Partiamo dalla fine, se si può considerarla fine, del disastro avvenuto nell’aprile del 2010 in seguito ad un incidente a bordo della Deepwater Horizon, una piattaforma di perforazione della BP situata al largo delle coste statunitensi nel Golfo del Messico.
“Si è trattato della fuoriuscita accidentale di petrolio in acque oceaniche più vasta del mondo. Venti volte superiore a quella della Exxon Valdez. Ci hanno detto 1000 barili al giorno; poi 5000, poi 12000 e poi 19000 e poi sempre di più. Ora la migliore stima è dai 56000 a 68000. Dal 23 aprile al 3 giugno, il petrolio è sgorgato da una fenditura nella colonna montante a 56000 barili, o circa 9 milioni di litri al giorno. Dopo il 3 giugno, quando i robot hanno reciso la colonna, il petrolio si è riversato nell’oceano ancora più abbondantemente, circa 68000 barili – più o meno 11 milioni di litri al giorno, circa 8000 litri al minuto. Si stima che nel Golfo si siano riversati 4,9 milioni di barili, circa 778 milioni di litri, circa 376000 litri l’ora, 6282 litri al minuto, circa 113 litri al secondo. Grossomodo, 95litri ogni volta che il vostro cuore ha pompato sangue attraverso l’aorta, per un periodo di circa tre mesi. Il battito continua e anche il pompaggio e la combustione; gli Stati Uniti consumano oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno, quasi come il Giappone, la Cina, l’India, la Germania e la Russia messi insieme. Gli americani bruciano più combustibili fossili pro capite ed emettono più anidride carbonica di chiunque altro; il 4% della popolazione globale usa il 30% dell’energia non rinnovabile globale. E all’isteria iniziale ora si è sostituita una falsa calma. La BP sembra dire che tutto è finito. Il petrolio non c’è più. Questa è tutta una fregatura, un imbroglio mediatico che mira a insabbiare la realtà dei fatti. Il valore dei titoli azionari della BP sale.” (pag.268)
Qualcuno se ne sarà anche dimenticato, qualcuno non ne avrà nemmeno sentito parlare, qualcuno starà ancora ripensando al disastro di Fukushima, qualcuno non starà pensando affatto, Carl Safina, giornalista statunitense e presidente del Blue Ocean Institute, un’organizzazione dedicata alla conservazione degli oceani, con il suo “Un mare in fiamme – il più grande disastro ecologico di tutti i tempi”, pubblicato da Verdenero, ci aiuta a rinfrescarci la memoria su quanto accaduto ormai più di un anno fa.
Il libro in questione è una sorta di narrazione da un campo di battaglia, un bollettino di guerra redatto fin dal giorno dell’incidente, con il dettagliato succedersi dei maldestri tentativi di salvataggio, la fuoriuscita del petrolio e il suo dirigersi verso le coste mettendo a duro repentaglio il complesso e fragile ecosistema del Golfo, le reazioni della popolazione la cui sussistenza dipende in gran parte dalla pesca, dal turismo e da tutto ciò che è connesso all’attività estrattiva, le contraddizioni del governo statunitense piegato sulle esigenze delle lobby petrolifere capaci di condizionare l’operato di coloro che secondo logica dovrebbero tutelare i cittadini e mettere in campo tutte le risorse disponibili sia per prevenire tali eventi sia per contrastarli.
La narrazione di Safina è puntigliosa, supportata da tutto un bagaglio di conoscenze che gli permette di offrire al lettore, con precisione ma senza mai annoiare, dati e spiegazioni di quanto accaduto ma è soprattutto la narrazione empatica di un cittadino che s’interroga sullo stato di salute del proprio paese e del mondo intero e per salute non s’intende solo quella ambientale ma anche e soprattutto quella degli struttura degli stati stessi e quello che ne esce è un quadro sconfortante sotto tutti i punti di vista, compresa la fiducia, se ancora ne rimaneva, negli enti preposti al controllo, troppo spesso supini a quelle logiche economiche che di democratiche non hanno mai avuto nemmeno la parvenza.
