“All’improvviso e per sempre” è una lunga lettera. Unica voce narrante quella di Daniel Vento, uomo poco più che cinquantenne. Egli desidera raccontarsi, con totale sincerità, ad un interlocutore di cui si scopre l’identità solo al termine del libro. A lui Daniel scrive e descrive, passo dopo passo, ogni evento della sua esistenza.
Tutto ha inizio nell’ultimo giorno di agosto di molti anni prima. Il giorno in cui Padre Fabrizio trova Daniel, piccolissimo ed abbandonato, davanti alla Chiesa di San Giuda Apostolo [Patrono dei casi disperati, ndr]. Daniel ha un’età imprecisata. Trascorre l’infanzia in orfanotrofio. Bimbo irrequieto, difficile e presuntuoso, in competizione eterna con Marco, uno degli altri orfani. Arriva poi la fuga in una notte d’inverno. Un viaggio di pochi giorni in un treno merci come invisibile e l’arrivo in una città sconosciuta e lontana. Viene accolto, per caso, nel gruppo dei Grufus: Giovani Ragazzi Urbani Forti Uniti e Soli. Ragazzini, più o meno come Daniel, che vivono di espedienti e micro-furti. Daniel diventa uno di loro ma la sua avventura nei Grufus termina con l’arresto e la detenzione in un carcere minorile. Scontata la pena, seppur vergine e totalmente inesperto, si offre come gigolò. Anni di donne e incontri, di protezione e malizia. Poi un ennesimo evento drammatico, una nuova detenzione e un’altra fuga. Altrove, fuori da un posto senza nome (non c’è mai alcun riferimento spaziale nel libro). Una donna, quella buona stavolta. Il matrimonio e un figlio. La perfezione, almeno sembra. Ma no, non durerà. C’è sempre la sventura appostata dietro l’angolo: tragedia e morte. La deriva del dolore che genera dipendenza dall’alcol, dalle droghe. Proprio quello che mancava. Il ritorno al passato ha le facce della vecchia amica Isabel e del vecchio amico Alfredo. Entrambi portatori di verità fino a quel punto ignorate ed incredibili.
La vita di Daniel è un’altalena di vicende sorprendenti e troppo spesso tragiche. Una catena lunghissima di accadimenti che proclamano il perenne trionfo del fato, nonostante tutto. Un destino incalzante ed invadente capace di stravolgere ogni progetto e devastare ogni piano. Daniel sembra vittima della sua stessa vita: non è un eroe, non è un santo. Sbaglia, cade, si risolleva, torna a sbagliare e ricomincia. A volte è quello stesso destino, tanto spietato e cieco in certe occasioni, a decidere però di rendergli indietro un po’ di felicità.
Danilo Rinella è al suo primo romanzo ed è uno scrittore molto giovane. In “All’improvviso e per sempre” c’è tutta la sua inesperienza. E’ uno scrivere acerbo, verde e non raffinato. Uno stile che richiede sfoltimento e sintesi. Occorre liberarlo dalle scorie di percorsi di parole già letti, già previsti, già inflazionati. L’originalità passa attraverso altre strade quelle che, comunque, Rinella ha tutte le capacità di tracciare.
Il susseguirsi tanto precipitoso di accadimenti, descritti con tale enfasi e tale pathos, non permette un reale momento di profondità perché si è troppo impegnati a rimanere in superficie e a rincorrere Daniel.
All’interno del tessuto del libro, di tanto in tanto, Rinella innesta delle poesie. Ammetto di sentire molto l’argomento e, in onestà, non ho gradito. Leggere versi del genere:
Ho paura del buio ma spengo la luce
Perché so che in fondo quel buio mi piace
l’occhio nel buio riesce a vedere
ciò che alla luce non riesce a notare
mi ha leggermente spiazzata. E’ una canzone? Forse un rap? Non lo escludo. Ma temo che la poesia sia altro. E si ripropone la stessa esigenza di sopra: necessità di crescita letteraria. Mancano, immagino, certe letture e certe esperienze. Questione di tempo e di studio. Rinella può crescere.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Danilo Rinella nasce a Palermo il 3 ottobre del 1981 e dopo essersi laureato in Lingue Moderne per il Web alla Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Palermo. Ha vissuto a Londra, lavorando in una nota catena di ristorazione e poi a Valencia, lavorando in una scuola di lingue. Conserva ed asseconda sin dai tempi adolescenziali la propria passione per la scrittura e per la poesia, passioni che lo hanno portato alla stesura di due romanzi e di una raccolta di versi. “All’improvviso e per sempre” è il suo romanzo d’esordio.
