Il libro raccoglie gli interventi pronunciati alla giornata di studi su “Le destre in Italia dal regime fascista al governo Berlusconi. Senso e limiti di una comparazione”, organizzata dalla rivista Passato e presente, tenutasi a Firenze il 18 dicembre del 2002. Nella Premessa al volume, il curatore spiega che il convegno nacque come momento di riflessione su un tema ricorrente in molta stampa estera: la quale non è nuova ad operare un accostamento, spesso in forma «sommaria ed approssimativa», tra Benito Mussolini e l’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. All’epoca, l’incontro non mancò di sollevare una gran quantità di polemiche. Per lo più, fraintendendo e mistificando, si imputò agli organizzatori l’obiettivo di avvalorare in toto quel parallelo, che essi volevano – tutto all’opposto – discutere criticamente. Già il titolo del convegno del resto era chiaro. Alcuni dirigenti di Forza Italia, tuttavia, invocarono il Ministro della Pubblica Istruzione, affinché si istituissero procedimenti disciplinari a carico dei docenti intervenuti.
Ha fatto bene il curatore, dunque, a rammentare nella Premessa come il metodo della comparazione, in storia, serva a far emergere differenze, più che a sottolineare continuità: ciò che gli stessi contenuti del dibattito rivelano con efficacia. Piuttosto controproducente, allora, si deve considerare a nostro avviso la veste con cui l’editore ha scelto di presentare il volume. Il titolo è carico di una forte connotazione valutativa, estranea all’intestazione originale. In particolare vi è stata espunta la nota cruciale, quel “Senso e limiti di una comparazione”, che rendeva evidenti natura e scopo dell’incontro. Infine, il disegno in copertina: uno schizzo in cui vanno ad intersecarsi i volti di Berlusconi e di Mussolini, produce ulteriore confusione. Tutto ciò non solo contribuisce a fuorviare il lettore, suggerendo un’immagine svilente dei termini del dibattito, ma offre soprattutto un destro gratuito ad accuse strumentali, come quelle che già furono mosse al convegno del 2002.
Il governo della “Casa delle libertà” e il regime mussoliniano, infatti, non sono per nulla gli unici punti discussi nel testo. Il quale, nell’insieme degli interventi, si configura come un excursus ragionato intorno alle diverse esperienze conservatrici, sviluppatesi in Italia dal fascismo ad oggi. Quindi, esso comprende come parte integrante dell’analisi anche le forme, le prassi, le culture proprie del potere democristiano, così come si è dipanato attraverso i decenni della cosiddetta “prima Repubblica”. E in qualche caso, quando ad imporlo è il tipo di tema trattato, l’arco cronologico si sposta ancora indietro, andando ad investire aspetti dello stato liberale pre-fascista, o finanche del Regno d’Italia di recente unificazione.
Oggetto di discussione, insomma, sono le destre italiane in prospettiva comparata, focalizzate mediante l’identificazione di alcuni grossi nodi tematici, che interessano nel lungo periodo la vicenda del nostro paese. Su quelli relativi al sistema di potere, vertono i contributi raccolti nella prima parte del libro (Paul Ginsborg: Berlusconi in prospettiva storica comparata; Stuart Woolf: Crisi di un sistema e origini di una nuova destra. Senso e limiti di una comparazione; Nicola Tranfaglia: Legiferare e giudicare; Luciano Segreto: Potere economico e potere politico; Percy Allum: Il clientelismo nell’Italia del dopoguerra). Nella seconda, invece, trovano spazio quelli attinenti alla cultura e all’ideologia (Gabriele Turi: La cultura delle destre; Gianpasquale Santomassimo: Il rapporto con il passato; Giovanni Gozzini: Mass media e politica). In appendice, chiudono il volume gli interventi di Marco Battini ed Enzo Collotti, che si concentrano rispettivamente sui casi francese e austriaco. Di sintetizzare gli spunti, offrendo al contempo un’originale declinazione della coppia conoscitiva continuità/rottura, compete all’Introduzione di Giovanni De Luna.
