"Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato”. (Sigmund Freud, “Vergänglichkeit”, 1915, tr.it di S. Daniele in S.Freud, “Opere”, VIII, Boringhieri, Torino, 1976).
Nonostante la stanchezza, mi ostinavo a camminare lungo la passeggiata Rilke, nei dintorni di Duino. Quel pomeriggio tutto sembrava concentrarsi sul senso di isolamento e di vuoto che mi pervadeva. I passanti non si curavano dell’aura di malessere che ritenevo mi circondasse; anzi, i più generosi mi degnavano di un frettoloso saluto, quasi a rispettare il costume proprio dei sentieri dell’alta montagna, senza rivelare diffidenza o manifestare perplessità. Questo mi confondeva. Forse l’isolamento che sostenevo di avvertire era una mia aberrante costruzione mentale; l’alterità era disponibile ad accettarmi e a non sottolineare la mia trasandatezza e la mia incuria, il mio distacco e la mia insostenibile insofferenza per i miei simili. Avevo esasperato uno stato d’animo e l’avevo ingigantito sino ad implodere completamente; non ero tanto distante e tanto differente dalle altre persone, allora...
Tuttavia, la consapevolezza dell’insignificanza del loro episodico omaggio, avvenuto peraltro in una passeggiata che neppure somigliava ad un sentiero di montagna, mi indusse a precipitare, nuovamente, nel baratro della mia anima.
Il mare di Trieste non mi rassicurava più; i ciottoli della passeggiata Rilke invece mi ricordavano, infilandosi nei miei sandali e impolverandomi i piedi, della miseria nella quale andavo riducendomi. A cosa mi avrebbe condotto quella crisi? Qual era la destinazione nuova che mi attendeva? Ammesso che ad una destinazione qualunque fossi diretto…
Mi intrufolai in una cavità di roccia coperta dalle fronde di un giovane salice; rifiutai di interpretare i graffiti incisi sulle pareti, e – chinandomi per evitare di sbattere il capo – attraversai lo stretto passaggio.
La fioca luce sul fondo mi permetteva di sperare di ritrovare l’aria aperta in uno spazio trascurato dalla maggior parte dei turisti; del resto l’accesso nascosto era un segno indiscutibile dell’originalità della strada che stavo attraversando; quand’ecco che la gelida presa di una mano mi immobilizzò un braccio, e mi strattonò in un cunicolo parallelo che non avevo neppure distrattamente intravisto.
Abbandonandomi senza affanno al mio inatteso rapitore mi inoltrai lungo la cavità di roccia; e giunsi ad una piccola torre di marmo, senza nascondere il mio stupore per la sopraggiunta notte. Ignoravo per quanto tempo avessi camminato, trascinato quasi da quell’energico e invisibile individuo. Forse andavo delirando; e nel mio vaneggiare avevo scolpito nella realtà una mia visione, un mio folle surreale microcosmo. Oppure quanto stavo per vivere era l’esperienza misterica che attendevo dalla prima giovinezza; l’iniziazione ad un segreto che solo a pochi prescelti sarebbe stato confidato.
Tossicchiai dunque, quasi ad assicurarmi di poter emettere un qualsiasi suono. La breve eco che ne seguì mi rassicurò.
Con rinnovata sorpresa capii di essere solo. Il freddo che mi aveva accompagnato da quando ero stato per così dire rapito si era dissolto. Solo la bora soffiava; ma pareva rispettarmi, evitando di investirmi.
È stupefacente come l’eroe sia prossimo ai giovani morti – sibilò una voce roca e di timbro maschile – Non gli importa durare. Già insorge come esistenza e sempre si muove di qui e procede verso la mutata costellazione del suo incessante periodo. Pochi lo troverebbero. Ma l’improvvisa esaltazione del suo destino, che buio tace di noi, lo canta nel turbine che rumoreggiando dal suo mondo si leva. Come lui non odo certo nessuno. E d’un tratto mi attraversa nel soffio dell’aria il suo tono di tenebra.
Tremai. Il senso di quelle parole mi era oscuro. Prima che potessi replicare, la voce proseguì.
Non han più bisogno di noi i giovani morti, da ciò che è terreno ci si disavvezza lievemente, come dolcemente si cresce oltre il seno materno. Ma noi, che di così grandi segreti abbiamo bisogno, noi a cui sovente un beato progresso si sprigiona dal lutto, possiamo forse essere senza di loro?
“Non capisco. Chiunque siate, lasciatemi andare” – sbottai, poco convinto, bianco in volto.
