“'Omnia mea mecum fero': portarsi tutto, disfare la sera e rifare al mattino, è il rito nomadico che rende irreversibile il distacco da casa. Ma non puoi capirlo, se il viaggio dura un giorno solo” (Rumiz, “È Oriente”, p. 11)
“È Oriente” è una raccolta di racconti di viaggio del giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz, classe 1947. Racconti nati “da un mix di lavoro giornalistico e viaggi in libera uscita”, precedentemente apparsi su “Diario” (“Dove andiamo stando?”, 1998), “Piccolo” (“L'uomo davanti a me è ruteno”, solo la prima parte, 1999), “Repubblica” (“Chiamiamolo Oriente”, “Capolinea Bisanzio”, 2000 e 1999) oppure inediti (“Ljubo è un battelliere” e il debole e caotico “Il frico e la jota”).
Nel primo racconto, padre e figlio partono in bici da Trieste per Vienna: le loro bici diventano “tandem generazionale, strumento di conoscenza, riconquista della lentezza, passaporto per una clandestinità nuova, perfino macchina sovversiva (…) macchina da presa, rosario di orazioni, miscelatore di immagini e memorie, fabbrica di pensieri e sogni straordinari” (pp. 5-6). Partono senza telefonino (“siamo uomini o commercialisti?”), vivendo con pienezza l'evasione; sarà un viaggio lento (“l'apprendimento è lentezza”), a misura d'uomo, come una volta: come l'antica e dimenticata tradizione italiana insegna. Perché “da noi si è smesso di viaggiare: ci si sposta. Così il mondo minore scompare, e la memoria pure” (p. 26).
Trieste già sembra lontana, e Vienna vicinissima. Una manciata di chilometri e “Mediterraneo addio, già si sente il fresco continentale, nebbioline danubiane si acquattano nelle doline” (p. 8). Sono viaggiatori: non “romantici cercatori di foreste, ma pellegrini medievali su antiche strade” (p. 23). Passano per la Slovenia, nazione giovane e piccola già segnata da una “sindrome svizzera”; i nuovi cittadini, orgogliosi della loro efficienza e della loro capacità produttiva, hanno “bioritmi campagnoli e postsocialisti”. S'avvicinano all'Ungheria, e “la gente saluta, sorride, non abbassa gli occhi come a Lubiana”, e Rumiz pensa che, cercando l'Occidente, gli sloveni ne hanno guadagnato: “ma forse hanno perso l'anima grande dell'Oriente” (p. 15). Infine, Vienna. Wien ist anders, Vienna è un'altra cosa. Rumiz la legge, la sintetizza coraggiosamente, e infine medita sul senso del suo viaggio: il nostro mondo, sospetta, ha disimparato a raccontare perché non viaggia più.
Nel secondo racconto, “L'uomo davanti a me è un ruteno”, si viaggia in treno tra Trieste e Kiev – e Rumiz racconta quanto siano lenti e grotteschi i collegamenti per Budapest, Zagabria: Trieste è, via terra, il “capolinea del nulla”. Ecco Budapest, “capitale dell'intemperanza”, “solitaria supernova in mezzo al nulla” (p. 36): da quelle parti, qualche imprenditore italiano (Benetton) ha già “delocalizzato” le sue fabbriche, per risparmiare sul personale. Osserva l'Est, e pensa: “L'Europa è una groviera dove la mala scava tranquillamente le sue gallerie; le frontiere esistono per le polizie e le magistrature, non per un crimine organizzato che ha reclutato in blocco i vecchi servizi segreti comunisti” (p. 45). Ucraina. Qualcosa ha resistito allo stupro comunista: l'essenza antica di periferia dell'impero asburgico. Rumiz racconta l'incontro con un ruteno, uno degli ultimi cittadini di un popolo oggi sparso tra sei nazioni: Slovacchia, Polonia, Ucraina, Romania, Ungheria, Serbia, determinato a ritrovare un proprio Stato – senza più sapere dove, e senza più trovare comprensione in nessuno dei popoli ospiti. L'Ucraina raccontata da Rumiz è falcidiata dagli estremismi: siamo nel 1999 e c'è chi soffia sul fuoco del nazionalismo per distaccare quel popolo – com'è naturale e sacrosanto che sia – da Mosca. Sin qua, a un passo dal 2010, l'impresa è riuscita.