L’imprecisione, alla base di tanti frettolosi paragoni fra il Duce e Berlusconi, ha a che fare di certo con l’esigenza di sensazionalismo, cui obbediscono, massicciamente e in tutto il mondo, la pubblicistica e la stampa meno raffinate. E tuttavia è la spia di una preoccupazione reale, fortemente sentita all’estero, sia a livello di opinione pubblica che di circoli – per dir così – qualificati, e della quale si cerca in Italia di arginare gli echi. Checché ne mostri di pensare il governo, dietro alle fresche denunce del Parlamento europeo si staglia qualcosa di più che un intrigo socialista. L’Italia berlusconiana è al centro dell’attenzione internazionale, perché è vista come paese oggettivamente anomalo. Strappato alle consuetudini di una vita democratica sana. Mentre noi ci stiamo assuefacendo allo strano e al brutto, nel resto del mondo l’interesse non scema, anzi sale l’allarme per la situazione di un premier detentore di monopolio televisivo, magnate mediatico e calcistico, che pare non avere la minima intenzione di sciogliere la sua coincidenza di interessi, e si trova in conflitto istituzionale perenne con la magistratura. E che alimenta, con una serie di leggi ambigue, il sospetto di utilizzare la maggioranza in Parlamento a fini di utile personale.
Concentrazione di potere, e forzatura delle regole, con gli attributi connessi all’atteggiamento: protervia, tendenza alla prevaricazione. Questi i contrassegni importanti, che più di tutti fanno correre la mente ad altri tempi. Per il resto, balzano agli occhi le differenze: a cominciare dal percorso individuale dei due personaggi, per continuare col contesto generale in cui si inscrivono i fenomeni, al metodo adottato per raggiungere il comando, al grado di coercizione imposto alla realtà sociale, e così via.
Eppure, all’estero temono che l’Italia abbia un cancro. La malattia può allargarsi, può colpire altri paesi? C’è un che di automatico nel meccanismo? Sono le domande che si pongono altre democrazie a capitalismo avanzato, turbate dall’ipotesi che la direzione italiana sia di nuovo d’avanguardia. Di nuovo: perché, fuori dai nostri confini, si hanno ben presenti responsabilità italiane del passato, che qui non hanno mai ricevuto compiuta interiorizzazione. Lo fa notare con rara incisività il contributo di Santomassimo. La primogenitura del fascismo, il ruolo italiano nell’«introdurre con l’aggressione all’Etiopia il piano inclinato di quel regno della forza che porta alla Seconda guerra mondiale», e nel traghettare proprio quel conflitto su dimensioni davvero mondiali, con l’apertura dei fronti in Africa e nei Balcani. Tutti elementi assolutamente chiari per gli osservatori stranieri, meno per noi. «Qualcuno ricorda in Italia quella “pugnalata alla schiena” dei francesi già sconfitti nel giugno 1940, che all’estero è ritenuta uno degli episodi più vili della storia del Novecento?» (p. 153).
In generale, al contrario di quanto avvenuto in Germania, l’Italia non ha mai fatto i conti con la sua coscienza. È un problema di proporzioni gigantesche, specie in tempi di revisionismi e di poco trasparenti velleità riconciliatrici. Negli anni ottanta, quando in Occidente ci si iniziò ad interrogare a fondo sulle colpe e i crimini del fascismo europeo, l’Italia si estraniò dalla discussione, si disse «fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto», e si proclamò in pace con sé stessa. Fu il coronamento di un processo di rimozione e di alterazione del passato iniziato molto prima, già all’indomani della nascita della Repubblica: nel mondo bipolare della guerra fredda, al tempo in cui era meglio essere neri, ladri, qualunque cosa – fuorché rossi.
Che l’Italia oggi possa sentirsi unita da una “memoria comune” è impossibile. Innanzitutto, osserva Santomassimo, la memoria pubblica non può essere comune perché deve essere selettiva, dipartire cioè da un giudizio storico accolto nei suoi caratteri essenziali. Come qui da noi, a proposito del Risorgimento, con le piazze e i monumenti si celebra Garibaldi e non Franceschiello di Borbone, così in Germania non ci sono vie intitolate alle SS, o in Francia marmi innalzati a Pierre Laval, o in Norvegia scuole elementari che recano il nome di Quisling. A Bari invece il lungomare si chiama da qualche tempo “Araldo di Crollalanza”: l’ex podestà del luogo, e vi è stata eretta anche una statua. Altrove, edifici pubblici sono stati intestati ad Adelchi Serena, ex segretario del Partito Nazionale Fascista. A Trieste, nelle sale del Comune, è stato rimesso al suo posto il ritratto di Cesare Pagnini, fu podestà. E l’elenco potrebbe continuare.
