Ronchey Silvia - Braccini Tommaso

Il romanzo di Costantinopoli

Autore: 
Ronchey Silvia - Braccini Tommaso

Le città possono assumere delle fisionomie quasi umane. Sembrano quasi muoversi nello spazio oltre che nel tempo. Cambiano caratteri, vocazioni, volti. Alcune di loro possiedono un temperamento e una storia tali da richiamare la maturazione e la personalità delle persone: come fossero le protagoniste di un bildungsroman. Perni attorno a cui le geografie cambiano, si ridefiniscono e concretizzano le ere culturali, spirituali, psicologiche dell'uomo. Fra le città che si affacciano su quello stagno di civiltà che è il Mediterraneo -calderone in cui, come ingredienti magici, si sono mescolate nazioni, filosofie, dottrine, scienze- forse Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul è quella che ha più il profilo da protagonista, per aver fatto proprie tutte le maggiori culture che si sono affacciate sul bacino: quella di Roma, di cui è seconda e quasi figlia; quella di Atene, trasmessa per eredità romana e per continuità etnica; quella cristiana, pervenuta dall'altopiano di Gerusalemme e dalle dispute fra le varie eresie; quella turca, arrivata dalle steppe lontane dell'Asia centrale e fattasi carico delle alchimie e delle mistiche arabe. Oggi è la metropoli più popolata d'Europa. Dopo anni di nazionalismo etnocentrico turco, rilanciata da un governo che fa della religione e non dell'etnia il fulcro del suo agire, si riscopre crocevia di razze, culture e mondi. Incurante e fatalista, in bilico su una faglia che schiacciandola all'Europa minaccia di spazzarla via con la scopa di un terremoto, l'odierna Costantinopoli ha ancora qualcosa da scrivere sul quaderno delle epoche. Esprime un messaggio di diaologo e di face to face fra i due credi e le due culture in cui, ideologicamente, si vuol spaccare il mondo.

Chiunque voglia addentrarsi nel labirinto di Costantinopoli deve munirsi di una guida. Una guida che sappia dare le coordinate di viaggio nel tempo, oltre che nello spazio. Di più. Una guida che sappia dare le coordinate psicologiche, atmosferiche, poetiche. Una guida che registri quasi tutte le sensazioni possibili; che suggerisca molteplici sguardi, letture plurime, emozioni personali e comuni. Chiunque voglia percorrere le vie di tempo e di spazio che disegnano la cartina di Costantinopoli deve farlo nel luogo della letteratura, del racconto e della parola: deve munirsi insomma del Romanzo di Costantinopoli. Guida letteraria alla Roma d'Oriente (Einaudi, pp.958, euro 28):le penne di centocinquanta scrittori che hanno conosciuto la città in varie epoche, raccolte, selezionate e antologizzate con incredibile sapienza da Silvia Ronchey e dal suo collaboratore Tommaso Braccini.

