Due cose colpiscono di questo prontuario del giornalista sin dalle prime pagine: il “peso” degli occhielli che aprono i capitoli e quello degli esempi di giornalismo buono e cattivo. Non a caso il volume inizia con una prefazione in cui l’autore afferma in modo perentorio che non esiste il giornalismo occidentale, né quello orientale; non un giornalismo di destra, né uno di sinistra. Ci sono solo il giornalismo buono e quello cattivo.
Essendo David Randall inglese ed operando in contesti anglofoni (in Italia è conosciuto soprattutto come firma de l'“Internazionale”) ha attinto essenzialmente dalle realtà delle proprie latitudini e zone d’interesse (Inghilterra e Stati Uniti). E dunque, in una carrellata lunga più di trecento pagine, si legge delle inchieste di Carl Bernstein e Bob Woodward del “Washington Post” (che avrebbero portato all’esplosione dello scandalo Watergate), degli articoli del 1989 dell’“Atlanta Journal-Constitution” (che vinsero il premio Pulitzer per l’analisi della tendenza alla discriminazione razziale nella concessione dei prestiti da parte della banche), come anche degli esempi di un giornalismo così cattivo e morboso da meritarsi l’aggettivo “sporco”. Tra questi spicca la titolazione Non sono gay, dice Edoardo apparsa sul “Daily Mirror”, che, letta in prima pagina ai tempi in cui circolavano insinuazioni sugli orientamenti sessuali del principe, sembrò una excusatio non petita, accusatio manifesta. Le cose in realtà, erano andate diversamente: un cronista del giornale aveva seguito a New York il quarto figlio della regina d’Inghilterra e, durante una cerimonia pubblica, aveva urlato: “Lei è gay?”. Il principe era stato tanto ingenuo da rispondere “No”.
Quanto ai suddetti occhielli, il libro si presenta come un vero e proprio scrigno. Il primo che compare è di Napoleone Bonaparte (“Quattro giornali ostili sono da temere più di mille baionette”, p. XI), uno degli ultimi di Albert Camus (“I cattivi scrittori fanno riferimento a un contesto interno che il lettore non può conoscere”, p. 262) e tutti vertono sull’aspetto fondamentale della professione del giornalista, sull’elemento che non bisogna mai perdere di vista se si ha l’ambizione di diventare un giornalista quasi perfetto: il caro, vecchio buon senso. È nel nome del buon senso-rispetto del lettore che il buon giornalista ricorre a fonti sicure per fare un buon servizio al cittadino; sempre per buon senso-affidabilità che andrebbe evitato di riportare percentuali senza le relative basi di riferimento; e nel rispetto del buon senso-giustizia che non si dovrebbe fingere di essersi dimenticati di citare una fonte per attribuirsi tutti i meriti dello scoop.
Commenti
Un altro frutto dell'albero "Contromano" di Laterza.
(ave Paola! solo un passaggio per salutarti e omaggiarti. a domani per i commenti;) )
"nel nome del buon senso-rispetto del lettore che il buon giornalista ricorre a fonti sicure per fare un buon servizio al cittadino; sempre per buon senso-affidabilità che andrebbe evitato di riportare percentuali senza le relative basi di riferimento; e nel rispetto del buon senso-giustizia che non si dovrebbe fingere di essersi dimenticati di citare una fonte per attribuirsi tutti i meriti dello scoop."
> Manuali come questo torneranno a essere discussi se le prossime polemiche sull'ordine dei giornalisti, previste post 25 aprile grillino, andranno a riaprire certe questioni...
bella segnalazione (e bella riflessione sui cronisti)
A proposito, come hai scoperto questo libro? Come ti è venuto incontro?
Ave ottima
gf
Diciamo che il libro mi è stato imposto. Ma è stata una piacevole imposizione. Quanto alla quaestio sull'ordine dei giornalisti, non è certo questo il tipo di libro che getta benzina sul fuoco. C'è roba in giro molto meno politically correct... Ne ho in mente uno. Forse ne parlerò.
Anticipazione?
Un "settore" del giornalismo non abbastanza considerato. Io, per lo meno, ne sapevo davvero pochino prima di leggere un certo libro...