Derek Raymond scriveva noir perché il noir era la sua missione sociale: perché il noir era speculare alla sua esistenza. Scriveva noir perché aveva rifiutato di essere ciò che era, un borghese, un borghese figlio dell'alta borghesia britannica; e voleva raccontare tutto quel che non andava nella nostra società, nella società occidentale, animando e plasmando le sue storie. Scriveva noir per capire che cosa significa essere umani, e che cosa sia l'umanità. Scriveva noir perché aveva saputo diventare un bandito, e vivere vicino ai criminali. Scriveva noir sapendo che il noir «porta il lutto non per il crimine, che è l'ultima espressione della disperazione, ma per la pietà e la compassione che la gente per bene, se ce n'è ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli a un'esistenza lenta e fredda».
Stanze nascoste (Meridiano Zero, euro 16, pp. 336) è un ibrido tra un memoir, un potente trattato di estetica e genetica del noir e un pamphlet etico-politico. È un impressionante atto di apertura e di condivisione della propria essenza: è la prova della generosità d'un uomo di profonda sensibilità e granitica e inequivocabile dedizione agli ultimi, ai ribelli e agli sconfitti. Derek Raymond (1931-1994) scrisse questo libro nel 1992, guardandosi dentro con questo spirito franco e onesto: «È la prima volta che cerco di considerare il mio passato nella sua interezza. Vuol dire accettare con piena coscienza che il proprio tempo sulla Terra è arbitrariamente limitato, e affrontare quel che comporta – ovvero nessuna possibilità di scelta. […] Non sono per niente pronto a chiudere con la vita». E con questo spirito franco e onesto l'artista inglese ha condiviso le memorie della sua infanzia da privilegiato, e poi da privilegiato sconvolto dall'assurdità, dalla violenza e dalla prepotenza delle cose della vita, complici i bombardamenti che squassarono e oltraggiarono il popolo inglese. Era un bambino di dieci anni quando, nell'estate 1940, tutto a un tratto scoprì quanto feroce e presente potesse essere la guerra. Così: «Mi ritrovai catapultato dalla parte opposta della sala, illeso ma senza fiato. Stordito, vidi che la porta era stata divelta, i vetri delle finestre ridotti in frantumi, una polvere turbinosa nascondeva tutto, si sentivano solo i rumori di cose che cadevano, si rompevano, si riassestavano, e io ero lì in mezzo, accasciato contro il muro. Un grappolo di bombe era esploso in strada [...]». E quel bambino ricco, figlio di ricchi, figlio di una famiglia ricca e potente da più di un secolo, tutto a un tratto si trovava a dover fronteggiare la sofferenza, la miseria, il pericolo di perdere la vita: l'infamia degli esseri umani, la loro tracotanza. Prima di allora, era un bambino che non amava essere servito. Il suo problema, scrive, era non tanto essere viziato e circondato da una grande quantità di oggetti e di svaghi: era, piuttosto, la rabbia. Era un bambino che aveva capito qualcosa in più del dovuto: era quasi sempre insoddisfatto e insofferente. Non si riconosceva nella gerarchia famigliare: non si riconosceva nella cortesia affettata dei suoi cari: si riconosceva, piuttosto, nella semplicità e nella povertà della servitù. Raymond aveva scelto presto e bene da che parte stare. Dalla parte dei ribelli: «Credo che avrei comunque sentito il bisogno di ribellarmi a qualsiasi educazione o condizionamento. Comunque mi sia comportato, non me ne pento». Formidabile. Invecchiando, ha poi capito che la scelta era giusta per una ragione in più: «Nella vita l'unica cosa che mi è riuscita bene, senza volerlo, è stata non avere mai un soldo. È come un complotto segreto tra me e me: una parte di me si assicura che io sia sempre in bolletta in modo che l'altra sia costretta a scrivere. E funziona!». Funziona, sì. Raymond racconta di essere nato in uno strano ghetto: un ghetto per ricchi. Per uscirne è bastato diventarne consapevole: appena s'è formata la giusta coscienza, l'artista padre di “Il mio nome era Dora Suarez” ha preso e se n'è tirato fuori, guadagnandosi sia il disprezzo che il timore della famiglia, perché era il primo del ghenos ad essere tornato per strada, dopo più di un secolo. Raymond era un ragazzo educato a Eton, e che da Eton se ne sarebbe andato, non appena possibile, prendendo e rifiutando il benessere, i capricci infiniti e inverosimili della ricchezza, l'amara poetica della menzogna del classismo. In nome di cosa? In nome della scrittura: forse perché, come scriveva l'artista inglese, nella lingua c'è qualcosa di meraviglioso... «Quando ti viene incontro ti dà piacere come una donna. Quando fai l'amore con la donna giusta non riesci a smettere, ed è altrettanto meraviglioso inseguire e catturare l'immagine con le parole. La frase perfetta è come una bella donna, che indossa l'unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo, e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra è solo per te». E quando uno scrive, per Raymond, la lingua si deve muovere nella mente del lettore in maniera tutt'altro che meccanica. Dev'essere, piuttosto, spontanea, realistica, autentica. Questo.