Il cuore di questo libro ha una matrice bizantinistica, una messa a fuoco da occidente. Grande attenzione è posta sulle labili tracce di quegli undici secoli in cui Costantinopoli fu la capitale sfarzosa e splendente dell'Impero bizantino, prosecuzione di quello romano: «La nostalgia per Roma e la volontà di continuare Roma sono tratti fondamentali della mentalità bizantina […] Ultimamente la bizantinistica ha molto riflettuto sulla Città guardata in questo senso [...] microcosmo in cui la sapienza filosofica ellenica si era saldata con la tradizione giuridca e amministrativa romana, in una formidabile alleanza che avrebbe reso Bisanzio per undici secoli la superpotenza del Mediterraneo [...] e che prolungherà l'evo antico in un'ellissi orientale destinata a ricongiungersi direttamente col Rinascimento, escludendo la nozione stessa di Medioevo.» L'evo antico si “incuba” in oriente e, scavalcando il tempo e i luoghi del Medioevo, torna in Europa scappando dalle grinfie dei nuovi barbari: Manuele Crisolora, primo a tenere una cattedra di greco a Firenze, loderà l'ordine aureo di architettura e natura, che si riflette umanisticamente nell'ordine governativo e politico della città. I viaggiatori europei in quegli anni venivano a scoprire i fasti e gli splendori di quell'ordine, attratti anche, devotamente, dalle reliquie sacre. Ma quest'ordine è destinato a rompersi. Come sottolinea Th. Gautier«sempre la giovane barbarie vince sulla decrepita civiltà, e mentre il prete greco si preoccupava di friggere il suo pesce [..], Maometto II trionfante entrava a cavallo a Santa Sofia e lasciava l'impronta della sua mano insanguinata sulla parete del tempio.» Dopo la conquista ottomana la città inizia a far parte di un mondo altro, incurante e prevaricante, che non lascia tracce scritte e che lentamente sommerge e distrugge la vecchia Polis (così come Roma era l'Urbs) e ne compromette la leggibilità: «Nel Cinque e Seicento, ma già a partire dalla seconda metà del XV secolo, la Polis era un relitto semiaffondato in cui si cercavano tesori, un'Atlantide sommersa di cui si possedeva la mappa.» I viaggiatori che cercano di rintracciare l'antica Bisanzio compiono quasi un'autopsia su un corpo di città in corso di putrefazione. E pian piano «il kosmos urbano perfettamente leggibile, la pregnante topografia di cui Crisolora celebra la struttura, l'ordine interno inconfondibile sino alla fine dell'impero, [..] diventa, a partire dal Settecento, un inintellegibile caos.»Il Settecento illuminista snobba l'epoca bizantina rubricandola assieme ad ogni altro oscurantismo religioso. Sarà poi l'Ottocento romantico e tardo-romantico, con la sua visione nazionalistica della storia, a scagliarsi contro l'impero ottomano, recuperando per contrapposizione l'epoca d'oro di Costantinopoli. E tutti gli scrittori di quel periodo, da Gautier a Chateaubriand, da Melville a De Amicis, da Byron ad H. Ch. Andersen, gireranno per la città quasi turandosi il naso dal puzzo dell'attualità turca, alla ricerca dei relitti antichi. Quasi auspicando che la cristianità potesse un giorno rimettere le mani sulla Polis e spolverarla dagli anni di sbandamento islamico, sposando supertiziosamente quella profezia dell'Oracula Leonis che prometteva il risveglio di un “fantasma Costantino” rinchiuso nelle segrete delle Sette Torri, il quale avrebbe liberato definitivamente la città; profezia di cui anche gli scaramantici turchi condividevano il timore. Il Novecento, con Karl Krumbacher, fonda la scienza bizantinistica, riporta alla luce i mosaici perduti in «un'estate di S.Martino dell'arte bizantina»; con la caduta dell'impero ottomano e la nascita della Repubblica Turca di stampo filo-occidentale, la città si lascierà alle spalle l'evo degli imperi e faticosamente imparerà a scoprire la sua personalità plurima, a rischio di schizofrenia, bilaterale. Scopre tutt'oggi, tra affanni ed entusiasmi, la sua natura di ponte, espressa letterariamente dai turchi Pamuk e Nedim Gürsel. «Il karma geopolitico di Costantinopoli è legato alla sua condizione di istmo tra civiltà. Non è solo il luogo in cui, secondo Cocteau, l'Asia “tende verso l'Europa la sua vecchia mano coperta di anelli”, ma anche quello dove la storia si produce per dialettica e tesse sul suo telaio eventi e rinnovamenti proprio dall'incrocio e dalla tensione tra le civiltà dei due continenti, che qui dimostrano la loro inscindibilità, il loro continuo compenetrarsi, e come da questo derivi la loro e nostra unica civiltà e storia.»

