Un viaggio in bici verso la terra perduta, la Dalmazia madre dell'amata Zara, e verso una terra splendida e cara all'artista, il Montenegro. Narratore d'eccezione, il letterato Emilio Rigatti, protagonista di questo emozionante viaggio sulla riviera adriatica, sulle tracce della cancellata (forse discussa, ma non rimossa) storia della sua famiglia, per reminiscenze della recente, drammatica guerra sfascia-Jugoslavia e di quella più antica che noi italiani ben ricordiamo, per via delle ferite mai rimarginate, figlie della mutilazione del nostro territorio, e della diaspora del nostro popolo.
Rigatti accenna, nelle prime battute, ai settant'anni di vita passati dalla sua famiglia in una villa zaratina. Una famiglia vittima non solo del doloroso esodo giuliano-dalmata, ma anche di visioni politiche differenti: il narratore, per dirne una, da comunista era – sulle prime – stupidamente tutto contento di essere stato mandato fuori da casa sua a calci nel culo da Tito (p. 13), mentre per suo zio Oddone Talpo quanto accaduto era un crimine assurdo e ingiusto, proprio come i bombardamenti angloamericani (per ordine titino...) su Zara. Ma il modello di Emilio Rigatti è la compostezza e l'eleganza della zia, esule a Roma, innamorata della sua città perduta – una calviniana “città invisibile” – nella percezione del nevodo mato: nelle sue parole non ricorda tracce di revanscismo o di amarezza, ma “la vibrazione di un città ideale, civile, luminosa, una ventosa agorà che non esiste sulla terra. Non so se Zara sia stata veramente così e non lo saprò mai” (p. 15). Come nessuno di noi, d'altra parte, da quando Zara s'è fatta Zadar. Ma come “città invisibile”, tuttavia, Zara splende di una grandezza incancellabile, onirica. Il resto è patrimonio della storia, di chi vuole studiarla e di chi sa studiarla.
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Si comincia dalle parti di Fiume e di Abbazia (oggi, Rijeka e Opatija), con ellissi della vera origine: Trieste. “Se la Dalmazia è entrata nella mia geografia personale attraverso mio padre, dalla nonna Alba, madre di mia madre, ho ereditato un possesso feudale affettivo su parte dell'Istria. La nonna era nata austriaca a San Lorenzo di Daila, vicino a Cittanova. Cherso, invece (…) è la prima isola in cui misi piede” (p. 19), racconta l'autore.
A Fiume, Rigatti riconosce l'aria asburgica di una Vienna sparita, ferita dalla grigia polvere del socialismo jugoslavo; a Kraljevica, incontra suoi compagni slavi, tra i quali l'inevitabile partigiano nostalgico dei tempi di Tito, tutto un aneddoto del 1944, vago retrogusto “Underground” di Kusturica: non sarà l'unico amarcord titino. Non apprezzo e non approvo affatto, ma non discuto. Quindi, eccolo a Veglia (oggi, Krk), ad ammirare le mura veneziane, avanzando per le vie tortuose e strette che salgono sino alla parte più alta del borgo. La selvatica Pago (oggi, Pag) è una tappa veloce, prima dell'amata Zara. Rigatti entra in città e subito telefona ai parenti; andrà a cercare la casa del nonno e la tomba di famiglia, nelle sue intenzioni. Invano: la casa è caduta durante i bombardamenti degli Alleati nella Seconda Guerra, bombardamenti “spietati e non motivati da una reale importanza strategica dell'obiettivo. Zara come Cassino, o Dresda, o Foggia, o Benevento, una storia ancora in parte da scrivere e pericolosa da insegnare nelle scuole” (p. 49), chiosa.
La tomba, invece, è solo quella di un Nicolò Rigatti morto nel 1895; la famiglia s'affanna a ricostruire chi sia. Le nuove case hanno “abolito il profilo dell'antica città”. La Zara di Rigatti è uno stato mentale. È quella delle parole della zia, prigioniera d'un passato che proprio non può incarnarsi più.
