Santagata Marco

Voglio una vita come la mia

Autore: 
Santagata Marco
La generazione che nasce tra il 1946 e il 1950 è una generazione di prescelti, di baciati dalla fortuna: se qualcuno degli interessati lo scoprisse all’improvviso solo ora, si rallegri e si affretti a leggere quest’inno all’ottimismo del professor  Marco Santagata, classe 1947.
Coloro che oggi veleggiano attorno ai sessant’anni sappiano di essere prediletti da dèi premurosi ed attenti, che tutto hanno volto a loro favore: hanno vissuto una prima infanzia ancora immersa nel mondo magico di un’Italia rurale, affamata e semplice, protesa a godersi la pace conquistata di fresco, e una seconda infanzia in città, dove molte famiglie venivano chiamate dal boom economico (“Le cose buone ci piovevano dal cielo proprio come l’acqua piove dal cielo: in modo naturale”, p. 55). Hanno goduto di un’adolescenza priva di responsabilità: perfino il Sessantotto non l’hanno fatto loro, ma quelli più grandi, i “capi”, gente seria che giocava alla stanza dei bottoni. “Il Sessantotto in realtà non lo hanno fatto i sessantottini. Questi si sono limitati a viverlo, festosamente. Lo hanno fatto i capi, e i capi erano più vecchi di noi” – p. 63 - Capi che “avevano la fissa del partito. E delle gerarchie. Al fondo però erano tristi, perfino un po’ cupi. Il Sessantotto se lo godevano come esercizio del potere, altro che fantasia al potere! Credo che a renderli diversi da noi, fantasiosamente scafati e leggeri, fosse il fatto di non aver conosciuto il volto buono del capitalismo “p. 64.  Naturalmente nei Settanta a prenderle e a darle non furono certo loro, i baciati in fronte, ma i fratelli minori. Loro, i prescelti, non si sporcarono le mani (chissà, secondo me D’Alema e la Annunziata, per fare due nomi a caso, di fronte ad affermazioni del genere si dovrebbero sentire un po' offesi).
Qualcuno potrà malignare su questa opportuna “presa di distanze” postuma, noi più giovani abbiamo senza dubbio il diritto di farlo.
 
In quegli anni la “generazione aurea” cercava lavoro e “nei momenti liberi eravamo presi da certi problemi personali imprevedibilmente insorti a seguito dell’unica rivoluzione che volevamo fare e che avevamo fatto: la rivoluzione sessuale” (p. 76). I prediletti, insomma, hanno beneficiato delle opportunità che il nuovo corso offriva, prendendosi poche colpe e facendo i bravi: nessuna fatica neppure all’indomani di matrimoni affrettati e sbagliati (“Poco più che ventenni ci siamo trovati con famiglia a carico … sembrava proprio che gli dei ci avessero fatto un brutto scherzo. Non furono loro, in effetti, a cavarci dai guai; furono le nostre mamme e i nostri papà” p. 84). Mamma e papà, infatti, inventarono per loro il divorzio.
Così spesso si sono rifatti una famiglia, mantenendo una posizione economica rispettabile, e qualche amante qua e là. Perfino quella terza età ormai vicina non li priverà di nulla: pillole per il vigore maschile e una politica sociale tutta incentrata a soddisfare i prossimi bisogni li convincono di poter vivere per sempre. O quasi.
Sinceramente a quarant’anni non ci si può sentir dire certe cose da chi di anni ne ha una ventina di più. Può darsi che la tesi di Santagata affascini (e deprima) qualche ventenne, o qualche trentenne sprovveduto, ma questa apologia degli odierni sessantenni detentori del segreto della felicità convince poco. Certo, diamo atto agli ultracinquantenni di un portamento spesso molto giovanile, di un’intelligenza viva e di un certo arrivismo sostanziale e genetico che tiene in carreggiata questa generazione meglio della mia (e di tutte quelle venute dopo). Tralascio l'ironica spiegazione dell’attuale calo demografico, ma di generalizzazione in generalizzazione, Santagata pretende di spiegare tutta la storia recente d’Italia in funzione dei nati fra il 1946 e il 1950.
 
L’errore, o meglio la parzialità di questo punto di vista, direi, sta nell’essere assolutamente certi che solo loro hanno visto certe cose, che solo loro ne hanno vissute pienamente altre, che solo a loro è toccata una sorte magnifica, perché hanno avuto la capacità di saper agguantare al volo le occasioni. Conosco più di qualche sessantenne frustrato, che nella vita alla fine ha realizzato meno dei propri padri e persino dei propri figli: come mai Santagata vede solo modelli vincenti? Essere coetaneo e concittadino di Vasco Rossi gli ha dato evidentemente un pochino alla testa (il titolo stesso del romanzo (?) ricorda Vita spericolata, curiosamente scelta dall’Autore anche come eventuale accompagnamento del proprio congedo dal mondo…).
Torniamo al libro che non è un saggio, benché alla sociologia (spicciola) strizzi l’occhio, ma una specie di autobiografia contraffatta. Quattro figli in due matrimoni, una cattedra universitaria di letteratura italiana, una seconda moglie ancora bella e devota, una giovane amante incatenata alle sue bugie, il cambiamento del mondo come sfida spavalda per tutta una generazione, la sua: a questi momenti di gloria si alternano, nel “diario” del protagonista, i ricordi di infanzia e giovinezza, messi lì come un alibi perfetto alla colpa sotterranea di non aver contribuito a fare del mondo un posto migliore per chi è venuto dopo.
C’è un compatimento, piuttosto dichiarato, per le generazioni più giovani, sfortunate, che non hanno visto né vedranno. C’è un disinteresse genuino nei confronti dei trentenni di oggi votati al precariato, senza casa, né soldi, né certezze. Al figlio Antonio che naviga in cattive acque, papà manda duemila euro, si inquieta quando viene a sapere dalla moglie che il ragazzo ha perduto il lavoro, ma poi durante le feste di Natale lo vede “sereno” e la cosa si chiude lì. E’ evidente che Santagata nella realtà non ha un figlio di trent’anni. Oppure non ce l’ha disoccupato.
Persino i quarantenni sono arrivati tardi, la parte migliore della torta se la sono mangiata loro, i più grandi,  mentre i trentenni e i ventenni devono ancora togliere il bavaglino (però LE trentenni vanno benone per performances di certo tipo, per weekend disimpegnati, per regalare l’illusione di una giovinezza imperitura sebbene già lastricata di Cialis e compagnia).
 