Centocinquanta scrittori, in un arco di tempo che va dal VI al XXI secolo. Dieci grandi capitoli che dividono in altrettante sezioni la Polis, concentrandosi soprattutto sui monumenti bizantini e trascurando del tutto l'architettura musulmana. Come dare conto di questa “massa” letteraria? Proviamo ad andare in ordine sparso..Fra gli scrittori che arrivano in città via mare sono diversi quelli che sfruttano la nebbia come “sipario atmosferico” per dare l'impressione teatrale dell'apparizione maestosa della città: così Thackeray, De Amicis, Melville. Il giovane Byron, accompagnato dall'erudito Hobhouse, gode fisicamente nella città, nuota nel Bosforo e canta la sensualità del luogo in slanci lirici che riecheggiano a distanza di secoli i versi di Costantino Rodio; lo stesso fa il “bizantinista in nuceW. B. Yeats. Anche Puškin si riserva l'onere di cantare la città in versi, pur non avendola mai vista; così come Hugo che pubblica Les orientales avendo visto solo in sogno i posti di cui parla. Per Chateaubriand la città offre il punto di vista più bello dell'universo, mentre per Casanova è il suo panorama effeminato che ha ucciso l'impero romano.

La saporita concretezza quotidiana dell'epoca bizantina ci è regalata dai versi di Giovanni Tzetze o dal satirico Ptocoprodromo, mentre sapori novecenteschi sono affidati alle penne di Sitwell e Runciman Fra le fonti primarie ricorrono nomi che da soli bastano ad evocare scenari bizantini: l'imperatore e mecenate letterario Costantino VII Porfirogenito che ci racconta i riti della corte e che ordina a Costantino Rodio di comporre versi sulle meraviglie della città; Fozio è fonte imprescindibile per capire l'ideologia bizantina, mentre poco si sa dell'arabo Harun ibn Yahya condotto prigioniero a Costantinopoli; Paolo Silenziario compone versi confluiti nella famosa AntologiaPalatina, ma soprattutto è l'autore di una accuratissima Descrizione di Santa Sofia; altri nomi importanti di quell'epoca Teofane Confessore, Leone Cherosfatta, Simeone Logoteta e, ultimo storico del mondo antico, Procopio. Leggendo questo libro si tiene un segnalibro sulle note, si ritorna spesso con la mente all'Introduzione, si scorrono di volta in volta i succosi profili biografici; si scoprono figure bizzarre e interessanti come l'inglese Patrick Fermor Leigh, il viaggiatore turco Evliya Celebi, l'ambasciatore spagnolo Ruy Gonzalez de Clavijo. Si scopre che le donne hanno un particolare talento descrittivo per quel che riguarda le atmosfere della città: dall'affascinante Cristina Trivulzio di Belgioioso, alla bellissima principessa rumena Marthe Bibesco e a sua cugina-nemica Anna de Noailles, «monella bizantina» dello scrittore Maurice Barrès; dalla figlia dell'imperatore Alessio I, Anna Comnena, al talento precoce di Elizabeth Craven; dalla contessa Dash, alla crocerossina e avventuriera Marie Léra, nascosta sotto lo pseudonimo di Marc Hélys; da Georgina Max-Müller e Julia Pardoe, all'intrigantissima figura di Lady Montagu, che imparò anche il turco. L'Ottocento è in assoluto il secolo dei francesi: il già citato Barrès, la spia Pierre Benoit, il viaggiatore Boucher de Perthes, Chateaubriand, Choiseul-Gouffier, Maxime du Camp, Flaubert, Gautier, Gobineau, Hugo, Lamartine, Pierre Loti che si stabilisce in città e che è oggi nome di un suo quartiere, Xavier Marmier, Felix Maynard, Nerval, Pouqueville. Prodromo fondamentale di questo interesse francese fu il dettagliatissimo Pierre Gilles del quindicesimo secolo, mentre appendici novecentesche sono Régnier, l'architetto Le Corbusier, Gide e Cocteau, che chiede scusa per i danni commessi dai crociati quando conquistarono la città otto secoli prima. Fra i nostri compatrioti non ancora citati val la pena ricordare Corrado Alvaro, che lavorò come corrispondente; il vicentino Giovan Maria Angiolello, che dopo una sconfitta militare fu fatto prigioniero, imparò il turco e divenne uomo di fiducia del sultano; il 'risorgimentale' Antonio Baratta e i 'rinascimentali' Bonsignore Bonsignori e Cristoforo Buondelmonti; ci sono L'autunno a Costantinopoli di Antonio Borgese e le annotazioni dello storico dell'arte Cesare Brandi; l'abate gaudente e illuminista Giambattista Casti, il viaggiatore Pietro della Valle, lo storico Guglielmo di Tiro, il diplomatico Liutprando da Cremona, il religioso Marco Mandalà, poi Domenico Sestini e Giovanni Zonara.

