Quarantotti Gambini Pier Antonio

L'onda dell'incrociatore

Autore: 
Quarantotti Gambini Pier Antonio

La primavera di una generazione, a un passo dal suo atroce, istantaneo bellico inverno; la formazione, erotica ed esistenziale, di un adolescente triestino e del suo compare; una goliardata nata per gelosia e per invidia che finisce in tragedia: questi gli assi portanti di uno dei migliori romanzi dello scrittore istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini (1910-1965), “L'onda dell'incrociatore” (1947).

Nella prefazione, Guagnini ricorda che il titolo primo dell'opera era il potenzialmente equivoco “La maona” (significa “chiatta da carbone”): fu Saba, convinto dell'eccezionalità dell'opera e delle sue altre valenze simboliche, a suggerire il titolo definitivo. Quando? Il 12 settembre 1945. Il poeta scriveva: “Caro amico, mentre mangiavo una fetta d'anguria (forse l'ultima di quest'anno) in piazza del Ponterosso, ho trovato – senza cercarlo – il titolo del tuo libro: 'L'onda dell'incrociatore'. Guarda come apre e chiude bene – direi anche esattamente – la strana giornata nella quale si svolgono tanti fatti curiosi, nella realtà e nel ricordo (...)” (p. 9).

Trieste, 1935. Ario e Berto, due giovanotti nati e cresciuti nel mandracchio, si preparano ad accogliere i reduci della Guerra d'Africa: tricolori a tutte le finestre, cittadinanza in festa. Hanno preparato uno scherzo alla sorellastra di Berto, loro amica d'infanzia, e al suo giovane e statuario amante, Eneo, canottiere, campione inespresso: la maona che ospita i loro incontri amorosi potrebbe affondare da un momento all'altro, costringendoli a venire allo scoperto. Intanto, l'onda degli incrociatori in arrivo, per festeggiare i reduci, scuote i giovanotti dal torpore febbrile per l'azione in corso. Devono sbrigarsi. Sarà una giornata memorabile, ma non per quel che Ario e Berto avrebbero voluto: e mentre l'irreparabile sta per avvenire – e non toccherà alla coppia clandestina, ma a un innocente – scopriamo la loro storia.

Ario era affascinato dalle regate di San Francisco. Sua madre diventava matta al solo pensiero: suo padre se ne era andato proprio per quella ragione, qualche anno prima. Il ragazzo, senza saperne niente, sognava di andare in America. Cos'era per lui l'America? Praterie e grattacieli. Come al cinema. Era qualcosa di grande – la nazione della città più grande del mondo, quella dove si diventava miliardari, come gli avrebbe detto Eneo, da semplici atleti. Molto semplice, tutto qui. Una fantasia.

La piccola Lidia, sua coetanea, gliela fa vedere ogni tanto, un'altra America, molto volentieri, in camerino: purché ci sia anche suo fratello Berto. Nel tempo, pur di vederla ancora nuda, andranno a processarla – per gelosia – e la costringeranno a distendersi su una lastra rovente, da un lato e dall'altro. Sono ancora ragazzini e non c'è eccessiva malizia. Lidia li lascia fare. Si lascia fare tutto. La malizia arriverà nel tempo, quando Lidia si farà donna e preferirà la compagnia di Eneo a quella degli amichetti; ritrovandosi, come rivale, la madre dell'atleta.

Da sempre, Ario soffriva per le frequentazioni notturne della mamma. È una donna sola, ma istintivamente lui vorrebbe così restasse; che fosse sempre, assurdamente, fedele a quel padre lontano che lui nemmeno ricordava d'aver conosciuto, e che raccontava in giro scrivesse lettere tutte dello stesso tono: “ritornerò”.

Eneo Sigòn, giovane e promettente canottiere, è come Ario e Berto un figlio della Trieste povera e innamorata del mare. Bello e stupido, è un talento che non vince nessuna competizione, a dispetto delle promesse; vincono degli outsider, giovanotti come i due amici, senza che nessuno se l'aspetti. Eneo, intanto, si dà alle belle donne e alla bella vita, scapestrato e dissoluto.

