“e ti ricordo / quel geranio acceso / su un muro crivellato di mitraglia / forse neanche più la morte /consola i vivi / la morte per amore?” (T.S. Eliot)
Mi è stata necessaria la rilettura de “La gioia e il lutto” soprattutto nell’ultima sua parte dove leggiamo: ”Io credo / qualcosa resterà di noi. La parte / più sottile / e più leggera / volerà via / e troverà la strada / e lì nel fondo cieco / dove la vita / finisce ai nostri occhi / scandita dalla morte / fluisce un grande fiume di energia / (…) nel mare di dolcezza / e scoprirà di colpo / la sua pace assoluta”.
La copertina luminosa riporta un particolare della Pietà di Giovanni Bellini, nel quale cogliamo l’accorata umanità di una madre che abbraccia il figlio quasi consapevole che la morte preluda ad uno scampo più nobile: l’infinito, inteso sia in senso religioso che laico; ma comunque pregno di spiritualità. L’ossimoro del titolo mi sembra inoltre confermare la luce serena ed espansiva degli ultimi versi.
“La stanze del cielo” propone invece un orizzonte suddiviso in parti come quello che si vede da una finestra con le inferriate, una copertina lucida ma non luminosa, sicuramente surrealista, un’architettura del mondo capovolta e possibile espressione del sogno di chi non potrà volare, né reinventarsi, né respirare e neanche morire. Chi lo condanna è un mondo omologato, retto da una giustizia che mai diventa avvicinamento all’uomo ma codificazione dell’essere in base al fatto commesso, ma c’è ancor di più: la presenza, nella condanna dei “tanti / presunti puri / e incontaminati” (p. 40); “I subalterni qua / sembra che trovino piacere a disprezzarci / dalle loro vite buie come le celle / (…) appena da un abbaglio di potenza / appena consolati” (p. 46).
La poesia dell’autore si incupisce; volutamente anti-lirico da sempre… in questo testo, la poco netta demarcazione tra poesia e prosa che ha sempre reso particolari le liriche di Paolo Ruffilli sembra dare spazio più a quest’ultima che guarda con un distacco spesso smaccato, quasi voluto, impotente ad andare oltre il mondo di brutture che vive libero, in realtà, presuntuoso prigioniero delle sue stesse norme: “È l’avvocato / la tua innocenza / o la tua colpa / e, più sei innocente, / e meno riesci infatti / a farne senza” (p. 41).
“È un patto: si arriva / a giudicare il fatto, non la persona / E una sola azione / non corrisponde all’uomo / non può rappresentarlo / né tanto meno cancellarlo” (p. 39) “Si fa il possibile / per questa gente / (…) ti dicono di noi / da bere e da mangiare / più che sufficiente, e sonno quanto basta / le loro messe, i libri / ore di svago e di riposo” (p. 19).
E insieme alla condanna, anche il rifiuto dei familiari per i quali è incomodo vergognoso chi ha riempito un silenzio assordante di “una finta luce / che ti gonfia il cuore” (p. 77) o abbia compiuto un atto al quale la giustizia abbia risposto con il carcere. Lo percorriamo ne “Le stanze del cielo” ovunque regna un ordine delle cose spazzato e ripulito eppure in abbandono: “letti affiancati…/ privati del privato” (p. 20).
Non riesco a sentire che allo stile prosastico di Paolo Ruffilli corrisponda un sentimento distaccato e triste sulla realtà della vita, credo invece l’opposto, che quanto più il dolore riesce ad essere contenuto in modalità di scrittura che non connotino l’io narrante, tanto più si dichiara la sofferenza e la partecipazione sentita dall’autore e offerta al lettore per essergli guida ad un viaggio nell’Ade; non quello di virgiliana e dantesca memoria ma quello presente in ogni città, vicino al supermarket, a due passi da un autosalone, prima di una pista ciclabile per i pomeriggi domenicali, prima di quello stradone che in due minuti ci riporta dentro le nostre case e ancora, quando lo si voglia, fuori da esse.
Noi ci siamo, vediamo, fortemente correi di uno sguardo non alzato, di un pensiero non sprecato nella fretta del niente. Dietro le sbarre anche non visibili di chiunque abbia scelto l’errore: “non fu curiosità / e non fu noia / la cosa che mi spinse / e mi ha smarrito / fu anzi la coscienza / minuziosa di me e del mondo” (p. 71).