Carl Safina, e questo è un aspetto qualificante di questo libro, rimane comunque sempre lontano dai toni catastrofisti che inficiano una comprensione più articolata e arricchente degli eventi. Safina è prima di tutto un uomo desideroso d’informarsi, è capace di ritornare sulle proprie posizioni, non si fida di nessuno, tantomeno delle proprie certezze e cammina, guida, naviga alla ricerca di storie, volti, s’incazza, sorride, scuote la testa di fronte all’assurdità della situazione.
Leggere questo libro sembra quasi di avere a che fare con un campionario tratto da un film dell'orrore: lo Stato che delega le proprie funzioni di controllo e assistenza a quei privati che si muovono liberamente al di sopra della legge, raccontando frottole con cadenza costante; la nazione leader del mondo incapace di affrontare un’emergenza, incapace ovviamente di punire severamente i responsabili del disastro perché è grazie ai loro lauti finanziamenti che svariati politici devono la loro elezione (compreso quello stesso Obama salutato da molti come il Messia capace di trasformare il mondo in un Paradiso...bah…); famiglie di gente comune, pescatori, lavoratori, casalinghe, bambini lasciati soli a se stessi dopo aver già faticosamente superato gli effetti dell’uragano Katrina.
È qualcosa di indescrivibile questo libro, la mole di informazioni che viene suggerita in ogni sua pagina è così densa e maleodorante che si viene presi dalla nausea.
I passi che più mi hanno commosso sono quelli dedicati proprio agli abitanti delle coste, ai pescatori, alla gente comune, alla gente che vive da generazioni a stretto contatto con l’acqua e di cui Safina ci riporta le voci, i volti, gli odori, i sogni, le delusioni, lo sconforto che sembra non avere soluzione, senza mai dimenticare che gli stessi pescatori sono pure loro responsabili, con la pesca intensiva, del degrado dell’ecosistema.
“Questo luogo è fatto di acqua, canne, maree, fango, granchi, pesci, uccelli, gamberi…Tutte le cose seccanti che gli ingegneri ignorano quando decidono che la “Palude d’America” dovrà sopportare le spedizioni marittime, le aree industriali, le strutture per il controllo delle alluvioni…Questa non è più una costa su cui si lavora. È una costa sovra sfruttata. I barcaioli si sentono perseguitati dalle paludi che si disintegrano. Dappertutto, le torri di trivellazioni per il petrolio e il gas perforano l’orizzonte, lasciando cadere il cielo. Henry Ford fu il primo a usare il biodiesel. La lobby sostenuta dalla Standard Oil fece pressione affinché non ci fosse etanolo disponibile. Ford fu costretto a passare alla benzina. Fuori, il complesso petrolifero è un pugno in un occhio coi suoi oleodotti, ciminiere, conduttore. “È orrendo” dice il mio accompagnatore “però genera posti di lavoro”. Un momento più tardi aggiunge:”Porti, piattaforme e petrolio sono solo la facciata che nasconde quanto la natura e le persone di questo posto siano stati poco rispettati.” (pag.239, 240)
E dopo il disastro cosa rimane? Safina ci aiuta a capirlo nelle prime pagine del libro:
“È passato un anno dall’eruzione nel Golfo del Messico. Col senno di poi, si può dire che la mancanza di precauzioni ha causato la più grave fuoriuscita accidentale di tutti i tempi, che ha provocato vittime e ha cambiato per sempre le vite di svariate persone. Ma si è trattato come , come hanno affermato in molti, della “peggior catastrofe ambientale della storia”? Beh, no. Molti temevano che l’eruzione avrebbe distrutto le grandi paludi del delta del Mississippi, altri che il danno avrebbe cambiato il mondo per sempre. Anche se l’eruzione non si è rivelata il problema di lungo periodo che tutti temevano, ne rimangono altri ben più gravi che vengono sottovalutati.” (pag.11)
E qui si arriva al nocciolo della questione, alla vera e propria fuoriuscita che sta distruggendo il pianeta, a quella svolta epocale che molti faticano a considerare ancor prima di compiere perché costa fatica, perché richiederebbe uno sforzo individuale e collettivo, perché significherebbe una rifondazione del mondo su basi nuove…e tutto ciò è ben lontano dall’accadere:
“L’uso primario – combustione di petrolio e gas nei nostri motori e caldaie – continua a concentrare anidride carbonica nell’atmosfera a un ritmo di mille tonnellate al secondo, miliardi di tonnellate l’anno. Questa è la fuoriuscita che, anche se invisibile, sta cambiando il nostro pianeta. Il nostro consumo quotidiano di combustibili fossili sta alterando l’atmosfera e l’oceano. La rivista Science, lo scorso anno ha pubblicato una serie di articoli intitolata Our Changing Oceans in cui vengono riassunti i cambiamenti già osservati e le implicazioni per la salute umana e per la sicurezza alimentare. Definendo gli oceani della Terra il cuore e i polmoni del pianeta (poiché il plancton produce metà dell’ossigeno che respiriamo), uno degli scienziati che ha contribuito alla serie ha osservato. “É come se la Terra fumasse due pacchetti di sigarette al giorno”. L’anidride carbonica non solo riscalda il pianeta, acidifica anche l’acqua marina. L’acqua più calda e acida sta danneggiando le barriere coralline dei tropici dove vivono centinaia di migliaia di specie – e da cui dipendono centinaia di milioni di persone. Parlando di catastrofi, l’alterazione dell’equilibrio termico e dell’acidità del pianeta sono problemi infinitamente più gravi dell’eruzione del Golfo del 2010. Sono dati di fatto, sia chiaro che non intendo mancare di rispetto a chi ha sofferto per tale incidente. Il peggior disastro ambientale della storia non sono le fuoriuscite di petrolio. Sono il petrolio, il carbone e il gas che bruciamo. La vera tragedia è la nuvola di anidride carbonica emessa dai tubi di scappamento e dalle ciminiere ogni secondo, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Questa perdita destabilizza i sistemi vitali di supporto, uccide la flora e la fauna selvatiche polari, riduce le barriere coralline tropicali, provoca l’innalzamento del livello del mare lungo tratti di costa densamente popolati, scioglie i gusci degli organismi marini, compromette l’agricoltura e rappresenta una minaccia per la sicurezza alimentare di centinaia di milioni di persone.” (pag. 13-14)
Tutto ciò dovrebbe ormai essere dato per scontato.
Magari lo fosse.
Ma come si sa viviamo nel mondo che in parte ci meritiamo.
Edizione esaminata e brevi note:
Carl Safina giornalista americano, è presidente del Blue Ocean Institute, un’organizzazione dedicata alla conservazione degli oceani. I suoi libri inchiesta e i suoi reportage sono stati spesso segnalati ai primi posti della selezione Book of the year del New York Times e nella Best Nonfiction Selection del Los Angeles Times. Tra i suoi libri: Song for the Blue Ocean (1997), Eye of the Albatross (2003), Voyage of the Turtle (2007) e The View from Lazy Point (2011). Collabora con National Geographic e la CNN.
Carl Safina, "Un mare in fiamme - Il più grande disastro ecologico di tutti tempi", Verdenero - Edizioni Ambiente, Milano, 2011. Titolo originale "A sea in flames. The Deepwater Horizon Oil Blowout", prima edizione 2011. Traduzione di Franco Lombini e Mario Tadiello.
Sul Web: http://carlsafina.org/
Andrea Consonni, agosto 2011
Commenti
[Carl Safina] "Un mare in
[Carl Safina] "Un mare in fiamme - Il più grande disastro ecologico di tutti i tempi".
[safina] alè, in home...
[safina] alè, in home...
[safina] terribile,
[safina] terribile, veramente. Quel che ci racconti è curiosamente facile - molto - da immaginare, per noi italiani. Purtroppo.
"Leggere questo libro sembra quasi di avere a che fare con un campionario tratto da un film dell'orrore: lo Stato che delega le proprie funzioni di controllo e assistenza a quei privati che si muovono liberamente al di sopra della legge, raccontando frottole con cadenza costante; la nazione leader del mondo incapace di affrontare un’emergenza, incapace ovviamente di punire severamente i responsabili del disastro perché è grazie ai loro lauti finanziamenti che svariati politici devono la loro elezione (compreso quello stesso Obama salutato da molti come il Messia capace di trasformare il mondo in un Paradiso...bah…); famiglie di gente comune, pescatori, lavoratori, casalinghe, bambini lasciati soli a se stessi dopo aver già faticosamente superato gli effetti dell’uragano Katrina."
> mamma mia.