Lidia è l'oggetto delle prime, consapevoli curiosità erotiche di Ario e del suo fratellastro. Ne sono tanto attratti che diventano morbosi: picchi di eccitazione rispondono ai racconti sulle imprese e sulle esperienze di lei, raccontate con toni ossessivi da Berto, di solito. Ario fantastica e si identifica, come fosse stato presente; sarà terribile, in un certo senso, scoprire che il suo patrigno l'ha spogliata nuda, di fronte a Berto, e l'ha “esaminata” per scoprire se era ancora vergine. Sarà come se Ario fosse stato l'amico, là con la lampada in mano, e il patrigno, malato della nudità di lei.

Ario e Berto stanno scoprendo le cose della vita: l'ambizione, l'antagonismo, il desiderio, la vendetta, l'invidia. E le stanno scoprendo dentro casa. Lo scherzo che hanno tramato non è divertente ed è pericoloso: diventerà micidiale per un povero alpino che si ritrova nella maona al posto della coppia. E così, a completare la formazione dei due ragazzi, verrà a fare capolino la morte: una morte di cui saranno responsabili. Forzando molto la mano, si può leggere in questo epilogo un'allegoria delle future vicende belliche italiane; considerato che la vicenda si svolge, non nella memoria ma negli eventi, proprio in un giorno di festa per la campagna d'Africa, è difficile non tenere presente quanto luttuosi saranno gli anni successivi, e per quale causa. Così, il desiderio prima infantile e poi adolescenziale per una giovane donna – il desiderio della carne, della bellezza, del possesso della bellezza – si fa simbolo dell'imperialismo italiano, che avrebbe decimato i nostri figli e impoverito e precipitato nella sudditanza la nostra Nazione. Il romanzo, datato 1947, è stato scritto nel 1945: probabilmente, nell'inconscio dell'artista istriano, questo s'annidava.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Pier Antonio Quarantotti Gambini (Pisino d’Istria [Pola], 1910 – Venezia 1965), bibliotecario, poeta, giornalista, saggista e scrittore italiano, figlio di Giovanni Quarantotto da Rovigno, patriota irredentista, e Fides Histriae Gambini, da Capodistria.

Studiò a Capodistria e si laureò in Legge a Torino. Esordì in letteratura col volume di racconti I nostri simili (Solaria, Firenze 1932), cui fece seguito nel ’35 il romanzo La rosa rossa e nel ’39 Le trincee, giudicato da più parti come uno dei romanzi esemplari della letteratura italiana di quegli anni. Dopo la guerra, pubblicò il suo libro più celebrato, L’onda dell’incrociatore, e poi Primavera a Trieste (1951), Amor militare (1955), Il cavallo di Tripoli (1956), La calda vita (1958), Sotto il cielo di Russia (1963), Luce di Trieste (1964), I giochi di Norma (1964). In edizione Mondadori (1965) è anche uscito Racconto d’amore – Il vecchio e il giovane (carteggio Saba-Quarantotti Gambini 1930-1957).

Pier Antonio Quarantotti Gambini, “L'onda dell'incrociatore”, La Biblioteca del Piccolo, 5. Collana a cura di Elvio Guagnini.

Prima edizione: Torino, Einaudi 1947. Premio Bagutta, 1948. Oggi: Sellerio, 2000, con nota di Tullio Kezich.

Traduzione cinematografica: “Les regates de San Francisco” di Claude Autant-Lara, 1960.


Approfondimento in rete: Wiki it / Istriani Illustri
In Lankelot:

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.

 

ISBN/EAN: 
9788838915833

Commenti

Riscopriamo Pier Antonio Quarantotti Gambini (Pisino d?Istria [Pola], 1910 ? Venezia 1965), bibliotecario, poeta, giornalista, saggista e scrittore italiano, figlio di Giovanni Quarantotto da Rovigno, patriota irredentista, e Fides Histriae Gambini, da Capodistria.

magnifico articolo di ALFREDO RONCI in PARADISO:

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=attualita&Chiav...

