Holden Caulfield è dentro di noi. Il mio secondo nome, forse, è Holden, e forse, non l’ho mai saputo. E forse non me ne frega un cazzo, e forse è meglio così. E forse tutte le volte che vado in uno stramaledetto posto, in uno di quei posti dove tutto gira e rigira a favore del buon senso e delle belle parole e della morale e dei bei gesti, penso le sue stesse cose, registro le sue stesse impressioni, ma al tempo stesso non ho il coraggio di pensarle. Peggio, non ho il coraggio di dirle.
Holden Caulfield è dentro di noi. Ed è la parte oscura, latente, quella che cerchiamo di reprimere ogni volta, quella che vogliamo accantonare in un angolo e dimenticare, quella che ci crea problemi, perché potremmo andare incontro a brutte sorprese, perché non sarebbe politicamente corretto, perché gli altri dicono che non si deve fare, perché vattelappesca. E forse questa parte oscura, quella che ognuno di noi fa finta di non avere, è il nostro filtro più sincero, è un non – filtro.
Infischiarsene del giudizio degli altri, anche perché gli altri non possono arrogarsi il diritto di giudicare. Fare tutto come ti viene, anche se ti viene da schifo. Perché ognuno è quello che è, non è nessun altro. E non si impara niente a scopiazzare gli altri. E poi chi l’ ha detto che gli altri sono meglio, solo perché parlano con un linguaggio forbito o perché hanno letto qualche libro noioso più di noi. Io conosco tanta gente che ne sa più di me, ma a conti fatti non sa niente. Anzi, non sa un cazzo.
Io sono Holden Caulfield. Mi fa sentire meglio questa affermazione. Mi sento invulnerabile. Difeso a oltranza da luoghi comuni e frasi ritrite e cavolate del genere e vattelappesca. Si, mi chiamo Holden Caulfield, e adesso chiunque osi affermare il contrario, deve fare i conti con me, con il fratello della vecchia Phoebe. Con il ragazzo che è stato espulso da Pencey, con il fratello di DB, lo scrittore che vive a Hollywood.
Voglio essere pazzo come Holden Caulfield. Una pazzia malcelata, una pazzia del momento; una pazzia in cui uno pensa cose strampalate, che non stanno né in cielo né in terra, una pazzia pindarica insomma, oppure se non avete capito, vattelappesca. Non voglio pensieri confezionati o prestabiliti dai media o dal contesto in cui vivo, voglio pensieri miei. E non perché sono giusti o sbagliati, altisonanti o terra terra, ma perché sono i miei. Mi fanno esistere. Mi rendono unico, anche se sono unico da schifo. Voglio dire “ti amo” a una ragazza anche se l’ho conosciuta da pochi minuti, voglio poterlo dire e ricredermi subito dopo. Non voglio sorridere a chi pretende un sorriso, voglio ridere in faccia a chi se lo merita ed è uno sfigato. E se questo vuol dire essere pazzi, allora è meglio essere pazzi che essere dei poveri mentecatti che si danno alle cose nel modo giusto, e poi giusto per chi, giusto per loro. Forse.
Perché forse il mondo non ruota mai per il verso giusto, e tutte le cose non vanno mai come ti aspetti. E la giovinezza è bella solo perché puoi permetterti ancora di sperare, ma sperare non serve a niente, perché poi ti trovi a trent’anni con una famiglia noiosa e borghese e dei figli e tutti gli assi che avevi nella manica e che credevi di poter sfruttare al momento giusto, vanno perduti. Perché la vita non è un film, non ci sono lieti fini, non puoi cambiarla con una dissolvenza, un montaggio alternato o un trucco della camera. I titoli di coda non li scegli tu, li sceglie il destino. E puoi vivere con l’acqua alla gola e con un nodo alla gola e a nessuno gliene fregherà mai un cazzo. Perché gli altri pensano sempre a se stessi, e anch’io penso sempre a me stesso. Anch’io faccio schifo come gli altri. E forse la vita meno è lunga e meglio è. Perché questa vita io non la riconosco e non la trovo mia e ogni volta che mi trovo a parlare con gli altri delle sorti e degli esiti e degli epiloghi, mi guardano come se fossi sceso da un pianeta dell’altro mondo. Come se fossi un pazzo, appunto.
