PaginaUno, perché questo nome? Quando è nata la rivista, qual è la sua storia?
Pagina Uno: Il nome “PaginaUno” non è una scelta casuale. Indica lo spazio, all’interno di una forma narrativa, in cui avviene l’incontro tra chi legge e chi scrive. Ma non solo: nella prima pagina converge anche quell’indefinibile composizione di elementi creativi che nel caso dello scrittore viene definita ispirazione, e nel lettore assume l’emozione che dà l’aspettativa. Dietro la ‘pagina uno’ c’è quindi una dimensione invisibile, fondamentale nella definizione dell’Umano: tutto quel magma di pensieri, di emozioni e di sensazioni che precede la stesura del romanzo; l’intera fase progettuale che vi sta dietro; il lavoro di documentazione, di riflessione tematica e di impostazione, che in seguito confluiscono in una trama di senso compiuto, che si tratti di romanzo, di saggio o di articolo. In altri termini, la prima pagina è anche la linea di confine tra ciò che della scrittura resta invisibile e il suo risultato. La rivista nasce come idea nel 2006, con l’intento di creare uno spazio aperto a quegli scrittori che sentissero la necessità di parlare di politica e di società. Ancor più in anni come questi, in cui la narrativa ha perso peso e valore sia a livello sociale che letterario. E ci siamo messi al lavoro.
Converrai che gli obiettivi che vi siete posti fin dal primo numero con la presentazione della rivista sono molto ambiziosi anche se in larga parte condivisibili, puoi riassumere ai lettori che non hanno letto la presentazione qual è la vostra linea editoriale e quali i vostri punti fermi?
PU: Per rispondere a questa domanda occorre fare una premessa. Per noi una rivista letteraria non può che essere un progetto politico. Tutto ciò che ha a che vedere con il linguaggio e con il comportamento lo è. L’arte per l’arte per noi è una solenne impostura, il sogno del Principe: l’artista non impegnato. È una locuzione che rientra nella stessa dinamica, di matrice crociana, che teorizza una dicotomia tra un ‘Linguaggio della verità’ e un ‘Linguaggio della finzione’. Il primo è quello della scienza, dei giornali, della storia, mentre il secondo attiene all’arte. Il primo crea paradigmi e il secondo, attraverso un linguaggio più libero, meno monolitico, mira, per l’appunto, a mostrarne il suo carattere d’impostura. Tuttavia, osservato da vicino, il Linguaggio della verità, con la sua pretesa di essere il luogo dei valori, dei dogmi, di stabilire ciò che è importante e ciò che non lo è, chi vale e chi no – e premiando chi si attiene alle sue ricette – presenta una componente di finzione non minore di quanta ne contenga la letteratura. Si tratta di una verità autoreferenziale. Non c’è testo, pubblicato su PaginaUno – dalle analisi alle inchieste, dai racconti inediti alle varie rubriche – che non cerchi di dimostrarlo.
Il sottotitolo della rivista è “percorsi intellettuali”. Chi sono per voi in questa società gli intellettuali? E come si dovrebbero comportare davanti all’impoverimento culturale progressivo della nostra civiltà?
PU: Parlare di ‘percorsi intellettuali’ significa proprio legare elementi che, secondo una certa cultura accademica dominante, sarebbero incompatibili, e cioè logica a fantasia. Per capirci, potrei citare l’articolo più famoso di Pasolini, Il romanzo delle stragi: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere”. Eccetera eccetera... Ecco: per noi lo scrittore che non fa questo ogni volta che scrive ha drammaticamente (per la società) fallito nel proprio intento. È questa la logica con cui scriviamo gli articoli, con cui scegliamo quali racconti pubblicare tra quelli che i lettori ci spediscono, con cui decidiamo di recensire un romanzo o un saggio. In fondo, cos’è l’impoverimento culturale se non la disabitudine di un popolo a partecipare alla politica del proprio Paese. Se non la passiva accettazione dei modelli che gli vengono imposti dall’alto. Se non l’incapacità di mettere in crisi, attraverso la ragione operante, l’ideologia di regime. Questo vale ancora di più per la società italiana, per gestire la quale la politica da sempre ha instaurato una sorta di perenne strategia della tensione. In base a ciò si può capire quanto sia importante contrapporre una ‘letteratura della tensione’ che operi come controinformazione. In questo ‘gioco’ un ruolo importante potrebbero averlo narrativa e cinema. Il successo del libro Gomorra, da cui è nato anche un film importante, e de Il divo, potrebbero inaugurare un nuovo ciclo virtuoso. Anche se Venezia, con il successo di Pupi Avati, sembra avere mosso un nuovo passo indietro.