Pagine Internet su Danilo Rinella: Facebook
Danilo Rinella, “All’improvviso e per sempre”, Smasher, Barcellona Pozzo di Gotto (ME), 2010.
(monnalisa, luglio 2010)
Commenti
[rinella] monna lisa scrive:
[rinella] monna lisa scrive: “All’improvviso e per sempre” è una lunga lettera. Unica voce narrante quella di Daniel Vento, uomo poco più che cinquantenne. Egli desidera raccontarsi, con totale sincerità, ad un interlocutore di cui si scopre l’identità solo al termine del libro. A lui Daniel scrive e descrive, passo dopo passo, ogni evento della sua esistenza.
[smasher] per scoprire l'ass
[smasher] per scoprire l'ass cult SMASHER, http://www.edizionismasher.it/
Ieri ho ricevuto una e-mail
Ieri ho ricevuto una e-mail di un amico, ne cito una parte: "oh, ma che avete fatto a quelli di lankelot? l'unica cosa che non è stata scritta esplicitamente è che il libro fa schifo... mamma mia che recensione, da stroncare l'entusiasmo pure al più grande scrittore!". Così, incuriosita, sono andata a leggere. Azione che ho ripetuto una decina di volte. Poi ho chiuso, poi riaperto e riletto e richiuso. E ho lasciato che sedimentasse il suo senso dentro di me.
Stamattina ho riaperto e riletto. E ho deciso di scrivere un commento, perché io lavoro spesso con la testa, ma anche con la pancia (=istinto).
Dell'articolo, ne apprezzo (sinceramente) la schiettezza: monnalisa dimostra di non essere affatto (per fortuna! E ce ne fossero come lei!) una mercenaria di recensioni. E non solo perché non le abbiamo commissionato una recensione, quindi non l'abbiamo pagata (ovvio!), e non solo perché le abbiamo inviato una copia omaggio senza aspettarci chissà cosa, ma soprattutto perché ha scritto ciò che pensava, in maniera chiara e quasi diretta.
Ma, pur apprezzandone la schiettezza e la genuinità, dopo il riassunto del libro e un commento personale che non fa una piega (mica tutti i libri possono piacere!), non ne comprendo alcuni tratti finali. Negli anni, al di là delle Edizioni Smasher, mi sono occupata di tantissimi libri (il "tantissimi" deve essere relazionato alla mie età ovviamente).
Pertanto, penso di poter affermare di conoscere un campione tutto sommato ampio che mi permette di delineare il mio personale concetto di "bello letterario". Le Edizioni Smasher pubblicano l'eccellenza, sempre e comunque. Perché sono nate per questo, non per fare soldi. Non voglio contrapporre necessariamente il nostro concetto di "un bel libro" - relativamente a quello di Rinella e agli altri da noi pubblicati - al concetto di monnalisa di scrittura acerba e così via... Ma ciò che, invece, mi ha in qualche modo lasciato profondamente perplessa è rappresentato dalle affermazioni non di merito ma di senso relativamente allo scrittore ("[...] necessità di crescita letteraria. Mancano, immagino, certe letture e certe esperienze. Questione di tempo e di studio. Rinella può crescere"). Potrei offendere qualcuno per strada, ma non per questo mia madre non ha tentato di darmi un'educazione... per fare un esempio. Rinella potrebbe aver letto tantissimi libri e non applicarne la bellezza letteraria, giusto per farne un altro al quale comunque non credo affatto. Ma come è possibile affermare che non abbia letto certe letture o fatto certe esperienze, quando non lo si conosce?
Scendo in dettaglio, altrimenti sembra una circumnavigazione di parole, senza arrivare al cuore del motivo per il quale scrivo questo commento.
Porre certe affermazioni su Danilo Rinella, per quanto giovane e alla sua prima esperienza letteraria, risulta (ai miei occhi e al mio senso) non solo esplicitamente cattivo, ma anche di pessimo gusto. Uso la stessa franchezza di monnalisa. Riscontro sul finire un implicito compiacimento nel sottolineare cose che in realtà neppure si conoscono.
Ho sempre stimato Lankelot (al quale sono "legata" come visitatrice da anni ormai per via di Franchi, per il quale ho curato - giusto per citare - la strutturazione editoriale [non concettuale] di DISORDER). Continuo a stimarlo, così come - se tornassi indietro - invierei una copia omaggio a monnalisa per una recensione, ma raccomandandole con un sincero sorriso: "dica tutto ciò che pensa, in positivo e in negativo, dica anche che il libro non le piace, ma non offenda gratuitamente lo scrittore".