Vorrei fare come Holden, telare da casa, telare da un mondo che non mi appartiene, telare dagli amici che non sono amici e che si mostrano amici solo perché hanno paura della solitudine. Io vivo bene con me stesso, sto bene da solo sto male da solo, sono vivo e continuo a vivere. Vorrei fare come Guido Laremi e come Livio di Due di Due, vorrei vivere a Zihuwatanejo e morire lì in pace, dolcemente. E non voglio riposare in un cimitero, voglio che le mie ceneri si disperdano, si dissolvano. E dopo niente, come se non fossi mai esistito. Non voglio lasciare impronte, non voglio lasciare orme, voglio sparire e portare dentro di me i miei cari, i vecchi amici, le mie storie serie e quelle meno serie. Voglio camminare, camminare e bruciare sotto i raggi del sole, e quando non vedrò più la mia ombra, allora capirò che sono morto. Esalerò il mio ultimo respiro. E tutto, sarà più bello.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Jerome David Salinger (New York, 1919 - Cornish, 2010), romanziere americano.
J.D. Salinger, “Il giovane Holden”, Einaudi, Torino, 1998. Traduzione di Adriana Motti.
Prima edizione: “The Catcher in the Rye”, 1951. Prima edizione italiana: “Il giovane Holden”, 1961.
Approfondimento in rete: WIKI it
Commenti
Holden Caulfield è dentro di noi. Il mio secondo nome, forse, è Holden, e forse, non l?ho mai saputo. E forse non me ne frega un cazzo, e forse è meglio così. E forse tutte le volte che vado in uno stramaledetto posto, in uno di quei posti dove tutto gira e rigira a favore del buon senso e delle belle parole e della morale e dei bei gesti, penso le sue stesse cose, registro le sue stesse impressioni, ma al tempo stesso non ho il coraggio di pensarle. Peggio, non ho il coraggio di dirle.
"Voglio essere pazzo come Holden Caulfield. Una pazzia malcelata, una pazzia del momento; una pazzia in cui uno pensa cose strampalate, che non stanno né in cielo né in terra, una pazzia pindarica insomma, oppure se non avete capito, vattelappesca. Non voglio pensieri confezionati o prestabiliti dai media o dal contesto in cui vivo, voglio pensieri miei. E non perché sono giusti o sbagliati, altisonanti o terra terra, ma perché sono i miei. Mi fanno esistere. Mi rendono unico, anche se sono unico da schifo. Voglio dire ?ti amo? a una ragazza anche se l?ho conosciuta da pochi minuti, voglio poterlo dire e ricredermi subito dopo. Non voglio sorridere a chi pretende un sorriso, voglio ridere in faccia a chi se lo merita ed è uno sfigato. E se questo vuol dire essere pazzi, allora è meglio essere pazzi che essere dei poveri mentecatti che si danno alle cose nel modo giusto, e poi giusto per chi, giusto per loro. Forse."
> Vedi, è bello ritrovare parole come queste.
"voglio che le mie ceneri si disperdano, si dissolvano. E dopo niente, come se non fossi mai esistito. Non voglio lasciare impronte, non voglio lasciare orme, voglio sparire e portare dentro di me i miei cari, i vecchi amici, le mie storie serie e quelle meno serie. Voglio camminare, camminare e bruciare sotto i raggi del sole, e quando non vedrò più la mia ombra, allora capirò che sono morto".
> bello.
"Vorrei fare come Holden, telare da casa, telare da un mondo che non mi appartiene, telare dagli amici che non sono amici e che si mostrano amici solo perché hanno paura della solitudine. Io vivo bene con me stesso, sto bene da solo sto male da solo, sono vivo e continuo a vivere."___
-a volte ho pensato le stesse, identiche frasi..quasi le stesse virgole...ehhhh ..amici veri?..gli altri??...per carità ,ben vengano...Prima però chiediamoci se siamo veramente amici di noi stessi...