Dolore? Cos’è mai il dolore? Non una parola sul rapporto con l’età avanzata dei propri genitori, ad esempio, un tema interessante sul quale potrei dire molte cose guardando questa specie di “cugini grandi”alle prese con imprevisti sgradevoli legati alla caducità dei loro vecchi.
La morte di un amico si inserisce nell’inevitabilità della vita, si accetta come si accettano le seccature, non serve a riflettere che l’eternità non esiste per nessuno. Santagata è convinto che le cure mediche sempre più raffinate permetteranno l’allungamento della vita e il miglioramento della sua qualità. Lascio l’Autore alle sue convinzioni, certa che purtroppo a breve il bel sogno subirà una brusca interruzione. E più di qualcuno dei prediletti dagli dei si troverà stranamente giù dal letto con qualche bernoccolo in testa.
 
Scritto con moltissima ironia, di cui va dato atto all’Autore, il racconto soffre di qualche sbavatura nel ritmo narrativo, mentre alcuni episodi sembrano il “riempitivo” a una quotidianità piuttosto banale (prova ne sia che non lasciano alcun segno sul protagonista-narratore neppure in termini di riflessione) e risulta altresì evidente il collage di episodi autobiografici e di storie che qualcuno gli ha raccontato. Da ultimo, non posso perdonare al professore di Pisa di aver distrutto il mito della vascorossiana Toffee…
 
Un libro piuttosto estivo da regalare assolutamente ai coetanei di Santagata: lasciamo a loro il compito di dargli ragione o torto.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Marco Santagata (Zocca, 1947) si è laureato in letteratura italiana alla Normale di Pisa e dal 1980 è ordinario della stessa materia all’università di Pisa. Filologo, autore di saggi e manuali di letteratura italiana (con Casadei), ha scritto diversi romanzi pubblicati soprattutto con Guanda e Sellerio: Il maestro dei santi pallidi, vincitore del Campiello 2003, Papà non era comunista, L’amore in sé, Il copista, Voglio una vita come la mia, Il salto degli Orlandi.
 
Santagata, Marco. Voglio una vita come la mia. Guanda, Milano 2008.
158 p.
 
APPROFONDIMENTI IN RETE
 
Meglio di tutto il sito dell’Autore…
 
Ilde Menis, luglio 2008
ISBN/EAN: 
8860887925

Commenti

Spero che nessuno si offenda :)))

"Da ultimo, non posso perdonare al professore di Pisa di aver distrutto il mito della vascorossiana Toffee?"
> Leggo che è nato a Zocca, proprio come lui...

visto che tale generazione è stata così fortunata (ma non ci credo, ciascuna ha i suoi alti e bassi), avrebbe potuto preoccuparsi di lasciare qualcosa a chi veniva dopo, insomma "lascia il mondo migliore di come l'hai trovato".
L'impressione generale è di superficialità
"Non una parola sul rapporto con l?età avanzata dei propri genitori, ad esempio, un tema interessante sul quale potrei dire molte cose"
> qui ne avrei parecchie da dire pure io, anzi è un argomento che meriterebbe di venir indagato in profondità e raccontato.

Lo ha fatto Petrolini, ti ricordi? Ne abbiamo parlato, allora...

e c'è un bellissimo romanzo di Carla Cerati, La cattiva figlia, dove viene scandagliato il rapporto madre-figlia proprio in quel momento drammatico in cui noi figli talvolta ci troviamo da fare da genitori ai nostri genitori... l'ho riletto da poco, te lo consiglio.

"C?è un disinteresse genuino nei confronti dei trentenni di oggi votati al precariato, senza casa, né soldi, né certezze. Al figlio Antonio che naviga in cattive acque, papà manda duemila euro, si inquieta quando viene a sapere dalla moglie che il ragazzo ha perduto il lavoro, ma poi durante le feste di Natale lo vede ?sereno? e la cosa si chiude lì. E? evidente che Santagata nella realtà non ha un figlio di trent?anni. Oppure non ce l?ha disoccupato."

> Beato lui...

Cara Ilde,

non saprei dirti se si tratta effettivamente di una generazione fortunata. Tuttavia mi riesce difficle credere che la loro giovinezza sia stata priva di responsabilità, anche se sono cresciuti negli anni del boom economico. Sbaglio o stiamo parlando di quei giovani tormentati dalla nuova sindrome del capitalismo che ritroviamo ne "Gli indifferenti" di Moravia ?
Sicuramente trovo che i giovani di oggi siano cresciuti in un ambiente molto più rassicurante. Almeno fino a qualche anno fà, quando la società dell'opulenza ha gettato la maschera scoprendo il proprio lato più crudo.
Il giudizio sul '68 lo trovo più calzante.

Gian Paolo

grazie Ilde, segno il libro!