E la scrittura deve essere al servizio del noir. Secondo il maestro Raymond, il noir nasce quando l'umanità si trova spinta o costretta alla follia, quando ci si ritrova al di là dei propri limiti: quando la vita s'è contorta o deformata. Il noir è l'espressione dello scontro tra l'umanità e il “contratto universale”: uno scontro in cui la sconfitta è certa. Più ancora: «Screditata la religione, il noir è una sorta di rinnovato sforzo per colmare il vuoto descrivendo apertamente ciò che fa male alle persone». O meglio: esiste per mostrare agli uomini cos'è la vera disperazione. E la vera disperazione, per Raymond, sta in quelle piccole e buie stanze dell'esistenza dove ogni uscita è sbarrata. Perché magari, una volta nominato e definito, il male può essere distrutto: e intanto, è stupendo che il noir rivendichi la sua natura di «fratello della povertà, difensore della miseria, delle masse alla deriva, della disperazione».
Ecco. Uno legge questo libro e si domanda come sia stato possibile confondere il noir col thriller, o col romanzo poliziesco. Grosso sbaglio, vi avrebbe detto Raymond. La causa? Semplice. È pretenziosa robaccia che va lavata via, perché «compito del noir è di mettersi carponi con un secchio di acqua calda e uno straccio e cominciare a grattare via un po' dello sporco indecente lasciato sulla scena da autori come Agatha Christie – grazie ai quali, a quanto pare, personaggi ridicolmente improbabili come Hercule Poirot si confondono nella mente dei lettori con Philip Marlowe e Gregor K». Amen.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Robin William Arthur Cook, alias
Derek Raymond (Baker Street, Londra, 1931-Londra, 1994), scrittore inglese che rifiutò la borghesia e viaggiò per il mondo.
Derek
Raymond, “Stanze nascoste”,
Meridiano Zero, Padova 2011. Traduzione di Federica
Alba e Pamela Cologna. Euro 15, pagine 352. Collana “Meridianonero”, 86.
Prima edizione: “Hidden Files”, 1992.
Prima pubblicazione cartacea: “Secolo d'Italia” di venerdì 11 febbraio 2011, pagine 8 e 9. Tutti i diritti appartengono al Secolo. L'articolo appare su Lankelot in versione leggermente più estesa.
Commenti
[derek raymond] Derek Raymond
[derek raymond] Derek Raymond scriveva noir perché il noir era la sua missione sociale: perché il noir era speculare alla sua esistenza. Scriveva noir perché aveva rifiutato di essere ciò che era, un borghese, un borghese figlio dell'alta borghesia britannica; e voleva raccontare tutto quel che non andava nella nostra società, nella società occidentale, animando e plasmando le sue storie. Scriveva noir per capire che cosa significa essere umani, e che cosa sia l'umanità. Scriveva noir perché aveva saputo diventare un bandito, e vivere vicino ai criminali. Scriveva noir sapendo che il noir «porta il lutto non per il crimine, che è l'ultima espressione della disperazione, ma per la pietà e la compassione che la gente per bene, se ce n'è ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli a un'esistenza lenta e fredda»...
[derek raymond] e a partire
[derek raymond] e a partire da qui, tre grandi strade.