Veniamo a Berlino-Istanbul in treno, terzo pezzo: “Chiamiamolo Oriente”. Berlino è ancora sotto febbre edilizia da ricostruzione, “con furore sanitario radicale, da disinfestazione” (p. 62). L'orgoglio tedesco non è più Goethe, ma la Deutsche Bank. Rumiz passa per la meravigliosa Praga, passa per la Polonia. “È una cuccagna la Polonia, a fronte della tenebra e della miseria ucraina” (p. 69), osserva; poi la tetra Slovacchia e l'Ungheria, dove le nuove parole d'ordine sono “sicurezza”, “identità”, “conservazione”, “memoria”: le ferite del comunismo sanguinano, c'è una gran fame di tradizioni antiche. Ecco la Romania così scassata che “non ci sono nemmeno i soldi per sgombrare le strade dalla neve” (p. 80: ma almeno è sparito il comunismo). Turchia, dove si arriva comodi col passaporto europeo, meno per chi non ha quel pezzo di carta. “Qui tutto è incerto, tutto è nelle mani di Allah” per gli extracomunitari (p. 83). Qualcosa sta inghiottendo quel vicinissimo Oriente, la vecchia Costantinopoli: “Una volta a Istanbul c'erano greci, armeni, ebrei, una borghesia commerciale che faceva rete con la Mitteleuropa e rendeva tutto più vicino. Le pulizie etniche del ventesimo secolo hanno rotto questo equilibrio. E Istanbul, città europea, oggi diventa più asiatica, subisce un pauroso inurbamento dalle montagne anatoliche” (p. 84). L'Oriente, “portale che schiudeva mondi nuovi”, è diventato Est, “reticolato che esclude”.
Quinto passo: “Capolinea Bisanzio”, ossia “regioni adriatiche in auto”. Per questo Adriatico non più percepito come “mare nostrum”, nell'Italia tirrenocentrica (p. 136), dimentica dell'antica lezione di Venezia, della sua naturale apertura a Est. “Chi parla di Adriatico mare perduto esprime il rimpianto per l'universalità di Venezia, un'universalità talvolta piratesca, ma più spesso garantista. Il segno di quell'universalità è ancora qui, lo leggi nella topografia ai piedi del campanile, è scritto sulla Riva degli Schiavoni, nelle pietre del Ghetto, nel Fondaco dei Turchi, o nell'Isola degli Armeni. Nella pianta a croce greca di San Marco, il più grande tempio d'Oriente” (p. 136).
Il Danubio - “fiume d'Europa”, die Donau - su una chiatta: ecce “Ljubo è un battelliere”, storia di un serbo che fa il mestiere del padre, e intanto contrabbanda. Quel fiume è l'unico miracoloso elemento di continuità nell'Europa tartassata dai disordini novecenteschi. Rumiz ci informa che una ricerca di ordine, ovunque, e di identità – spesso complesse o impossibili – continua. In queste pagine trionfano le contraddizioni dei i popoli danubiani e balcanici; e non è forse un caso, infine e in sintesi, che le osservazioni migliori siano quelle dedicate all'Europa, nel libro. Queste:
“Europa vuol dire Terra del Tramonto, e il tramonto non vuol dire affatto morte: è la benedizione della quiete dopo l'attività del giorno. Perché la nostra nuova 'casa comune' nasce solo sulle monete e ignora il simbolo grandioso che la unifica?” (p. 20).
“Questo è il luogo dove le identità si addensano e non hanno alternativa tra la guerra e la coabitazione, fra l'autodistruggersi e l'essere spazio unitario di spirito e di civiltà. L'Europa è un arcipelago, con le diversità interrelate al punto che l'assenza di una sola di esse provocherebbe un crollo globale. Uno stomaco capace di digerire popoli e culture, senza farne mai un meticciato informe” (p. 65).
Ecco, l'essenza dell'Oriente di Rumiz si riconosce meglio quando comincia a parlare di Europa. Curioso, vero? Soltanto un triestino riesce a riconoscere tanti “capolinea del nulla” e tanti contrasti etnici in una carta geografica chiara e limpida per la maggioranza assoluta degli italiani; che sia una piccola pietra miliare, allora, in questo sentiero di osservazione e di studio della vita di nazioni nuove ma a volte davvero antiche, e magari compagno di viaggio – d'un viaggio lentissimo, meditato, nato studiando prima il “Danubio” di Magris. Un viaggio vissuto sognando un rinnovato amore degli italiani per l'Adriatico, e una nuova e pacifica coesistenza tra popoli spesso nemici; e il ritorno a casa dei popoli scacciati dalle proprie terre, dall'Istria in giù – popoli sradicati dalla marepatria, e da allora perfettamente sommersi nella memoria dei compatrioti. Sbaglio?
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Paolo Rumiz (Trieste, 1947), giornalista e scrittore italiano. Ha esordito pubblicando “Danubio. Storie di una nuova Europa” (1990).
Paolo Rumiz, “È Oriente”, Feltrinelli, Milano 2003. Collana “I Narratori”.
Approfondimento in rete: WIKI It / Backpacker / Repubblica.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2009.
