Rivali Alessandro

La caduta di Bisanzio. Intervista ad Alessandro Rivali

Autore: 
Rivali Alessandro

Patrizia Garofalo intervista Alessandro Rivali, il giovane poeta della "Caduta di Bisanzio".

Alessandro, quali sono stati i libri più importanti per la tua formazione?

Dividerei i libri secondo le principali tappe del mio percorso biografico. I primi anni della formazione a Genova, gli studi universitari a Milano e, sempre in questa città, gli incontri legati con il lavoro editoriale. Partiamo da Genova. I libri del cuore sono stati quelli legati alla grande tradizione ligure del ‘900: Pianissimo di Sbarbaro, Ossi di seppia, Le occasioni e la Bufera di Montale, le Lettere di crociera di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (prosa lirica scoperta in una notte nel porticciolo di Camogli), ma soprattutto le opere di Giorgio Caproni, in particolare le poesie dedicate espressamente ai luoghi della mia città: Stanze della funicolare, L’ascensore, Litania. Caproni è stato davvero fondamentale: da lui ho imparato (l’ultimo Caproni, quel del Franco cacciatore o del Conte di Kevenhuller, per esempio) l’idea di un “libro” di poesia da considerare come un unicum che ritorna ossessivamente su un tema, e non come una “raccolta” di testi di natura più o meno disparata. In questo senso è stato fulminante anche Il viaggio terrestre e celeste di Simone Martini di Mario Luzi. A questi titoli aggiungerei poi, come un basso continuo, le opere di Ungaretti, che ho sempre sentito particolarmente vicino, L’Allegria e, ancora di più, Il dolore.
Il tempo di Milano: ci furono due eventi decisivi, l’incontro con il poeta Giampiero Neri e quello con la rivista Atelier. Ho conosciuto Neri durante una sua lettura al Centro Culturale di Milano nel 1998. Era uscito da poco il suo Teatro Naturale. Rimasi colpito dai suoi temi: la memoria, la guerra, la storia, la volontà di fissare il tempo in cammei quasi perfetti, la scrittura così esatta. Gli chiesi di regalarmi l’autografo di una poesia (“Quella casa isolata / quasi nel centro del paese…” che diventò poi la quarta di copertina di Armi e mestieri), lui m’invitò a casa sua e nacque una forte amicizia che dura tuttora (le domeniche mattina in piazzale Libia..). Ricordo uno dei suoi primissimi insegnamenti: “In poesia non si perdona niente, non puoi sbagliare neppure un verso”… ho imparato molto dalle sue conversazioni, in particolare l’attenzione al singolo verso e una certa essenzialità nel dettato. Fu poi lui a suggerirmi due letture “assolute”: Melville e Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, che resta forse il mio romanzo preferito (il sogno epico, ancora il tema dello scontro, il destino tragico del suo autore, le visioni quasi dantesche delle Langhe d’inverno).
Stefano Raimondi, amico libraio dell’università e ottimo poeta, mi aiutò a pubblicare le prime poesie su Atelier, che leggevo durante le pause del lavoro per la tesi nella Sala Teresiana della Biblioteca Braidense. Conobbi una serie di ragazzi più o meno coetanei che stavano iniziando a scrivere o a pubblicare: Marco Merlin, Federico Italiano, Riccardo Ielmini, Davide Brullo, Simone Cattaneo, Tiziana Cera Rosco, Massimo Gezzi ecc. Incontrare le loro prove, i primi tentativi, fu un incoraggiamento e una sfida. Tra le opere di autori già affermati invece mi colpirono La polvere e il fuoco (“Le ultime parole di Plinio” più di tutto) di Roberto Mussapi e Biografia sommaria di Milo de Angelis.
Negli ultimi anni sto approfondendo invece la figura di Ezra Pound. Credo che il cantiere dei Cantos sia il tentativo più alto di poesia del ‘900. So che forse è la storia di un fallimento, lui stesso negli ultimi giorni era così dubbioso sulla sua portata, ma rimane un volo altissimo. Volo alto e tragico. È un enorme braciere dove si rincorrono i segmenti di mille vite e il sogno di costruire una nuova Commedia dopo Dante. Di inserire tutta la civiltà in un poema. Sono molto interessato al tema epico, inusuale in Italia e invece più praticato all’estero (Walcott, Charles Wright, Murray). Fino ad ora ho citato opere letterarie, ma nella mia ricerca amo attingere spesso alle fonti di natura storica. Lettere, diari, cronache antiche, resoconti di viaggi e saggi a cavallo tra la storia e la letteratura o sull’immaginario di fronte alla catastrofe bellica (La grande guerra e la memoria moderna di Paul Fussell, Terra di nessuno di Eric Leed, Il volto della battaglia di John Keegan, Le seduzioni della guerra di Joanna Bourke).
 
