Rilke Rainer Maria

Canzone d'amore e di morte dell'alfiere Christoph Rilke

Autore: 
Rilke Rainer Maria
“Mia buona madre,
siate orgogliosa: porto la bandiera,
siate senza cruccio: porto la bandiera,
vogliatemi bene: porto la bandiera…”
 
Una lettera tra le note di una rosa e la latta di un’armatura che la conservava, è l’ultima memoria che consola e quieta l’anima al giovane custode della bandiera.
Difendere le insegne fino alla morte, destino dell’alfiere. Niente più, giovinezza e nobiltà sono il lascito da disperdere in una notte tra amore e morte. E il sogno? È il tempo con cui l’uomo accarezza la realtà. Dolce e vacuo, anche nel terrore.
Nelle lande fangose, materia informe che nessun Dio vuole più plasmare, cavalca un nobile signore tra le schiere di un esercito di giovani soldati, che di agiate vite hanno oramai un fragile ricordo.   
La canzone del Cornet, opera giovanile di Rainer Maria Rilke, è scritta di getto in una notte di veglia in cui il giovane poeta bagna nella morte il canto della sua giovinezza. Viatico essenziale, rito di iniziazione per il poeta di quel tempo, il giovane praghese si immerge nelle acque sacre in compagnia di un ipotetico antenato: Christoph Rilke, signore di Langenau. Operazione altrettanto in voga, soprattutto nell’Europa asburgica, quella di discendere il ramo genealogico a suggellare una circolarità aristocratica che fa del poeta l’epilogo della sua stirpe. Operazione che impreziosisce la mitologia decadente che la giovane generazione asburgica celebra durante la caduta del più antico degli imperi rimasti.
Christoph Rilke è nobile, in guerra per difendere l’impero dalla minaccia turca nelle terre dell’
Ungheria Reale, ma non è l’eroe di una guerra gloriosa, è un soldato fantasma, una creatura notturna, che vive sospesa tra sogno e realtà e che nel caos di un dormiveglia si getta in una sola notte nelle braccia dell’Amore e della Morte.
Questa è una delle principali confusioni sull’opera in cui cadde la critica europea, che elogiò la canzone come canto del sentimento bellico e convinse i soldati (soprattutto austriaci) a portarne una copia, custodita in uno zaino, tra le trincee.  
I cavalieri dell’armata cavalcano tra terre basse, specchio della loro desolazione; ma a ridestare i cavalieri dal torpore dell’erranza è la rievocazione della parola “madre”. Uno di loro fa un racconto sulla propria, in lingua tedesca, ma tanto basta quella parola ad aprire i cuori ai signori provenienti dalle principali terre dell’impero (Borgogna, Paesi Bassi, Corinzia, Boemia) che di colpo rivestono le buone maniere, dopo mesi di abbrutimento nella cruda e volgare quotidianità del soldato. La Madre è il simbolo di una trilogia mitica insieme all’Amore e alla Morte, che unifica gli spiriti nella triste fierezza di una gioventù che rimpiange ciò che in patria ha lasciato nell’incompiutezza sentimentale, unico vero ideale che muove alla battaglia. Il ritorno.
All’improvviso si diventa amici, fratelli, Christoph Rilke e il giovane francese, condividono il medesimo stato d’animo di angoscia e malinconia, ma è di nuovo il tempo del distacco e da una piccola rosa, dono di un’amata, il marchese “…le stacca un petalo. Come si spezza un’ostia” e ne fa dono al signore tedesco. “Questo vi proteggerà. Addio”. Attonito il sire di Langenau vede l’amico allontanarsi, l’armata appena riunita si separa per prendere strade diverse, forse mai ricongiungibili. Nuova partenza, un piccolo petalo di rosa sotto la pesante cotta di metallo “Cavalca verso l’armata, il nobile signore. E sorride mesto: a proteggerlo è una donna sconosciuta”.

