Pynchon Thomas

L'incanto del lotto 49

Autore: 
Pynchon Thomas

Se nemmeno il figlio di Dio rispondeva alla domanda “Quid est veritas”, figuriamoci il profeta del postmoderno come poteva comportarsi: Pynchon insegna che la verità non esiste, che la verità è un fuoco fatuo di elementi a incastro che si illuminano solo di fronte allo sguardo di chi sta cercando, e di lui – o di lei – soltanto; che i sotterranei complotti per detenere controllo e potere rimarranno, che ci piaccia o no, relativamente sotterranei: emergeranno frammenti più o meno indecifrabili, ricomporli non sarà possibile. Giocarci si può, illudersi è normale, sbagliare è inevitabile.
"L’incanto del lotto 49” è un tetro divertissement romanzesco: l’irrisolta tragicommedia di un’indagine su una misteriosa lotta tra compagnie postali, nel corso dei secoli, per mantenere e detenere il controllo della comunicazione. Per evitare che ogni comunicazione scritta sia sotto lo sguardo del governo, e per garantire una speranza alla verità (relativa, e individuale, della comunicazione punto a punto): che possa circolare senza controllo. Tutto qui, a un primo sguardo. Ma Pynchon è un crazy diamond. È un diamante pazzo che ha capito che non c’è nessuna speranza per l’umanità diversa dal cantare il nonsense dell’esistenza, e che cercare di forgiare la verità è un’impresa donchisciottesca; è un artista che rifiuta di allinearsi a paradigmi e canoni e si distende, come un treno deragliato, ben oltre i binari della razionalità e della logica: i vagoni se ne vanno, a velocità abnorme, per terreni, torrentelli, vigneti e uliveti, periodicamente estranei alla rotta prima, cercando di mostrarsi compatibili con la natura. È delirante ma l’autore sembra essere persuaso che sia così: se niente ha uno e un solo senso e niente è vero, allora io posso mescolare la musica del popolo con Stockhausen, citare disinvolto il mio vecchio professore Nabokov, passare dalla filologia alla satira antigovernativa, dall’erotismo alla narrazione di un mistero, per interno giorno contemporaneo e acquatici cimiteri di guerra: l’amalgama è questa scrittura incredibilmente lucida e pulita, a dispetto di digressioni e trame nelle trame che sembrano provenire da una personalità sfinita dalle proprie scissioni, e dalla turbolenza del suo pensiero. Cosa darei per entrare nel cervello di quest’uomo e riallineare tutti i pezzi: almeno, per dare loro un nome. Come tasselli di un mosaico frantumato a martellate (da un passante: invidioso, o forse semplicemente preda di un raptus), li immagino dispersi e scintillanti o impolverati, sparpagliati in una pianura frammentata da voragini e baratri oscuri e infiorati. Qualche tassello, in quelle voragini, è finito sicuramente. Vallo a riprendere, adesso. Senza guardare i fiori sulle pareti, dico.

Rispetto all’opera prima, “V.”, “L’incanto del lotto 49” si rivela decisamente più equilibrato e accessibile; nei limiti di quanto appena scritto, ma senza precipitare il lettore nell’irritazione, nella noia o nella frustrazione come avveniva – come mi è avvenuto – nell’esordio. Il conflitto tra la Trystero e la Thurn und Taxis è uno dei plot; l’altro è quello dell’incipit dell’indagine. Ossia, la storia di Oedipa Maas. È una ventottenne, casalinga di buone letture, sposata con un deejay. Pynchon sa descriverne minuziosamente l’attività – come se avesse deciso, a un tratto, che l’immortalità nel gesto minimo cara al Karlsen fosse la chiave per dipingere la sua essenza. C’è un elenco di cose che fa, a un tratto, degno della capacità di una personalità maniacale e compulsiva di annotare tutto. È nelle prime pagine, testimonia che Proust e Joyce sono stati interiorizzati con molta naturalezza.