Basta così. Sarebbe noioso e inutile enumerare tutti i nomi. Per dare il senso della ricchezza di questa antologia, basti dire che quelli citati sono una minoranza! Si viaggia fra epoche, culture e letterature diverse, tenendo Costantinopoli come centro. Scoprendo palmo a palmo la città, dalla magico-mistica Santa Sofia al quartiere “europeo” delle ambasciate e dei caffès, si scoprono anche nuove figure di viaggiatori, intellettuali, sognatori, che per quella città sono passati. Una splendida antologia sulla città, ma allo stesso tempo una splendida e curatissima antologia sulla letteratura di viaggio in ogni epoca. E la ricchezza e mescolanza degli scrittori campionati restituisce quella che è forse l'immagine simbolo del mondo bizantino: il mosaico. «nella silloge, nel mosaico letterario sta il senso bizantino di questo libro. Sottoponiamo questo mosaico a tutti coloro che amano viaggiare nello spazio e nel tempo, in moto o immobili, convinti, con Kavafis, che l'esplorazione di qualunque città sia sempre e comunque esplorazione di se stessi, ma che ciò sia particolarmente vero per questa, che è la Città delle città.» Silvia Ronchey.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE: Il Romanzo di Costantinopoli. Guida letteraria alla Roma d'Oriente, Einaudi, 2010., pp.958, 28 euro.

Silvia Ronchey è storica e bizantinista versatile e dalla bibliografia di passo in passo sempre più interessante: http://it.wikipedia.org/wiki/Silvia_Ronchey
Tommaso Braccini ha al suo attivo più di una pubblicazione ed è stato valente e prezioso collaboratore della Ronchey per questo libro.
 
Francesco Marilungo, marzo 2011.
ISBN/EAN: 
978-88-06-18921-1

Commenti

[Ronchey-Costantinopoli]: Un

[Ronchey-Costantinopoli]: Un libro fondamentale per chiunque ami o voglia conoscere la trina (diceva Eco) Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul..

[ronchey] spetta che

[ronchey] spetta che reimpagino:).

[istanbul] tutte le ultime

[istanbul] tutte le ultime attestazioni in lanke: http://www.lankelot.eu/Istanbul

[romanzo di istanbul]

[romanzo di istanbul] ascriviamolo alla categoria "libri che cambiano la vita". Lavoro incredibilmente bello, questo della Ronchey. Grazie per averne scritto così bene.

[Romanzo di Costantinopoli]:

[Romanzo di Costantinopoli]: Devo ammettere che non è stato facile scriverne e in fin dei conti non sono nemmeno soddisfattissimo del risultato. La massa di suggestioni, informazioni, visioni che suggerisce questo lavoro è talmente vasta, varia, estesa nel tempo, nello spazio, nelle dimensioni letterarie etc. che pensare di darne conto in due cartelle è almeno utopico

La categoria "libri che cambiano la vita" se non sbaglio è relativa alle condizioni "storiche" e personali, particolari del lettore...ma su questo saprai dirci meglio...

[romanzo di costantinopoli]

[romanzo di costantinopoli] prometto, parlerò:). Molto è merito tuo.

[costantinopoli] ripubblicato

[ronchey, costantinopoli]

[ronchey, costantinopoli] risegnalato anche qui, oggi in home: http://islametro.altervista.org/tag/istanbul/ complimenti, franz!

[ronchey] a giorni,

[ronchey] a giorni, finalmente, avrò copia delle "Figure bizantine" di Diehl. Ma tutto è partito da questo libro, e dalle tue pagine. Inclusa la lettura del monumentale saggione di Ostrogorsky sulla storia dell'impero di Bisanzio. Grazie Franz.

