Rosa Isaac

Il paese della paura

Autore: 
Rosa Isaac

Nelle società occidentali è più facile finire investiti da un'auto che essere picchiati, è più facile ritrovarsi senza casa che essere pugnalati, è più facile essere abbandonati dal proprio compagno, nell'arco di dieci anni, che ritrovarsi la casa svaligiata. E tuttavia moriamo di paura: per le cose sbagliate. E tuttavia concentriamo le nostre inquietudini sull'angoscia d'una possibilità d'aggressione, di una rapina, di una violenza. I media mainstream ci intontiscono con una pletora di dettagli e una valanga di piccoli aggiornamenti e di colpi di scena su drammatici episodi di cronaca nera che si ripetono una volta ogni tre anni: intanto ogni anno, per le strade, soltanto qui in Italia, muoiono 5000 persone. L'Associazione Italiana Familiari e Vittime della strada ricorda che 300mila sono i feriti, 20mila i disabili gravi. Se ne parla poco, quasi per niente. In compenso sappiamo tutto sul contesto, sulle armi e sui protagonisti di un delitto passionale o famigliare: certi giornali ci presentano addirittura i parenti dell'assassino e dell'assassinato, intervistandoli manco fossero scrittori, registi o cantautori. Questa sinistra e stupida agenda setting dei principali mezzi di informazione nazionali qualcosa muove, nella psiche degli spettatori o dei lettori. Isaac Rosa, giornalista del quotidiano spagnolo Público, ha pubblicato nel 2008 un libro, tradotto in Italia nel 2010, che sembra spiegare bene di cosa si tratti: paura. Il paese della paura (Gran Via, euro 16,50, pp. 268) è un romanzo che, come ha rilevato Ana Ciurans su Edison Square, conferma che «la paura è il risultato di un disegno perverso del potere per provocare dipendenza e bisogno di protezione». È un romanzo che conferma che siamo stati addestrati ad avere paura di una valanga di cose per poter essere più facilmente sottomessi e controllati: in altre parole, governati. Che dovremmo essere coscienti, come insegnava il professor Lars Svendsen nel suo Filosofia della paura, del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno, scriveva il filosofo norvegese: allora dobbiamo imparare a guardarci dentro per liberarci da questa zavorra, perché noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo. È statistico. Eppure è come se fosse esattamente il contrario.

Carlos, il paranoico e angosciato protagonista di questo notevole romanzo di Isaac Rosa, ha capito che esiste una sorta di «nevrotica spirale securitaria»: fa aumentare all'infinito la necessità di protezione, perché tutte le soluzioni individuate man mano non fanno che generare altra paura: come quando in casa si passa dalla serratura blindata al nuovo sistema d'allarme, quindi alle grate alle finestre, infine alle telecamere e all'allarme telefonico collegato – chiaramente – alla polizia, e via dicendo. Carlos sa che entrati in quella spirale si finisce per perdere più di ciò che si è guadagnato: tanta fiducia e tanto denaro. La qualità della vita precipita. Così il conto in banca.
 
Più ancora, Carlos è riuscito a riconoscere l'esistenza di spazi che si configurano, semplicemente, come «luoghi della paura»: sono luoghi in cui non gli è mai successo niente, e niente dovrebbe accadergli. Ma quei luoghi sono stati fonte di ispirazione di tante finzioni creative, nei film o nei romanzi o nei videogiochi: la loro molto relativa pericolosità è stata, nel frattempo, enormemente ingigantita dalla cronaca nera. Sono i parcheggi sotterranei, gli alberghi abbandonati, gli uffici chiusi, i sottopassaggi, le cantine: luoghi in cui «la solitudine, l'oscurità, la mancanza di testimoni fanno sì che chiunque possa essere rapinato, aggredito, cacciato, inseguito, colpito, accoltellato, strangolato, spinto sui binari, linciato, violentato, torturato, dissanguato, assassinato». Carlos ha capito che la paura tende a inglobare sempre nuovi territori, col passare del tempo: e che fa grande fatica a ritirarsi da quei territori. Nuovi territori e nuove forme, dunque: la più sinistra e novecentesca è la fobia per la burocrazia, per tutti i guasti della macchina amministrativa statale. E così, tutte le volte che Carlos deve avere a che fare con un ufficio municipale, delle imposte o dell'assistenza sociale, «vi si reca con lo sguardo lucido e la voce nervosa di chi ha qualcosa da nascondere», preparandosi a essere sbaragliato. Tendenzialmente succede.
 
