“Il lungo esodo” (Rizzoli, 2005) è un saggio equilibrato, ben documentato e illuminante: argomento principe, esodo e ragioni dell'esodo dei giuliano-dalmati, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1954. Pupo riesce nella complessa impresa di offrire uno spaccato delle ragioni di tutti: dei vincitori della guerra, ossia i popoli slavi all'epoca confederati nella Jugoslavia, e degli sconfitti, ossia il popolo italiano che viveva in territori e città fondate dai loro antenati, nell'Istria Costiera, a Fiume e a Zara, e s'è ritrovato costretto a fuggire dall'occupazione militare comunista slava, dopo aver subito terrificanti violenze, cercando una difficile ospitalità in tante città italiane e poi all'estero (Australia in primis).
L'argomento scotta perché, come Pupo ricorda, per decenni è rimasto tabù: chiariamo meglio... “vale a dire l'esistenza di robusti interessi politici che per alcuni anni hanno sconsigliato di attribuire alle tragedie giuliane una portata nazionale. Sotto questo profilo, il caso più evidente, ma anche più semplice da intendere, è quello della cultura di sinistra d'ascendenza marxista, animata da un duplice ordine di preoccupazioni. La prima e più generale era quella di non dar fiato alle forze anticomuniste in Italia, cui la politica oppressiva del regime di Tito nei confronti degli italiani offriva abbondanti argomenti polemici. La seconda e più specifica era quella di stendere un velo d'ombra sui comportamenti quantomeno ambigui tenuti dal PCI sulla questione di Trieste nell'ultima fase della Resistenza e nei primi anni di dopoguerra” (p. 18).
Non c'è dubbio – conclude lo storico – che questo tipo di preoccupazioni abbiano scosso gli studiosi, preoccupati, denunciando eventualmente Esodo e Foibe, di dare spazio alla propaganda nazionalista, anticomunista e antislava: “un pericolo che andava scongiurato non parlandone affatto”, a quanto pare. Assieme, questioni di opportunità strategica – la Jugoslavia manteneva stabilità in Europa, era importante restasse unita e forte, sostenuta com'era da Stati Uniti e Inghilterra, post crisi con la rossa madre URSS – suggerivano agli italiani che non si dovevano aprire ragioni di contrasto con gli ostili e suscettibili vicini slavi. D'altra parte, era rimasta una minoranza di nostri compatrioti, nella nuova nazione: dovevamo tutelare il loro diritto alla sopravvivenza in condizioni dignitose.
Pupo ricorda che in Italia non si parlava di Esodo e di Foibe, se non nella pubblicistica “minore” (le virgolette sono mie) e in quella locale, ma che al contempo non si parlava affatto delle pratiche snazionalizzatrici fasciste a danno delle minoranze croate e slovene che abitavano nel nostro Paese: a danno di popoli che andammo ad aggredire militarmente negli anni della Seconda Guerra Mondiale, o che patirono i campi di internamento di Gonars e Arbe (p. 64: 30mila persone in tutto furono imprigionate). Niente: la questione era patrimonio culturale di chi veniva da quelle parti, e di un partito in particolare che non ha mai abbandonato gli esuli. Questo lo aggiungo io, da privato cittadino con la memoria lunga. Quel partito – unico a difendere la memoria e la verità storica – è stato ed era l'MSI. A qualcuno, machiavellicamente, faceva comodo che fossero solo loro a difendere la verità: permetteva di dare un solo colore politico agli esuli. Come gli esuli sanno, questa è una terribile menzogna che hanno pagato sulla loro pelle; e ancora pagano.
Qualcosa è cambiato già nel 1990, quando il Comune di Trieste approvò una mozione che invitava il governo a promuovere una commissione mista italo-jugoslava incaricata di far luce sulla questione delle foibe. Nel 1993 – caduta la JU – ne nacquero due: una italo-slovena, l'altra italo-croata. La prima ha prodotto un rapporto finale congiunto nel 2000, nato da “intensi scambi tra gli storici dei due Paesi”, fertili di “nuova stagione di ricerche”. La seconda, a quanto è dato sapere, non ha prodotto nulla. Cose che capitano. Nel marzo 2004, come tutti ricordiamo, il Parlamento IT ha approvato l'istituzione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, delle vicende del confine orientale e dei cittadini costretti all'Esodo (p. 23). Ricordatevi di celebrarlo, ogni 10 febbraio. Grazie. Ve ne saremo grati.