Da quando non leggi un contemporaneo emozionandoti per la sua qualità e la sua intelligenza?
 
Dalla domanda intuisco una venatura polemica verso i contemporanei… Amo invece riflettere in positivo. Senza dubbio mi ha emozionato di recente il poemetto La Veneziana di Mussapi (contenuta ne La stoffa dell’ombra e delle cose), alcune poesie di Contemplazioni meccaniche e pneumatiche di Bacchini, gli Annali di Davide Brullo, Il privilegio della vita di Riccardo Ielmini, Il profitto domestico di Antonio Riccardi, in genere tutte le opere di Paolo Fabrizio Iacuzzi e in particolare Jacquerie.
 
C’è un nesso che unisce “Riviera di sangue” a “ La caduta di Bisanzio”?
 
Sì, molto forte: la storia. L’inizio di una scrittura è sempre un mistero. Si è come chiamati da qualcosa di invisibile. La mia vocazione è la storia. Il punto di partenza sono stati i racconti famigliari degli anni della guerra. Sia la famiglia di mio padre sia quella di mia madre hanno sofferto in presa diretta la seconda guerra mondiale (una casa bruciata, un nonno morto in un bombardamento, uno zio rastrellato, mio padre bambino salvato in extremis dalla deportazione in Germania o dalla fucilazione). Questi racconti si sono stratificati a fondo e sono poi riemersi in una rielaborazione tutta particolare in poesia. Il primo testo della Riviera del sangue riguarda il piccolo cimitero di Rovereto di Gavi (i nonni paterni sono sepolti in quel luogo). Un luogo “sacro” per le vicende famigliari, poi la narrazione da singolare ha iniziato a divenire collettiva, il destino di una famiglia diveniva il destino di tutti, così nasceva l’impianto del poemetto che chiude la Riviera del sangue (un titolo che mi è molto caro: è tratto dal XII canto dell’inferno, il sangue è la storia, la riviera è il mio “luogo” per eccellenza). Un testo che è diventato il trampolino di lancio per un viaggio “totale” nella storia, dalle città millenarie perdute nelle sabbie (Persepoli, Ecbatana, Timbuctù) sino a quelle distrutte da un potenziale collasso nucleare. Il viaggio intrapreso con La caduta di Bisanzio. Nella Riviera forse erano in potenza i temi passati in rassegna più dettagliatamente in Bisanzio: il male (il drago perenne), il fine della storia, il Dopo, la pietas per i perduti e così via.
 
Si evince dal tuo linguaggio un grande patrimonio letterario. Il tuo ultimo lavoro è un romanzo epico, un viaggio nel mondo delle civiltà e della loro disfatta, è quindi la storia dell’uomo in ogni tempo?
 
Direi proprio di sì. Il protagonista di Bisanzio è un viator che passa per molto fuoco e molte civiltà. È un uomo carico di ferite e lebbra come Giobbe, che non vuole però rassegnarsi all’orrore, alla storia intesa come il rosso ceppo del carnefice, ma che continua a sognare e a sperare. Che ha sempre sete di Atlantide, della nuova Gerusalemme, della città nuova senza più lacrime o bruciature. L’uomo che nonostante la guerra perenne non vuole rinunciare alla misericordia e alla contemplazione.
 