Oedipa aveva avuto una storia con un certo Pierce, tempo prima: un altro demone legione, miliardario e capace di parlare, come un Chaigidel, molte lingue con la voce di molte anime differenti. Pierce muore, e il libro prende il via dall’inattesa decisione postuma di nominare la sua ex esecutrice testamentaria. La memoria è un’allegoria: lei era una che aveva pianto quando Pierce era salito sulla sua torre. Lei voleva fuggire, ma la torre era ovunque. Lei è una donna stupenda che non esce dalla sua prigione (di sogni, di desideri) e si ritrova a lavare i piatti. Non per molto.
Ci congederemo presto dalla sua vicenda sentimentale col marito deejay, che si rivela nient’altro che un figuro funzionale alla narrazione del suo status sentimentale (dell’epilogo non parlo), presto cornuto e con non poca soddisfazione (del lettore, pure), e accompagneremo Oedipa incontro al suo destino. Il testamento del suo ex nasconde segreti e cicatrici di una sorta di movimento-ombra…

Oedipa proverà a capire cosa fosse il servizio postale del Trystero, quante fossero le attestazioni del suo nome nella vecchia edizione di un dramma minore, e cosa si nascondesse nei filtri di certe sigarette (non si muore mai del tutto), cosa significasse l’acronimo W.A.S.T.E – We Await Silent Tristero’s Empire – e chi animasse l’organizzazione. E intanto, tra menzogne e verità mascherate, leggeremo del Lago di Pietà del 1943, dove riposa(va)no tanti americani, della mancata alleanza tra russi e unionisti (p. 43) e di un commodoro che comperava lotti di terra californiana per una manciata di pence; di una band chiamata Paranoids, di psichiatri già attivi a Buchenwald, di juke-box che passano Stockhausen, di innamorati anonimi, di avvocati con un passato da attori, e di spogliarelli botticelliani. E ogni tanto, qua e là, rivelazioni: passi che sembrano nascondere chiavi di lettura…

“Io vivo in ciò che sembro, e non sono mai sicuro. La possibilità mi perseguita” (p. 22), dice uno dei personaggi-fantoccio di Pynchon.  

“Non c’è modo di risalire ai fatti, a meno che si segua una correlazione accidentale” (p. 87). Tutto chiaro? Ne potete trovare almeno altri due. Sono le cicatrici della menzogna, fenomeno classico del bugiardo patologico e narcisista. Ne ho scritto spesso, altrove, e Pynchon conferma questa attitudine.
Non ha intenzione di farci entrare in un mondo con una verità testuale: nella maniera più limpida e netta. Punto.

Avanti: entriamo nel sistema di Tristero. Nella fioritura di Tristero. Tra i sicari di Tristero. Nella possibilità di Tristero. Tra le lettere che il governo non aprirà, in questa macchina oscura al centro del planetario. Tra le pagine del libro che lo aveva nominato, forse per errore. E infine, progetteremo un mondo.

“In una rete mediante cui un numero X di americani comunica davvero riservando le menzogne, le recite di prammatica, gli aridi tradimenti della miseria spirituale, al sistema ufficiale di distribuzione del governo; forse anche in una vera alternativa alla mancanza di uscita, all’assenza di sorprese nella vita che martoria le menti di tutti gli americani che conosci (…)” (pp. 161-62)

Sì. Non è un capolavoro, se è questo che volevate sentirvi dire. Favoloso esercizio di stile: di uno stile nuovo e personale. Niente di immortale, ma nemmeno di immorale. Qualcosa rimane.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Thomas Ruggles Pynchon (Glen Cove, Nassau, Long Island, NY 1937), scrittore e saggista americano. Esiste solo nelle sue opere: non si concede al pubblico. Studiò Fisica e Letteratura Inglese alla Cornell University, si arruolò in Marina. “V.”, apparso nel 1963, è il suo primo romanzo; in precedenza, aveva pubblicato solo racconti. Il primo è stato "The Small Rain", apparso nel Cornell Writer nel maggio 1959. È la bandiera della Letteratura postmoderna.

Thomas Pynchon, “L’incanto del lotto 49”, Einaudi, Torino 2005. Collana Stile Libero.
Traduzione di Massimo Bocchiola.