Il ritmo musicale delle stanze della canzone di colpo si fa più denso e incalzante, chiusa alle spalle la stanza del tenero commiato si fa largo una dirompente e dionisiaca sessualità che coinvolge armigeri e fanti, nell’atto violento di assalto alle sgualdrine che invitavano i soldati all’unione, in una notte dove non si distingue il vino dal sangue.
Il ritmo è serrato, sequenze istantanee proiettano il giovane cavaliere di fronte a Spork, il grande generale che parla senza aprire bocca, la sua mano destra è la sua lingua. Spork è immenso e pronuncia una sola parola “Alfiere”. Da ora in poi la bandiera sarà legata al suo destino.
Le tappe proseguono tra sogno e realtà, e il sangue, elemento che dà cadenza alla struttura narrativa delle stanze, si affaccia di nuovo davanti alla presenza femminile, nel sogno, presenza tormentata e imprigionata dalla maschilità dell’uomo in armi che possiede e preda ciò che brama, e poi ancora sul corpo di un contadino, nella realtà, davanti al castello di un villaggio che preannuncia un ritorno, momentaneo, alla gaia serenità dell’ospite e non più soldato.
Ora l’uomo può incontrare la donna, spoglio della sua armatura, gode della danza e della festa, lussureggiante e travolgente, e il vino inebriante conduce tutti ad un sogno splendido e suadente. L’alfiere lontano in un parco, la festa distante, ha pudore del suo vestito di seta bianco, leggero rispetto alla ruvida cotta, ma poi si abbandona all’amore senza possesso, nell’unione con la castellana senza nome, in una parusia del Silenzio.

“Qui non c’è nulla che sia contro di loro: nessun ieri, nessun domani; giacché il tempo è crollato. Ed essi fioriscono dalle sue rovine.
Lui non chiede: <Il tuo sposo?>
Lei non chiede: <Il tuo nome?>
È per essere l’uno all’altro una nuova stirpe che si sono trovati.
Si daranno cento nuovi nomi e se li ritoglieranno tutti, piano, come ci si toglie un orecchino.”.
 
Il sonno prende i due amanti. Ma la bandiera abbandonata getta ombre inquiete. Ignaro l’alfiere, più tardi, nel dormiveglia confonde grida e fuoco del nemico per segni amichevoli. Tutti corrono alle armi, ma il sonno li rende lenti.Si adunano, combattono, ma imprecano. La bandiera non è con loro, la invocano. Disperati urlano all’alfiere. Che si desta e si getta nudo tra le fiamme.La bandiera è regale, grande come mai prima. Tutti guardano a lei.
 
La fine dell’alfiere, tra le sciabole nemiche e della bandiera che si spegne dopo il fuoco che l’ha divorata, con lei sono bruciati la lettera e il petalo di rosa di una donna sconosciuta. Una madre piangerà. 

La poetica rilkiana ha fatto già sua la lezione di Nietzsche, a seguito della sfrontatezza dei primi anni, in cui la consapevolezza del talento musicale subordinava l’oggetto della poesia, il poeta ora deve dire il vero; di ritorno dal primo viaggio dalla Russia formula un’estetica trascendente in cui la visione del poeta, dell’artista, è l’unica a costruire il dio che verrà. Non c’è nessun dio alle spalle, e la parola, attraverso l’uso di sostantivi verbali ed ellissi ribadisce l’atemporalità di un presente in cui l’opera di costruzione del dio è continua e incessante.

Poema in prosa che canta l’eterna giovinezza che si consuma cantando il suo amore e la sua morte, senza l’eroismo del Heinrich von Ofterdingen di Novalis, carico ancora dell’energia romantica, da cui parte ma in cui non si conclude: l’amore è unione, ma non ha forza per generare il nuovo. Ma la morte in cui il viaggio si conclude, non è la morte sterile a cui la civiltà pare incamminarsi. Nell’abbandono all’amore e poi alla morte, l’eroe muore la sua morte. La morte che non si celebra, perchè è l’atteso vertice catabatico in cui si riscatta il suo senso, la “grande morte”, a cui tutto attorno ruota. Sull’alfiere nudo si abbassano le sciabole del nemico, ma intorno a lui tra i volti nemici, vede giardini.
Si avvicina il ritorno di Orfeo.    
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Rainer Maria Rilke (Praga, 1875 – Castello di Muzot, Svizzera, 1926), romanziere e poeta mitteleuropeo.