Mi sembra la tua, una visione della storia che “non insegna” ma Bisanzio ricorda il primo scontro tra Oriente e Occidente, è casuale questo incipit?
 
Ho scelto Bisanzio perché è una città dalle mille suggestioni. È la città del tramonto perpetuo, ha sempre avuto qualcosa di magico. Un crocevia di popoli e misteri. Certo, un ponte (o una barriera?) per l’Oriente. Quando cadde Costantinopoli, il 29 maggio 1453, sembrò una totale apocalisse. Le cronache di quell’assedio sono qualcosa di sconcertante. Ci possono essere senza dubbio collegamenti con l’oggi, ma quello che a me interessa a fondo è il tema dello scontro con il Nemico, con l’ignoto, con il diverso, indipendentemente dalla cronaca odierna.
Nella poesia faccio spesso riferimenti alla storia militare, credo sia un osservatorio privilegiato per sondare il cuore dell’uomo. L’uomo di fronte alla morte è posto davanti a una luce frontale. Non è più luogo per la finzione, ma solo per la verità. Cadono tutte le maschere…
 
Nel sottotitolo alla recensione ho citato Munch, adesso posso dirti che a libro finito ho sentito scendere un grande silenzio, il silenzio è attesa di un’altra parola, luogo di riflessione, pagina bianca, smarrimento… cosa?
 
Il silenzio è uno dei grandi beni perduti del nostro tempo, diventato così rapido e dalle relazioni così frammentate. La poesia, pur così dimenticata e totalmente ai margini della realtà editoriale, resta una grande occasione di libertà e riflessione personale. Forse proprio perché intorno a essa non ci sono interessi economici… Certo, la poesia nella civiltà dell’immagine, del “tutto e subito”, richiede un’attenzione “assoluta”, un silenzio interiore vertiginoso, ma è una fatica davvero molto feconda. Anche la poesia (ma in generale, la grande letteratura) più tragica e spaesante ci fa più umani e sensibili. Penso adesso ai Racconti di Kolyma di Salamov: si resta spiazzati di fronte all’orrore dei gulag, al totale imbarbarimento, ma a libro chiuso si prova una grande misericordia per l’Uomo. Si continua a scandire nella mente: “Mai più, mai più, mai più…”.
 
I tuoi versi rimandano anche alla pittura di Caravaggio sia nei colori che suggeriscono che nei contrasti costanti tra vita e morte, orrore e pietas, realtà e “altrove”. Ti ritrovi in questa che è solo una delle tanti possibili ipotesi di lettura ?
 
Adoro Caravaggio e nella domanda c’è tutta la risposta: sì sono molto attirato dal continuo dialogo tra luce e ombra.
 
Che valore la poesia rappresenta nella tua vita e nelle tue aspirazioni?
 
È un monito, un alt imperioso, a non farmi travolgere dal quotidiano. A riflettere e contemplare. A soppesare le cose, a guardarle sotto una luce diversa. È una continua chiamata a interrogarmi sul senso delle cose, sulla Macrostoria così intimamente legata al destino di ciascuno. È un invito a non dare nulla per scontato, a non vivere in superficie.
 
“La caduta di Bisanzio” è silloge nata da qualche avvenimento particolare?
 