In secondo luogo, la memoria pubblica giustifica e corrobora un terreno precedente di valori comuni, di virtù civiche condivise: il mix, il nervo vitale di qualsiasi patriottismo. Ed è proprio ciò che manca drammaticamente all’Italia presente. In cui, a partire dal 1994, è come se si fronteggiassero due schieramenti non solo contrapposti, ma alieni l’uno all’altro. Non solo discordanti sul piano politico, ma irriducibili su quello pre-politico, su quello dei comportamenti civici di fondo, su quello, in altre parole, antropologico.
Sembrano tornare attuali i discrimini azionisti fra un’Italia civile e un’altra incivile. Si tratta di una frattura identitaria di lungo periodo, che affiora in concomitanza con episodi cardine della nostra storia. Un’Italia sempre latente in cui prevale l’egoismo più gretto, il menefreghismo più spinto, ben disposta a fottersene delle leggi e a sopraffare l’altro: è il dark side del nostro paese. È ciò che davvero marca una linea di continuità capace di attraversare fasi e climi differenti fra loro; ciò che era cominciato a trapelare nuovamente, e in forme dirompenti, nel corso degli anni ottanta; e che lega in profondità quel periodo all’oggi, malgrado in mezzo ci sia stata la rottura del ’92.
Da essa si fa discendere lo schema, oggi diffuso, di una “prima” e di una “seconda” Repubblica. In effetti, col senno di poi, sembra che le cateratte si infransero proprio allora. Dopo l’introduzione del sistema maggioritario – riflette ancora Santomassimo – è come se l’Italia oscura, l’Italia immorale dell’individualismo anarcoide e degli evasori compiaciuti «avesse potuto finalmente esprimersi liberamente, senza i freni inibitori imposti dalla mediazione democristiana e dal formale rispetto delle convenzioni e delle consuetudini» (p. 150). Esprimersi liberamente, appunto: dar sfogo a pulsioni e appetiti trattenuti, ma presenti di continuo.
Questa Italia è sempre esistita. Bisognerà prima o poi guardarla dritto negli occhi, badare alle sue permanenze, evidenziare la sua stabilità. Difficile che lo faccia un paese così corruttibile dall’oblio, così disabituato a farsi carico delle responsabilità del suo passato.
«Ma se io pronunciassi un nome come Debrà Libanòs quanti concittadini mi capirebbero? Eppure sappiamo tutto sulle fosse di Katyn, che non ci riguardano direttamente. Ma si tratta dello stesso crimine, dello sterminio di una potenziale classe dirigente al completo.
Debrà Libanòs si trova in Etiopia, ed è il monastero cristiano copto dove nel 1937, in reazione all’attentato a Graziani, vennero uccisi tutti i monaci e i novizi e i civili (oltre duemila in tutto, un’intera classe dirigente spazzata via). La cifra complessiva delle vittime della repressione contro clero e società civile si avvicina per difetto alle trecentomila vittime, un numero dieci volte maggiore rispetto a quello delle foibe in base alle stime più larghe.
Ma erano solo negri a cui portavamo la “civiltà”. E poi si sa, noi per definizione siamo sempre “brava gente” capace di farsi amare e benvolere anche dalle popolazioni che aggrediamo e saccheggiamo» (G. Santomassimo, p. 162).
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
La notte della democrazia. Dal regime fascista al governo Berlusconi, a cura di G. Santomassimo, Il Saggiatore, Milano 2003.
Il curatore insegna storia della storiografia contemporanea all’Università di Siena. Tra le sue opere recenti, La marcia su Roma (Giunti, 2000).
Patrick Karlsen, maggio ’04.
Commenti
"In generale, al contrario di quanto avvenuto in Germania, l?Italia non ha mai fatto i conti con la sua coscienza. È un problema di proporzioni gigantesche, specie in tempi di revisionismi e di poco trasparenti velleità riconciliatrici. Negli anni Ottanta, quando in Occidente ci si iniziò ad interrogare a fondo sulle colpe e i crimini del fascismo europeo, l?Italia si estraniò dalla discussione, si disse «fuori dal cono d?ombra dell?Olocausto», e si proclamò in pace con sé stessa. Fu il coronamento di un processo di rimozione e di alterazione del passato iniziato molto prima, già all?indomani della nascita della Repubblica: nel mondo bipolare della guerra fredda, al tempo in cui era meglio essere neri, ladri, qualunque cosa ? fuorché rossi".