[quarantotti gambini] Buon

[quarantotti gambini]

Buon compleanno a Pier Antonio Quarantotti Gambini, ha esordito Massimo Greco, assessore alla cultura del Comune di Trieste, nel dar avvio alla celebrazione dei cent'anni dalla nascita dello scrittore istriano - Pisino d'Istria, 23 febbraio 1910 - che si è tenuta nella nuova sede della Biblioteca comunale, in via delle Lodole 6, a lui intitolata. Ma molte altre iniziative, ha proseguito Greco, ci saranno nel corso dell'anno per ricordare questo autore che ”ha avuto un periodo di appannamento che non meritava”. Un autore, Gambini, che sarà rivisitato sotto diverse angolature, anche giornalistiche, senza dimenticare che da alcuni suoi libri sono stati tratti dei film con registi quali Giraldi, Vancini, Autant-Lara.

E ancora, a precedere i due giovani relatori esperti di italianistica, Gianni Cimador e Marta Angela Agostina Moretto, l'intervento di Adriano Dugulin, direttore dell'Area cultura. Dugulin ha elogiato le tre biblioteche cittadine di cui la Gambini (ne è coordinatrice Carmela Apuzza) e la Mattioni di Borgo San Sergio hanno dato spazio anche all'animazione teatrale.

È stato quindi Gianni Cimador ad addentrarsi nella personalità dell'uomo e dello scrittore Gambini, prendendo in esame alcuni suoi libri per illustrarne le tematiche. Ma ha anche precisato come l'ispirazione letteraria gli sia nata su un battello ove in momenti diversi aveva incontrato, senza parlarci, Italo Svevo e Richard Hughes. E ha ricordato l'amicizia di Gambini con Saba e Giotti: in particolare con l'appoggio del primo poté pubblicare nel 1932 con Solaria, i tre racconti de ”I nostri simili”. Tutti i libri di Gambini - ha detto Cimador - vivono sul filo della memoria e di quel legame con l'Istria e Semedella ove l'autore trascorse l'infanzia e l'adolescenza. E ha sottolineato come nel suo primo romanzo ”La rosa rossa” del '37 la vera protagonista sia la Capodistria del sogno e dell'allucinazione: romanzo questo, il cui finale sulla vecchiaia è stato letto da Corrado Travan con l'accompagnamento musicale di Tiziano Bole e il coordinamento di Casa della musica/Scuola di musica 55.

E ancora, il relatore ha ricordato ”L'onda dell'incrociatore” uscito nel '47, che ha per cornice la Trieste del Mandracchio, e il suggestivo breve racconto, ”Le redini bianche”, compreso ne ”Il ciclo di Paolo” raccolto nel volume ”Gli anni ciechi”. Racconto, che ha per tema l'infanzia, l'età dei dolci inganni: un'età che per lo scrittore, che si sentiva ”un italiano sbagliato”, rappresentava uno stato di grazia.

Marta Angela Moretto si è invece addentrata nel Gambini autore di reportages, come ”Neve a Manhattan” e ”Sotto il cielo di Russia”. In particolare, il primo fu scritto nel 1939 dopo un viaggio di 12 gironi dell'autore tra New York, Philadelfia e Boston. Giorni che vedono Gambini attonito non solo per l'atmosfera di lietezza e fiducia della giovane e libera America, ma anche per il radicale antisemitismo che vi dominava. Stordimento il suo, capace tuttavia di cogliere anche una sorta di inquietudine che gli genera angoscia. Tra l'altro annota come «gli americani siano incapaci di soffermare lo sguardo sulla realtà: loro sono pragmatici, inconciliabili con gli introspettivi europei che giudicano ”tarati”. Due civiltà, l'europea e l'americana, completamente diverse anche nel culto dei morti: la morte infatti, per gli americani sembra quasi non esistere». Riflessioni pregnanti, rapidi flash caratterizzano questo reportage, ha concluso Moretto sottolineando come ”Neve a Manhattan” sia strutturata sintatticamente per dare la sensazione del movimento.

Grazia Palmisano su Il Piccolo del 25 febbraio 2010