Avanti, quindi, per Sebenico e Traù: “una di quelle città che fanno credere che esistano luoghi dove sia possibile un parziale arrestarsi del tempo, in cui il panta rei acquatico possa addormentarsi in una morta, come la corrente dietro i piloni. Qui l'elemento che si calma dietro i bastioni non è l'acqua, ma la luce. Magari in simbiosi con la pietra, o diffusa in cielo a scialbare il troppo azzurro, la protagonista è lei: la verticale, eccessiva, alluvionale luce dalmata” (p. 60).
Ecco l'isola di Brazza, l'ospitalità di amici degli amici Luxardo, e poi la dolce Lesina (Hvar), e Rigatti pensa: “Veniamo qui proprio per questo, credo: per sentirci soffocare di bora e d'azzurro luminoso come lenzuola, per vivere con gli occhi socchiusi, per assaporare di sera del vino dalmata ghiacciato, mentre i monti sembrano andare alla deriva verso la notte” (p. 73). E poi si vira dalle parti di Neum, si supera l'impatto col peggiore albergo del mondo e con le congetture più stravaganti dettate dall'etimologia fantastica, e quindi ecco Trsteno, col suo favoloso albero (un platano di ottocento anni, trentasei metri di diametro), magnifica vittoria della natura sulle storie dei popoli europei. S'avvicina l'agognato Montenegro, Rigatti è felice perché ripercorrerà i suoi passi di vent'anni prima; qui, però, mi interrompo.
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C'è un passo, nelle prime battute, che mi ha colpito. È una memoria di infanzia, di una cena in famiglia, piena di battute sulla perduta patria. “Non me ne importava niente di morire per la Dalmazia, avevo cinque anni e mi sentivo un eroe. Sarei morto per quel paese che non conoscevo, perché credevo che la morte non esistesse e la Dalmazia si disegnava nella mia fantasia con la potenza dell'irreale che solo i bambini sanno vedere. La Dalmazia certamente era blu, come la bandiera di Zara, e gli zaratini dovevano essere aristocratici, intonati e convinti come il nonno, che dopo aver concluso il canto alzava il calice e gridava: 'Fora le cavre!', cioè, 'Fuori i s-ciavi', gli iugoslavi, insomma” (p. 11). E questo a dispetto delle inevitabili commistioni di sangue, solite dalle nostre parti: Rigatti aveva (e vantava) sangue serbo e croato, tra i suoi antenati. L'autore non è un nostalgico, e sembra piuttosto felice per la passata fortuna della nazione jugoslava; oggi, il suo approccio fraterno e solidale sembra suggerire una speranza di coesistenza tra popoli nemici, al di là delle ideologie che hanno straziato la nostra storia: chissà che non possa derivarne un equilibrio molto antico (Romano, Veneziano, Austriaco) e nuovo.
Non riesco a credere che Rigatti abbia potuto parlare di Zara, e di quel che ha implicato il socialismo jugoslavo, con tanta dolcezza e tanta comprensione; nella narrazione mostra rabbia solo per la questione dei bombardamenti. Non mi stupisce, invece, che l'autore conosca la lingua dei croati: è un'antica tradizione dalmatica, quella della poliglossia. Bettiza insegna. Certo: decidere (suggerire?) che il dalmatico è un dialetto più croato che italiano mi sembra una scelta di campo. Una delle tante niente affatto mascherate, e quindi pienamente accettabili, apparse in questo viaggio.
Agli amici ciclisti segnalo volentieri che in appendice troveranno tutta una serie di consigli e suggerimenti per il viaggio. Mi permetto, tuttavia, di invitarli a partire dopo aver letto i libri di Bettiza, quelli di Vegliani e almeno “Trieste” di Ara e Magris; è allora che questo reportage si rivelerà per quel che è, e cioè un libro divertente, semplice, intenso, emozionante, personalissimo. E rosso.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Emilio Rigatti (Gorizia, 1954), scrittore italiano, è insegnante di italiano alla scuola media di Aiello, in Friuli. Ha pubblicato, sempre per Ediciclo, “La strada per Istanbul”, “Minima pedalia”, “Yo no soy gringo”, “Italia fuorirotta”.
Emilio Rigatti, “Dalmazia Dalmazia. Viaggio sentimentale da Trieste alle Bocche di Cattaro”, Ediciclo, Portogruaro, 2009. Collana “Altre Terre”, 16. Contiene un inserto fotografico.
