Quel tanto di grottesco che ha intessuto la trama della quotidianità dei paesi comunisti è qui magistralmente rappresentato da Philip Roth. Anche i profughi – scrittori naturalmente, o millantati tali – ne sono intrisi: nei loro atteggiamenti, nelle loro parole, nei racconti che fanno di sé.
La storia di Bolotka, che rifugiato a New York induce Zuckermann a partire per Praga alla ricerca di alcuni racconti perduti, risulta addirittura gustosa: e questo anche indovinandone alle spalle una realtà di sopraffazione, di occhiuto controllo, di ottusa burocrazia dalla moralità pruriginosa.
Ma, in questo squallore, Roth ci fa intravedere la possibilità di uno scarto, di un guizzo della fantasia: c’è una furbizia dell’individualità che non può essere compressa in alcuno steccato, sia pure quello più opprimente o rigido; c’è una libertà (dell’inventiva, del pensiero, della fuga attraverso la maglia rotta nella rete…) che può rimanere un approdo.
Approdo bizzarro, forse, e assurdo: ma il racconto del controllato che si accorda col controllore per redigere rapporti su se stesso è comunque straordinario:
Sapevano che era un vecchio amico e sapevano che scriveva, e sapevano che veniva a trovarmi, così lo assoldarono per spiarmi e scrivere un rapporto su di me una volta la settimana. Ma Blecha era un pessimo scrittore. Lo è ancora. Gli dissero che quando leggevano i suoi rapporti non ci capivano niente. Gli dissero che tutto quello che scriveva su di me era incredibile. Allora io dissi: «Blecha, non abbatterti, fammi vedere questi rapporti: forse non sono così brutti come dicono. Che vuoi che sappiano, loro?» Invece erano proprio terribili. Travisava tutto quello che dicevo, di quando e dove andavo capiva tutto a rovescio, e i suoi rapporti erano un disastro. Blecha temeva che lo licenziassero; temeva che potessero addirittura sospettarlo di volerli fregare per non tradire me. E se questo fosse finito nel suo dossier, sarebbe stato danneggiato per il resto della vita. Inoltre, tutto il tempo che avrebbe dovuto dedicare alle sue poesie e ai suoi racconti e alle sue commedie, lo passava ad ascoltare me. Non combinava niente di suo. E questo lo riempiva di tristezza. Aveva creduto di poter fare il delatore solo per qualche ora al giorno, e per il resto continuare a essere un Artista Nazionale, un Artista di Valore, e il vincitore del Premio Statale per Opere Insigni. Che fare? Be’, era ovvio. Dissi: «Blecha, per aiutarti mi pedinerò da solo. So meglio di te cosa faccio tutto il giorno, e non ho altro che mi tenga occupato. Mi spierò da solo e scriverò un rapporto, e potrai presentarlo come se fosse tuo. Si stupiranno per come il tuo stile schifoso sarà migliorato dalla sera alla mattina, ma digli solo che stavi poco bene. Così non avrai niente di dannoso nel dossier, e io mi sbarazzerò della tua compagnia, faccia di merda».
Poi il libro di Roth è molto più di questo: è l’ironia sulle mode dell’establishment culturale americano, sugli atteggiamenti divistici che intellettuali organici in ogni tempo e in ogni cultura usano per abbellire i propri compromessi col potere; è lo sguardo sulla schizofrenia che la solitudine può indurre in persone più fragili; e molto altro ancora…
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Philip Roth, scrittore americano. Autore di numerosi romanzi, tra cui ricordo almeno: Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana.
Philip Roth, L'orgia di Praga, Einaudi 2006.
Roth Philip in Lankelot:
Roth Philip - Everyman di paolo-castronovo
Roth Philip - L'orgia di Praga di emma
Roth Philip - La macchia umana di monnalisa
Commenti
"Quel tanto di grottesco che ha intessuto la trama della quotidianità dei paesi comunisti" > questo è un incipit particolarmente meritevole, da parecchi punti di vista. Non solo da quello politico.