Per la Smasher i libri hanno una storia, un autore, una vita, non sono solo fatti di copertine, prezzi, editing e codice a barre. Noi i libri li viviamo, li ASCOLTIAMO, così intensamente che ciò che avviene all'Autore avviene in qualche modo a noi. Questo mi ha insegnato la storia della Smasher, dal 2004 (quando è stata fondata) e dal 2007 (quando sono state fondate le edizioni smasher).
Questo commento arriva senza la mia voce, il mio volto e il mio tono, quindi sono consapevole che verrà modellato da chi lo legge. Per questo preciso che non intendo offendere il lavoro di alcuno (semmai lodarlo). Ma, essendo stata anch'io autrice prima di editrice, so ciò che si può provare leggendo alcune cose... In chiosa, perfetta la recensione (anche quando si fa capire che il libro non piace...), ma labbra in giù rispetto alle affermazioni sulla preparazione di Rinella... Perché è come se io dicessi che monnalisa ha letto milioni e milioni di pagine, ma si è limitata a sfogliarle, riassuntarle senza essere capace di SENTIRLE... Non lo affermo, per almeno due motivi: 1) non lo so e non la conosco; 2) spero sempre che in ogni redattore di recensione ci sia una sensisibilità letteraria, che non equivale a capacità di lettura e di memorizzazione della trama.
Grazie, un caro saluto e buon lavoro.
Giulia Carmen Fasolo
P.S. invierò a Monnalisa altre copie omaggio, a suggellarle il fatto che il mio commento non è di astio o un atto di censura del libero pensiero... ;-)
[giulia fasolo] buongiorno
[giulia fasolo] buongiorno Giulia, ben ritrovata intanto, e grazie per questo tuo lungo intervento. In tutta onestà, non capisco bene il senso della mail del tuo amico: l'articolo di Monnalisa è onesto, equilibrato e pieno di informazioni. Come se non bastasse, include qualche nota relativa alle sue sensazioni in merito alle prospettive dell'autore: quando si sofferma sulle cose che non vanno (si chiama pur sempre "critica letteraria", e non "arte dell'incoraggiamento), spiega in sostanza i difetti classici delle opere prime; pleonasmi, eccessi, ridondanze, ingenuità. Ho letto abbastanza stroncature, negli anni, per sapere riconoscere quelle assolute e gratuite e quelle invece meditate e oneste. Questa - ocio - non è una stroncatura. Altrimenti l'ordine delle informazioni sarebbe stato rovesciato. Prima "ciò che non va", poi "la storia".
Normale che tu - come editrice - possa non approvare tutti i suoi rilievi: altrimenti non avresti pubblicato l'autore, no? Altrettanto normale che lei, come lettrice, scriva con semplicità e onestà e competenza, e senza condizionamenti. Il suo auspicio di "nuove letture e nuove esperienze" non so quante volte l'ho espresso anch'io, qui, a proposito di tanti autori. E ancora oggi me lo rivolgo. Non vedo cosa ci sia da stupirsi:))). Ti assicuro: sulla base di quei versi mi sembra pienamente condivisibile. Esteticamente, perdonami, mi sembrano un invito alla lettura di centinaia di libri di poesia del Novecento. Ma che c'è di male? Beato lui, e beati noi lettori, per tutta questa grande arte ancora da interiorizzare...
Lasciami aggiungere una cosa, maturata lavorando da professionista nell'editoria negli ultimi anni. C'è questa strana dinamica, e vale sia per direttori editoriali che per uffici stampa, per cui certe volte c'è chi si dimentica che tra il silenzio e la recensione, o la "segnalazione", magari non sempre positiva, c'è una bella differenza. Questa differenza sta nel fatto che senza qualche parola dedicata da un giornalista o da un critico a un libro, quel libro molto spesso non esisterà per decine, centinaia o migliaia di persone. Ho conosciuto uffici stampa e direttori editoriali che cancellavano nomi di giornalisti o di testate per qualche stroncatura. Puoi immaginare quale sia la mia considerazione della cosa. Trovo ridicolo che ci si ritrovi a questionare su cose così elementari, come il diritto alla critica e l'onestà della critica, in un periodo storico in cui proprio questo stiamo facendo, e cioè distruggere la critica come "pubblicità" al libro. Non è questione di marchi o di autori. Ci sono autori anche Mondadori che non tollerano mezza parola contro il loro libro: laddove per "contro" devi leggere "di dissenso". A me questa cosa non è mai stata bene, e mai starà bene. Di solito, quando questi autori fanno così, viene voglia di smettere di parlarne. Non credo sia ciò che serve, credo sia ciò che vogliono. Ho letto cattiverie vere, in cartaceo e sul web, su opere di livello. Ti dico, non è questo il caso, non vedo proprio i margini per una polemica.