Approfondimento in rete: Latitanze / Ediciclo / Bulgaria-Italia / Bora.la.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Dicembre 2009.
Commenti
Un viaggio in bici verso la
Un viaggio in bici verso la terra perduta, la Dalmazia madre dell'amata Zara, e verso una terra splendida e cara all'artista, il Montenegro. Narratore d'eccezione, il letterato Emilio Rigatti, protagonista di questo emozionante viaggio sulla riviera adriatica, sulle tracce della cancellata (forse discussa, ma non rimossa) storia della sua famiglia, per reminiscenze della recente, drammatica guerra sfascia-Jugoslavia e di quella più antica che noi italiani ben ricordiamo, per via delle ferite mai rimarginate, figlie della mutilazione del nostro territorio, e della diaspora del nostro popolo.
Bellissima lettura,
Bellissima lettura, intelligente e partecipata come non poteva che essere. Così sì, mi va bene sia vista e visitata l'attuale Croazia. Così, alla ricerca di un passato comune, da qualunque parte lo si guardi. Invece come sai sono ben altri i turismi in queste zone, dove mancano le fabbriche e tutto viene importato. Ma già, tanto ci sono i turisti, anche se ho sentito dire che l'aumento dei prezzi stia facendo "scendere" in senso geografico, l'orda estiva. Chissà che questo non sia un interessante spunto di riflessione per l'attuale governo, che qualche problemino da risolvere, prima di entrare in Europa, ce l'ha....
sin quando la Croazia non
sin quando la Croazia non accetterà di fare quel che la Slovenia ha già fatto - ossia sedersi a tavolo, i nostri storici e i loro storici, e cancellare le menzogne dell'ideologia socialista e nazionalista iugoslava e denunciare le malefatte del regime fascista e tutto il male che entrambe hanno fatto, dagli anni Trenta a oggi - sarà tutto molto difficile. Però mi piace credere che tra qualche anno i romani smetteranno di dirmi "sono andato in vacanza in Croazia", per "Istria" o "Dalmazia". L'altro sogno è smettere di leggere la parola "Balcani" riferita alla Dalmazia...
Geograficamente
Geograficamente i Balcani sono compresi entro la linea che congiunge idealmente Trieste fino leggermente a Nord della foce del Danubio (che piaccia o non piaccia).I Titini si sono nascosti dietro il dito del nazifascismo per effettuare una pulizia etnica nella fattispecie verso gli italofoni perche potevano essere un rischio politico futuro sulla loro unita' territoriale,la persecuzione e' stata fatta verso un numero di contadini ,artigiani,operai e pescatori analfabeti , borghesi ben pochi ed i fascisti erano in maggioranza Italiani arrivati da conquistatori dopo la Prima Guerra o regnicoli che si erano insediati durante il periodo Austriaco. Gli eredi di Tito hanno continuato la sua politica perche' non vogliono restituire quanto nazionalizzato durante la federetiva cosa che invece ha fatto la Germania dopo l'unificazione . Il libro se ripulito dai commenti politici e' bello ed e' fedele nelle descrizioni dato che conosco bene la costa ,i luoghi e la lingua oppure avrebbe dovuto dichiarare sin dall'inizio che i commenti sono soggettivi perche' da guida di viaggio si e' trasformato in un mezzo comizio. Comunque scrittura piacevole
Grazie per il suo contributo,
Grazie per il suo contributo, Giampaolo. Grazie davvero. Benvenuto da queste parti.
dia un'occhiata a questo
dia un'occhiata a questo articolo:
www.lankelot.eu/letteratura/pupo-raoul-il-lungo-esodo-istria-le-persecuz...