Sempre nella presentazione della rivista scrivi: “‘PaginaUno’ nasce anche con l’intenzione di affrontare tale questione e di ricoprire uno spazio critico e culturale rimasto vuoto ormai da tempo. E non perché in Italia manchino le riviste letterarie. Al contrario, ce ne sono e ne nascono. Bensì perché nella loro impostazione si nota il medesimo vizio delle pagine culturali dei quotidiani: l’adesione totale e mansueta, alle logiche di un mercato proiettato verso la riduzione della letteratura a mero strumento di intrattenimento. Un meccanismo che si riflette nel disimpegno generalizzato di cui si nutre il comune sentire nazionale.” Non sono d’accordo con il tuo giudizio. In Italia esistono centinaia di riviste letterarie ma non ci sono, almeno in questo periodo, uno o due riviste leader, riviste di riferimento e aderenti alle logiche di mercato. In realtà esistono una marea di testate underground che sono tutto fuorché mansuete al mercato editoriale. Riuscire a trovare il format giusto vorrebbe dire pubblicare una rivista con spirito underground ma con una distribuzione capillare e una tiratura notevole, sei d’accordo? E come riuscire nell’intento di costituire una rivista di questo genere?
PU: Qui bisogna nuovamente chiarire che cosa si intende per rivista letteraria. Io non ne ho ancora viste che trattino come complementari argomenti politici e questioni letterarie. Su PaginaUno le due cose si fondono perfettamente. Non basta il rifiuto conclamato di certa narrativa di mercato. Sono d’accordo nel dire che i primi conti vadano regolati all’interno del campo di potere letterario (e, quindi, editoriale). Tuttavia limitarsi a criticare il mercato editoriale non basta, perché questo non è un’isola circondata dal mare. È semmai parte integrante di un sistema culturale di cui la letteratura rappresenta un elemento di sovrastruttura. Cioè uno dei tanti produttori di un’ideologia che serve gli interessi dell’élite dominante. Non a caso le industrie editoriali e le catene di librerie sono in mano alle famiglie più ricche d’Italia; è normale che non abbiano interesse a produrre e a proporre libri che attacchino il sistema che loro stessi hanno interesse a mantenere inalterato. Si chiama Industria culturale ed è solo una parte, per quanto importante, del tutto. Ho l’impressione che in molte riviste, pur non mancando la volontà di abbattere gli attuali modelli editoriali, manchi proprio la consapevolezza del perché sia importante farlo. Stabilito ciò, noi pensiamo che, più che cercare una distribuzione capillare inaccessibile alla piccola editoria, sarebbe già molto importante che le piccole realtà editoriali esistenti si confrontassero a vicenda, che si leggessero, anche polemizzando tra loro. Si creerebbe così un circuito autoreferenziale non diverso da quello ufficiale. In modo da creare un passaparola che contribuirebbe a spostare la curiosità dei propri lettori anche verso le riviste ‘rivali’. Sarebbe salutare per la produzione di opinioni diverse da quelle imposte dal pensiero unico. Il che significa attaccare, per chi crede sia importante farlo, il capitalismo tout cour.
A proposito di distribuzione, PaginaUno non si affida ad un distributore vero e proprio ma cura la distribuzione autonomamente, come mai questa scelta? Non credi possa essere limitante per la diffusione della rivista?
PU: Lo è, infatti, ma non dipende dalla nostra volontà. Anche perché avere un distributore ci permetterebbe di ottimizzare gli ingressi quotidiani sul nostro sito. Non tutti i lettori amano acquistare libri o riviste online. Uno dei principali problemi della piccola editoria (e quindi per la controcultura in Italia) è proprio quello della promozione e della distribuzione. Un problema che diventa ancora più oneroso nel caso delle riviste. Oggi se non entri in Feltrinelli sei finito. Peccato che Feltrinelli stia tagliando gli spazi dedicati alle riviste. Questo darà una mazzata ai piccoli distributori e finirà per privilegiare una volta di più le testate più famose che ,pur vendendo poco, godono di una propria distribuzione o della potenza del loro marchio editoriale.
Per una rivista di nicchia, come sono quelle letterarie, internet rappresenta sicuramente una grande opportunità per farsi conoscere. Qual è il vostro atteggiamento verso questo mezzo?
PU: Noi abbiamo la tendenza a pubblicare online, all’uscita del nuovo numero, articoli tratti dai numeri precedenti. Anche per permettere al lettore di farsi un’idea chiara di chi siamo e di che cosa facciamo. Naturalmente per noi è importante diffondere le nostre analisi e il nostro pensiero riguardo ai modelli sociali imperanti. Crediamo che il web in questo senso sia l’unico spiraglio di libertà rimasto, oltre che l’unica possibilità di ‘incontrarsi’ per chi voglia costruire alternative di lotta. Inoltre, come dicevo prima, il lettore ha la possibilità di acquistare copie per via telematica. Guai se non ci fosse.