I sospiri, i sogni, la perdizioni di gente come noi che si contorce in un’emorragica asfissia, numeri non meglio identificati, malati terminali per sempre, prolungamento di dolore, mancanza di credo, sepoltura in vita, condanna ad un eterno presente, ad un’inerzia che non ricorda volti e passato tranne per qualche minuto, al buio dove ci si ritrova quelli di allora: “ed ogni volta / rientrato in sogno / a casa mia / è peggio / per tornare via” (p. 32); “ma è stato / il mio sognare / di slegare la libertà / dai vincoli del corpo / che mi ha tradito / e incatenato / da dentro l’infinito” (p. 79).
Dopo poche righe, entra, insinuante nell’animo, il ritmo di una cantilena dei versi che si ripete quasi assillante fin dall’inizio del testo; e fa ricordare quei dondolii tipici delle persone abbandonate da tempo, che sembrano cantarsi la ninnananna per un sonno che tarda ad arrivare, che si carezzano il corpo e hanno sempre gli occhi sgranati… e l’autore scatta, manovra la macchina fotografica dell’immagine nella parola, una dopo l’altra, senza soste, con una denuncia che solo un alto linguaggio può tradurre in parole e riportarne l’affanno, l’eternità dell’oggi, l’umidore delle pareti, i sogni e l’abbagliante accecamento di cercare le vene; per respirare, poi, più sconfitti di prima.
A loro, “Le stanze del cielo” restituiscono “l’identità” e per loro il poeta capovolge un mondo senza pietas; senza smarrimenti, lineare, logico, abitudinario e potente e apre le stanze come per un invito ad un futuro possibile. Senza numero. Con letti privati e con “la cura” delle loro colpe.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Paolo Ruffilli (Rieti, 1949), poeta, saggista e traduttore italiano. Laureato in Lettere presso l’Università di Bologna, collabora con “Il Resto del Carlino”. È consulente editoriale.
Paolo Ruffilli, “Le stanze del cielo”, Marsilio, Venezia 2008. Prefazione A. Giuliani.
Patrizia Garofalo, gennaio 2008
Ruffilli in archivio Lankelot
Commenti
Non riesco a sentire che allo stile prosastico di Paolo Ruffilli corrisponda un sentimento distaccato e triste sulla realtà della vita, credo invece l?opposto, che quanto più il dolore riesce ad essere contenuto in modalità di scrittura che non connotino l?io narrante, tanto più si dichiara la sofferenza e la partecipazione sentita dall?autore e offerta al lettore per essergli guida ad un viaggio nell?Ade; non quello di virgiliana e dantesca memoria ma quello presente in ogni città, vicino al supermarket, a due passi da un autosalone, prima di una pista ciclabile per i pomeriggi domenicali, prima di quello stradone che in due minuti ci riporta dentro le nostre case e ancora, quando lo si voglia, fuori da esse.
QUEL PESCO IN FIORE
E IL SUO TORNANTE RIFIORIRE
CHE NON AVEVO MAI CONSIDERATO
MENTRE ERO FUORI
E' IL SIMBOLO
DI QUELLO CHE MI MANCA
E CHE HO PERDUTO PAG 29
RICONOSCO L'ERRORE
E SO NEL VIVO
PER OGNI GRAMMO DI PIACERE
I QUINTALI DI DOLORE
DI VOMITO E DI NOIA
CHE E' COSTATO
.................
MA E' STATO
IL MIO SOGNARE
DI SLEGARE LA REALTA'
DAI VINCOLI DEL CORPO
CHE MI HA TRADITO
E INCATENATO
DA DENTRO ALL'INFINITO PAG79
Libro scomodo, antilirico che ripropone il diaframma tra pena da scontare e lettura di un " più oltre" di chi vive, vicino a noi
lontano dall'animo dei cosiddetti " senza colpe", scritto dagli occhi di un poeta che invita senza vemenza di voce , senza entusiasmo e con dolore.........ad arricchirci di sguardi meno miopi.
AI VINCOLI DEL CORPO
ai vincoli del corpo.............chi è privato della libertà sente l'oppressione soffocante e senza consolazione............allo stesso tempo scorre vicino "un lago d'indifferenza " che impone le sbarre...e un cielo spezzato allo sguardo...........forse possibili stanze?
Buongiorno, Patrizia.
Intanto grazie infinite per la nuova condivisione, e per l'interpretazione e per le informazioni relative all'opera nuova di Ruffilli. A presto per i commenti!
Posso dirti che non conosco l'opera dell'artista e quindi non sono in grado di commentare come vorrei; ti ringrazio per la segnalazione e per la pagina lirica. Ruffilli ne sarà entusiasta. Noi prendiamo nota.