Ringrazio per il suggerimento
Ringrazio per il suggerimento ! Non ho molto da commentare di quanto scritto da R.Pupo ,scrittore che conosco ; posso aggiungere una mia considerazione personale che e' nata dopo aver visitato da adulto sia la Iugoslavia che gli stati eredi, e aver frequentato sia coetanei che giovani;per comprendre meglio sono figlio di Istriani che si erano stabiliti a Trieste prima della II Guerra , mentre tutti i parenti sono rimasti alcuni fino al 1954 ed altri fino al tardo '60 qualcune e' emigrato in Canada e qualcuno in Australia. Secondo la mia opinione noi siamo rimasti vittime di un grande movimento di propaganda molto sottile che ha usato sia l'Italianita' come strumento anti-slavo sinonimo di fascismo ; mentre gli esuli piu' che italiani erano italofoni ; il comunismo slavo ha usato sapientemente questo sentimento per liberarsi di questo rischio italofono potenziale, considerato futura minaccia alla loro integrita' territoriale. Come potevano essere fascisti tutti quei maschi adulti che avevano fatto servizio militare e la prima guerra mondiale nell'esercito Austriaco ??? Mio nonno che ha fatto la I Guerra con la divisa Austriaca si e' trovato coinvolto nelle dimostrazioni che, sia a Fiume che a Trieste erano in favore dell'indipendenza e che l'attuale Slovenia era perplessa se confederarsi con la neo repubblica Austriaca, idea soffocata sul nascere con il colpo di stato Serbo che creo il regno dei Serbo,Croati e Sloveni( la storia minore non cita che lo slogan scandito dagli autonomisti era "Bianco Rosso e Blu' e' il color della schiavitu'; Bianco Rosso e Verde e' il color delle tre me..e) fatto' e' che questi indipendentisti facevano piu' paura ai Jugoslavi che agli Italiani.Questo indipendentismo che si risveglio' dopo il II conflitto fece di nuovo paura e l'Italia astutamente uso' il MSI che era contrario e la sinistra lascio' fare occultamente perche' uno stato Libero sarebbe stato una spina sia all'Italia che alla Jugoslavia; analizzando attentamente i protagonisti portatavano tutti cognomi di origine Italiana dello stivale non dell'Istria eo Dalmazia (vedi i morti del 53 ,tranne uno morto perche' al posto sbagliato e non dimostrante).Il resto e' cronaca, ma per continuare quello che' e' stata un operazione di pulizia etnica "ante litteram" completata dalla Jugoslavia e continuata dagl stati eredi si nota che le attuali generazini nulla sanno del periodo Austriaco, nulla sanno che i lorio avi hanno fatto parte di una delle piu grandi Marine Militari del mondo, se si parla di Tesla non si parla di un cittadino Austriaco che fece esperimenti sulla elettricita' ma che era Croato o Serbo, dei fratelli Rusjan contemporanei dei Wright, di Gorizia per esperimenti di aviazione cittadini Austriaci, ma di Sloveni che hanno inventato l'aereo (quando Slovenia non esisteva ma si chiamava Carniola) etc etc Pertanto la Jugoslavia non ha fatto nessuna guerra di liberazione,di democrazia ma una guerra Imperialista di stampo coloniale, mascherata di vendetta per torti (veri) subiti dagi slavofoni per mano nascifascista; pero nessuno sa in Slovenia attuale quello che e' stato fatto alla popolazione tedesca di Gottschee ( ora Kocevje). Il tutto e' una grande farsa per nascondre il loro bieco e sfrenato nazionalismo colorato prima di rosso ed ora di patriottismo e si sono inventati e cucita adosso una storia come nel noto libro di Orwell "1984".A Trieste ancora oggi la parola Indipendentismo ,TLT, fa paura e non se ne parla, non esistevano due fronti ma tre, l'indipendentismo aveva piu' del 30 % dei voti ed e' stato fatto passare come Filo-Titino !!! Dopo la dissoluzione dell'Austria Ungheria di cui la II Guerra ne e' stata l'epilogo, tutti i teriritori si sono trasformati in stati sovrani , Trieste che durante l'impero era citta' libera e Franceso Giuseppe aveva solo il titolo di Signore e' la sola che ora fa parte integrante di uno stato che non la aveva mai posseduta e che ha giocato sull'ambiguita di un lingua comune,
Caro Giampaolo, grazie ancora
Caro Giampaolo, grazie ancora per questo nuovo, ricco e intelligente commento. Mi sembra tuttavia sia troncato, nelle ultime battute; non vorrei fosse andato perduto qualcosa. Intanto le segnalo altri due articoli, allora: questo sul libro "Bora": http://www.lankelot.eu/letteratura/mori-anna-maria-milani-nelida-bora.html
e questo sul libro dell'ex spia gallese, Morris:
www.lankelot.eu/letteratura/morris-trieste-o-del-nessun-luogo.html
Credo che Morris sia in linea con la sua visione di Trieste.