Ogni numero della rivista viene presentato in libreria, quale valore date alle presentazioni? Credete possano essere un buon modo per farsi conoscere ai lettori? Ci racconti di una presentazione particolarmente riuscita e di una naufragata.
PU: Crediamo sia una cosa da fare. Le presentazioni in libreria, senza la presenza di personalità note al grande pubblico, non richiamano gente. In una battuta si può dire che il servilismo verso le grandi marche sia congenito agli italiani anche per quanto riguarda la letteratura. Tuttavia non è una buona ragione per non continuare a farle. Ma non ci sono capitate in proposito situazioni memorabili. Nel bene o nel male. Ogni tanto sono nate buone discussioni, altre meno. Tutto qui.
Organizzate anche corsi di scrittura creativa, molti letterati credono che i corsi di scrittura siano solo un modo per fare cassa e che non servano a nulla, credete sia davvero possibile insegnare ai partecipanti a scrivere attraverso corsi ideati a tavolino?
PU: La scuola di scrittura, anche se porta lo stesso nome, non c’entra con la rivista, è il mio lavoro. Ci vivo, non è un modo di fare cassa. Diciamo che è un’attività che svolgo con grande passione, che non mi stanca mai e che mi permette di parlare di ciò che mi piace. Dire che i corsi di scrittura siano inutili, senza creare distinzione, non è esatto. Anch’io credo che in molti casi siano un modo di integrare un altro stipendio, per chi li tiene. Ci sono cicli di seminari che vengono spacciati per corsi di scrittura, ma qui starebbe alla coscienza di chi li organizza definirli con un altro nome. Esistono comunque modi per fiutare l’imbroglio. Per esempio i corsi così, volanti, servono a ben poco. Come anche i corsi troppo affollati. Quindici credo sia il numero massimo di allievi per chi vuole seguirli seriamente. Ecco, già un corso a numero chiuso può essere garanzia di onestà da parte di chi li tiene. Un altro aspetto importante per una scuola consiste nel creare una continuità di rapporto con gli aspiranti scrittori. Che non li abbandoni, cioè, dopo un numero finito di lezioni. Che abbia un programma di lavoro progressivo. I risultati possono arrivare anche dopo qualche anno. Si sa, scrivere non è solo questione di talento. Ci sta dietro il pensiero, una visione matura della società in cui si vive. Senza questo si hanno quegli scrittori che noi non vorremmo mai vedere sugli scaffali e che sono la maggioranza. La rivista è anche, certamente, una possibilità, per chi lo merita (questo oramai ai miei allievi è ben chiaro), di pubblicare racconti. Ritengo sia importante come palestra. In più dà loro un primo obiettivo da raggiungere. Sul fatto che si possa insegnare a qualcuno come si scrive un racconto o un romanzo, da quando dirigo la rivista ne sono ancora più convinto. La maggior parte degli elaborati che arrivano in redazione evidenziano una desolante mancanza di conoscenze delle più elementari forme della narrazione. Anche in soggetti dotati di una certa facilità di scrittura. Niente che non si possa curare con un buon corso. Non so, forse è proprio perché io non sono un letterato che considero indispensabile, per chi vuole scrivere, la partecipazione a una scuola di scrittura.
Qual è il vostro bilancio dopo due anni di vita e nove numeri pubblicati? Soddisfazioni, delusioni, rimpianti…
PU: Positivo, decisamente. Tra le delusioni, qualche collaboratore perso per strada. In compenso lavoro insieme a persone molto in gamba e umanamente straordinarie; persone che altrimenti non avrei mai conosciuto. E già questo rende la rivista una delle esperienze più importanti della mia vita. Chiudesse anche domani.
Intervista originariamente pubblicata su www.good-morning.it
Approfondimenti: http://www.rivistapaginauno.it/
Commenti
Francesco, ave
devo risistemare il pezzo: titolo incluso. Non linkarlo, per ora (è fuori format, deka min)
done!
Intervista davvero ricca di spunti.
Ci sarebbero molti passaggi da commentare e discutere, segnalo quelli a mio giudizio più significativi
*
per noi una rivista letteraria non può che essere un progetto politico. Tutto ciò che ha a che vedere con il linguaggio e con il comportamento lo è. L?arte per l?arte per noi è una solenne impostura, il sogno del Principe: l?artista non impegnato.
*
considero indispensabile, per chi vuole scrivere, la partecipazione a una scuola di scrittura.