Come sempre molto sentita e toccante la tua lettura, anch'io non conosco Ruffilli, ma penso tu abbia fatto cosa buona presentandoci le sue liriche.
Probabilmente ci sarebbero molte cose da dire, ma intanto grazie per la segnalazione.
Di quello che hai scritto mi ha colpita questo passo
"essergli guida ad un viaggio nell?Ade; non quello di virgiliana e dantesca memoria ma quello presente in ogni città, vicino al supermarket, a due passi da un autosalone, prima di una pista ciclabile per i pomeriggi domenicali"
Molto attuale. Come, sembra, tutto il resto.
Paolo Ruffilli , allora ventottenne fu citato da Montale poco prima del suo conferimento del Nobel come voce importante degli anni che sarebbero venuti .........e Montale vide bene................Paolo Ruffilli ha continuato a scrivere , è vincitore del premio Montale nel 1990 e gli sono stati assegnati premi importantissimi................ma Ruffilli è un antilirico anche nella vita credo.........va cercato.......è forse di carattere chiuso........e porta avanti tematiche difficili.
le stanze del cielo aprono le sbarre alle carceri.e alla vita di chi ci vive senza tempo........e alla tossicodipendenza di coloro che non hanno trovato vie di scampo se non nel morire ogni giorno.
L'autore porta l'attenzione silenziosa.................attraverso un mondo che spesso ...........non entra dentro gli animi..........ne resta fuori indifferente al dolore............ma soprattutto alla lettura dei fatti.facile alle etichettature..........convinto di essere salvo solo perchè La Giustizia non ha espresso una sentenza........inoltre Ruffilli è giornalista e critico letterario.......sono felice di averne potuto parlare.......felice ed orgogliosa...........
Paolo Ruffilli è uno tra i poeti più enigmatici che io abbia mai letto. Nei prossimi giorni invierò un commento un poco più approfondito.
Nel frattempo congratulazioni a Patrizia per l'eccellente recensione.
Gian Paolo Grattarola
Cara Patrizia,
Ho letto solo alcuni componimenti di questo poeta, che come ho avuto modo di dirti in privato ritengo uno dei più grandi interpreti della lezione poetica del Novecento. Presenta effettivamente una cifra stilistica ostica, fortemente urticante, impressa sulla carta con durezza marmorea.
Sembra un trovatore rovesciato che vive l?assenza dell?amore non come raffinato gioco o come tensione negativa, ma con la disperazione di chi ne vorrebbe la prossimità assoluta.
La sua è una dolorosa a volte atterrita meditazione sulla stretta finale in cui precipita l?umana esistenza, quasi un sentimento di paura al cospetto della vita.
Ne approfondirò ancora la lettura nei prossimi giorni.
Gian Paolo Grattarola
sabato 11 ottobre - ore 18.30
Piazza delle Erbe, 9/A - Vicenza -Tel. 0444 330730
mail: MondadoriVicenza@quartopotere.191.it
Le stanze del cielo
di Paolo Ruffi lli
Marsilio
In questo nuovo libro Paolo Ruffilli
conduce il lettore in due territori
a dir poco inconsueti per la poesia:
lo spazio concentrazionario «esterno»
della prigione e quello «interno» della
tossicodipendenza, in entrambi i casi
dietro all?ossessione della perdita
della libertà.
sabato 11 ottobre - ore 18.30
Piazza delle Erbe, 9/A - Vicenza -Tel. 0444 330730
mail: MondadoriVicenza@quartopotere.191.it
Dialoga con l?autore la poetessa Patrizia Garofalo
Letture di Alberto della Rovere di Cartacanta
FerraraIncontro
Il 9 gennaio 2009, alle ore 16,30
nella Sala dell'Arengo del Comune di Ferrara
in Piazza del Municipio
Gina Nalini presenta il libro di Paolo Ruffilli
LE STANZE DEL CIELO (Marsilio Editori)
Alla presenza dell?Autore
introduce Luisa Carrà
ciao gianfranco a presto
ho intenzione di scrivere sul poeta una recensione che abbracci un pò tutta la sua poetica soprattutto nella distinzione tra mistero della vita che Ruffilli canta e apparenza montaliana.
saluti a tutti e ancora buon anno
pat
bene, aspettiamo.
ave
gf
[ruffilli, le stanze del
[ruffilli, le stanze del cielo] La morte è una compagna silenziosa, quando le stanze si riempiono di cielo e lo sguardo si posa su chi ci consola.