Indipendentismo troncatura
Indipendentismo troncatura ;Secondo la mia opinione ;l'ambiguita' creata dalla affinita' linguistica ha portato a dichiarare Trieste citta' Italiana invece che Italofona.Se la differenza linguistica sarebbe stata piu' accentuata come in Alto-Adige ,l'inserimento dei nuovi quadri ammnistrativi Italiani sarebbe stata piu' complessa. In altre province Italiane nessuno si permetterebbe , andando a Genova di insegnare come si e' Genovesi, ne a Modena come si e' Modenesi etc, ma a Trieste chi arriva dopo un po' pontifica ai Triestini come si deve essere Triestino, cosa e' Triestino o cosa non e' , cosa bisogna ricordare e cosa bisogna dimenticare e come si deve parlare.; con l'assurdo che la storia di Trieste e suo hinterland e' praticamente sconosciuta ai piu'. Del resto come uno Statunitense non e' Inglese,un Francocanadese non e' Francese, un Brasiliano non e' Portoghese,un Ispanico-Americano non e' spagnolo , un Triestinio Italofono non e' Italiano anche se tutti hanno in comune le proprie letterature storiche.Gli Italiani venuti a Trieste sia dopo la I Guerra che dopo la II hanno voluto riscrivere la ns. storia ed hanno accentuato attriti che purtroppo esistono naturalmente quando ci sono differenze etniche,linguistiche e religiose e che trovano da sole il loro equilibrio., come in effetti e' stato fino alla fine della I guerra ,poi "Il Diluvio". Ringrazio per il consiglio su MORRIS che ho letto in Inglese a suo tempo, per "BORA" lo ho acquistato ma e' sul mio tavolino in attesa di vincere la mia pigrizia, grazie !
dovresti leggere l'antologia
dovresti leggere l'antologia di Karlsen e Spadaro, secondo me...
Ringrazio, conosco
Ringrazio, conosco personalmente Karlsen e ho letto diversi commenti di Spadaro e ho avuto per le mani l'antologia. Per chiudere questo forum io a quelli che sono interessati alle ns. terre , inizio sempre la conversazione "SECONDO LA MIA OPINIONE" .Sono stato stato in Bosnia per lavoro dopo gli accordi di Dayton ,dopo aver parlato con un Bosniaco Mussulmano davo ragione lui, dopo aver parlato con un Croato davo ragione lui, dopo aver parlato con un Serbo davo ragione a lui !!! Per analogia a Trieste se si parla con uno Sloveno ha ragione Lui, se si parla con un esule o profugo ha ragione lui, se si parla con un Triestino autoctono ha ragione lui. A Sarajevo c'e' una lapide voluta dai giornalisti presenti durante il conflitto che recita ,tratta da qualche libro o simile " Quando scoppia una guerra la prima vittima e' la verita" che ho trovata adatta anche alla situazione Triestina,Istro-dalmata. Aggiungo inoltre che a i neofiti studiosi della nostra zona prima di intraprendere letture specialistiche dovrebbero leggere almeno 1) L'identita' cancelllata di Parovel 2) Le conflit du Trieste di Du Roselle 3) Trieste struggle 45/54 di B.Novak4) Trieste Citta Imperiale di Cergoly/Folkel. 5) Il corriere di Trieste di Grassi , ultimo uscito.Letti questi la lista si puo' allungare . A questo punto penso che una persona neutrale arriverebbe alla conclusione che siamo "I Palestinesi " dell'Adriatico Nord .Orientale.Aggiungo che un commento sulla Ns. citta' che ho trovato azzeccato e quuello fatto da un giornalista Austro-Ungarico ( purtroppo non ricordo il nome),quando abbandono' la citta nel 1918 disse: " Lascio a malincuore questa citta' dove il governo centrale imperiale nei secoli passati fu molto generoso e al quale deve la sua fortuna ; purtroppo verra' governato dall'arroganza figlia dell'ignoranza"! Fu profeta ???Con i migliori saluti .
qui trova gli scritti di PK
qui trova gli scritti di PK su Lankelot
http://www.lankelot.eu/autori/drago
grazie ancora
magari provi a dirgli di
magari provi a dirgli di tornare da queste parti, per condividere i suoi studi. Chissà che non ascolti almeno lei...