Naturalmente vedo che il tuo approccio è ben diverso, e - come dire - condiviso dagli editori di buon senso, e lunga esperienza. Io sarei ancora più felice: in un sito che non è il blog dei lettori della domenica, e non è nato tre mesi fa ma quasi otto anni fa, è stato schedato e analizzato un libro della mia casa editrice - questo penserei - ed è stato trattato con serenità ed equilibrio. Buon segno! Non ho pubblicato Thomas Mann, ma ho pubblicato un giovane che ha delle qualità. E l'articolo le chiarisce. E alè.
Gianfranco! :) Non concordo,
Gianfranco! :)
Non concordo, ma non cascherà il mondo ;-) Né volevo iniziare polemiche... pur avendo fatto una "dissertazione filosofica". Da secoli, il mondo non è mai quello che è, è quello che vogliamo vedere. E così ciascuno di noi - nessuno escluso - lo aggettiva, a proprio uso e consumo.
Ritengo conclusa questa parentesi.
Buona giornata e buon lavoro.
[giulia] buona giornata e
[giulia] buona giornata e buon lavoro anche a te!
[Rinella - All'improvviso e
[Rinella - All'improvviso e per sempre] A me sembra, dalle parole della mail che riporta Giulia Carmen Fasolo, che purtroppo oggi si sia abituati sempre e solo a recensioni positive, quando non molto positive. Come se ciò che si legge debba piacere per forza. Detto questo, quella di Monnalisa è una supposizione, a me sembra, e non una affermazione (e qui rispondo a Giulia). Quell'"immagino", in inciso, lo leggo in questo modo. Poi, vero è che non si sente il tono, non si vede l'espressione di chi scrive quelle parole. A me aveva fatto più l'effetto di sprone a lavorare e continuare a leggere per migliorare, questa recensione. A volte se ne leggono, su giornali e riviste, di cose talmente esagerate, soprattutto riguardo a esordienti (soprattutto se giovani), che sembra che non ci sia spazio, per loro, di migliorarsi. Che se il primo libro è eccezionale etc etc, il secondo se non è da Nobel è un fallimento. Detto questo, magari Monnalisa poteva proporre anche un brano di prosa dal libro, oltre quello poetico, così da capire un po' meglio le sue critiche. All'autore del libro dico di non sentirsi offeso se qualcuno pensa che non abbia letto ancora dei libri, semplicemente è una cosa vera per tutti, e i "certi" libri possono persino cambiare da persona a persona, alle volte. Ad esempio, quali sono i "certi" libri di Monnalisa? E quando parla di "scorie di percorsi di parole già letti, già previsti, già inflazionati", cosa intende? Magari riportare degli esempi sarebbe stato utile, no? Come recensione a me sembra buona, né priva di incoraggiamenti allo scrittore ("Rinella ha tutte le capacità di tracciare" strade originali, "Rinella può crescere", mi sembrano, queste sì, affermazioni, non cose che Monnalisa "immagina"), e volendola criticare mi sembra si possa farlo sulla base di quel che ho scritto sopra. Tutto questo per dire che le parole, beh, sono davvero dei doni, delle sorprese. Davvero leggendo la recensione non avrei mai pensato si potesse ritenere offensiva, così come evidentemente altri hanno avuto l'impressione contraria. A me sembra che sia qualcosa di molto bello, e fertile. Io voglio pensare (sperare) che Danilo, se ora riscrivesse questo romanzo, lo farebbe ancor migliore. Che come diceva Faulkner (più o meno, la memoria falla, spero mi perdoniate, ma il senso è questo): So che se riscrivessi adesso i miei romanzi, sarebbero migliori, e credo che questa sia la miglior condizione in cui si possa trovare uno scrittore. Ciao! (-:
Visto che la discussione in
Visto che la discussione in corso riguarda il mio libro, allontanandomi solo per qualche momento dal mio consueto modo di fare, preferisco prendervi parte per chiarire semplicemente alcuni punti.