Ma la paura di Carlos conosce anche autentico classismo: corrisponde a certi quartieri. In esclusiva. Sono quei quartieri nei quali abitano i cittadini emarginati, i cittadini più poveri. Quelli che da un momento all'altro potrebbero decidere di sfogare contro di lui la loro rabbia sociale. Carlos si difende da loro chiudendosi, per quanto può, in un suo guscio borghese e famigliare. Ma anche all'interno del guscio nascono problemi. Essere marito, ad esempio, è un concentrato di paure. In un'intervista rilasciata a Renzo Brollo sul Mangialibri, Rosa ha spiegato: «Carlos ha paura di sua moglie, che lei scopra le sue debolezze, che sappia che lui non è all’altezza, che sappia che sta esponendo la sua famiglia a dei pericoli, che non è in grado di proteggerla. Una delle paure di Carlos, nella sua debolezza, è di non riuscire a ottemperare a quello che la società si aspetta da un uomo, da un maschio: essere forte, proteggere la propria moglie e il proprio figlio, affrontare le minacce e sconfiggerle».La paternità sprigiona tutta una serie di paure e di inquietudini, a partire dalla gravidanza: «man mano che il bambino cresce e acquista autonomia, molte delle paure iniziali svaniscono, alcune rimangono e si attenuano». E altre se ne formano. Nel romanzo la situazione deraglia quando Carlos e la moglie s'accorgono che il figlio è minacciato da un compagno, a scuola: la paura che potesse patire episodi di bullismo s'è materializzata. Quasi fosse stata una profezia che si autoavvera: questo sì, sconcerta. Sconcerta e angoscia.
 
Tecnicamente, Rosa gioca su un'interessante commistione di elementi narrativi puri e elementi saggistici. Buona l'integrazione, ad esempio, di comunicati stampa rilasciati dai ministeri spagnoli per dare consigli alle donne che vivono da sole in casa, avvertendole di qualche stratagemma da adottare per evitare di dare nell'occhio; oppure, inquietanti certi elenchi di “consigli” statali che sembrano, a ben guardare, minacce. Minacce o semi di autentica paranoia. Stilisticamente, in più di un frangente si ha la sensazione che l'esperienza ibrida dell'autore, giornalista e scrittore, vada amalgamandosi in una scrittura spesso più vicina alla saggistica d'inchiesta che alla narrativa pura. Sicuramente si tratta di una commistione promettente: niente di cui aver paura.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Isaac Rosa (Siviglia, Spagna, 1974), narratore e saggista spagnolo.
 
Isaac Rosa, “Il paese della paura”, Gran Via, Milano 2010. Traduzione dal castigliano di Paola Tomasinelli. Collana m30.
 
Prima edizione: “El pais del miedo”, 2008. 
 
Approfondimento in rete: granvia / wiki es / Mangialibri (intervista di R. Brollo) / rassegna stampa IT ed EU /
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2011.
 
Prima pubblicazione dell'articolo: Secolo d'Italia dell'8 gennaio 2011, pagine 8 e 9. Tutti i diritti appartengono al Secolo. L'articolo appare su Lankelot in versione leggermente diversa, completa di links.
ISBN/EAN: 
9788895492155

Commenti

Il paese della paura (Gran

Il paese della paura (Gran Via, euro 16,50, pp. 268) è un romanzo che, come ha rilevato Ana Ciurans su Edison Square, conferma che «la paura è il risultato di un disegno perverso del potere per provocare dipendenza e bisogno di protezione». È un romanzo che conferma che siamo stati addestrati ad avere paura di una valanga di cose per poter essere più facilmente sottomessi e controllati: in altre parole, governati. Che dovremmo essere coscienti, come insegnava il professor Lars Svendsen nel suo Filosofia della paura, del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno, scriveva il filosofo norvegese: allora dobbiamo imparare a guardarci dentro per liberarci da questa zavorra, perché noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo. È statistico. Eppure è come se fosse esattamente il contrario.

[isaac rosa] e a partire da

[isaac rosa] e a partire da questo bel libro, vi suggerisco tre differenti sentieri di ricerca e di studio, in Lankelot.

Il primo, editoriale. Libri GRAN VIA in Lankelot: http://www.lankelot.eu/Gran-Via

Il secondo, nazionale. LETTERATURA SPAGNOLA in Lankelot: http://www.lankelot.eu/letteratura-spagnola

Il terzo, fondamentale. PAURA in Lankelot: http://www.lankelot.eu/paura

[isaac rosa] vi segnalo un

[isaac rosa] vi segnalo un bell'editoriale dell'artista, tratto da [publico - 17 dicembre 2009] traduzione di Fabio Cremonesi.