Limite principale dei recenti approcci storiografici, spiega Pupo, era l'individuazione del nazionalismo italiano prima e del fascismo poi come “causa prima” (p. 23): sia degli antagonismi, sia della violenza slava. Naturalmente ciò non bastava a giustificare le violenze commesse da mano jugoslava e partigiana comunista italiana, sua orgogliosa fiancheggiatrice: “Anche altri fili si annodarono fino al punto da rendere la situazione degli italiani nei territori sotto controllo jugoslavo del tutto invivibile nel secondo dopoguerra: fili che rimandano all'esistenza di progetti autonomi, in cui si saldavano rivendicazioni nazionaliste, politica di potenza e radicalismo ideologico, nel contesto della fondazione dello Stato più stalinista dell'Europa orientale” (p. 24). Mi sembra decisamente chiaro.
Gli occupanti slavo-comunisti delle perdute Zara e Fiume, e delle città istriane, non si limitarono a “costruire” il futuro secondo l'egida della loro ideologia, ma riscrissero la storia “da cui la presenza italiana doveva essere espunta o circoscritta a una mera parentesi 'coloniale'”. Si è trattato, spiega Pupo, “di una classica operazione di 'invenzione della tradizione', tutt'altro che infrequente nella contemporaneità” (p. 15). Se non fosse abbastanza chiaro, ecco un buon esempio: “Da parte dei quadri comunisti croati dell'Istria la costruzione del socialismo sarebbe equivalsa alla distruzione delle basi materiali della storica prevalenza degli italiani, mentre la lotta per la conquista del potere e l'edificazione della società socialista avrebbe assunto i connotati di una conquista delle città da parte della campagna” (p, 66).
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Qualche numero. QUANTI sono stati gli italiani esuli? Pupo ritiene che, tra 1944 e fine anni Cinquanta, siano stati costretti all'Esodo più di 250mila persone, in massima parte italiani. Il dato è diverso da quello canonico, 350mila, “eseguito dalle associazioni dei profughi istriani e al quale oggi in IT si fa correntemente riferimento”: è una stima che si riferisce agli “esuli”, senza entrare nel merito della loro nazionalità (p. 188), scrive Pupo, spiegando in Nota (pp. 296-297) che essa venne ottenuta aggiungendo ai 201.400 correttamente censiti nel 1958 altri 150mila, così ripartiti: 35.300 individuati senza assistenza, 54mila emigrati, 50.700 presunti, 10mila esodati dopo il 1956. Mi permetto di giudicare più credibile il numero stabilito dalle Associazioni in tempi non sospetti.
Pupo rimarca che il Ministero degli Esteri Italiani, a Esodo appena concluso, stimava in 270mila i profughi italiani, ribadendo che erano necessari approfondimenti. Numeri a parte, ribadisce: “Un intero popolo, con le sue articolazioni sociali, le sue tradizioni e i suoi affetti, era stato cacciato dalla propria terra” (p. 13). E questo è fondamentale per poter parlare di Esodo, che siano stati 270mila o 350mila. La loro presenza risaliva all'epoca della romanizzazione (!) e non aveva sofferto, naturalmente, per nessuno dei precedenti cambi di sovranità avvenuti nella Venezia Giulia: ossia da Venezia all'Austria (fine Settecento), dall'Austria all'Italia (primo Novecento). Dietro di sé, lasciarono una situazione “catastrofica: cittadine ridotte ad abitati fantasma, uffici e botteghe vuote, gli orti mediterranei abbandonati, il paesaggio antropico regredito di secoli in pochi anni” (p. 14). Nuovi abitanti erano “nuovi soggetti, largamente estranei al territorio”. Largamente – estranei – al – territorio.
La popolazione autoctona slovena e croata, storicamente estremamente minoritaria nell'Istria Costiera, a Fiume e a Zara, non poté colmare il vuoto lasciato dagli esuli, sia dal punto di vista demografico che sociale (p. 14).
In Istria, nei primi decenni del Novecento, quella italiana era “una società completa, ricca di articolazioni e autoctona (…). Una società che era stata certo sottoposta ai processi di modernizzazione economica e politica, ma che nel suo insieme presentava ancora numerosi connotati tradizionali” (p. 27); mentre in Dalmazia, con l'eccezione di Zara, gli italiani soccombevano di fronte a una società croata in larga espansione. In ogni caso: nel 1910 – censimento austriaco – su 405mila abitanti dell'Istria – campagne incluse - risultavano questi numeri: 147.416 italiani, 55.365 sloveni, 168.116 croati (p. 269). Gli austriaci tenevano molto ad aumentare il numero dei croati, per arginare la predominanza italiana. Nel 1939, soltanto tra Pola, Fiume e Zara e relative province c'erano infatti 241.186 italiani – più o meno corrispondenti ai 250mila esuli di cui parla Pupo (p. 190). Nel 1961, gli jugoslavi hanno contato 25.615 italiani rimasti ospiti del loro neo-Stato, cifra comprensiva di quegli italiani comunisti emigrati in Jugoslavia per ragioni politiche (…) e di quegli italiani che preferivano imboscarsi sotto altra nazionalità per evitare gogne e maltrattamenti.
