Rosso Renzo

L'adolescenza del tempo

Autore: 
Rosso Renzo

Se potessi farlo, saltando la realtà, preferirei proporre a ciascuno dei miei ipotetici lettori una narrazione viva, a braccio, di ciò che mi accingo a mettere per iscritto; innanzitutto perché un racconto autobiografico avrebbe molto da guadagnare dai segni ausiliari del viso delle mani e della voce, che contraddicendo spesso le parole pronunciate aggiungono alla loro superficie il profilo complesso degli impulsi più intimi; e poi perché dubito la materia sia del tutto degna di scrittura e in essa facilmente riproducibile, prova ne sia il fatto che ho aspettato quarant'anni prima di decidermi a stenderla”.

Renzo Rosso comincia così il suo libro, con una ritrosia che cerca appiglio nella curiosità dei nostri occhi incastrati tra le sue righe, capaci di ascoltare l'inchiostro e dar voce a quella storia rimasta chiusa dentro quasi mezzo secolo a sedimentarsi coi ricordi.
Non ignora affatto le complicazioni che competono alla memoria, l'ambiguità e l'opacità della maggior parte dei frammenti sopravvissuti nonché il mutamento dell'ospite, e tuttavia crede valga la pena tentare l'impresa non fosse altro che per provare quale sia il compromesso meno discutibile nel ripercorrere oggi uno ieri tanto lontano e diverso”.
Ed è un dono grande questa sua retrospettiva che non vuole essere diario né tanto meno cronaca degli ultimi tragici anni di guerra ai confini della Giulia, ma una rievocazione del tutto personale, all'interno della quale la ricchezza di spunti narrativi non prende mai il sopravvento sulla relatività dell'ottica adottata dallo scrittore. Perché la vera protagonista di questo libro è la sua adolescenza, come recita il titolo stesso. Quella spavalda spensieratezza che rendeva Renzo e i suoi coetanei immuni dal presente, chiassosi e indisciplinati durante le lezioni nel liceo che era stato il tempio della severità e che ora si sgretolava nella prodiga comprensione di professori sempre meno esigenti. Erano giovani in quel feroce 1943, giovani e completamente assorti nei loro vent'anni, che agivano come materiale isolante estraniandoli dal mondo, troppo travolti dal ritmo incalzante del loro tempo interno per accorgersi della crescente distanza di Trieste dall'Italia, dei morti, degli allarmi, delle difficoltà alimentari, delle rappresaglie dell'esercito tedesco, dei fascisti e dei badogliani fuggiti a Pescara, dei partigiani del nord e dell'odio degli slavi. Era tutto prossimo, ma non al punto da investirli direttamente, quasi come se nulla di quanto stesse accadendo riuscisse a destarli da quel torpore fervido di libri, musica ed eros in grado di assorbire la loro completa attenzione. Allora i bandi degli appelli al reclutamento da parte dei tedeschi “di stanza nel Küstenland, i restrellamenti, la deportazione a San Sabba nell'ex caserma dei carabinieri infestata di cimici dove sarebbero stati addestrati per costituire un corpo ausiliario di Polizei, il trasferimento punitivo presso la scuola elementare di via Combi e l'obbligo d'indossare divise con le mostrine che portavano l'emblema delle SS, sembrano parentesi. Situazioni incidentali vissute senza la piena consapevolezza della loro gravità e del loro pericolo. Come se le fiamme di quell'inferno riuscissero a lambire solo il margine delle loro esistenze, senza arrivare a toccarne l'essenza. Camminavano al passo con quel millenovecento barbaro che avrebbe stravolto i confini dell'Italia, senza tuttavia accorgersene, immersi nelle attese che accompagnano l'ultimo anno di scuola, protesi verso un futuro così ingenuo da ignorare la realtà contingente.
Trieste era braccata, arrivavano le notizie di morte dei primi amici, ma il pensiero dominante era il diploma al Conservatorio Tartini, l'esercizio, il violino che era stato il lasciapassare con cui aveva evitato i tedeschi già una volta.
Rosso ci racconta l'assunzione nell'orchestra del teatro Verdi e l'atmosfera divertita e dissacrante che si respirava nella fossa dal cantuccio dell'ultima fila dei secondi, rendendo con assoluta freschezza il clima di “regredita e gioiosa fanciullaggine” delle prove: con Bulgamelli che anticipava la percussione dei timpani per effetto di un'alterazione della partitura operata dal nostro assieme all'altro violinista Gulli; con l'oboista Enrico Wolf Ferrari che agganciava la spina di una piastra alla presa elettrica del suo leggio e vi metteva a cuocere una minestra di fagioli; o ancora con gli strumentisti a briglia sciolta che si prendevano gioco dell'acerbo direttore sostituto, costringendolo ad una “rincorsa dietro un'orchestra senza freni, imbizzarrita nell'aumentare progressivamente il ritmo”.