Ma perché essere qui è molto, perché sembra che tutto ciò che è qui abbia bisogno di noi:questo fugace che stranamente ci riguarda. Di noi, i più fugaci. Ogni cosa una volta, solo una volta. Una volta e mai più. E noi pure una volta. Un’altra, mai più. Ma questo essere stati una volta, anche solo una volta, essere stati terreni, sembra irrevocabile.
Trasalii. Avevo riconosciuto di chi fossero i versi che quella voce andava pronunciando. Si trattava di frammenti delle “Elegie duinesi”, composte dal praghese Rilke nei primi anni del novecento. Razionalmente potevo escludere che si trattasse di uno scherzo di dubbio gusto; nessuno mi ricordava più in città, mancavo da almeno venti anni. Non mi rimaneva che l’amara possibilità di esser vittima di un’allucinazione.
Mi sembrò di perdere l’equilibrio; arretrai, di qualche passo, combattuto tra un senso di rabbia eccezionale e una tristezza dilaniante. Per quanto mi voltassi attorno, era impossibile individuare qualsiasi traccia di esseri umani; ero convinto di essere rimasto solo, nei pressi della torre di marmo. La voce taceva da diverso tempo; ed io sudavo freddo.
La morte, la morte intera, ancor prima della vita, contenerla con dolcezza, senza essere malvagi, questo è indescrivibile.
Udite distintamente queste ultime parole, mi decisi a correr via come un pazzo sino alla cima della piccola struttura marmorea e mi accorsi di avvertire un senso di quiete e di armonia che m’inquietò. Non sentivo pace nella mia anima in maniera così totalizzante e perfetta da quando avevo amato la donna che poi, colpevole…ed era stato tanto tempo prima; quando la giovinezza mi apparteneva, e i sogni scintillando sembravano sorgere nei miei pensieri e subito materializzarsi nella realtà.
Dunque la voce di quell’uomo mi aveva ricordato la ragione che mi aveva condotto sin lì.
Uccidermi.
E sapevo che qualcosa si era incrinato davvero nella mia esistenza; perché in fondo non mi ero mai sentito tanto leggero e libero. Nulla mi era oscuro, l’idea dell’universo, l’intuizione di Dio, i segreti degli uomini: tutto m’appariva limpido. Il mio corpo era svanito; come ombra vagavo nella torre. Rainer Maria Rilke mi aveva accompagnato sin oltre l’abisso; e la sua volontà di trattenermi e il suo desiderio di purificare la mia volontà corrotta dal dolore non mi avevano impedito di perdermi.
Capii allora che come spettro sarei rimasto imprigionato per sempre in quel sentiero duinese, che dal castello divide il mare dal Carso; e – indugiando nello sguardo diabolico del poeta absburgico – malinconicamente mi allontanai nel silenzio.
L’esistenza svaniva dunque; tornavo nella memoria del passato, promessa obliata e speranza smarrita. Un cigno mi impedì di valicare i confini della riserva che circondava il sentiero.
Da allora vivo lì, sussurrando parole ed incantesimi a chi le sa ascoltare. Talvolta incontro l’ombra di Rilke; ma sembra rifiutare che io stesso sia, adesso, un’ombra; il suo disprezzo paralizza le mie ali di carta.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Rainer Maria Rilke (Praga, 1875 – Castello di Muzot, Svizzera, 1926), romanziere e poeta mitteleuropeo.
Rainer Maria Rilke, “Elegie duinesi”, Bur, Milano 1994.
Introduzione, traduzione e commento di Franco Rella. Le “Elegie duinesi”, principiate nel 1912, furono ultimate nel 1922.
Approfondimento in rete:
The Rainer Maria Rilke Archive.
Gianfranco Franchi, Lankelot, 4 maggio 2001. In corsivo, versi tratti da “Elegie duinesi”, di Rainer Maria Rilke, Bur, Milano 1994. Adottata la traduzione di Franco Rella.
pubblicato su “Der Wunderwagen” numero 3, 2001.
Commenti
"Prosa empatica pubblicata su ?Der Wunderwagen? numero 3, 2001.
Online su ciao.com nel 2002. Revisionata e limata nell?ottobre 2003 per Lankelot.com"
Questa è e rimane una delle poche triplette. Sostanzialmente, una living iunctura.
[rmr] "Rainer Maria Rilke non
[rmr] "Rainer Maria Rilke non nacque né su ordinazione nè per ambizione del nostro tempo, ma per essere il suo contrappeso. Fino a sei anni fu vestito e trattato da bambina. Il suo vero nome era René. Fu un militare mancato, un falso aristocratico, un viaggiatore incantato, un seduttore, un malato, un ospite, un bohémien, un eremita, un poeta e un mistico" [s. ronchey, "il guscio della tartaruga", nottetempo, 2009, p. 169]