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NEGAZIONISMO ex JUGOSLAVO. Chi può negare un fenomeno macroscopico come questo? “La storiografia slovena e quella croata per esempio, per decenni hanno semplicemente ignorato l'accaduto e, nei pochi casi in cui hanno fatto cenno alle trasformazioni demografiche, nazionali e sociali avvenute nel Litorale sloveno e in Istria, hanno più che altro badato a circoscriverne la portata, depurandola di ogni valenza politica (...)” (p. 192).
Un bel respiro. “Hanno accuratamente evitato anche soltanto di nominare l'Esodo e gli esuli, preferendo parlare di optanti ed emigranti. In questo caso la scelta lessicale ha svolto una duplice funzione: rifiutare a priori i termini in cui la questione degli spostamenti di popolazione del dopoguerra era stata posta dalla storiografia (…) e sottolineare la 'normalità' delle partenze degli italiani, ridotte sul piano formale al libero esercizio di un diritto di scelta garantito dal trattato di pace” (pp. 192-193). Come se non bastasse, secondo loro “emigravamo” per ragioni “economiche”: emigravamo perché il governo italiano faceva propaganda “in favore dell'Esodo, in funzione antijugoslava e anticomunista” (p. 193: è vero il contrario, cfr. De Gasperi & C., p. 194). Naturalmente, gli storici slavi non accennavano nemmeno all'oppressione nazionale come principale fattore scatenante dell'Esodo (p. 193); figuriamoci alla loro pulizia etnica commessa nelle Foibe. Cos'era successo nelle Foibe? Ma è chiaro: “Singole irregolarità” (p. 73), “Fenomeni marginali”, episodi figli di un “ribellismo” privo di “sostanza politica”. Tutto qua, stando a loro. È bene dimenticare che chi non collaborava con gli slavocomunisti era considerato “nemico del popolo”, antifascista o meno che fosse. Nella cultura comunista, il “nemico del popolo” andava semplicemente ucciso, ancora a ridosso del 1946 e oltre. Gli jugoslavi erano convinti fosse giusto.
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Chiaro è che queste favolose congetture non hanno attecchito soltanto nelle università jugoslave e nelle sedi del partito comunista jugoslavo, e poi nelle case slovene e croate: “l'interpretazione negazionista, o quantomeno riduzionista (…) si è diffusa anche in alcuni ambienti della sinistra italiana” (p. 195). Oggi le cose sono diverse: la Commissione Italo-Slovena, nel documento pubblicato post lavori 1994-2000, riconosce che “le comunità italiane furono condotte a riconoscere l'impossibilità di mantenere la loro identità nazionale (…) nelle condizioni concretamente offerte dallo Stato jugoslavo e la loro decisione venne vissuta come una scelta di libertà” (p. 195). E arrivederci a sessant'anni di bugie propagandate in certi partiti italiani, e in certi libri di storia. Sarebbe ora.
Io le ho viste, nelle case dei rimasti, in Istria, le foto di Tito, ancora negli anni Ottanta. Ero bambino, e quel suo viso maligno mi faceva spontaneamente orrore. E capisco questo ricordo di una contadina di Orsera, un ricordo terribile, più lontano di qualche decennio:
“Nelle nostre case il ritratto del nuovo capo del governo doveva avere un posto di riguardo. Tito ci guardava, ci controllava, regolava le nostre vite. Mio padre non si rassegnava, la sera quando tornava a casa, stanco del lavoro, imprecava, bestemmiava (così bonariamente come solo i veneti riescono a fare), buttava la foto per terra, ma non doveva urlare, perché gli altri potevano sentire e fare la spia. Una sera, come tante, aspettavamo che mio padre rientrasse, ma i muli (…) tornarono soli. Mio padre non c'era. La mamma con sgomento ci disse: 'La notte lo ga portà via” (p. 199)
Ecco, questo episodio simboleggia le condizioni di vita sotto il regime comunista, per i nostri poveri compatrioti rimasti a casa loro, ma sotto una bandiera diversa, con ricca – diciamo così – stella rossa. C'è stato di peggio. Ne parliamo più avanti.