> estremamente interessante. Davvero. Grazie per la segnalazione.
Non capisco il parallello, non l'ho mai capito: Tra Mussolini e Berlusconi, intendo. é come, passatemi il francesismo, mischiare la merda con la cioccolata. Berlusconi non vale un decimo di Mussolini, da qualunque punto di vista si voglia inquadrare la vicenda. Il parallelo è pretestuoso, e fatto dalla solita sinistra cialtrona che non sapendo controbattere al Berlusca tira fuori questi ridicoli accostamenti. Pensando oltre tutto di fargli un torto! Magari Berlusconi fosse un fine statista come lo fu Mussolini.
Mi permetto, poi, di riprendere lo stesso passo citato su da Franco per fare una considerazione in netta controtendenza col contenuto da te postato. Se questo paese ha rimosso, ha rimosso certamente nel senso opposto di di quel che tu dici (senza che mi dilungo leggiti i recenti scambi di commento tra me e Franco sul testo di Pesce "Senza tregua"). E poi, soprattutto, nel nostro paese, a differenza di quel che tu dici, nel dopoguerra, essere rossi è sempre convenuto (nello spettacolo, nell'editoria, ma anche nei ceti impiegatizi). é essere neri che escludeva da tutto. E questo è un dato incontestabile.
Io ho difficoltà a decifrare chi sia cioccolata, diciamo. Ma al di là di questo - il paragone un po' colorito era il tuo, io sono rimasto fedele alla lettera e non intendo offendere nessuno - credo che la grande facilitazione berlusconiana sia stata il controllo delle televisioni; un regime, e un controllo adeguato delle coscienze e delle informazioni, ha oggi meno necessità di violenza rispetto al passato. Il berlusconismo non è finito e trovo prematuro farne analisi. Tengo alta la guardia. * Rosso conveniva, senza dubbio, nel dopoguerra. Più ancora democristiano. Ma il discorso è che c'era nero e nero. La nostalgia di un capo che ha condotto la Nazione al disastro, all'inumanità e all'infamia non ha senso. Non ce l'ha davvero. Cosa c'è da salvare, la bonifica delle paludi? Poco. * I neri hanno perduto perché guardavano sempre indietro. E adesso, oltretutto, guardano strabici. Confondono il centro con la destra.
Io invece non ho mai avuto dubbi. Considero Mussolini un grande statista, nonostante le immancabili contraddizioni cui inevitabilmente cade un uomo nella posizione in cui egli era. E mi da sinceramente molto fastidio l'assonanza con Berlusconi o con chicchessia dell'Italia repubblicana.
I neri non guardano al centro: quelli non sono neri. O, quantomeno, non lo sono più.
Speriamo. A me sembra che parecchi si ritrovino là.
Tanto che mi piace combatterli per bene, votando a sinistra, e da diversi anni.
Combattere chi? ho perso il soggetto. I neri? ma non esistono. E da molto tempo. Se mi dici che lo è Berlusconi allora non ci intendiamo proprio. In ogni caso, come ben sai non voterei a sinistra nemmeno se fosse la sola e unica alternativa. La destra non la voto più perchè non esiste. Difatti è qualche anno che non voto...
n. 3:
a) molte delle cose che scrivo sono proprio indirizzate a far riflettere su come parecchi aspetti deteriori del nostro passato siano stati completamente rimossi dalla memoria collettiva del paese; nell'articolo sono citati i massacri compiuti in Africa, altrove ricordo la violenta oppressione del fascismo contro il mezzo milione di slavi compresi nei nostri confini fino al '43; oppressione più odiosa ancora di quella riservata a tutti gli altri italiani, e culminata nell'invasione della Jugoslavia e nell'eccidio a scopo di rappresaglia di migliaia di civili. Ma l'elenco potrebbe allungarsi.
b) nel periodo della guerra fredda e fino a tutti gli anni Sessanta sono ormai documentate le limitazioni dei diritti civili esercitate su cittadini "rossi" politicamente attivi: sul lavoro (con intimidazioni di vario tipo) e in generale nei luoghi della vita associata (migliaia di schedature da parte del Ministero degli Interni, prassi mutuata direttamente dal precedente regime).