Mio marito mi ha raccontato
Mio marito mi ha raccontato che i suoi insegnanti delle medie a Trieste erano reduci da Zara, si chiamavano Belich e Aita e ora riposano nel cimitero di Muscoli-Cervignano. Si considera molto fortunato e onorato di aver avuto simili maestri e ne ha avuto riscontro anche nel libro di Bettiza "Esilio" che fu loro allievo a Zara. Elio si ricorda molto bene di quel periodo e, leggendo io tuo scritto, Gianfranco, si è commosso, ricordando soprattutto Fiume che fu chiamata da D'Annunzio "Olocausta". Trascinante recensione. Grazie
P.S. è senz'altro una coincidenza, ma le vie che intersecano la mia in cui ora vivo hanno questi nomi: Sebenico, dove c'è la scuola elementare delle mie figlie, Trau e p.zzale Làgosta, che i milanesi tutti continuano erroneamente a chiamare Lagòsta.
grazie a te e a tuo marito
grazie a te e a tuo marito per questo bellissimo ricordo. Bettiza è un autore benedetto, va omaggiato sempre, non è stato amato quanto meritava.
(e quanto alle coincidenze, per quasi due anni ho lavorato in via Isonzo, dietro piazza Fiume...)
[zara] 03 feb - La Croazia
[zara] 03 feb - La Croazia riabilita Zara martire italiana
Finalmente anche da parte ex jugoslava si comincia a studiare la tragica vicenda bellica di quella che fu definita la «provincia più distrutta» della Penisola. 54 bombardamenti aerei alleati, sollecitati da Tito, rasero al suolo l’80% della «Venezia dei Balcani»: una strage di civili inutile, anche perché la città non era mai stata un centro operativo dei nazisti
di Paolo Simoncelli su "Avvenire" del 3 febbraio 2010
Alla fine del 2009 sul periodico zagrebino Globus è apparso un intervento dello storico Jakovina dell’Università di Zagabria sulla tragica vicenda dei 54 bombardamenti aerei alleati che tra il novembre 1943 e il marzo 1944 rasero al suolo Zara, la «Venezia dei Balcani». L’intervento merita rilievo per più ragioni: intanto come segnale di svolta di un precedente atteggiamento croato nazional¬comunista, tetragono e chiuso ad ogni ripensamento delle tragiche vicende belliche nei Balcani; segnale che determina finalmente un clima cordiale e disteso nei rapporti tra Croazia, Italia ed Unione europea.
Né a caso ad ospitare l’intervento di Jakovina è lo stesso periodico che nel febbraio 2007 aveva preso posizione a favore del presidente Giorgio Napolitano che, per aver ricordato con coraggio la tragedia delle foibe in occasione del primo «Giorno del ricordo» da lui celebrato al Quirinale, era stato ipso facto attaccato con virulenza, persino con ingiuriose e inaccettabili accuse di razzismo, dall’allora presidente croato Mesic.
Nel merito della questione, l’intervento di Jakovina mette a confronto la distruzione di Zara con quelle di Dresda, Amburgo e delle altre città tedesche bersaglio di attacchi aerei indiscriminati, per risalire a discussioni storico-militari (e oggi anche «morali») sulla strategia aerea alleata. Ne risulta un quadro essenziale, attento, mai polemico, in cui intanto vengono separate le responsabilità americane da quelle inglesi che prevalsero: bombardamenti notturni sulle città per colpire, anche con bombe al fosforo, la popolazione civile, mentre gli americani li avrebbero preferiti diurni e mirati a complessi industriali e logistici. Poi vengono esaminati gli effetti politici: nessun cedimento popolare e tanto meno sollevazioni, piuttosto radicamento del rancore specificamente anti-britannico ancor più dinanzi a titoli come «Amburgo hamburgherizzata» dei quotidiani inglesi.