Dalla risposta di G.Franchi, così come dai commenti che ho ricevuto da monnalisa, sembra quasi che io non voglia (o peggio ancora sia incapace) di accettare una critica negativa. Di certo non è così.
Forse è’ troppo semplice in questo caso per voi, difendersi dietro un’accusa così facile da scagliare addosso, quella cioè della mia incapacità (o dell'incapacità del mio editore) di ricevere un’opinione negativa.
Come ho sottolineato a chi ha scritto la recensione, sono stato io a chiederla, mettendo in conto che poteva essere positiva o negativa. Una critica è solo un’opinione e come tale va accettata, tenendo ovviamente in conto il fatto che la si possa condividere o meno.
Non mi sento offeso dalla recensione di monnalisa, anche se avrei certo gradito di più (come ha evidenziato Andrea nel suo commento) qualche riferimento meno generico in commenti relativi a fantomatici percorsi di lettura che “avrei dovuto” fare o esempi di poesia che “avrei dovuto” seguire.
Io non soffro certo di manie di perfezione, come la stessa monnalisa ha ironicamente insinuato nei miei confronti in un nostro scambio di mail nella giornata di ieri; sono sempre ben disposto ad ascoltare critiche e suggerimenti perché il percorso verso l’apprendimento non ha mai fine e sarebbe certamente banale rifugiarsi dietro convinzioni di onnipotenza personale.
Il mio è un romanzo d’esordio del quale conosco i punti deboli perché ho fatto delle scelte nel momento in cui l’ho scritto, scelte per le quali non devo dare ulteriori spiegazioni se non a chi me le chiederà ed avrà desiderio di scoprirle.
Quello che invece non ho condiviso della recensione è la facilità con cui, a proprio comodo, sono stati estrapolati solo quattro versi di una delle tante poesie presenti nel testo, versi che sono stati contestualizzati tutti sotto la stessa critica, a mio avviso gratuitamente pungente.
Unitamente a questo, il mio disappunto nasce dalla troppa facilità con cui monnalisa - senza avere alcuna conoscenza di me e dei percorsi che mi hanno portato alla realizzazione del mio romanzo- si è attribuita la libertà di giudicare il mio percorso culturale, sostenendo la mancanza di letture e di una formazione culturale personale.
Probabilmente (senza voler essere eccessivamente pungente) con la scontata superbia che inevitabilmente non può che appartenere a chi, per passione o per lavoro, fa il “critico” (caratteristica questa che è giusto che un “critico” abbia) viene addirittura sostenuto da monnalisa che “la poesia sia altro”.
Io sono felice che monnalisa abbia una sua idea di poesia, trovo sia un bene per la società che più persone possibili abbiano e si creino opinioni personali sulla poesia, sul cosa sia e sulla funzione socio-culturale che debba e possa avere, ma ritengo un errore assai banale definire “non poesia” qualcosa solo perché non rientra nei canoni da lei riconosciuti.
Ritengo che la poesia, in quanto tale, non possa avere definizione precisa e per quanto ai più letteralmente colti possa probabilmente apparire strano, persino il rap può essere poesia.
Leggo purtroppo, dai commenti in risposta, che l’esternazione di queste mie considerazioni, cosi come quelle del mio editore, vengono considerate come un’incapacità di accettare un’opinione negativa e questo mi lascia un forte senso di dispiacere, perché non è di questo che si tratta.
L’analisi effettuata sul romanzo da monnalisa è corretta, personale e rispettabilissima (e lo scrivo senza alcun sarcasmo) e ormai da mesi, dopo aver ricevuto solo opinioni positive da chi ha letto il libro, aspettavo qualche commento negativo per potermi confrontare con valutazioni diverse, utili a crescere ed imparare.
Il mio disappunto (ed è questo che intendo sottolineare con questo mio commento cui, almeno da parte mia, non ne seguiranno altri) nasce semplicemente dal modo in cui, estrapolando a proprio vantaggio, quattro semplici versi, si possa generalizzare racchiudendo sotto un’unica critica pubblicamente fruibile, tutte le poesie del testo.
Lo stesso Gianfranco Franchi, nella sua risposta, sottolinea come l’opinione di monnalisa, “sulla base di quei versi sia pienamente condivisibile”; questo evidenzia perfettamente il senso che desidero attribuire a questo mio commento.
Chi, come Franchi, si trova a leggere questa recensione e con essa, questi quattro versi estrapolati da un contesto più ampio, non può che essere portato ad appoggiare la pungente ironia di chi ha scritto la recensione.