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Pupo definisce il progetto jugoslavo sulla Venezia Giulia come una saldatura inestricabile di “motivazioni nazionali e ideologiche”: era, scrive, “compiutamente totalitario, perché ambiva a controllare tutti gli aspetti della realtà locale, ed era rivoluzionario” (p. 99). Sulla base del delirio nazi-comunista slavo, essi si sentirono autorizzati a ogni genere di violenza. 1945. “L'ondata di violenze coprì tutta la regione, e in Istria apparve come una brutale ripresa della logica di sangue interrotta nell'ottobre del 1943. Arresti e uccisioni si concentrarono soprattutto nei centri urbani (…) in particolare a Trieste e nel Goriziano. (…) appena cessarono i combattimenti tra le truppe jugoslave e quelle nazi-fasciste, “centinaia di militari della RSI caduti prigionieri dei soldati di Tito furono passati per le armi (…) e migliaia di altri furono avviati verso i campi di prigionia, dove fame, violenze e malattie mieterono un gran numero di vittime. Contemporaneamente, le autorità jugoslave diedero il via a un'ondata di arresti che seminò il panico nella popolazione italiana. Parte degli arrestati venne subito eliminata, molti di più vennero deportati in campi diversi da quelli in cui venivano concentrati i militari (…) Obbiettivo delle violenze furono le persone più diverse (…). A parte i casi evidenti di giustizia sommaria, sia gli arresti che le eliminazioni non avvennero tanto sulla base delle responsabilità personali quanto dell'appartenenza, mirando, più che a punire colpevoli, a mettere in condizioni di non nuocere intere categorie di persone considerate pericolose” (p. 99)
Nell'Istria come a Fiume, a Trieste come a Gorizia, post aprile 1945 per gli slavi il problema non era “eliminare sic et simpliciter gli italiani, ma di 'ripulire' il territorio da tutti i soggetti che potevano mettere in discussione la saldezza del nuovo dominio e incrinare l'immagine di compattezza della partecipazione popolare agli obbiettivi dei nuovi poteri” (p. 100). In un simpatico verbale relativo a incontri tra Stalin e compagni jugoslavi, si legge che quando essi ammisero che a Trieste e a Fiume c'erano “gruppetti autonomisti” (ah, l'arte dell'eufemismo rosso) che potevano dichiararsi contrari all'annessione, sicuramente “irrilevanti”, Stalin ridacchiò: “Allora buttateli in mare” (p. 101).
Unica speranza per essere graditi agli slavi? “Militare nel movimento di liberazione jugoslavo”: comunista e nazionalista. Punto. (p. 102) Non è un caso se nella nostra famigerata Resistenza Italiana Comunista ci si espresse “in favore dell'annessione alla Jugoslavia”, opponendosi all'Italia stessa, e al resto della Resistenza (cfr. fatti di Porzus, col comandante poi graziato e pensionato dal Presidente della Repubblica Pertini...), e a parte del PCI nazionale, non triestino, aprendo a Trieste una “frattura storica” forse mai riassorbita (p. 93 e p. 119, battute del comunista giuliano Giorgio Jaksetich). La disumanità, l'infamia e la sporcizia di quei partigiani comunisti italiani macchierà in eterno la loro lotta per la giustizia e la libertà.
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Nel 1948 il ritmo delle domande di opzione per l'Italia si impennò. L'italianità dei centri dell'Istria interna – mai riconosciuta dagli slavi, convinti derivasse dalla “snazionalizzazione” del ventennio – venne smentita da Pisino, dove il 90 percento dei cittadini domandò l'esilio, e da Montona, 99 percento, e da Pinguente, 99 percento. Questo conferma, secondo Pupo, “l'estrema fragilità dell'impianto ideologico su cui si reggeva da parte jugoslava il giudizio sulla composizione etnica della Venezia Giulia” (p. 143).
Sestan aveva spiegato, tre anni prima, che in un'area mistilingue l'appartenenza nazionale non derivava dalla natura, ma era atto di elezione: chi era incerto preferì dirsi italiano, piuttosto che diventare comunista e vivere sotto regime; chi era incerto preferì la cultura italiana piuttosto che la cultura del lavoro nei campi. Ecco che la propaganda comunista jugoslava è riuscita a definire l'Esodo “grande momento di snazionalizzazione”. Di chi? Ma degli sloveni e dei croati dell'Istria. Quando si dice “cecità”.