Non mi risulta proprio, pur se tu dici documentate. Nella vita reale erano i neri boicottati ovunque - oltre che tutti schedati e controllati. Ti potrei fare mille esempi di persone che conosco: tra tutte quello di mio padre che ha visto comunisti analfabeti far carriera (in una municipalizzata) solo perchè avevano la tessera della Cgil. Certo, mio padre aveva l'immagine di Mussolini dietro di sé proprio nel suo ufficio. Una scelta che non l'ha certo favorito. E poi era iscritto alla CISNAL. Ma esulando dal personale basta guardare il mondo dello spettacolo e dell'editoria, dove chi era schierato a destra era boicottato a priori. Per non parlare di ciò che successe ai ragazzi di destra negli anni settanta: gli entravano in casa e li arrestavano se solo trovavano un libro di Evola o affini. E si facevano anche mesi di carcere: ne ho conosciuti parecchi. I magistrati - quasi tutti rossi, anche li c'erano le loro lobbies - invece avevano occhi di riguardo per i giovani compagnucci. Per piacere, Patrick, puoi tirare fuori tutti i documenti che vuoi ma la realtà era - per certi versi è ancora - evidentemente un'altra. Non prendiamoci in giro.
Sul resto: é pieno di orrori il secolo scorso! e parlate un po' dell'ideologia più sanguinaria: il comunismo (più di novanta milioni di morti nel pianeta. E Stalin il più atroce dittatore in assoluto, roba che Hitler fu una mammoletta al confronto). Qui si parla sempre a senso unico...
No, niente sensi unici. E Patrick è davvero equidistante. Peraltro, questo sito ospita parecchi anticomunisti (io sono uno di quelli della primissima ora. )
*
Sul vostro dibattito non intervengo, per ora.
Non è una imposizione è una scelta. Evidentemente ci sono più persone a cui preme risaltare certi temi. é un dato di fatto che rimarcavo con dispiacere. tutto qua. Non era una critica alla libertà di potersi esprimere, Franco. Qui c'è sempre stata e immagino ci sarà sempre.
Scusa Fede, ma a volte mi pare che la comprensione con te risulti difficile perché non poni giusta attenzione alla lettura di quanto dice il tuo interlocutore.
Ho scritto e ripeto (e chiudo): luoghi di lavoro e vita associata nel periodo della guerra fredda e sino a tutti gli anni Sessanta. E' dunque improprio che, per ribattere, tu mi porti a esempio situazioni - quale quella del comunista analfabeta - certamente posteriori al 1969 (Statuto dei Lavoratori, la svolta nelle relazioni sindacali dopo una pluridecennale stagione di lotta), temi come quello dell'editoria e della scuola (non è lavoro industriale, a cui invece mi riferivo io) e problemi quali l'emarginazione dei giovani di destra negli anni Settanta (di nuovo posteriore alla cronologia del discorso).
Quanto al senso unico, qualche giorno fa qualcuno ha parlato del bombardamento su Dresda in margine a "Mattatoio n.5" di Vonnegut (non ci sono tuoi commenti, forse ti è sfruggita); e, se cerchi bene, il sito presenta numerosissime denunce delle tragedie provocate dal comunismo, non ultime quelle sul confine orientale italiano (cerca fra i tag "Tito" o "quaranta giorni", qualcosa spunterà fuori di sicuro).
Portavo esempi piu direttamente da me conosciuti che confermerebbero - uso il condizionale - una tendenza già im atto precedentemente. Sempre secondo le miei fonti. In ogni caso l'esempio di mio padre è precedente al 69, sindacato o meno.
Mattaio n.5 mi è sfuggito, leggerò.
Fede, si possono portare anche esempi che esulano dai limiti del discorso, specie se desunti dalla storia personale di ciascuno, perché arricchiscono sempre. Ciò che è meno simpatico è che, facendolo, si confondano i termini della discussione.
E ancor meno simpatiche sono certe allusioni (ho in mente questa tua annotazione: "ci sono più persone a cui preme risaltare certi temi"), che possono suonare oggettivamente ingenerose (per non dir altro) verso alcuni collaboratori del sito e, indirettamente, verso la sua qualità.
Comunque, nessun problema Fede. Vado a leggermi "Militia" ;)
(Santomassimo) - copertina!
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