[Salinger] aggiorno il
[Salinger] aggiorno il paragrafo "brevi note" con la notizia della morte di JDS, 2010. Includo un link a wiki it
[salinger - il degra] NEW
[salinger - il degra] NEW YORK - Quarant'anni vissuti nascostamente. Il velo si alzerà questa mattina quando, per la prima volta al mondo, le prime quattro delle undici lettere inedite di J. D. Salinger, l'autore cult del Giovane Holden, verranno esposte alla Morgan Library. Si tratta di undici tra scritti, schizzi e cartoline (che qui riproduciamo mettendo insieme le anticipazioni di New York Times, Wall Street Journal e Time Out) indirizzati a Michael Mitchell, l'illustratore dell'Holden, che con la moglie Beth costituì un triangolo di amicizia spezzato solo dal rifiuto di J. D. di fargli avere, quarant'anni dopo, una copia autografata del romanzo. La ritrosia di Salinger si legge perfino nell'intestazione del mittente: prima "J. Salinger", poi solo "Salinger" e infine "P. O. Box 32, Windsor, Vt. 05089", l'indirizzo di Cornish, New Hampshire, dove visse "secretato". Ma la grandezza dell'autore, scomparso il 27 gennaio a 91 anni, è sottolineata dalla sala in cui il curatore Declan Kiely ha scelto di esporre le lettere (le altre sette in mostra dal 13 aprile): è la stessa che ospita una rarissima Bibbia di Gutenberg.
22 maggio 1951
"Il pubblico qui è stupido quanto quello di New York, ma le produzioni sono molto, molto meglio". Salinger scrive da Londra dopo aver confrontato i teatri del West End con quelli della Grande Mela. Nel viaggio che lo ha portato in Europa ha preso qualche drink con una modella di Vogue ("Non vero divertimento, comunque"). Nella capitale inglese si è visto con Laurence Olivier, "un tipo molto carino", che però è praticamente "messo sotto" dalla sua "incantevole" moglie, Vivian Leigh. Durante i party incontra il ballerino australiano Robert Helpmann ("un omosessuale dall'aspetto sinistro") e discute di Kafka con il critico irlandese Enid Starkie, biografo di Baudelaire e Rimbaud. "Diavolo se mi manchi", chiude Salinger.
16 OTTOBRE 1966
"Ho dieci, dodici anni di lavoro ammucchiati tutt'intorno... Ho in particolare due sceneggiature - due libri, a dire il vero - che ho accumulato e ritoccato per anni, e credo che a te piacerebbero". Salinger è a New York per portare i figli Peggy e Matthew dal dentista, la famigliola prende la stessa suite dello Sherry-Netherland dove sono stati i Beatles - Peggy, che in un'altra scena descriverà "entusiasticamente" la sua crisi di vomito, è a mille per questo. Lo scrittore dice di leggere a letto mentre le sue creature, "una bellezza", dice, dormono nella stessa stanza. Passa dal New Yorker, dice a Mitchell che gli manca tanto e che spera abbia ritrovato l'amore dopo il divorzio.
27 DICEMBRE 1966
"Sto lavorando su del materiale che adoro ma, Dio mio, vado avanti così lentamente, con esitazione". Salinger parla per la prima volta della difficoltà del suo lavoro: "Il trucco è lavorare con disincanto, senza tirarsi indietro", conclude "e questo, mi sembra, è il dovere che abbiamo entrambi". Parla anche della difficoltà di ritrovare l'amore perduto. "Non si può cancellare una persona, come loro non possono cancellare te". Poi racconta di come ha trovato cambiata Manhattan, che non ama più, ad eccezione del Museo di Storia Naturale. Dice invece che gli piacerebbe esplorare Brooklyn, sogna di incontrare un vecchio ebreo "uscito dal XVIII secolo che lo invita a casa sua per un tè o una zuppa".