“La scelta dell'esodo (…) fu in genere scelta collettiva, capace di svuotare interi paesi o addirittura intere città come Pola, si pose come punto di arrivo di un lungo processo di destrutturazione e di atomizzazione delle comunità italiane. Attraverso una molteplicità di itinerari e di sofferenze esse furono condotte a riconoscere l'impossibilità di mantenere la loro identità nazionale – intesa nel suo senso forte, come complesso di modi di vivere e di sentire secolarmente sedimentati – nelle condizioni proposte dallo Stato jugoslavo. (…)” (p. 204). Come scrisse Theodor Veiter nel 1967, “La fuga degli italiani secondo il moderno diritto dei profughi è da considerare un'espulsione di massa”.
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Come venimmo accolti? Ci fu chi, nel Partito Comunista (Sereni, Ministro dell'Assistenza Postbellica), cercò di bloccare l'arrivo dei profughi. Perché? Perché erano “nazionalisti”, oppure “fascisti”: chi altri poteva fuggire in massa dall'avvento del socialismo, per giunta in lingua straniera, annessa una simpatica occupazione militare che amava stuprare le donne e infoibare a piacere, imponendo il culto del capo, il boia macellaio Tito? Un fascista, no? È chiaro. “Si trattava degli stessi pregiudizi che avrebbero portato (…) a clamorosi atti di ostilità da parte di militanti comunisti nei confronti dei profughi di Pola al momento del loro sbarco a Venezia e Ancona o del loro insediamento in alcune regioni del Nord. Alla stazione di Bologna, per esempio, un treno di profughi rimase bloccato per ore sui binari per le proteste di alcuni ferrovieri che non permisero lo svolgimento delle operazioni di soccorso e approvvigionamento” (p. 206).
Sentite qua. “C'era gente che faceva il pugno chiuso così e ci diceva fascisti e non si poteva neanche scendere dal treno, ma noi avevamo bisogno di bere un po' d'acqua e non ci lasciavano scendere” (p. 206).
Nel 1947, una circolare spedita a tutte le federazioni del PCI ricordava – ma era troppo tardi – che non ci si doveva disinteressare a questi nostri connazionali. Sull'Unità del 30 novembre 1946 una penna rossa diceva che l'Esodo era stato “artificiosamente sollecitato con spauracchi inconsistenti e con promesse inattuabili”, e che nelle loro terre occupate i rimasti avrebbero potuto conservare casa e lavoro (nazionalizzando le osterie?). Insomma: “Non è necessario dunque sia acuita la crisi delle città colpite dalla guerra dove già scarsi sono il pane, il lavoro e l'alloggio per migliaia di famiglie” ospitando i nostri poveri compatrioti, colpevoli di essere istriani, fiumani e zaratini e quindi nemici del nazionalismo jugoslavo, e dei disegni nazionalisti croati e sloveni.
Ecco cos'era il comunismo italiano. Ecco perchè un cittadino italiano non può essere comunista. Perché la sua è un'ideologia spietata, omicida, barbara, antipatriottica: estranea all'umanità, estranea alla pietà, estranea alla gentilezza. Ignoranti o meno che fossero, quei militanti comunisti che hanno umiliato o offeso i profughi istriani, fiumani e zaratini restano feccia di quel partito e feccia dell'umanità. E chi ancora ripete, nel 2009, i loro slogan e i loro insulti, rinnovando la tragedia dei giuliano-dalmati, negandone l'Esodo, negandone le Foibe, negando violenze e torture subite soltanto in nome della loro italianità, è un uomo malvagio che si meriterebbe l'invasione jugoslava in casa, e il quadro di Tito appeso al muro, in cucina. Ben vi starebbe.
In Italia, i nostri nonni profughi vennero accolti in 120 campi, “ricavati da campi di concentramento smantellati, caserme abbandonate e talvolta in rovina, stabilimenti industriali dismessi, chiese e altri ricoveri di fortuna (…) come gli ex manicomi” (p. 209). Ancora nel 1963 – ho detto: 1963 – 8.493 esuli giuliano-dalmati risultavano ospiti di 15 campi profughi. Memorizzate il dato, per favore.
A Laterina, “dovevamo accontentarci di vivere in casematte usate per i prigionieri di guerra, con una coperta militare e un sacco di paglia. Il cibo era razionato e gli abitanti della zona ci trattavano peggio dei delinquenti” (p. 209).