[carl safina] la tua scheda è
[carl safina] la tua scheda è molto chiara: completa, lucida e onesta. Mentre ti leggevo ripensavo a tante letture fatte qualche anno fa, in coincidenza con le ricerche sui punti di riferimento culturali di Thom Yorke, da Monbiot in avanti... a tante congetture su cosa significhi veramente essere "apocalittici", e cosa "informati".
Sono convinto che è veramente importante che in Italia esista un editore come Verdenero - sta mostrando una coerenza granitica, negli anni. Speriamo che i loro libri diventino la lettura preferita di grandi industriali e grandi politici. Noi possiamo fare veramente pochissimo. Sempre più di niente, ma poco davvero.
[Safina] Sì il libro è molto
[Safina] Sì il libro è molto scorrevole, forse solo nella prima parte dedicata proprio al disastro e alle strategie di salvaggio risulta un po' pesante in virtù della mole di termini tecnici presenti, e riesce a dare nel complesso molti spunti senza mai cadere nel catastrofico. Mi è piaciuto molto quando l'autore mette l'accento su quali sono i veri disastri, in particolare la distruzione del territorio che è un argomento che mi sta molto a cuore e che settimana scorsa, girando sul Lago di Como ho potuto ammirare in tutto il suo schifo. Poi io che non sono propriamente una bella persona più di una volta al giorno sogno un'apocalisse che ci spazzi via tutti quanti e adios.
[territorio, lago di como]
[territorio, lago di como] scrivine. Serve.
[Territorio] Ambientare un
[Territorio] Ambientare un romanzo nelle mie zone chissà, in futuro, cercando di essere il meno possibile "regionalista" e credo che tu capisca cosa intendo. Sul lago...uhm, difficile, anche pericoloso. Sorrido perchè ci vado spesso, sponda lecchese che è meno bella di quella comasca ma è insomma la "mia" sponda, di là ci sono i comaschi, un po' come roma - lazio. ah ah ah. Poi bisogna proprio venire da lì, altrimenti si rischia di scrivere stupidaggini. C'è un autore proprio del lago, Andrea Vitali che ha scritto parecchi romanzi, forse tutti, ambientati sul lago. Non è il mio genere di letteratura ma ammetto che è riuscito, nelle sue opere migliori, a descrivere l'ambiente del lago, soprattutto quello di qualche decennio fa. Ma ripeto, da noi si parla di "Laghèe", insomma una specie di altra "razza", strana, particolare...e adesso mi ammazzano, un po' infidi, chiusi, tirchi ma anche straordinariamente fuori di testa.
[safina] alè, ariecco la
[safina] alè, ariecco la copertina caduta col server scrauso:). Pardon, ma non è stata colpa mia.
[Safina] Un articolo trovato
[Safina] Un articolo trovato oggi sulle conseguenze di quanto accaduto:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/20/il-golfo-del-messico-sta-morendo/152465/
[Safina- And] adesso non si
[Safina- And] adesso non si parla più di questo disastro, come al solito viene messo nell'archivio.....il guaio è che abbiamo abbastanza poco potere di fronte a tutto questo. Quel che mi colpisce è che chi si rende responsabile a vario livello di questi reati non tenga presente il fatto che pure lui e i suoi cari vivono qui, su questa terra, e una volta distrutta non avrà scampo. Insomma si schiatta tutti, le malattie possono colpire tutti. Credo che si crei una sorta di corto circuito nel rapporto col denaro che si ricava, diviene fine a se stesso e non si guardano più le conseguenze. Non vedo altre spiegazioni.
Quanto all'altro discorso, sul lago, è interessante. Sto leggendo il tuo libro, già lì si descrive un ambiente ben definito. Ti dirò appena finisco.
[Safina] Non se ne parla più
[Safina] Non se ne parla più è vero, anche perchè accadono continuamente disastri, basti pensare all'ultimo in Scozia e anche lì la verità dell'accaduto non si saprà mai. Il libro di Safina dedica ampio spazio alle contraddizioni degli esseri umani che vivono in quell'area...per un certo verso essi stessi sono i responsabili del disastro e la dipendenza dal petrolio è tale che metterla anche solo in discussione viene considerato quasi un gesto terroristico. Sono contraddizioni in cui viviamo tutti, tipo la discussione sul prezzo della benzina: è alto e sappiamo che è alto per vari motivi, lo si vorrebbe più basso. Ma è davvero giusto che la benzina debba costare poco? Oppure il prezzo è quasi già troppo basso?