Ruffilli Paolo

Piccola colazione

Autore: 
Ruffilli Paolo

SEI POEMETTI PER DISTRARRE LA VITA CON UNA “PICCOLA COLAZIONE”

“La moneta incassata nella lava
brilla anch’essa sul tavolo e trattiene
pochi fogli. La vita che sembrava
vasta è più breve del tuo fazzoletto” 

Montale, “Le Occasioni”.

“Il bagno è stretto / con uno specchio / ad armadietto / e il lavandino sul bidè. / E, tra la vasca e / la finestra, la lavatrice e una scarpiera” (p. 47) 

“Libri a terra sparsi / e pile di quaderni / dietro la tenda / contro il muro” (p. 59)

“La libreria / ingombra lo stanzino / e, contro la finestra, / forma una nicchia / per metà nascosta” (p. 61) 

“L’ingresso è un lungo/ scatolone” (p. 73)

“È un corridoio/ diviso in stanze, / con le finestre/ al pavimento” (p. 78)

 “La classe è buia: / dai globi opachi / le luci non scendono / se non a mezz’aria” (p. 101).

Tra luoghi angusti sempre meno illuminati, quasi surreali nel loro iperrealismo, l’autore intesse sei poemetti che rispecchiano anche nei titoli la staticità del fluire del tempo che poco consola un cammino che nostro malgrado sembriamo destinati a compiere.

Lo assaporiamo con il retrogusto amaro di un cibo più consolatore di necessità che di libertà. L’autore sembra guardare in terza dimensione, orchestratore di un non-sense che cerca di equilibrare nel suo vuoto, offrendolo al lettore come una piccola colazione giornaliera, piano, perché non faccia male e ci si abitui gradatamente.
Quando qualche verso capita più “gravido”di altri, da abile regista, Paolo Ruffilli lo interrompe, inserisce altre voci, parole più comuni, troppo forse, per non coglierne la dolorosa consistenza e il silenzioso urlo. Come Bergman in “Sussurri e grida” il poeta sublima la poesia in un farmacologico dosaggio del tempo. Cogliamo fin dalla prima lirica la necessità della parola ed insieme la consapevolezza della sua insufficienza proprio nell’attimo in cui ci sembra di averne disvelato il senso.

“La parola, per me, / veniva da distante. / Nel darle per riscontro /una realtà che invece, / più toccata e presa, più / sfuggiva inconsistente / ai cinque sensi” (p. 17)

Più della parola di cui, pur da cantore, ha colto la piccolezza, Paolo Ruffilli entra nei corpi, ne coglie la fisicità compressa, silenziosa, abbandonata e quotidiana. Nei corpi il poeta coglie la vita, dentro essi la parola si sfoglia, perde le difese, si intride di sangue, speranze, attraversamenti, confidenza, accettazione e sogni.

“…da dove saltano / fuori, i sogni, /vesti e contorni / al mostro, alla pazzia: / frullati, puzzle con / i tasselli fuori posto, / come uccelli colorati / o pipistrelli / staccatisi di colpo / dall’albero blu inchiostro”.

La pelle si interroga, si specchia, si trascina in un conto che non torna neanche con la storia, immobile come un assedio.

“Non era il corridoio / il collo di bottiglia / delle Termopili” (p. 79) 

“Ma senza esagerare / per non esserne scottato” (p. 45)

“è inutile perché / non vuoi capire / Quello di una madre/ è il solo a non finire” (p. 55)

“svolge e ravvolge sé / spinge e rincalza / l’oscuro desiderio / il senso di un evento / che non si compie mai” (p. 95)

"è incredibile però / mi sento sollevato / appena uscito, / appena l’ho lasciata” (p. 65)

“intanto dappertutto / Dio ti vede” (p. 31)

E’ voluto in questa ultima parte citare senza l’ordine della (pagine i versi, perché mentre è evidente il progressivo buio degli ambienti, non è similare la progressione nella tematica,in ogni verso preso a sé, in ogni poemetto letto prima o dopo, anche a casuale apertura del testo, in ogni parola emergono il disincanto doloroso di non dare un vestito al corpo e una risorgenza all’anima. Sempre presente invece la vita a cui non siamo stati capaci di abbandonarci con sensi gioiosi, nomadi di noi stessi in cerca d’anima, poi improvvisamente una temuta possibilità: “È, qui, la soluzione/ magari anche imprevista/  cinica e crudele, / nell’ammissione che / la scena possa / mutare le comparse / e che si dicano / con eguale convinzione / le stesse cose / a più persone” (p. 120) che ci ipotizza fantasmi di noi stessi.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Paolo Ruffilli (Rieti, 1949), poeta, saggista e traduttore italiano. Laureato in Lettere presso l’Università di Bologna, collabora con “Il Resto del Carlino”. È consulente editoriale.