Fertilia. “Arrivammo a un piccolo porto-canale sulla foce di una peschiera, attraversato da un ponte stradale e dai resti di un ponte semidistrutto. Attraccammo e non trovammo nessuno ad attenderci. Era una desolazione. Solo poche case incompiute. Niente strade, solo fossi ed erbacce. Trascorremmo la prima giornata nella più nera desolazione. Poi, volemmo provare a pescare” (p. 210).
Alghero. “Le donne istriane e dalmate erano guardate con diffidenza. Eravamo giovani, allegre e disinvolte. Andavamo in bicicletta e gli uomini del posto avevano scambiato la nostra allegria per superficialità” (p. 211).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Raoul Pupo, storico italiano. Insegna Storia Contemporanea all'Università di Trieste. Ha pubblicato, tra i numerosi saggi, “Guerra e dopoguerra al confine orientale d'Italia” (1999), “Foibe” (2003), “Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo” (2000).
Raoul Pupo, “Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio”, Rizzoli, Milano 2005. Collana Rizzoli Storica. Contiene: inserto fotografico, cartine, abbreviazioni, note, bibliografia, referenze fotografiche, indice dei nomi.
Approfondimento in rete: WIKI It / Massacri delle foibe / LEG.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2009.
Commenti
Come scrisse Theodor Veiter nel 1967, ?La fuga degli italiani secondo il moderno diritto dei profughi è da considerare un?espulsione di massa?.
L?argomento scotta perché, come Pupo ricorda, per decenni è rimasto tabù: chiariamo meglio? ?vale a dire l?esistenza di robusti interessi politici che per alcuni anni hanno sconsigliato di attribuire alle tragedie giuliane una portata nazionale. Sotto questo profilo, il caso più evidente, ma anche più semplice da intendere, è quello della cultura di sinistra d?ascendenza marxista, animata da un duplice ordine di preoccupazioni. La prima e più generale era quella di non dar fiato alle forze anticomuniste in Italia, cui la politica oppressiva del regime di Tito nei confronti degli italiani offriva abbondanti argomenti polemici. La seconda e più specifica era quella di stendere un velo d?ombra sui comportamenti quantomeno ambigui tenuti dal PCI sulla questione di Trieste nell?ultima fase della Resistenza e nei primi anni di dopoguerra? (p. 18).
Non c?è dubbio ? conclude lo storico ? che questo tipo di preoccupazioni abbiano scosso gli studiosi, preoccupati, denunciando eventualmente Esodo e Foibe, di dare spazio alla propaganda nazionalista, anticomunista e antislava: ?un pericolo che andava scongiurato non parlandone affatto?, a quanto pare.
Quando torno da Pistoia scrivo anche de "L'Italia e il confine orientale" della Cattaruzza. Poi torno alla narrativa...
sto leggendo, anche se non commentando, tutti i recenti e passati articoli contenuti nel maxi-tag Trieste. In questi giorni noto una ripresa dell'argomento da parte tua, Gianfranco, a cos'è dovuta? Stai preparando un nuovo lavoro sull'argomento?
semplicemente, ho ereditato un pezzo di biblioteca paterna, completo di libri che a me mancavano. Ne ho scelti un po' - dopo essermi consultato con il mio storico di fiducia - e ho studiato; altro studierò ancora. Tendenzialmente preferisco dedicarmi alla narrativa, ma la questione mi sembrava - come sempre mi è sembrata - troppo enorme per relegarla ai miei studi privati.
capito, grazie per la delucidazione :)
5 dopo leggo anche questo, prima un dettaglio: ma tu non sapevi neanche che questi libri fossero in casa? vedi, le case enormi.....a parte che neanche i miei figli sanno che libri ci sono in libreria, ma solo perché non gliene frega nulla!
"compatteza" ocio!
Chi non ha vissuto non può capire......almeno non del tutto. Oltre al danno, la beffa di vedere negata la propria situazione.
Mi viene in mente, tra l'altro, il racconto della Madieri, letto vari anni fa.
andrebbe riscoperto, "Verde acqua";).
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Sì, sapevo che c'erano, questi libri, ma non li toccavo: erano i suoi libri...
(correggo "compattezza";) - e grazie.)
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/10/08/madieri-verde-acqua-la-radura/
;)
ANVGD
02 dic - L'Esodo e le sue ferite: a gennaio il nuovo libro di Bernas
mercoledì 02 dicembre 2009
Jan Bernas, giovane giornalista di origine polacca dell'Agenzia Apcom di Roma, da tempo attento studioso delle nostre vicende, esce a gennaio prossimo col suo libro "Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani", per le Edizioni Mursia e con la prefazione di Walter Veltroni (già Sindaco di Roma e profondo conoscitore della comunità giuliano-dalmata della capitale).