LUOGO E DATA SCONOSCIUTI, 1969
"Perdonate l'opera d'arte...": è la frase scritta con una calligrafia che non sembra la sua su un biglietto vergato a mano con un angolo strappato. È il pezzo più misterioso della mostra, probabilmente si tratta di un disegno di Matthew. O di uno scarabocchio di cui Salinger si vergognava? Forse si tratta di un messaggio così privato che Mitchell l'ha strappato per tenerlo per sé. "Ti penso tanto, vecchiaccio": così Salinger chiude il biglietto.
31 AGOSTO 1979
"Ho dovuto avere a che fare con due universitari del cavolo che mi hanno fotografato per il loro giornaletto davanti all'ufficio postale: andassero tutti al diavolo". Dopo aver parlato di una vecchia signora e una coppia di Biarritz, Salinger racconta dei suoi figli, Matthew è al secondo anno di università, Peggy è sposata e vive a Boston. Che disastro invece l'ultimo viaggio a New York. Mangia cibo indiano e cinese, va a vedere il musical Ain't Misbehavin', che però detesta:"Troppo leccato, teatrale: tremendo". L'unica cosa che lo diverte è una corsa in metro, "attraversando la città in una notte calda d'estate"
30 DICEMBRE 1983
"Quel cazzone di un inglese", che sarebbe Ian Hamilton, lo studioso che vuole scrivere la sua biografia, gli fa montare "una rabbia omicida": lo studioso va in giro e cerca i suoi amici al telefono, chiama anche sua sorella, tempesta tutti di domande. "Tu mi chiedi se provo lo stesso odio nei confronti di tutto quello che succede al mondo" scrive Salinger. "Se vuoi saperlo sì, anche di più". Però poi dice di divertirsi a vedere John Wayne nel film Il Pistolero in televisione.
25 DICEMBRE 1984
"Mi sono sentito tagliato fuori da ogni tipo di chiacchiera personale o generale, in tutti questi anni non ho parlato più quasi con nessuno, eccetto un paio di ubriachi locali e qualche pazza che mi sta alla larga". Dice che non vorrebbe farebbe nulla che non riguardasse gli scritti a cui sta lavorando ("i copioni che ho in mano si stanno sviluppando") e augura al suo amico un 1985 che sia ricco di "integrità ed equilibrio".
6 APRILE 1985
"Chiedo perdono per le mie mancanze come amico" scrive Salinger in una delle lettere più belle. La relazione con Mitchell e sua moglie Beth sono stati i rapporti migliori della sua vita (lo scrittore descrive la relazione come solitamente si descrive un grande amore che finisce), anche se adesso l'amicizia sopravvive solo tramite lettera. Quel tempo "sembra che non si presenterà mai più nella vita". Non ha rimpianti, però: "Ho avuto bisogno di ruminare senza fine, e senza alcun sollievo, nel mio brodo: e per quanto mi riguarda" conclude "questa frase la dice tutta".
22 DICEMBRE 1990
"Ivy Cottage, Coldharbour: Sun and Snow" è il titolo del paesaggio rappresentato sulla cartolina. Salinger ricorda ancora una volta gli anni passati e abbraccia con affetto Mitchell e Beth.
16 DICEMBRE 1992
"Provvidenzialmente, la parte più interna del mio studio", dove teneva i lavori accumulati negli anni, è stata salvata dall'incendio che ha distrutto la maggior parte della casa. Salinger parla anche del figlio chiedendosi se Matthew non fosse stato più contento scegliendo un mestiere "meno rischioso e imprevedibile che quello del business".
30 GENNAIO 1993
"Un frontespizio bianco di un libro rivela molto più, sul serio, della nostra amicizia a tre, che qualsiasi tipo di dedica". Con questa frase Salinger respinge la richiesta del suo amico di fargli avere una copia autografata del Giovane Holden. È la risposta che interrompe la loro amicizia. Ma profeticamente, e a sigillo di una vita vissuta nascostamente, Salinger avverte: "E comunque, la maggior parte delle cose più vere è meglio lasciarle non dette".
(REPUBBLICA)