Rainer Maria Rilke, Canzone d’amore e di morte dell’alfiere Christoph Rilke, Edizioni dell’Altana, Roma, 1999.

Approfondimento in rete: Rilke / Antenati / The Rainer Maria Rilke Archive

RILKE in LANKELOT:
ISBN/EAN: 
8886772149

Commenti

ooops! Non è giustificato! Non riesco a modificarlo.

(saluti e omaggi Gens! Domani sera-notte i miei commenti.
un abbraccione, e complimenti per la scelta dell'autore).

Giustificato il testo e integrato l'archivio Rilke su Lankelot.

Grazie mille;)
Ho problemi con Mozilla, che ce l'ho predefinito, non riesco a ripristinare explorer.

"Difendere le insegne fino alla morte, destino dell?alfiere. Niente più, giovinezza e nobiltà sono il lascito da disperdere in una notte tra amore e morte. E il sogno? È il tempo con cui l?uomo accarezza la realtà. Dolce e vacuo, anche nel terrore."

> Che incipit...

"non è l?eroe di una guerra gloriosa, è un soldato fantasma, una creatura notturna, che vive sospesa tra sogno e realtà e che nel caos di un dormiveglia si getta in una sola notte nelle braccia dell?Amore e della Morte."

> Mi domando come mai Federico non abbia ancora scoperto questo tuo articolo. E' totalmente nelle sue corde.

"La Madre è il simbolo di una trilogia mitica insieme all?Amore e alla Morte, che unifica gli spiriti nella triste fierezza di una gioventù che rimpiange ciò che in patria ha lasciato nell?incompiutezza sentimentale, unico vero ideale che muove alla battaglia. Il ritorno."

> Il ritorno.

"Nell?abbandono all?amore e poi alla morte, l?eroe muore la sua morte. La morte che non si celebra, perchè è l?atteso vertice catabatico in cui si riscatta il suo senso, la ?grande morte?, a cui tutto attorno ruota. Sull?alfiere nudo si abbassano le sciabole del nemico, ma intorno a lui tra i volti nemici, vede giardini.
Si avvicina il ritorno di Orfeo."

> Articolo magnifico.
Solo questo. Un abbraccione, gran lavoro

(e a latere, prosaicamente: notizie sulla reperibilità?)

6 - Sono arrivato solo ora Gf, dopo aver scritto il pezzo su Nuti;)

Ho letto, e devo dire caro Gens che è un pezzo magnifico. Franchi ne ha sottolineato i punti chiave, io posso solo aggiungere che vorrei leggerlo veramente. Mi aggiungo nel chiedere notizie sulla reperibilità. Ho amato i Sonetti a Orfeo, è una delle opere di poesia che è sempre sul mio comodino, insieme agli Inni alla notte di Novalis e I canti orfici di Campana.

Tacito amico delle lontananze,
senti? gli spazi accresci col respiro.
Nel buio ceppo campanario làsciati
risuonare. Quel che ti consuma

diventerà una forza, con tal cibo.
Va' fuori e dentro nella metamorfosi.
Quale esperienza ti fa più soffrire?
T'è amaro il bere? E tu vino diventa.

Sii, in questa notte d'eccesso, magia,
nell'incrocicchio dei tuoi sensi il senso
del loro incontro arcano.

E se all'oblio il mondo t'abbandona,
all'immobile terra di': Io scorro,
e all'acqua fuggevole: Io sono.

Grazie ragazzi;)
La reperibilità: è stata una sorpresa per me. Ho trovato al Castello di Duino, dove c'era una mostra su Rilke e le Elegie Duinesi, questa edizione celebrativa della canzone al centenario (1899-1999) dalla creazione. L'edizione è molto bella, illustrata da tavole originali. So che esiste in commercio una versione edita da Passigli.

E pensare che fu addirittura l'opera che conferì fama internazionale al nostro!
Léon: è una lettura fantastica, ti commuoverà.

11 - Cercherò l'edizione Passigli in commercio. Grazie Gens, della bella pagina e d'averci proposto un testo cosi emozionante (sicuro che che mi toccherà nel profondo, se avrò il piacere della lettura, visto l'autore e il genere). Che, grazie al tuo prezioso suggerimento, proverò a non farmi sfuggire se non è fuori catalogo.