Approfondimento in rete: Sito ufficiale di Paolo Ruffilli -  Ruffilli Paolo - Le stanze del cielo – a cura di PG.

Paolo Ruffilli, “Piccola colazione”, Garzanti 1987

Patrizia Garofalo, feb 08

Ruffilli in archivio Lankelot

ISBN/EAN: 
9788811639503

Commenti

SEI POEMETTI PER DISTRARRE LA VITA CON UNA ?PICCOLA COLAZIONE?

ho ripreso "piccola colazione" di nuovo dopo " le stanze del cielo"
è una silloge appassionantemente crudele, forse intenzionalmente i poemetti dovevano, ma non lo so, segnare le tappe del nostro confrontarci con la vita ..........................a me sono sembrati fusi, con rimandi, ricordi, flash, ambientazioni alla jonesco, follie e sogni............immobili nella necessità di un eterno che, nonostante la durezza o meglio la mancanza di orpelli che caratterizza da sempre Paolo Ruffilli,ci rimanda comunque .alla deriva.Una grande voce del novecento che necessiterebbe letture, approfondimenti, studi..........o anche il silenzio della riflessione

"Come Bergman in ?Sussurri e grida? il poeta sublima la poesia in un farmacologico dosaggio del tempo. Cogliamo fin dalla prima lirica la necessità della parola ed insieme la consapevolezza della sua insufficienza proprio nell?attimo in cui ci sembra di averne disvelato il senso."

> Il nostro Leon aveva scritto di Bergman. Chissà se lo ritroverà in Ruffilli. Quel che aveva scritto di "Sussurri" è qui:
www.lankelot.eu/index.php/2007/10/11/bergman-ingmar-sussurri-e-grida/

Leon ha scritto una recensione bellissima.
E' esattamente la stessa cosa che ho colto da sempre, in questo libro in particolar modo, nella poesia di Paolo Ruffilli.......l'equilibrio del tempo e spazio.......per i silenzi dell'anima. E quando stanno per andare oltre.......cambiano scena..danno così respiro al dolore prima di ricominciare il dosaggio della vita. Questo per un autore è una espressione di grande generosità nei confronti del lettore............è un passaggio il più possibile indolore...........che ci offre la reciprocità che esiste tra il creare e ricevere il dono creato.
Poco pronti a ciò molti testi anche se belli che ho spesso letto. in Bergam e Ruffilli esiste chiaramente la regia.........cioè
" il condurre per condurci rimanendo apparentemente fuori"
Sono contenta di aver conosciuto in questa circostanza Leon e lui me.

letta già quando è uscita anche questa pagina: purtroppo non conoscere l'opera lascia incapaci di esprimere un vero commento.

Questo è un tuo passo che mi piace molto

"Più della parola di cui, pur da cantore, ha colto la piccolezza, Paolo Ruffilli entra nei corpi, ne coglie la fisicità compressa, silenziosa, abbandonata e quotidiana. Nei corpi il poeta coglie la vita, dentro essi la parola si sfoglia, perde le difese, si intride di sangue, speranze, attraversamenti, confidenza, accettazione e sogni."

Interessante questo rapporto tra parola e corpo, tra idea e sostanza.

è un raccolta di liriche, in cui il corpo con le sue risposte al convenzionale della vita, è dominante nella piccola colazione che ogni giorno facciamo di noi stessi diventando palcoscenici di ricerche anche se inutili.....anche nella piccolezza della vita.....e nei ruoli che interpretiamo o vogliamo darci.
Anche lo stile del poeta è particolare.........usa gli enjamblement
esattamente nel modo opposto nel quale opera la poesia tradizionale.....questa figura retorica serve ad allungare di un attimo la sofferenza e tagliarla a metà del verso successivo......così quando ci sembra di aver colto una sosta................ricominciamo a salire con il fiato grosso o scendere dentro buie scale in fondo alle quali il nostro corpo.batte, pulsa, si denuda, sogna......e vive o almeno cerca di farlo.