Quasimodo Salvatore

Lirici Greci

Autore: 
Quasimodo Salvatore

DIVENTA CONTEMPORANEO IL MESSAGGIO LIRICO DELL’ELLADE

“Se c’è una parola sulla quale possiamo fermarci e che suggerisce al massimo quello che intendo per classico, questa è la parola maturità”: con questa convinzione e questo atteggiamento spirituale Quasimodo approda all’anima dei lirici greci, creando un’opera di apparente traduzione ma con la quale in realtà compie il grande miracolo di annullare tra quei testi e il Novecento la corruzione del tempo nella purezza della parola, nella sua fulmineità vergine, nuda da orpelli, ridondanze e abbellimenti.

Le critiche ovviamente non furono risparmiate dai cultori del filologismo pedante e delle traduzioni “fedeli”, che solo più tardi convennero nel riconoscere quantomeno l’originalità dell’opera che l’autore pubblicò nel 1942.
La via per lui, greco nell’anima, era quella di ritrovare l’incanto delle origini superando l’ostacolo del tempo. Trasmise quindi alla traduzione un input empatico. Rivissero quindi una poesia pura, una rinascita del mondo greco attraverso la sensibilità di una poeta che scavò nella parola, la resuscitò e la restituì a se stessa. La discussa interpretazione del termine “mainolai” di Saffo, nell’inno ad Afrodite (v. 18) espressa con l’accezione di “inquieta” e non “pazza”, suscitò polemiche a non finire: ma in realtà inquieto e fragile era l’animo di questa poetessa che cantò l’amore nella memoria, nell’assenza, nell’abbandono, nell’estasi; analizzando il suo cuore ma anche la sua esasperata fisicità: (fr. 31) “(...) non mi riesce più di parlare...la lingua si spezza...sembro a me stessa vicina a morire...mi afferra tutto un tremito...amore investe il mio animo / come il vento che piomba sulle querce montane...” (fr. 31).

Si accenna nella biografia della poetessa ad un suo giovanile viaggio in Sicilia e Quasimodo ricercò nella medesima isola l’equilibrio greco: che altro non è che l’afferrare l’atemporalità della parola nella coscienza di una Sicilia come Magna Grecia, luogo della memoria e dell’infanzia contrapposta ad una condizione di infelicità esistenziale che altri lirici greci conobbero con più percezione, però, dello scorrere del tempo e della caducità delle cose, cantando l’invito a godere l’attimo. Alceo, quasi ossessivamente, invita a libare, all’amore, al vino consapevole della brevità dello spazio del vivere, un “carpe diem” al quale il poeta diede forma e dignità espressiva di valori simbolici. Il vino, le corone di aneto, i balsami soavi distraggono la morte e giocano alla vita: “...bevi con me Melanippo... attraversato il vorticoso Acheronte...forse vedrai ancora la luce del sole?” (fr. 38). “... è lungo un dito il giorno...tira giù i grandi bicchieri ornati” (fr. 46). “Versa un dolce unguento sul mio capo che ha tanto sofferto” (fr. 50).

Di lui Quasimodo tace il dolore della guerra, delle lotte politiche, dell’esilio; e anche di Anacreonte colse l’unico sentimento che non si colloca nel tempo e nello spazio: l’amore; forte, violento, inebriante ma soprattutto invincibile e dominatore. Da pag. 81: “Voglio cantare il molle Eros / pieno di ghirlande / ricche di fiori / Eros che domina gli uomini / signore degli Dei”. Da pag. 83: “Eros mi colpì / e mi riversò alla deriva / di un torrente invernale”.

Maggiore varietà di toni e di registri si colgono in Alcmane, che esprime una poetica radicata nella credenza secondo la quale l’arte riprende il modello dal canto degli uccelli e dai loro colori: “le parole e la musica / Alcmane le ha trovate/ attento alla voce delle pernici” (fr. 91); oppure “dormono le cime dei monti...le fiere montane...le api...i pesci...gli uccelli dalle grandi ali” (fr. 159).
Spontaneo il raffronto tra questa umanizzazione della natura e la migliore poesia pascoliana. Il chiù de “L’assiuolo”, con tonalità ascendenti, è voce...singulto...pianto di morte.

Tante le voci dall’Ellade, forte il loro richiamo per chi ha colto come il tempo possa deturpare e corrompere, ma il tempo è anche pietoso e qualche volta rimanda echi alla mente e al cuore; e oggi Paolo Coelho scrive: “Se non penserò all’amore non sarò niente”.  



EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE 

Salvatore Quasimodo (Modica, 1901 - Napoli, 1968), poeta, traduttore e saggista italiano, premio Nobel per la Letteratura nel 1959
Esordì pubblicando la raccolta “Acque e terre”, nel 1930.

Salvatore Quasimodo, “Lirici Greci”, 1942. Prefazione di Luciano Anceschi.  

L’opera fu composta e concepita tra 1939 e 1940: venne riveduta e ristampata più volte.

Approfondimento: Salvatore Quasimodo, “Il Poeta e il Politico”, Schwarz, Milano 1960.

Il volume comprende il discorso pronunciato dall’autore in occasione del Nobel e i suoi principali scritti critici.

Approfondimento in rete: Sito ufficiale su Salvatore Quasimodo / Italia Libri / La Poesia / Antenati / Wikipedia.



ottobre 2004 - Patrizia Garofalo

ISBN/EAN: 
9788804531845

Commenti

Tante le voci dall?Ellade, forte il loro richiamo per chi ha colto come il tempo possa deturpare e corrompere, ma il tempo è anche pietoso e qualche volta rimanda echi alla mente e al cuore; e oggi Paolo Coelho scrive: ?Se non penserò all?amore non sarò niente?.

Leggo e imparo.
Mi colpisce il "viaggio giovanile" di Saffo in Sicilia. A naso, dev'essere durato qualche anno data la natura degli spostamenti... però è una bella cosa che Quasimodo ne cerchi le tracce spirituali, per così dire.

Quasimodo, dici, "compie il grande miracolo di annullare tra quei testi e il Novecento la corruzione del tempo"

Eh, mica cosa da poco!

si , forse sono i sentimenti stessi , connotativi della liricità ad essere continuativi e senza fratture ma certamente Quasimodo è penetrato nei versi e li ha adattati senza frizioni alla sensibilità moderna. Il fatto che lui stesso fosse poeta aiuta e non di poco la sensibilità di traduzione.

Devo questo libro - e queste letture - al dono di una mia ex. Dono molto apprezzato, e sempre più col passare del tempo.
Grazie per aver riproposto questo articolo.

"Le critiche ovviamente non furono risparmiate dai cultori del filologismo pedante e delle traduzioni ?fedeli?, che solo più tardi convennero nel riconoscere quantomeno l?originalità dell?opera che l?autore pubblicò nel 1942".

> Succede...

"?Se non penserò all?amore non sarò niente?."

> Questo non so, forse non sempre: forse non in assoluto.
In ogni caso, grazie.

amore forse inteso in modo più ampio di un'accezione puramente amorosa, non lo so gian .
Noi siamo, e l'amore è una ricchezza aggiunta è non deve mai essere una compensazione ma è difficile
certoè che gli affetti che esso produce al corpo e alla mente nessun meglio di saffo l'ha espresso.
grazie a te

Forse dovremmo tornare a leggere i frammenti di Saffo, accantonando le questioni filologiche, e provando a darne lettura empatica...
modernizzandola.

Ci vuoi pensare tu?
Dai. Con calma...

si gian, a presto entrando nei versi prima con "pancia"...ne usciremo più pieni e veri.
ci sto. grazie per l'invito