Prima edizione: “The Crying of Lot 49”, Lippincott, 1966. 

Approfondimento in rete: Wiki ita / PynchonWiki / Random House / Book Forum / Pynchon Notes / The Modern World / Carmilla / Fantascienza.com / Hyper Arts / San Narciso College / Zam / Miserabili

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2008.

Yesterday I Woke Up Sucking A Lemon.

 

Altro Pynchon in archivio Lankelot: Pynchon Thomas

ISBN/EAN: 
9788806178581

Commenti

Pynchon, atto secondo.

"Rispetto all?opera prima, ?V.?, ?L?incanto del lotto 49? si rivela decisamente più equilibrato e accessibile; nei limiti di quanto appena scritto, ma senza precipitare il lettore nell?irritazione, nella noia o nella frustrazione come avveniva ? come mi è avvenuto ? nell?esordio".

Dopo aver letto il pezzo precedente su Pynchon mi chiedevo come mai avessi scelto di presentarcelo. Qui si migliora, pare, e poi il personaggio pare proporre opere fuori schema consueto. Certo non basta. Si diceva di Lynch, e pur non avendo letto Pynchon, da ciò che ci hai scritto in questi due pezzi posso immaginare tu abbia ragione. Seppur strano, Lynch al confronto appare più comprensibile. O, quanto meno, animato da un criterio o da una direttrice più enucleabile. Tu sei un coraggioso, comunque;)

Io sono un pazzo:).
Quando vedrai in giro "V" e "L'arcobaleno della gravità" capirai a cosa sono andato incontro. Questo almeno è sotto le 200 pagine.
Ma sai cosa? Al di là della ragione prima per cui ho dovuto affrontare TP, che ti dirò altrove, c'è una questione-cardine. Mi ero rotto i coglioni di sentire sbrodolare la parola "genio" a proposito di un vivente che non avevo letto. Sto cercando di capire dov'è il genio, perché delle due l'una: o sono io che ho tutta un'altra idea di cosa sia grande Letteratura, oppure in Italia c'è una generazione di scrittori che sta sbandando perché ha sbagliato padre.
Vedremo. Tra 50 anni capiranno chi aveva ragione.

3 - Io propendo per la seconda ipotesi. Ma è indubbio che tu sei un fustigatore nato.

In ogni caso, mi sembra che Selby sia di un altro livello. E' lui che ha inventato qualcosa, tra gli americani - è lui che straccia l'anima di chi legge, è lui che ha interiorizzato Hamsun e Cèline. E' Selby l'americano da salvare per primo. Poi vengono altri, c'è anche Pynchon per carità. Ma l'arte vera è un'altra cosa.

4. Morirò fustigando(mihi).

5 - Mai letto nemmeno lui. Lo annoto ma chiedo venia. Nessuno può avere uno spettro di conoscenze letterarie cosi ampio come il tuo. Noi umani facciamo selezione, per quanto si può:)

Eh. Piano piano ci mangiamo anche tutto quel che rimane di Selby. Ci farà bene. Intanto, questo:
www.lankelot.eu/index.php/2007/07/12/selby-jr-hubert-il-salice/

W.A.S.T.E ? We Await Silent Tristero?s Empire ?

In 1988, he received a MacArthur Fellowship and, since the early 1990s at least, many observers have mentioned Pynchon as a Nobel Prize contender (see, for example, Grimes 1993; CNN Book News 1999; Ervin 2000). Renowned American literary critic Harold Bloom named him as one of the four major American novelists of his time, along with Don DeLillo, Philip Roth, and Cormac McCarthy.

(WIKI EN)

e qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le...
vabbé. te la sei cercata, gf.
"stile nuovo e personale".
1966. Pynchon ha 29 anni. V. è uscito 3 anni prima, quando ne aveva 26.
Tenendo conto dell'età, non mi sembra male. Bisogna vedere come è cresciuto.
Ho come il sospetto che lo scopriremo presto.

