, non sarà difficile rintracciare nelle sfumature di questo “Castello” uno j’accuse diretto all’attuale società capitalistica fondata sul culto del denaro e del progresso. Questo mondo di plastica, nel quale sono riprodotte le più grande meraviglie del mondo, dove la tecnologia può far piovere, nevicare o riprodurre il moto ondoso, è finzione bieca, menzogna coercitiva. Ma la dimensione politica come sanno i lettori di Saramago, non è che il primo livello di lettura. Sotto muove il più vivo e profondo scandaglio dell’animo umano, di vizi e virtù dell’essere uomo. E qui, più che altrove, la caverna non “buca la pagina”, non paralizza l’attenzione del lettore se non dopo quasi trecento pagine. Come chi gira intorno al problema senza affrontarlo mai, Saramago ghermisce ma non affonda, colpisce ma non perfora. Tra ansie paterne e nuovi innamoramenti, spirito di libertà e problemi economici, Cipriano Algor è personaggio fin troppo anonimo immerso e trasportato da eventi sporadici e troppo ordinari per trasmettere al lettore quel bovarismo, cui i testi del portoghese l’avevano abituato. Il relativismo esistenziale che porta l’uomo comune, con problemi comuni, ad una vita scossa da eventi destabilizzanti e per questo importanti quanto quelli di vite più celebri o a accadimenti di portata eclatante emerge ma non è sorretto da un ritmo sufficiente. È vero, la forza di volontà di Cipriano non è inferiore a quella della moglie del medico in Cecità, fuor di metafora infatti anche il sagace vasaio lotta allo strenuo per dare speranza e forza in un contesto di “ciechi”; ma è anche vero che pensieri e azioni della seconda sono incalzanti, drammatici, senza sosta; quelli di Cipriano, invece, contriti, lenti, trascinati.
In sintesi: è proprio l’incedere della struttura globale della Caverna a rappresentarne, a mio giudizio, il limite. Un limite che si potrà intendere intenzionale e funzionale al realismo noioso della realtà che va rappresentando, ma che tradisce lo stile linguistico così ritmico e tambureggiante fin quasi alla stonatura.
Un’architettura globale dell’opera davvero sui generis, se si pensa che le ultime sessanta pagine riacquistano quell’intensità fino allora assente, sfociando, a tratti, in vera e propria frenesia creativa. Il richiamo a Platone, esplicito fin dal titolo, acquista nell’incalzante finale contorni più definiti tanto da divenire nelle ultime quattro righe del testo, ironica e beffarda citazione. È come se l’autore abbia intenzionalmente tenuto un passo da maratona per preparare un efficace rush finale da centometrista dove tutto quanto era latente diviene manifesto, evidente, lapalissiano.
Questa disarmonia, che è sproporzione, rende La caverna un testo adatto a chi riconosce a Saramago il primato tra gli scrittori europei contemporanei.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
José Saramago (Azinhaga, Portogallo, 1922), narratore, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura 1998. Ha esordito nel 1947 con il romanzo “Terra del peccato”.
Josè Saramago, “La caverna”, Einaudi, Torino, 2000.
Traduzione di Rita Desti.
Titolo originale: “A Caverna”, 2000.
Saramago in Lankelot
Approfondimento in rete: Josè Saramago Homepage.
Giovanbattista Arlechino, “Giambo”, gennaio 2005
Commenti
In sintesi: è proprio l?incedere della struttura globale della Caverna a rappresentarne, a mio giudizio, il limite. Un limite che si potrà intendere intenzionale e funzionale al realismo noioso della realtà che va rappresentando, ma che tradisce lo stile linguistico così ritmico e tambureggiante fin quasi alla stonatura.
Letta con interesse, da estimatrice di S.
quando scrivi "E qui, più che altrove, la caverna non ?buca la pagina?, non paralizza l?attenzione del lettore se non dopo quasi trecento pagine. Come chi gira intorno al problema senza affrontarlo mai, Saramago ghermisce ma non affonda, colpisce ma non perfora." mi fai pensare ad altre opere veramente incisive, basti per tutte L'anno della morte di Ricardo Reis, dove riconosco i piani di lettura da te indicati, o memoriale del convento.
Dunque ne ricaverei una delusione?
2. L'anno della morte di Ricardo Reis è un libro indimenticabile a mio modesto avviso. Uno di quei libri che ti entrano dentro per restarci definitivamente.
La Caverna non l'ho ancora letto e non mi sento di aggiungere nulla se non ringraziare l'amico Giambo della segnalazione.
Gian Paolo
In tutta sincerità dell'amato Saramago da me letto è l'opera più modesta. Anzi no: Viaggio in Portogallo a dir il vero non sono proprio riuscito a finirlo... (è chiaro poi che per un credente il più indigesto risulti il Vangelo!).
Comunque è vergognoso che ancora non abbia letto il Ricardo Reis, rimedierò al più presto su vostro consiglio... :)