"Sto per scrivere su Berlusconi, quindi tanto per cominciare gli strilli di rigore: la violenza è detestabile in qualsiasi caso, la violenza è incompatibilecon la politica, e condanno fermamente questa vergognosa aggressione. Basta così? Li ho presi in prestito dal presidente Zapatero, che sa dire molto bene queste cose.

Dopo gli scongiuri d'obbligo, e quindi al di sopra di ogni sospetto, possiamo parlare sul serio. Qualcuno ha il coraggio di smarcarsi pubblicamente dal forzoso clima di solidarietà con l'aggredito? Sì, lo so che in rete circolano battute e adesioni, ma tutto anonimo. In pubblico solo buone parole e condanne, e se qualcuno si azzarda a segnalare l'ambiente violento creato da Berlusconi stesso, premette i succitati strilli di rigore.

Ah, il fatto è che adesso non è il momento di criticare Berlusconi, perché significherebbe giustificare l'aggressione, mi dicono. Bé, non sono d'accordo: invece è proprio il momento. Perché come scrive Zizek, se ci limitiamo alle forme visibili della violenza, e trascuriamo altre forme di violenza meno evidenti, le prime appaiono come esplosioni isolate e irrazionali, dato che spiccano su uno sfondo con un livello zero di violenza. Cioè, un pazzo che lancia una pietra.

Ma in Italia il livello di violenza non è precisamente zero. Berlusconi è un capo di governo violento. Ha esordito con la terrificante repressione del G(8 di Genova nel 2001 (basti pensare a Giuliani e al brutale assalto alla scuola Diaz), e da allora ha continuato a utilizzare la paura e la xenofobia come arma politica, ha forzato le leggi, e ha diffuso un clima di odio attraverso i suoi media (impressionante la prima pagina de Il Giornale). Ah, ma ci sono violenze e violenze, così come ci sono vittime e vittime. Come siamo tolleranti."

http://www.gran-via.it/primopiano.php?id=9

[Rosa] Splendida scoperta,

[Rosa] Splendida scoperta, Gf! Mi è piaciuta moltissimo questa lettura!

"noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo. "

verissimo, ma non ditelo a Maroni, mi raccomando...

[isaac rosa] grazie Ilde. In

[isaac rosa] grazie Ilde. In realtà sono stato molto fortunato, come a volte mi succede nei giorni delle Fiere. Durante la Fiera di Roma il libro mi è stato straconsigliato da una persona che ben lo conosceva... e mentre lo stavo sfogliando m'è venuto in mente quanto era stato potente il saggio di Svendsen sulla paura, e quanto necessario leggerlo, qualche mese fa. Tornato a casa, allora, sono venuto qui sul sito a rileggere l'articolo su Svendsen e i commenti di quei giorni. C'era un commento di Ana Ciurans: parlava di questo libro. Destino:)

[Rosa] molto interessant e

[Rosa] molto interessant e molto vero soprattutto. Penso a certi atteggiamenti della Lega nell'alimentare le paure e la xenofobia (e, al contrario, a certi articoli e a un libro di Enzo Bianchi sullo "straniero"  che abita ciascuno di noi).

Ah! i richiami tra libri, che fenomeno affascinante, si creano delle catene fra autori diversissimi a volte.

[Rosa, il paese della paura]

[Rosa, il paese della paura] Diciamo pure che sia Rosa che Svendsen possono servire per prendere le adeguate contromisure a chi riempie i media di dettagli paurosi. E non è poco, vero:).

(quanto a Bianchi, mi ripeto: non vedo l'ora di leggere il tuo nuovo articolo...)

[radio capodistria] Amices!

[radio capodistria] Amices! Come ogni 2a e 4a domenica del mese, all’interno dell’AGENDA IN ORBITA su RADIO CAPODISTRIA, ON AIR DALLE H 14 ALLE 14.30 ( www.radiocapodistria.net/ ) domenica 23 gennaio sarò ospite di Ricky Russo, living legend, ex calciatore del Chiarbola, speaker e spirito rock triestino, per parlare di libri. Questa volta, ho scelto ROSA e MITRI

BUON ASCOLTO! A DOMENICA!
E per recuperare la registrazione... http://official.fm/users/inorbita

Isaac ROSA: Il paese della paura (Gran Via, 2010)
http://www.lankelot.eu/letteratura/rosa-isaac-il-paese-della-paura.html

Amadei, Falcone, Palombini: Non pensavo che la vita fosse così lunga. Gloria e tragedia di Tiberio Mitri (Iacobelli, 2010)
http://www.lankelot.eu/letteratura/amadei-aureliano-falcone-alessandro-palombini-gian-piero-non-pensavo-che-la-vita-fosse-c