Ne avevamo già discusso tempo fa dei corsi di scrittura, credo che questa dichiarazione di Pozzi sia importante, Fare una dichiarazione di questo genere può portare critiche e dissenso.
*
E la frase finale "Chiudesse anche domani."
Segnalo a Pozzi e chiedo di intervenire, se avete domande fate pure.
Qui il dibattito sui corsi di scrittura:
http://lankelot.eu/index.php/2007/09/10/cilento-antonella-intervista/
e qui i libri di lupi sull'argomento:
http://lankelot.eu/?p=1808 (quasi quasi)
http://lankelot.eu/index.php/2007/05/18/lupi-nemici-miei-consigli-utili-...
(nemici miei)
Va be', sulle scuole di scrittura io non ho più fiato: quando spunta fuori l'ennesimo genio che ne tiene uno scatta una risata ormai sfiatata, asmatica, e finisce là. Che vuoi che ti dica: c'è gente che vende aspirapolveri a chi ne ha altri due in casa, normale che ci sia chi vende tecniche di scrittura. L'umanità è demenziale quindi no problem. Questo è niente - anzi, fa colore, fa ridere, è bello. Sì, è bello. Altro che recessione:)
*
Quanto al "chiudesse anche domani", è una bella frase.
Vuol dire che l'editore-autore è realizzato, o si sente realizzato. Fantastico. Cosa c'è di meglio che sentirsi realizzati? E' una splendida clausola.
*
Quanto alla politica, eh. Scrive " Tutto ciò che ha a che vedere con il linguaggio e con il comportamento lo è".
Con questa prospettiva, facendo qualche esperimento...
sostituire "letteratura" con: "amore", "amicizia", "etica": niente muta. Se uno ha il chiodo della politica, la vedrà ovunque: anche nella tecnica per cagare la domenica mattina, quando non sente la sveglia. Non sembra ma c'è una strategia anche in questo. Non ci vedo niente di sbagliato.
Non so se ti è mai capitata per mano una copia della rivista però è davvero ben fatto e si capisce che c'è un serio progetto culturale dietro, basta leggere la presentazione sul sito.
Dagli articoli pubblicati si capisce che la rivista sta politicamente a sinistri, peccato solo per il fatto dei corsi di scrittura anche se Pozzi ha avuto l'onesta di ammettere:
Ci vivo, non è un modo di fare cassa.
*
Poi è bene distinguere il lavoro della rivista da quello della scuola di scrittura chè come ha detto Pozzi:
La scuola di scrittura, anche se porta lo stesso nome, non c?entra con la rivista, è il mio lavoro.
Non ancora, ma leggerò molto, molto volentieri. Almeno una volta leggo tutto, sempre.
Quanto alla sinistra, dipende ormai cosa intendono: quale sinistra? Extraparlamentare? Extraparlamentare d'accatto? Istituzionale veltroniana (ahaha)? Destra scorata dal pentapartito che si spaccia per destra? Mica è facile:).
*
"Ci vive" ma non ci fa cassa? Beh, io come secondo lavoro potrei fare l'editore a pagamento. Diventerei milionario. Non lo faccio.
Ognuno ha la sua etica. Io sono contento di essere un bravo ragazzo, non prendo per il culo nessuno e i consigli li do gratis. Con tutto che lavoro per editori non di serie b, c o d.
*
Tutto qua:).
Lunga vita alla letteratura, non all'editoria.
Ci tengo a lasciare qui una traccia perché ho avuto alcuni scambi con Walter Pozzi, in passato. Non entro nel merito della politica e dei corsi di scrittura (questi o altri)ma posso dire che senza conoscermi, senza avermi mai vista, ha letto alcuni stralci che avevo scritto, mi ha ha fatto osservazioni su un racconto in particolare e alla fine è anche stato pubblicato. Io ci ho sentito molta passione per la letteratura, nel suo approccio, molta voglia di scoprire, curiosare, annegare tra parole traballanti (come potevano essere le mie) ma che comunque ha ascoltato e non è per nulla scontato. Anzi. Mi ha dato spunti interessanti, angolazioni e ripeto, senza che questo implicasse nulla, io potevo essere chiunque, poteva anche non uscirne nulla, eppure si è messo in gioco. Mi ha ascoltata e queste sono 'cose' che non si dimenticano.
Barbara
un'intervista a Pozzi scrittore:
http://www.scritturacreativa.com/interviste-a-scrittori/walter-pozzi/
avevo cercato su tranchida, che è stato editore di Pozzi, qualche informazione in più, ma non c'è (o sono stato un incapace io, eh). comunque si trovano varie cose in rete, così, per dare uno sguardo ulteriore a questo autore.
sull'intervista arrivo poi.