Ecco la sinossi del libro, che presentiamo in anteprima.
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Pensate a casa vostra, al vostro quartiere, alla vostra città. Gli odori, i colori, le vie, la gente. In ogni angolo risuonano voci e rumori. È la vostra terra. Ne riconoscete quasi per istinto il respiro.
Dialetti, tradizioni e modi di dire. Feste, canti e luoghi di ritrovo. Luoghi d'amore, che vi dicono chi siete e da dove venite.
Ecco, provate ora a immaginare il silenzio. La vostra città, i suoi vicoli, le sue piazze, le sue chiese senza più rumori, odori, parole, senza più la sua gente. Vuota. Silenziosa. Deserta. Un silenzio irreale che avvolge e ovatta tutto. Il vostro mondo diventa altro. Lentamente si spoglia di voi. E voi di lui. Altri se ne appropriano. Altri prendono il vostro posto. Quelle vie che erano la vostra stessa identità, oggi, rivedendole lasciano nell'animo solo un'innaturale senso di estraneità.
Così un vecchio polesano, in un antico dialetto contaminato ormai da inflessioni romanesche, ha descritto il suo esodo. "Bisogna immaginare - diceva - perché quello che abbiamo provato e sofferto noi 350.000 istriani, fiumani e dalmati nell'abbandonare per sempre la nostra terra e le nostre case, lo si può solo immaginare". Sembra impossibile, oggi, soltanto pensare a una Firenze vuota senza fiorentini, a una Roma silenziosa senza romani o a una Napoli deserta senza napoletani. Sessant'anni fa, questo è accaduto. Ed è accaduto a Capodistria, a Rovigno, a Buie, a Parenzo, a Dignano, a Pola, a Fiume e a Zara. Interi borghi, intere famiglie, un'intera regione svuotate della propria essenza. Come in una lenta ma inesorabile emorragia. Come in un trasloco dell'anima.
Persone che furono costrette a lasciare la propria terra. Altre che scelsero l'incognito e la perenne nostalgia, pur di non doversi staccare anche dalla propria identità. Decisero di restare quel che erano sempre stati, italiani. "Forse - come ha poeticamente detto l'ultimo vescovo di Fiume, monsignor Ugo Camozzo ? la più bella espressione d'amore che l'Italia abbia ricevuto durante l'ultima guerra".
Al posto di chi partiva, altri arrivavano. 'Altri' istriani: croati e sloveni che da secoli condividevano insieme agli italiani la stessa terra e la stessa storia. Ma anche tanti serbi, bosniaci, macedoni, kosovari, croati o sloveni dell'interno che alla fine del secondo conflitto mondiale si riversarono in massa ad occupare il vuoto lasciato dagli italiani. Loro sì, davvero 'altri'. Altra cultura, altra storia, altra lingua, abitudini, tradizioni, colori e profumi. Questa 'invasione dell'altro' ha trasformato per sempre l'Istria, Fiume e Zara cambiandone volto, aspetto, identità. E così agli esuli che ormai anziani tornano da stranieri ad assaporare i loro ricordi, resta solo l'illusione più intima di ritrovare gli stessi volti, gli stessi profumi e parole che li avevano accompagnati da giovani.
Gli esuli, come a volte si sente dire, non sono emigranti. I tanti napoletani, veneti, siciliani che per quasi due secoli hanno attraversato l'oceano in cerca di fortuna in America, in Australia o in Argentina, sapevano che Napoli, Venezia, Palermo erano lì ad aspettarli, ad abbracciarli al loro ritorno. Attraversando semplicemente l'Adriatico, gli esuli istriani, fiumani e dalmati hanno detto addio per sempre al loro mondo, nutrendo la nostalgia solo di ricordi sempre più sbiaditi di quel che era ed ora non è più. "Fiume è un'altra città adesso". "Zara è quasi irriconoscibile". "La mia Pola, non esiste più". Gli esuli, non sono emigranti, ma un popolo sradicato dalla propria terra.