Ma soprattutto nessuna utilità pratica: nell’immediato dopoguerra venne riconsiderato il problema non solo morale (il massacro e l’arsione della popolazione delle città che, con gli uomini al fronte, erano abitate per lo più da invalidi, convalescenti, donne e bambini) ma operativo, calcolando che le migliaia di aeroplani e le infinite tonnellate di esplosivo – se impiegate sui vari fronti – avrebbero potuto contribuire a vincere assai prima la guerra, e con assai meno morti civili. Infine alcune considerazioni specifiche su Zara, con finalmente il riconoscimento dell’inutilità della sua distruzione non essendo mai stata la città, come voluto dalla propaganda titina, il centro dei rifornimenti tedeschi nei Balcani. Dei 35 mila abitanti precedenti la guerra, non ne rimasero che settemila, sfollati però nelle campagne, mentre nella città, distrutta per l’80%, sopravvivevano solo un centinaio di persone. Morti, distruzioni, occupazioni tedesca prima e titina poi, resero spettrale la città. I sopravvissuti per voler rimanere italiani dovettero fuggire verso Trieste, vivendo da allora in esilio anche dalla memoria.
Possiamo aggiungere che oggi Zara rappresenta ancora un problema diplomatico poco noto seppure non nascosto, comunque incredibile in un ambito ormai di integrazione europea sempre più vasto. In riconoscimento delle sofferenze patite dai suoi cittadini durante i terribili bombardamenti (che ne fecero il più distrutto capoluogo di provincia italiano) e per premiarne «l’amore per la Patria comune e la fiducia nei valori che unirono tutti gli italiani», il 21 settembre 2001 l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi firmò il decreto che conferiva al gonfalone di Zara italiana la medaglia d’oro al valor militare. La relativa motivazione – che si riferisce agli anni 1940-45 – malgrado in più punti apparisse diplomaticamente contorta e storicamente illogica provocò comunque reazioni diplomatiche croate che ineffabilmente impedirono che al decreto già firmato venisse dato seguito pratico. Risultato: quelle tragiche sofferenze, l’irrevocabile esilio e gli inimmaginabili stenti che erano stati il prezzo di quell’«attaccamento alla Patria» finalmente riconosciuto nel 2001, appena reso noto veniva per ciò stesso beffardamente punito da una pronta adesione alle protestate esigenze d’uno Stato estero, altrettanto illogiche – va pur detto – di non pochi passi della stessa motivazione della medaglia; istanze che si rivelavano infatti tradizionali standard della propaganda titina, cioè paradossalmente dello stesso violento regime che appena in un tragico, recente passato, proprio in Croazia aveva mietuto vittime sacrificali al desiderio popolare di indipendenza e democrazia.
C’è dunque da chiedersi se non sia finalmente giunto il momento di dar seguito a quel decreto (mai revocato!) che obbliga a conferire, senza il minimo retropensiero sciovinistico, la medaglia al gonfalone italiano di Zara, per cui un’apposita cerimonia era già stata puntualmente indetta per la mattina di martedì 13 novembre 2001 ma, per le sopraggiunte proteste diplomatiche croate, rinviata con risibili pretesti e da allora mai più riconvocata nella fiducia che la tradizionale distrazione italiana per questioni di sensibilità nazionale ne cancellasse il ricordo ancor prima di quanto previsto dal fluire del tempo.
[zara] MISSONI "Io sono nato
[zara] MISSONI
"Io sono nato a Ragusa, l'odierna Dubrovnik e sono vissuto a Zara, dove non c'erano foibe, ma il mare, e dove le persecuzioni e i bombardamenti hanno provocato quattromila vittime": lo stilista Ottavio Missoni ha portato la sua testimonianza, dai microfoni di Radio Gioventù (la rubrica radiofonica del ministro Giorgia Meloni) nel Giorno del Ricordo, la celebrazione nazionale in memoria dei martiri delle foibe e degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia.
