Saramago José

Cecità

Autore: 
Saramago José

SIAMO DAVVERO QUESTI

La repressione ottusa di chi detiene il potere, la ferocia inaudita e barbara dello stato di necessità, l’abbrutimento primitivo dell’involuzione umana. Tra Orwell, Golding e Primo Levi, Cecità possiede la nauseante claustrofobia di 1984, l’istintuale climax del Signore delle mosche, l’agghiacciante disumanità di Se questo è un uomo. A poco serve il fantasioso e quasi “favolistico” espediente dell’epidemia del morbo ottico, l’intensità narrativa e le capacità descrittive del portoghese azzerano qualsiasi tentativo di fuga del lettore, non è utopia o sogno, è tutto drammaticamente reale, consequenziale, logico.

Siamo ad un semaforo qualsiasi di una strada qualsiasi di una città qualsiasi dove un qualsiasi uomo vede, al posto del verde, un mare di latte. È solo la prima vittima del “mal bianco”, è solo, nell’impersonale identificazione di Saramago, il “primo cieco”. Poi toccherà agli altri “anonimi” protagonisti: il ladro di macchine, il medico, la ragazza dagli occhiali scuri, il ragazzino strabico, ecc. Entra in gioco lo Stato che sceglie, impietoso, un manicomio in disuso come luogo atto alla quarantena di malati veri e potenziali. È l’ironia della sorte tanto cara a Saramago, che ci racconta passo passo lo scadimento fisico, mentale e morale di questi folli ciechi aggrappati alla vita ovvero al cesto di cibo depositato dai militari di guardia appena oltre il confine immaginario della loro sopravvivenza. Qui il portoghese dipinge reazioni e passaggi psicologici da Caravaggio della penna qual è, le necessità primarie riportano l’individuo indietro nel tempo annegandolo nell’istintualità originaria cui appartiene: fame, sonno, sesso tutto in un incalcolabile tappeto di escrementi e secrezioni di ogni genere, ma ognuno a modo proprio, ognuno secondo coscienza, perché la natura umana sarà pure una, ma i percorsi insondabili dell’esperienza individuale la scolpiscono secondo scalpello proprio.

Così, quando i rifornimenti scarseggiano, i ciechi malvagi se ne appropriano brutalmente barattandoli prima per ricchezze poi per sesso, quasi l’autore voglia con questa gerarchia di priorità suggerirci l’assoluta e precedente stoltezza dell’avidità umana incapace di relativizzare il valore dei beni. Poi, come il più labile dei confini, il bene diventa il male, e la moglie del medico, simbolo fino ad allora della retta condotta, diventa l’unica vera assassina giustificata solo dal più grande degli alibi, l’esasperazione, evidentemente sottoposta a prova più dura del corpo oltraggiato. Un paio di forbici trapassano il collo del capo-aguzzino rimescolando orrori e sentimenti, compassioni e condanne. Una predisposizione di apparigliamento e sparigliamento di sentenze e convincimenti ch’io ritengo caratterizzi più d’ogni altra stile e messaggio di questo mirabile scrittore. Questa la finalità dell’incedere curioso ed originale della struttura sintattica. Via le interpunzioni, ostacolo artificioso allo scorrere dei sentimenti, dei pensieri, dei confronti verbali. È il mezzo attraverso cui Saramago ci dischiude i segreti, le speranze, le più intime emozioni dei suoi innumerevoli e paurosamente reali personaggi. Giù il sipario di ogni ipocrisia, non ci sono miti, né eroi, né santi, è il percorso che, solo tre anni dopo, lo porterà dritto dritto all’umanizzazione del primo degli uomini: Cristo. Figura storica, religiosa, culturale e chissà quant’altro a cui Saramago non rinuncia mai di rapportarsi: interrogandoLo, decifrandoLo, mettendoLo in discussione con la consapevolezza, tuttavia, dei limiti intrinseci della sua ricerca.   

Gli internati finalmente liberi perché normali, ove la normalità è triste sinonimo di maggioranza, vagano in una città da Dio, appunto, dimenticata; gli orrori del lager-manicomio sembrano riproporsi solo diluiti dalla differenza di scala. La nuova forma di aggregazione sociale è quella tribale: clan di ciechi affamati e disperati colonizzano ricoveri e supermercati disciplinati dall’unica legge che riconoscono: chi tardi arriva male alloggia (tanto per utilizzare uno dei pochi detti popolari “sfuggiti” a Saramago). Ma quando l’unica autentica condanna morale del portoghese sembra abbattersi inesorabile sulla misericordia divina, al punto che la prima chiesa descritta nel romanzo presenta statue, dipinti ed icone cristiane di ogni sorta rigorosamente bendate, ecco l’ultimo capovolgimento, l’ultimo ed il più profondo dubbio dell’autore: torna la vista al primo cieco, poi al secondo, poi a tutta la città, la misericordia forse per sorte forse per fede, è l’ultima degli assolti.     

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

José Saramago (Azinhaga, Portogallo, 1922), narratore, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura 1998. Ha esordito nel 1947 con il romanzo “Terra del peccato”.

José Saramago, “Cecità”, Einaudi, Torino 1996.
Traduzione di Rita Desti.  

Prima edizione: “Ensaio sobre a Cegueira”, 1995.

Saramago in Lankelot:

 

Approfondimento in rete: Josè Saramago Homepage.

Giovanbattista Arlechino, “Giambo”, Dicembre 2004

 

ISBN/EAN: 
9788806193683

Commenti

Tra Orwell, Golding e Primo Levi, Cecità possiede la nauseante claustrofobia di 1984, l?istintuale climax del Signore delle mosche, l?agghiacciante disumanità di Se questo è un uomo. A poco serve il fantasioso e quasi ?favolistico? espediente dell?epidemia del morbo ottico, l?intensità narrativa e le capacità descrittive del portoghese azzerano qualsiasi tentativo di fuga del lettore, non è utopia o sogno, è tutto drammaticamente reale, consequenziale, logico...

Ho letto ed apprezzato molto questo libro. Condivido le tue analisi. Mi chiedo solo se l'happy end fosse necessario.

"Giù il sipario di ogni ipocrisia, non ci sono miti, né eroi, né santi, è il percorso che, solo tre anni dopo, lo porterà dritto dritto all?umanizzazione del primo degli uomini: Cristo. Figura storica, religiosa, culturale e chissà quant?altro a cui Saramago non rinuncia mai di rapportarsi: interrogandoLo, decifrandoLo, mettendoLo in discussione con la consapevolezza, tuttavia, dei limiti intrinseci della sua ricerca."

> Forse è a questo passo che dovresti riferirti, rispondendo al recente dibattito - recente qui da noi dico - sul Vangelo di Gesù.