11. Era voluta. Ne nascondo 3-4 ad articolo, di giochetti del genere;).
Ora passeremo dal Lotto 49 a Vineland: salto Gravity's Rainbow. E se pensi che tra GR e VIN passano 17 anni...

"Non ha intenzione di farci entrare in un mondo con una verità testuale: nella maniera più limpida e netta. Punto."

Quindi i suoi libri, a dispetto della lucidissima scrittura, sono una sfida al lettore?
Quindi è la sua inaccessibilità che la critica osanna come genio?

In parte sono una sfida al lettore. Nel senso che pretendono un grado di interazione molto più alto: un lettore paziente e curioso che va a verificare, ad esempio, se tutti i fatti storici - e musicali - riportati corrispondono al vero, e sulla base di questo interpreta l'opera. Anche.
In parte sono, prevedibilmente, espressione pura della sua visione del mondo: in questo senso sembrano scritti fregandosene del lettore. Erano le storie che voleva raccontare, raccontate a modo suo.
La critica apprezza, vedo, il tono brillante, la satira, l'imprevedibilità, la capacità di alterare la struttura; di raccontare allegoricamente la società americana.

La necessità di una certa curiosità da parte del lettore, disposto a mettersi a fare ricerche e verificare dati, credo sia un fattore positivo.
E' stimolante. Aiuta ad entrare meglio nel libro. Ma se poi ci si scopre in un labirinto senza nessuna o quasi possibilità di raccapezzarsi un minimo...
Uhmmm, non so. Personalmente dubito riuscirei in un'impresa del genere.

Quanto alla critica, beh...il tono brillante non è poco, ma nemmeno tutto.
Parere da profana, eh. Ma per me un libro deve lasciare qualcosa in più che l'ammirazione per lo stile dell'autore.

Grazie per i chiarimenti.

Fortunato te, Lanke, che il libro ti ha lasciato Qualcosa. A me solo qualcosa di simile a quello che mi ha lasciato Dave Eggers: l'impressione che Qualcuno sta cercando di imporci Alcuni autori...

ci risiamo, eh?
Ma passa al pezzo su "V" per addentrarti nello spirito della battaglia;)

15. Riusciresti. Ma non so quanto ti divertiresti. Personalmente, zero o poco più nel caso di "v", poco nel caso del "lotto". Che almeno è più lineare...

16. A me l'Eggers dell'Opera è piaciuto. Altro non ho letto. Ma il suo lavoro con McSweeney's vale, ed anche le altre iniziative, Believer, le raccolte di racconti etc (che vengono saccheggiate da varie case editrici italiane, da Mondadori a ISBN etc).
Sul Qualcuno, non so.

Eggers manca in Lanke?

Eggers manca. Ma ho l'impressione che sia migliore come organizzatore, uno dal buon fiuto letterario, piuttosto che come scrittore. Ovvero, ho letto solo il suo primo libro, e le prime 50-60 pagine sono, per me, forti. Il resto è altalenante. Quando lo lessi mi piacque molto, ma venivo da altre letture, è stato uno dei primi americani, ed in confronto alla narrativa che frequentavo, beh. Mi colpì. Ne ero entusiasta. Dopo l'ho ridimensionato. Si cresce. Spero sia cresciuto anche lui, ma non so. Mi sembra una persona che ci mette il cuore, sul risultato letterario non so.

Bene. Glissiamo.

Beh, Baol - come abbiamo appurato - c'è andato giù duro:)

Inserisco qui un piccolo link per documentarsi su quanto ha scritto Tommaso Pincio su Thomas Pynchon e le sue opere. così per avere altri spunti. si va su questo link:

http://www.webalice.it/tommasopincio/THE_PYNCHON_ZONE.html

e ci sono varie sottosezioni.

-ho letto sul Mucchio di settembre che prossimamente uscirà il nuovo romanzo di Pincio dedicato interamente a Roma. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i romani che passano da queste parti.

Pincio lo leggo molto volentieri, e con entusiasmo.
Pynchon non lo leggerò mai più quando avrò terminato l'Arcobaleno della gravità:).

Ave caro.
Bentornato, e grazie per l'ottimo link.