"L'assenza delle foibe - ha detto Missoni - non ha reso la vita migliore a coloro che sono stati gettati nelle acque gelide con dei sassi al collo: morirono così circa mille persone. Ci definiscono profughi, esuli, ma a differenza degli emigranti che girano il mondo per poi tornare nella propria terra di origine,per ritrovare gli amici e i luoghi d'infanzia, noi non abbiamo un posto in cui tornare perché Zara per noi non esiste più,resta solo nei nostri ricordi".
"La dolorosa vicenda degli esuli, costretti a lasciare la loro terra pur di mantenere la propria nazionalità - ha detto il Ministro Meloni nel corso della trasmissione - è stata deliberatamente a lungo ignorata e ha avuto giustizia solo molti anni dopo, quando la consapevolezza di ciò che era accaduto è divenuta esigenza fondamentale di tutto il popolo italiano".
http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7819&Itemi...
[zara] missoni sul Piccolo di
[zara] missoni sul Piccolo di oggi: articolo di Silvio Maranzana
"«Noi non siamo solo profughi. Non possiamo essere come gli emigranti che sognano un giorno di tornare, rivedere il proprio paese, i vecchi amici e l’osteria. Noi non possiamo farlo perché il nostro paese, i vecchi amici, l’osteria non ci sono più. Non hanno confiscato le nostre case, hanno anche sequestrato i nostri sogni». Non poteva essere che Ottavio Missoni, il più celebre dei 350 mila profughi da Dalmazia, Istria e Fiume a tirare le fila di un excursus di diciassette storie, diverse una dall’altra ma tutte egualmente drammatiche, sulle proprietà confiscate agli italiani nell’ex Jugoslavia e non poteva non farlo con una considerazione che testimonia nel modo più efficace come dietro le proprietà vi siano stati cuori, vite, sudori, dolori e gioie, ma come sia stata la speranza innanzitutto, quella che fa vivere la gente, a essere stata uccisa.
Ottavio Missoni ha passato i novant’anni, ma anche in queste giornate attorno alle festività si reca in azienda. «A Ragusa - racconta - me ne sono andato che avevo sei anni eppure mi ricordo più di qualcosa. Avevamo una bella villetta fuori città, tra Ragusa e Gravosa, con un giardino. Mi sono rimasti in mente soprattutto due cipressi. E poi le galline, c’erano anche le galline. Io mi arrampicavo sugli alberi e con gli amici si giocava soprattutto a calcio: ero il più piccolo e perciò mi mettevano sempre in porta, anche se non ero contento di questo». Il nonno di Missoni era stato nominato magistrato a Ragusa sotto l’Austria-Ungheria e qui papà Vittorio era diventato capitano marittimo della compagnia Libera Triestina. La mamma invece era una de Vidovich, proveniente da una famiglia di feudatari veneziani. «Mio nonno materno aveva due castelli - racconta ancora Missoni - a Capocesto e a Rogosnizza, località non distanti da Sebenico. Con la riforma agraria però nel 1912 o 1913 l’Austria-Ungheria li sequestrò. In un certo senso siamo ancora in conflitto anche con Vienna».
All’arrivo dei partigiani di Tito però i Missoni non possedevano soltanto la villa di Ragusa, «ma anche un bellissimo palazzetto a Sebenico, proprio di fronte alla cattedrale - racconta ancora Ottavio - A un certo punto mio padre lo acquistò dal mio nonno materno, ma glielo lasciò in usufrutto con la clausola che poteva rimanerci dentro per tutta la vita. Però venne la guerra e perdemmo tutto». A Zara invece i Missoni andarono ad abitare in affitto e decisero di farlo nel momento in cui il fratello maggiore di Ottavio doveva cominciare a frequentare le scuole superiori dato che a Ragusa, di lingua italiana, non ne esistevano, mentre la famiglia dopo la prima guerra mondiale aveva appunto optato per la cittadinanza italiana. «Dei ventimila abitanti di Zara - conclude Ottavio - tremila sono morti sotto i bombardamenti, mille sono stati uccisi in mare perché è in mare che ci sono le foibe dalmate, pressoché tutti gli altri se ne sono andati da una città, la Dresda del Mediterraneo, distrutta per l’80 per cento dalle bombe. La vera Zara non esiste più»."
http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/01/08/news/missoni-non-solo-le-...