Direi di no. Avevo scritto nella Riviera già di un assedio e quindi l’idea complessiva era un “virus” che circolava già nel sangue… la lettura dei due volumi della Fondazione Valla dedicata alla Caduta di Costantinopoli sono stati un prezioso serbatoio di immagini. Ricordo però con esattezza il momento in cui decisi che il secondo libro avrebbe avuto come asse portante la città di Bisanzio: erano i primi giorni di settembre del 2005 e mi trovavo nei dintorni di Sarzana per un convegno. Il luogo era molto suggestivo: il monastero carmelitano di Santa Croce a Bocca di Magra. Il ritorno in Liguria, lo scenario del mare credo mi abbiano distratto dai lavori del convegno portandomi a sognare il nuovo libro…
 
Quale è la tua visione e il tuo giudizio delle case editrici di poesia contemporanee? Quali sono rimaste credibili ed attendibili, e quali hanno la migliore selezione, a tuo parere, dei contemporanei viventi?
 
La realtà non è certo incoraggiante, specie se si pensa a quanto succedeva negli anni Settanta. La legge del mercato è spietata: la poesia non vende, anche perché non fa notizia (in realtà se ne parlasse di più credo che in molti tornerebbero ad ascoltarla). Garzanti che ebbe una collana prestigiosissima è boccheggiante e pubblica un titolo l’anno e non certo di esordienti, Guanda, altra collana storica, sembra aver tirato i remi in barca, lo Specchio mondadoriano rimane il principale punto di riferimento, anche se mi sembra che pubblichi senza rischi particolari, concedendosi ad autori già consolidati... Fa un discreto scouting la Bianca di Einaudi (con risultati molto alterni), c’è una buona attenzione da parte di editori come Crocetti (comunque meritorio per tutto quello che fa con la rivista Poesia), le collana di Atelier curata da Marco Merlin, o quella di Marietti curata da Davide Rondoni, il piccolo e pregiato Raffaelli di Rimini, interessanti titoli sono usciti da Aragno, io poi sono davvero molto contento di essere approdato alla Jaca Book.
 

Grazie Alessandro, grazie tanto e da parte di tutti.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Alessandro Rivali (Genova 1977), poeta e giornalista italiano.

Alessandro Rivali, La caduta di Bisanzio, collezione “I Poeti” n° 39, Jaca Book, Milano 2010, pp. 134, € 14
 
Per approfondire: RIVALI in Lankelot.

Patrizia Garofalo, settembre 2010
ISBN/EAN: 
9788816520394

Commenti

[rivali] Patrizia Garofalo

[rivali] Patrizia Garofalo intervista Alessandro Rivali, il giovane poeta della "Caduta di Bisanzio".

[rivali] bellissima

[rivali] bellissima intervista, patrizia. Finalmente un poeta italiano contemporaneo che sa raccontarci lo scenario editoriale con precisione, e con la dovuta selezione. Applausi per Rivali (e complimenti per la sua formazione, e per tutti i nomi che ha speso. Questa sì che è grande coscienza).

grazie davvero.

[rivali-ceccardo] Rivali ha

[rivali-ceccardo] Rivali ha segnalato un artista che personalmente non avevo mai sentito nominare: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Qualche spunto per avvicinarlo: http://it.wikipedia.org/wiki/Ceccardo_Roccatagliata_Ceccardi

[Rivali] Intervista e

[Rivali] Intervista e segnalazione molto interessanti.

Un invito, forse mi sbaglio, ma non mi sembra che nessuno abbia recensito i Cantos. Io non sono proprio in grado di farlo ma mi piacerebbe trovare una recensione. 

[rivali] ad Alessandro grazie

[rivali] ad Alessandro grazie della disponibilità e a tutti voi grazie dell'ospitalità. Il poeta  Rivali mi ha colpito fin dal primo libro e spero di conoscerlo presto. Vibra in tutti i suoi versi senza mai cedere, un'energia fortissima e magmatica.

(Rivali): Nasce la curiosità!

(Rivali): Nasce la curiosità! Bella intervista, domande e risposte intelligenti. Splendido qui:


"Nella poesia faccio spesso riferimenti alla storia militare, credo sia un osservatorio privilegiato per sondare il cuore dell’uomo. L’uomo di fronte alla morte è posto davanti a una luce frontale. Non è più luogo per la finzione, ma solo per la verità. Cadono tutte le maschere…"