"è l?ironia sulle mode dell?establishment culturale americano, sugli atteggiamenti divistici che intellettuali organici in ogni tempo e in ogni cultura usano per abbellire i propri compromessi col potere; è lo sguardo sulla schizofrenia che la solitudine può indurre in persone più fragili; e molto altro ancora?" > ancora? E no, non si finisce così. Ampliamo questo passo. Se è satira politica e sociale e lettura praticamente sociologica, il "molto altro ancora" mi fa venire appetito. Dimmi.
e dai, un po' di mistero va lasciato: sennò che gusto c'è. In uno scrittore come Roth, poi, che ti induce a pensare in ogni pagina che scrive. Comunque stasera dovrei riuscire a tornarci su...
Ecco, torniamoci su:). Un po' di mistero va bene, naturalmente. Ma una nebbiona degna di Avalon mi lascia vagamente stordito, dai:).
Di Roth ho letteralmente adorato Il complotto contro l'America: una visionarietà talmente lucida da lasciare sconcertati. Il tema della "migrazione intellettuale" dall'Europa comunista verso l'America (e l'Europa) mi è molto caro. Ma non mi è chiaro su cosa si incentri esattamente questo scritto...
Scusate se sono stata parca di parole e spiegazioni, ma mi sembrava bello anche solo suggerire: ed effettivamente a volte questo non basta. Ma non volevo che accadesse come quando ti raccontano la fine di un film che non hai ancora visto, come fosse l?epilogo quello che decifra il senso di una storia: quando a contare, invece, è quanto sta prima, e quanto sta dentro.
Comunque. C?è un personaggio che ho trovato straziante (quando parlavo di schizofrenia indotta dalla solitudine), dolente, e su cui non ho potuto evitare di rivolgere un caldo sguardo di simpatia: la moglie abbandonata dell?improbabile scrittore cecoslovacco che spinge Zuckermann ad andare a Praga per recuperare i racconti del padre morto per mano nazista.
Ecco. È una donna così affamata d?amore da spingersi ai comportamenti più strani, agli slanci senza difesa cui solo chi non ha nulla da perdere si sa abbandonare; così sola da lasciarsi fare e disfare, lì a dipanare i suoi giorni per trovare senso nelle braccia di un uomo.
In quanto alle mode culturali, poi, mi è piaciuta l?ironia di Roth, ebreo americano, che sa fustigare la mania di portare incenso all?altare del Martire Ebreo dell?Olocausto Scrittore di Racconti, divenuto suo malgrado sicura merce di scambio nell?agorà della cultura del dolore, del testimone ad ogni costo (anche fosse solo l?interprete della cattiva coscienza occidentale): mi è parsa straordinaria questa chiarezza nell?abbozzare una tragedia cui non è più estranea, ormai, una cifra più venale, e sordida.
Grazie Emma! Adesso è tutto più chiaro e credo che questo libro potrebbe piacermi (diffido massimamente degli uomini - per quanto artisti - che si fanno interpreti della psicologia femminile e quanto alle figure femminili del Complotto contro l'America non ne avevo trovate di così ben descritte). Concordo assolutamente con te che di un libro (così come di un film) non si dovrebbe mai "raccontare" la trama, ma si possono felicemente coniugare esigenze di analisi del testo e tema (più che trama) dell'opera (se hai fatto un giro sul sito avrai visto che c'è chi lo fa magistralmente). Grazie ancora per l'approfondimento!
hai ragione, ildelaura.
Ma se davvero ti è piaciuto roth in complotto contro l'america, non puoi non leggere Il lamento di Portnoy, che forse rimane insuperato; o Pastorale americana, il primo capitolo di una trilogia che sa indagare sull'America contemporanea senza concedere sconti a nessuno.
Perché "Il lamento di Portnoy" rimane insuperato, Emma?
L'orgia di praga è davvero un capolavoro. in poche pagine sono condensati e sviluppati tanti temi, da quello dell'intelletuale ebraico in Occidente, all'ipocrisia sulla questione della dissidenza nell'Europa dell'Est, a quello del sesso visto anche come metafora del potere. davvero un grande testo.