Commenti
"È Oriente" è una raccolta di
"È Oriente" è una raccolta di racconti di viaggio del giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz, classe 1947. Racconti nati "da un mix di lavoro giornalistico e viaggi in libera uscita", precedentemente apparsi su "Diario" ("Dove andiamo stando?", 1998), "Piccolo" ("L'uomo davanti a me è ruteno", solo la prima parte, 1999), "Repubblica" ("Chiamiamolo Oriente?, "Capolinea Bisanzio" 2000 e 1999) oppure inediti ("Ljubo è un battelliere" e il debole e caotico "Il frico e la jota").
"da noi si è smesso di
"da noi si è smesso di viaggiare: ci si sposta. Così il mondo minore scompare, e la memoria pure" (p. 26).
"Questo è il luogo dove le
"Questo è il luogo dove le identità si addensano e non hanno alternativa tra la guerra e la coabitazione, fra l'autodistruggersi e l'essere spazio unitario di spirito e di civiltà. L'Europa è un arcipelago, con le diversità interrelate al punto che l?assenza di una sola di esse provocherebbe un crollo globale. Uno stomaco capace di digerire popoli e culture, senza farne mai un meticciato informe" (p. 65). > Sembra proprio la vecchia Austria...
Di Rumiz avevo letto dei servizi proprio su Repubblica, mi pare scriva bene.
"?da noi si è smesso di viaggiare: ci si sposta. Così il mondo minore scompare, e la memoria pure? (p. 26)."
verissimo, è la fretta, a velocità a rovinare tutto.
Ancora viaggio: stai preparando qualcosa di nuovo sull'argomento?
Una buona parte degli imprenditori veneti si è spostata all'est, specie in Romania, uno dei loro convegni si è tenuto a Timisoara....chiudono di qua e fanno affari d'oro di là, ma credo che adesso si stiano spostando ancora.
Scrive molto bene, e saluta per bene il maestro Magris; diciamo che è una "fonte secondaria" rispetto agli studi di CM, più vicina all'osservazione partecipante che all'analisi di grande respiro storico-letterario. Mi piace molto la sua volontà di rallentare i ritmi della vita contemporanea. Mi sembra un buon giornalista e un discreto scrittore, e poi è triestino;)
*
Sul viaggio no, Monelli, Piovene e Rumiz erano ancora parte del vecchio bagaglio di studi del 2009 per l'antologia del Narratore. Adesso stavo puntando un po' di cose su Trieste, l'Istria e Fiume, in narrativa e in saggistica. Vedrai;)
5. e tutto questo dovrebbe spiegare ai lavoratori italiani che non sempre la disoccupazione è colpa della "recessione"... eppure ce ne dimentichiamo spesso.
Molto bello questo libro di
Molto bello questo libro di Rumiz. Interessanti tutti i capitoli-reportage. Bella la fotografia dell'Ucraina di 10-12 anni fa. Adesso bisognerebbe aggiornarla raccontando il paese degli ultimi 5 anni. Personalmente ci sto lavorando alacremente da qualche anno...
[rumiz] amice max, avessi
[rumiz] amice max, avessi ancora editori di riferimento porterei il tuo progetto in lettura - sai già che con me sfondi una porta aperta;). Buon lavoro, intanto.
Rumiz merita, e non solo perché è triestino...
Lo so Gianfranco, figurati.
Lo so Gianfranco, figurati. Io continuo a lavorare sodo anche su un altro progetto. Quando avremo modo di sentirci con calma te ne parlerò... Grande Rumiz, mi piace molto il suo stile asciutto alla Kapuscinski
[rumiz] oggi su Repubblica
[rumiz] oggi su Repubblica racconta Trieste "due volte frontiera": scrive...
"Vivo la mia città da straniero. Come un sommergibile, ho miei percorsi sommersi; cerco anfratti per non per esser visto. Osterie, penombre, fantasmi, angiporti, non locali griffati e talvolta nemmeno le piazze. Detesto le isole pedonali, decadute a spazio franco di sballo notturno. A volte spazzerei via tutti gli ostacoli che mi separano dal mare. Via, via, una vela e via; una città da usare solo come imbarco. Perdonatemi dunque se non sarà uno struscio ma una ginkana il bighellonare che vi propongo in questo luogo-rifugio che Dio ha messo in fondo al Mediterraneo solo per rimescolarvi ogni tanto acqua e aria col suo mestolo terribile, la Bora."
> continua qui: http://viaggi.repubblica.it/articolo/trieste-due-volte-frontiera/222091?...
[europa] Rumiz. “Europa vuol
[europa] Rumiz. “Europa vuol dire Terra del Tramonto, e il tramonto non vuol dire affatto morte: è la benedizione della quiete dopo l'attività del giorno. Perché la nostra nuova 'casa comune' nasce solo sulle monete e ignora il simbolo grandioso che la unifica?” (p. 20).