Lo sguardo dell'autore tralascia il contesto storico e si arrende all'intensità dei dettagli della sua gioventù, restituendocene anche i volti: quello della madre sulle cui spalle gravava l'intera gestione della casa in quei tempi di fame nera e tessere annonarie, quello del professore di religione del liceo divenuto bersaglio dell'intera classe, quello del compagno Lucio Sala mortificato dalla divisa che era costretto ad indossare, infine quello del collega violinista Geo Poggi bugiardo per istinto di sopravvivenza.
Poi di nuovo i tedeschi, di nuovo il suo nome nella lista sbagliata e i giorni a Zabice, “a venti chilometri dal vecchio confine, situato a mezza strada della valle che con un lieve arco di cerchio collegava la piana di Villa del Nevoso al retroterra settentrionale di Fiume”. Il compito era quello di scavare un'assurda trincea inutile per la sua stessa collocazione, frutto evidente del dissesto generale dell'esercito tedesco, il cui cervello strategico era ormai al collasso. In quell'imbuto costeggiato da un lato da montagne calve e dall'altro da basse colline boscose, si concentravano i resti delle truppe crucco, i partigiani e drappelli di ustascia che “sembravano anch'essi appartenere allo spazio di un delirio, ectoplasmi di eserciti che la brutalità agonizzante aveva già sepolto nei cimiteri di guerra”. Ma manca la coscienza della drammaticità della situazione e c'è ancora spazio per idee stravaganti, come quella di prendersi una sorta di rivincita sui tedeschi suonando loro un brano di un compositore ebreo, per di più ispirato ad una preghiera ebraica: il Kol Nidrei di Max Bruch. Anche le due fughe avvengono in uno stato quasi di ebbrezza che rende Rosso e gli altri disertori avventati, sfrontati addirittura quando, durante il percorso, si lasciano andare al canto col rischio di essere scoperti e giustiziati.
Il rientro a Trieste coincide con l'aprile del 1945. L'autore dalla finestra della propria stanza assiste alla marcia della disfatta: “l'esercito dei Tigre e degli Stukas ridotto a reggimenti sconfitti da Guerra dei Trent'anni”. Intanto le parole “Europa” e “bolscevismo” cominciavano a risuonare più insistenti. Il “28 e poi il 29 e 30 aprile furono giorni febbrili, sollievo e angoscia pulsavano assieme nella sensazione dominante di un nuovo assedio”. Il 2 maggio, con l'ingresso degli alleati, segna la fine della guerra, ma intanto gli slavi erano dilagati dappertutto, strappando le bandiere italiane e issando quelle jugoslave. La pace era una speranza nuovamente tradita: “l'indomani il comando del Nono Corpus avrebbe proclamato lo stato di guerra, dando avvio a quelli che sarebbero stati vissuti e poi ricordati come i famigerati quaranta giorni di Tito”.
Rosso non va oltre. Ferma qui il suo racconto perché è in quel maggio che finisce la sua adolescenza. I tedeschi erano appena andati via e già altri due eserciti si avventavano su Trieste. Dopo la guerra, non smette di scorrere sangue. “Mancava ancora Hiroshima. Mancavano ancora le notizie sui campi di sterminio. La giovinezza avrebbe bruciato in fretta il tempo della sua maturazione”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Renzo Rosso (Trieste, 1926 – Tivoli, 2009), scrittore e drammaturgo triestino. Violinista diplomato al Conservatorio Tartini nel settembre 1944, corso di perfezionamento all'Accademia Chigiana di Siena nell'estate 1946. Laureato in Filosofia con tesi su Antihegel e Hegel in Kierkegaard, fu dirigente RAI. Esordì pubblicando “L'adescamento” nel 1959.

Renzo Rosso “L'adolescenza del tempo”, Azimut, Roma, 2009
Pp. 125
Prima edizione: Frassinelli, 1991

Approfondimento in rete: wikipedia / sito dell'autore 

Rosso in Lankelot:
qui

Angela Migliore,
febbraio 2010


 

ISBN/EAN: 
9788860030832

Commenti

[Rosso] Ecco il mio primo

[Rosso] Ecco il mio primo contributo allo speciale su Renzo Rosso.
(Franco, questo è un libro per te)

[rosso] non vedo l'ora di

[rosso] non vedo l'ora di leggerti! Dieci minuti e arrivo

[adolescenza del tempo]

[adolescenza del tempo] appena il giornale pubblica l'articolo sulla "Dura Spina", lo riporto anche qui. Vedrai che si tratta della trasfigurazione narrativa di queste memorie d'adolescenza. E' più allegorico, ma non meno duro e amaro. Gran bel pezzo:)

[L'adolescenza del tempo]

[L'adolescenza del tempo] Allora aspetto di leggerti, e magari la tua pagina mi spinge ad affrontare anche "La dura spina".