La prima: l'archivio ragionato MERIDIANO ZERO in Lanke. Questo: http://www.lankelot.eu/archivione?case%20editrici/Meridiano%20Zero con 62 voci.
La seconda: RAYMOND DEREK in Lanke. http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?R/Raymond+Derek
La terza: ULTIMI NOIR in Lanke (una scelta di noir): http://www.lankelot.eu/noir
[la poetica del noir] è
[la poetica del noir] è scritta in questo libro qui. A chiare lettere. E rimane decisamente impressa.
[raymond] bella recensione,
[raymond] bella recensione, ho letto un solo libro di raymond. quindi non basta
[raymond] questo "hidden
[raymond] questo "hidden files" è sicuramente una grande iniezione di onestà e di intelligenza. Come memoir è sentimentale e inevitabilmente sconnesso, come manifesto di estetica noir è straordinariamente convincente e anzi - in più di un frangente, magnetico. Mi dirai:)
[raymond] Il link ad una
[raymond] Il link ad una intervista che ho conservato nel tempohttp://www.drivemagazine.net/intray.html
[Raymond] Oddio Raymond mi
[Raymond] Oddio Raymond mi pare un po' drastico, non fosse altro che spesso proprio i personaggi dei "noir" - o magari di quelli che vorrebbero essere tali - rischiano di apparire piuttosto improbabili e assurdi (penso a Mikey Spillane), anche più dei vari Poirot etc etc. Non è che si faccia anche un po' di promozione?
[raymond, noir, lupo] eh,
[raymond, noir, lupo] eh, grande domanda, Luca. Diciamo che ti fa subito scegliere da che parte stare. O accetti di credere a tutto, ma proprio tutto quel che dice (e magari ti ripeti che stai comunque parlando con un uomo che mentre scriveva era già diventato vecchio: e che qualche anno dopo è morto), oppure dubiti perché naturalmente ti accorgi che stai ascoltando le parole di un cantastorie, di un romanziere. Beh.
Vero è che mi è sembrato molto plausibile che per tutta la vita abbia continuato a essere benestante, al di là di ciò che qui ha scritto, ma che nel frattempo abbia fatto il possibile per vivere come se non avesse avuto niente. Non ci vedo niente di male, nel caso:).
Questo libro fa promozione a una cosa sola. Al noir. E' come un vangelo del noir. A me ha colpito profondamente per questo. Ho capito che cosa è il noir. Prima non lo sapevo, o semplicemente non avevo capito.
[raymond, miner, intervista]
[raymond, miner, intervista] bella e ricca intervista, grazie per avercela segnalata. Mi vengono in mente almeno due cose importanti che non ho inserito nell'articolo, per evitare che diventasse un saggio da 15mila battute. La prima, il discorso delle influenze. Orwell e Sartre, entrambi (possibile? possibile)... loro sono i due nomi principe, e poi stupisce relativamente la pretesa presenza del mostro sacro per antonomasia, Shakespeare... e in generale è divertente scoprire che le prime letture amate sono state quelle proibite/bandite in casa. Da questo punto di vista devo dire che è meglio che l'esposizione di certe vicende sia stata un po' disordinata: il disordine ha attutito qualcosa di più prevedibile.
La seconda, il discorso della schizofrenia. Raymond scrive bellissime pagine sulla schizofrenia, dandole senso e spiegandola. Artisticamente e intellettualmente sono molto riuscite e in più di un frangente decisamente toccanti.
Grazie per la segnalazione dell'intervista d'antan.
[Raymond] Sono molto curioso
[Raymond] Sono molto curioso di leggere questo memoir, anche perchè avendo letto tutti i suoi libri pubblicati in Italia questo sarebbe un tassello molto importante per ricostruire tutta la sua poetica. Non so ma i noir di Raymond sono un'esperienza del tutto diversa dal resto dei noir. Lo stesso tipo di emozioni, seppure in maniera diversa, me l'ha trasmessa David Peace.
[and, peace, raymond] è una
[and, peace, raymond] è una delle ragioni per cui non vedo l'ora di rileggerti sia su Raymond che su Peace: e per cui aspetto con grande entusiasmo il tuo terzo e quarto e quinto libro di narrativa. E' ora... è ora.