[fermor] "Tutto l'obbrobrio

[fermor] "Tutto l'obbrobrio di cui grazie a Voltaire e Gibbon si è caricato l'aggettivo 'bizantino' - cinismo, doppiezza, ingordigia, vanità, ambizione, vizio, superstizione, crudeltà - ha pervaso, al quadrato, le implicazioni di 'fanariota'. Con gli strani processi revisionistici, oggi 'bizantino' ha perso il suo significato peggiorativo; e per gli stessi processi i fanarioti appaiono meno satanici a ognii decennio che passa. La giustapposizione di 'bizantino' e 'fanariota' non è casuale. I vecchi troni da essi occupati, per quanto fittizie fossero le lezioni, erano quelli dei vecchi monarchi ortodossi [...]:l'atmosfera che circondava questi potentati avvolti nella nebbia era mezzo bizantino e mezzo slava, un'ultima flebile eco nelle nevi di là dal Danubio degli ultimi flebili bisbigli della Bisanzio imperiale [...]" [pp. 198-199 di Leigh Fermor, "Mani", Adelphi, 2011.]

[Dai Romaioi ai Russi] "[...]

[Dai Romaioi ai Russi] "[...] L'esicasmo, lo strano quietismo dell'antica Bisanzio fiorito nei monasteri del monte Athos, è stato l'ultimo movimento mistico dell'ortodossia greca. Quella disciplina del respiro lento, intonato all'infinita ripetizione lamaica di un'unica preghiera, la postura silenziosa e lo sguardo indagatore irremovibilmente fisso sull'ombelico finché, in una trance, cominci a risplendervi la luce interiore del monte Tabor: tutto questo è più in armonia con l'Oriente che con l'Occidente. Nemici più feroci degli ostili monaci greci di Calabria stavano in agguato contro queste strane fioriture crepuscolari del misticismo bizantino."

"La mezzaluna innalzata sulla cupola di Giustiniano a Costantinopoli cambiò e circoscrisse per sempre il ruolo della Chiesa Greca. Lo stelo che aveva espresso questi fiori bizzarri inaridì. La nuvola del misticismo ortodosso si spostò in Russia; in quel mondo nevoso la sua fusione col temperamento slavo produsse molti curiosi fenomeni spirituali, non ultimo Dostoevskij"

[Leigh Fermor, "Mani", Adelphi, 2011, p. 272]

[Esicasmo]

["Bisanzio cadde..."] Sempre

["Bisanzio cadde..."] Sempre Fermor.

"Bisanzio cadde, e le lacrime sulle icone della Tutta Santa non furono, agli occhi del mondo romaico sbigottito, le lacrime della Mater Dolorosa per suo figlio, ma le lacrime di una imperatrice celeste (e indiscutibilmente greca) piangente la morte dell'ultimo imperatore terrestre dei greci e la dissacrazione per mano di infedeli del santuario centrale dell'ortodossia. Erano versate per il suo clero disperso e per lo zittirsi delle campane e dei gong; per il germinare di minareti e l'insulto del primo richiamo del muezzin. Il Pantocratore si ritirò più inaccessibilmente nel suo zenit dorato"

[Leigh Fermor, "Mani", Adelphi, 2011, p. 272]

[fermor, bisanzio]

[fermor, bisanzio] infine...

"... e pur deplorando, come io fervidamente deploro, che i turchi abbiano mai messo piede in Europa, biasimarli per la distruzione dell'Impero Bizantino sarebbe assurdo come prendersela con le leggi dell'idrostatica per i danni causati da un'alluvione. Ma si può lecitamente biasimare la perversa Quarta Crociata per aver reso inevitabile quella distruzione e prodotto la rovina dell'Europa orientale per secoli. Non occorre tornare su questo argomento".