E se invece i versi riportati fossero stati altri? Se si fosse scelto di riportare versi come…:
“ho bisogno di vita, di viaggi e di sogni,
di evitare che il sangue nel cuore ristagni,
di vedere nel cielo una stella cadente
mentre tu mi stai accanto e non chiedere niente”.
Oppure ancora…:
“preziosa è l’anima,
profondo mistero è la vita,
dono divino è avere fede.
Sfuggente è il tempo,
quando decisa si leva la voce della coscienza
e tutto diviene senso di colpa.
Si muore nell’attimo esatto in cui la vita
ci chiede il suo senso.
Ed è tormento”
Si tratterebbe ancora di canzoncine rap? Oppure avrei dovuto necessariamente leggere ed approfondire l’esperienza letterale di illustri autori del passato (o del presente) per poter esprimere, a mio modo, l’idea di poesia?
E’ come se io prendessi, secondo comodi criteri di scelta, solo alcune parti della presentazione di sé, pubblicata sulla pagina di monnalisa, e senza concedermi il piacere di conoscerla davvero, parlassi pubblicamente di lei come una persona “severa ed intransigente…oltre che un po' insopportabile”.
La critica deve si essere personale, figlia delle proprie considerazioni e frutto delle proprie idee, delle proprie esperienze e conoscenze. Io accetto l’opinione espressa da monnalisa e non soffro di alcun delirio di onnipotenza, ma considerando che, com’è giusto che sia, lei debba avere piena libertà di esprimere le proprie considerazioni, ho sentito il desiderio di esprimere liberamente anche le mie e di farlo nella stessa sede virtuale in cui lo ha fatto lei, così che, coloro che si troveranno a leggere questa pagina, potranno ascoltare due voci di un coro e non semplicemente quella di un solista.
Auguro a tutti una buona giornata ed avrei piacere che questo mio commento chiudesse questa nostra piccola parentesi di disappunto reciproco, evitando di inoltrarci maggiormente in commenti e risposte.
Nonostante l’inclinazione negativa che le ha attribuito, io accetto con la massima tranquillità la recensione realizzata da monnalisa e la ringrazio come ho già fatto per la sua disponibilità, convinto che sarà poi il piacere o il disappunto di ogni singolo lettore a determinare il livello di gradimento della lettura del mio romanzo.
Danilo Rinella
[Rinella] Mi scuso se
[Rinella] Mi scuso se intervengo solo adesso nella discussione, che vedo essere ormai chiusa, avrei voluto farlo prima, ma ci tengo lo stesso, senza nessuna polemica dare un mio piccolo contributo.
Da piccolo aspirante scrittore quale sono, anche io ho ricevuto apprezzamenti e critiche al mio libro, ricordo una su Pulp a proposito di Wrong che mi diede parecchio fastidio, per il tono e soprattutto avendo intuito che essendo io il signor nessun, con un piccolo editore alle spalle, potevo ricevere qualche sassolino in più rispetto ad altri. Masticai amaro, amaro, ma fu d'insegnamento, sia perché mi permise di continuare ad interrogarmi sulla mia scrittura sia perché le critiche ti permettono di costruirti una schiena diritta.
Certo recensioni che indugiano nell'offesa meritano una risposta ma quella di Monnalisa, magari criticabile per non aver scritto questo o quello, non mi sembra abbia fatto questo. Può non essere condivisibile? Certo. Può essere considerata lacunosa? Certo. Ognuno si faccia la sua idea.
Ma c'è una cosa che contesto, ovvero l'autore che arriva e difende il proprio libro, che invita il recensore a vedere questo o quello, ad offrire lui spunti per una recensione migliore. Perchè, sottilmente, è questo che si desidera: una bella recensione, che rispecchi tutto quello che noi abbiamo messo in quel libro.
E aggiungo: troppo comodo.
Mi chiedo se questo succede anche per le recensioni positive: visto che sono positive le accettiamo, sorridiamo, applaudiamo il recensore, ne aspettiamo altre, accrescendo anche un po' il nostro ego.
Da autore dico: è il libro che vive, è il libro che deve sapersi difendere da solo, che deve far innamorare un lettore, che deve aprire la sua mente.
L'autore ha già dato.
Questa è una cosa che vale anche per me.
Dopo un libro, l'autore mediti su quando aprire bocca o tenerla chiusa.
Ha già scritto un libro.
Saluti
andrea consonni