[raymond, radio capodistria]
[raymond, radio capodistria] Amices! Come ogni 2a e 4a domenica del mese, all’interno dell’AGENDA IN ORBITA su RADIO CAPODISTRIA, ON AIR DALLE H 14 ALLE 14.30 ( www.radiocapodistria.net/ ) domenica 27 febbraio sarò ospite di Ricky Russo, living legend, ex calciatore del Chiarbola, speaker e spirito rock triestino, per parlare di libri. Questa volta, ho scelto ZANDEL, RAYMOND e MATTIONI.
BUON ASCOLTO! A DOMENICA!
E per recuperare la registrazione... http://official.fm/users/inorbita
Derek Raymond: Stanze nascoste (Meridiano Zero, 2011)
http://www.lankelot.eu/letteratura/raymond-derek-stanze-nascoste.html
Stelio Mattioni: Dolodi (Zandonai, 2011)
http://www.lankelot.eu/letteratura/mattioni-stelio-dolodi.html
Diego Zandel: I testimoni muti (Mursia, 2011)
http://www.lankelot.eu/letteratura/zandel-diego-i-testimoni-muti.html
[raymond, stanze nascoste]
[raymond, stanze nascoste] qui l'articolo di Michele Lupo, apparso sul bel RECENSORE: http://www.ilrecensore.com/wp2/2011/04/le-stanze-nascoste-di-derek-raymond/
[stanze nascoste] "Il fatto
[stanze nascoste] "Il fatto di essere come una macchina poco orientata agli altri, e di deludere ogni aspettativa proprio per queste stanze nascoste, è fonte di angoscia per me e per chi mi sta vicino. Ma nessuno di noi può discostarsi, se non lievemente, da ciò che è." (Derek Raymond, Stanze nascoste)
[raymond] eppure è quel "se
[raymond] eppure è quel "se non lievemente" a fare la differenza. Un po' lo stesso discorso che vale per chi crede nel destino. C'è qualcosa che possiamo fare per aiutarlo a essere buono...
[Raymond] Certe volte penso
[Raymond] Certe volte penso che quel lievemente possa contribuire ancora di più a confondere e a peggiorare la situazione. Io non ho mai capito se credo o no al destino, anche se spesso ho quasi la certezza che sia già tutto scritto, fin dall'inizio e che non ci sia nessuna possibilità di capovolgere la situazione. Nemmeno i gesti estremi possono risolverla. Poi finisce tutto e scompari.
(raymond). Il destino è una
(raymond). Il destino è una scelta, condizionata dagli eventi e dalla forza o meno che si ha per affrontarli in un modo o nell'altro, almeno è ciò che penso io. Non avevo letto questa scheda ed è molto interessante ciò che ne avete estrapolato in recensione come nei commenti.
[raymond] una cosa che ho
[raymond] una cosa che ho pensato al termine della lettura è che mi sarebbe piaciuto leggere un libro così in un periodo di "nuovo inizio" della vita. Ho la sensazione che sarebbe stata un'esperienza ancora più potente. E' un libro che può portarsi dietro anni di letture nuove...
(Raymond). E pensa che l'ho
(Raymond). E pensa che l'ho appena ordinato. Ci sono dei libri che ti aprono la mente, altri che ti insegnano, che ti aprono la mente, altri ancora che ti danno la prospettiva di una nuova visione. Strano che per alcuni coincidano. Ognuno di noi ha dei libri per diversi momenti della propria vita, bello quando arrivano nel momento giusto perché li amerai di più.
[Raymond] Questo libro è
[Raymond] Questo libro è davvero bello ed è la conclusione di un percorso che mi lega a Raymond da anni, merito di Marco Vicentini che un secolo fa mi consigliò al salone del libro proprio un suo libro. E ho trovato tanti punti in comune fra la mia sensibilità e la sua. Davvero grande quello che ha fatto Vicentini in questi anni.
[derek raymond] terzo miglior
[derek raymond] terzo miglior libro straniero, in traduzione it, del 2011. secondo me: http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=4481.0
[derek raymond] dovrei
[derek raymond] dovrei iniziarlo, era arrivato...:)
[raymond] e alè:)
[raymond] e alè:)