Fermor, "Mani", Adelphi, 2011. p.362

[polis]

[ronchey] due anni prima: "Il

[ronchey] due anni prima: "Il guscio della tartaruga". http://www.lankelot.eu/letteratura/ronchey-silvia-il-guscio-della-tartar...

[romanzo di c.] la cosa più

[romanzo di c.] la cosa più bella che ho letto quest'anno. La migliore esperienza estetica del 2011. Fuori classifica: http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=4481.0

[costantinopoli] Obolensky.

[costantinopoli] Obolensky. "Agli Slavi così come ai Greci Bisanzio appariva in quegli anni come il baluardo della fede ortodossa. Un cronista bulgaro, nella sua quasi contemporanea relazione della sconfitta delle forze ottomane ad opera dei Mongoli ad Ankara nel 1402, rifletteva sul destino provvidenziale di Costantinopoli: "per grazia di Dio", egli scriveva, "la Santa Città è stata liberata fino ad ora da tutti i nemici stranieri". Questo senso di solidarietà era condiviso da parecchi illustri Bizantini. L'imperatore Giovanni Cantacuzeno, in una conversazione con il legato di papa Urbano V nel 1367, dichiarò che, nonostante tutte le occasionali prove di ostilità, il Bulgari, i Serbi "e loro simili" sono "nostri fratelli nella fede (homopistoi)". E l'anno precedente l'eminente scrittore e statista Demetrio Cidone faceva riferimento ancora più esplicito  ai legami che univano i suoi compatrioti con gli Slavi dei Balcani. Si fidava poco, è vero, di un accordo militare con loro, e preferiva affidare le sue speranze a un'alleanza con le potenze latine. Tuttavia egli pure ammetteva che i Bulgari e i Serbi sono "popoli simili a noi, consacrati a Dio, che in molte occasioni hanno avuto molte cose in comune con noi". Questi tardivi sogni di salvare il Commonwealth bizantino con uno sforzo comune delle potenze cristiane dell'Europa sudorientale furono ben presto dissipati dalle vittorie turche nei Balcani. Nel 1393 la capitale bulgara cedette alle truppe del sultano. In due grandi battaglie i Serbi persero i resti del loro impero medievale. La loro sconfitta sulla Marizza nel 1371 pose fine all'esistenza indipendente del principato di Serres; e dopo la battaglia di Kosovo Polje (1389), che la tradizione posteriore doveva trasformare in poesia e mito, il principato serbo sett. divenne uno Stato vassallo del sultano. I suoi capi conservarono legami politici e culturali con Costantinopoli e, come mostra la loro investitura da parte dell'imperatore con l'alto titolo bizantino di despota, conservarono la loro fedeltà al capo del Commonwealth. Uno di loro, Giorgio Brankovic (1427-1456), visse tanto da vedere la più gran parte della regione occupata dai Turchi. La sua grande fortezza di Smederevo sul Danubio, l'ultima roccaforte dell'indipendenza serba, cadde nel 1459 davanti alle armate di Maometto II"

[Obolensky, "Il commonwealth bizantino", laterza, 1974 - pp. 366.367]

[sempre Costantinopoli]

[sempre Costantinopoli] Sempre il principe Obolensky: "Tuttavia in Russia, come negli altri paesi del Commonwealth, la ricca eredità di diffidenza politica accumulata e l'antipatia personale che i Bizantini così spesso ispiravano, impallidiva di fronte alla visione di quello che Bisanzio significava nella realtà della mente e dello spirito. L'immensità del debito che queste regioni dovevano alla sua civiltà era evidente dovunque. Religione e legge, letteratura e arte, testimoniavano che le nazioni est europee erano state ed erano ancora alunne della Roma d'Oriente. Fuori dell'Impero non c'era luogo dove fosse sentita in maniera più profonda e più ampia la riverenza per la città di Costantinopoli che nella Russia medievale. E in nessun posto fu manifestata in maniera così commovente come negli scritti dei pellegrini russi che vi si recavano nel tardo medioevo, la convinzione che questa città fosse la scaturigine della vera fede. Questa visione di Costantinopoli come la Nuova Gerusalemme [....]"

OBOLENSKY, "Il commonwealth bizantino", pp. 380-381, laterza 1974

 

[zar'grad] "[...] Quanto

[zar'grad] "[...] Quanto all'aureola di santità che la circondava, Costantinopoli poteva trovare concorrenza soltanto in Gerusalemme: in effetti, di essa si era pensato spesso come della Nuova Gerusalemme. I pellegrini e i viaggiatori est-europei che visitarono Costantinopoli nel Medioevo mostrarono, davanti al  numero delle sue reliquie e alla santità dei suoi santuari, la stessa allibita meraviglia e lo stesso religioso rispetto che rivelano nelle loro descrizioni della Terra Santa. Più di uno di loro si diffonde sulla bellezza mozzafiato della chiesa di Santa Sofia e sulla grazia del canto liturgico che vi risuona: "un canto", dichiarava Antonio, il futuro arcivescovo di Novgorod che visitò la città nel 1200, "come quello degli angeli". Nella sua e nelle altre relazioni che i pellegrini medievali russi ci hanno lasciato, cogliamo talora un'eco della stessa eccitazione con cui gli inviati di Vladimiro di Russia riferirono al loro sovrano le loro impressioni sul culto pubblico a Costantinopoli: "Non sapevamo se eravamo in cielo o sulla terra". Per le nazioni del commonwealth bizantino Costantinopoli non era soltanto "l'occhio della fede dei cristiani", ma anche "la città del desiderio del mondo"

OBOLENSKY, "Il commonwealth bizantino", pp. 413, laterza 1974

 

[francesco] e così, dopo una

[francesco] e così, dopo una sequenza magica, ispirata dai tuoi racconti della città dai tre nomi (Ronchey, Diehl, Ostrogorsky, Fermor, Obolensky) a breve andrò a studiarmi la "Storia della Russia" di Riasanovksy, sperando di chiudere qualche cerchio. E poi vedrò di tornare a Costantinopoli con due meraviglie - il poema epico "Digenes Akritas" e il capolavoro di Michele Psello, le Cronografie. http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Psello

magari, almeno del "Digenes", provo a scrivere - anche per sintetizzare tanti mesi [intervalli inclusi, si capisce] di meditazioni, congetture e ricerche :)

[Franchi]: Bene, il viaggio è

[Franchi]: Bene, il viaggio è cominciato. Manda notizie mentre prosegui lungo il percorso!

[riasanovksy] Questa

[riasanovksy] Questa l'interpretazione del "passaggio di consegne" da C. a Mosca dello storico russo: "[...] ma la dottrina più interessante - e che è stata oggetto di divergenti interpretazioni da parte degli studiosi - è quella di Mosca come Terza Roma. Il suo creatore fu un abate di Pskov a nome Filofej che nel 1510 indirizzò a Basilio III una lettera in cui parlava di tre Rome: la chiesa dell'antica Roma, caduta a causa di un'eresia, la chiesa di Costantinopoli, distrutta dagli infedeli, e infine la chiese del regno di Basilio III che, al pari del sole, avrebbe illuminato il mondo intero; inoltre, cadute le due Rome, Mosca, la terza Roma, sarebbe durata per sempre, perché non ce ne sarebbe stata una quarta. Non sono mancati studiosi che hanno sottolineato gli aspetti politici di tale dottrina, che recentemente e più volte è stata invocata quale riprova di un secolare imperialismo aggressivo russo. Sarà pertanto necessario sottolineare che Filofej pensava in primo luogo alla chiesa, non già allo stato, e che aveva di mira la preservazione della vera fede, non l'espansione politica. E comunque i sovrani moscoviti, per quanto attiene alla loro politica estera, mai sanzionarono la concezione di Mosca come Terza Roma e, come s'è detto, rimasero del tutto indifferenti alla prospettiva di un retaggio bizantino, ma ben decisi in parti tempo a recuperare l'eredità dei principi di Kiev" [Riasanovsky, "storia della russia", bompiani, MI, 2008, p. 132; ex Bompiani, 1989, da Oxford, 1984.]