Nel visitare le bellissime città che costellano l'Istria, il Quarnero e la Dalmazia, nel camminare per quei vicoli, nell'ammirare quei campanili, quelle piazze, quel mare non si può almeno per un istante non fermarsi a pensare a come dovevano apparire prima della guerra. Quali parole o profumi avremmo sentito? Quali i volti che avremmo incontrato? Non lo sapremo mai. Possiamo solo immaginare. Oggi, nelle case degli esuli, nelle loro città vive altra gente. Pola è diventata Pula, Capodistria Koper, Rovigno Rovinj, Buie Buje, Parenzo Porec, Dignano Vodnjan, Fiume Rijeka e Zara Zadar. L'essenza di quei posti è cambiata. Non solo i nomi. Sono passati poco più di 60 anni, eppure sembrano trascorsi secoli.
Chi oggi da Trieste passa il confine che non c?è più e va a Capodistria, Pirano, Rovigno, Pola e fin giù alla punta estrema dell'Istria, percepisce a pelle un senso di familiarità con questi luoghi. Sembra quasi di conoscerli da sempre, di esserci stati milioni di volte. Un'intimità istintiva che inconsapevole ci rassicura osservando le calli, i campanili veneziani delle chiese, le mura e le piazze della 'città vecia'. Basta però leggere le insegne dei negozi, ascoltare le parole dei passanti, guardarne i lineamenti per ripiombare nella consapevolezza di aver ormai varcato il confine.
Ma in Istria, come recita una nota canzone, non sono solo le pietre a parlare italiano. In ogni città, in ogni piccolo borgo vivono persone che, per scelta o perché costrette dalle circostanze, decisero di restare a casa propria: i 'rimasti'.
Un termine sgradevole per chiamare gli italiani d'Istria, di Fiume o della Dalmazia. Quasi un marchio, che negli anni ha scavato una profonda frattura con gli esuli, suscitando risentimenti e diffidenze reciproche. 'I filo-slavi, i traditori, gli amici di Tito, gli assimilati, i comunisti': questi gli insulti che i 'rimasti' per anni hanno dovuto sopportare.
Oggi, con la caduta del comunismo e lo sfaldamento della Jugoslavia, le due facce dello stesso popolo si sono riavvicinate e i circa 40.000 che vivono tra l'attuale Slovenia e Croazia sono tornati ad essere chiamati semplicemente per quello che sono: italiani.
Di città in città, di casa in casa, entrando in punta di piedi nel loro mondo, si avverte in questi italiani dimenticati un'istintiva felicità nel trovarsi di fronte a un connazionale. "Uno dei nostri", direbbero loro. Dopo anni di silenzio represso e lacrime mai piante, poter raccontare la propria tragedia personale e di popolo assume un senso di liberazione, come un grido di dolore per troppo tempo caduto nel vuoto. E non importa se di fronte c'è uno sconosciuto, le cicatrici non si lavano e piangere non è una vergogna. Con orgoglio e ostinazione, gli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia rivendicano la propria secolare autoctonia, rispetto alle altre minoranze slave accumulatesi nel corso degli ultimi decenni. Oggi, non sono che una goccia in mezzo a un mare slavo. Ridotti a minoranza, gli italiani hanno perso la virilità di popolo, costretti ad assistere impotenti alla snaturalizzazione della loro terra in un tormento quotidiano: "È come se ci fossimo trasferiti, senza mai muoverci, riscoprendoci stranieri a casa nostra".
Questo libro nasce dunque da un viaggio, spirituale e di coscienza ancor prima che di ricostruzione degli eventi. E come in un viaggio, sono le voci non filtrate dei protagonisti a tracciare il percorso narrativo, offrendo a chi legge una panoramica capace di accendere un cono di luce su quanto accadde in quel fazzoletto di terra alla fine dell'ultima guerra. Si vuole così riscoprire una pagina di storia italiana per troppi anni dimenticata o raccontata solo attraverso la faziosità e gli opposti opportunismi della politica. Questo libro vuole andare ben oltre le foibe, diventate nell'immaginario collettivo simbolo di una vicenda assai più complessa. Nell'ascoltare le tante storie riportate, emerge però un denominatore comune: esuli o rimasti, vicini al regime di Mussolini o partigiani comunisti, nella Jugoslavia di Tito bastava essere italiani per venire discriminati e perseguitati.
L'opera si compone come un mosaico. Racconti di esuli e rimasti ordinati secondo la zona o la città di origine, in un ideale intreccio di esperienze personali ma che messe insieme descrivono il dramma comune di un popolo. Sono uomini e donne, spesso di opposta fede politica, ma accomunati dalla stessa sorte e dalla stessa accusa: "Fascisti!".
Tutti i 'rimasti', in quanto italiani, vengono guardati con sospetto. Non sono pochi quelli che conoscono l'inferno dei campi di concentramento titini, raccontato dalle testimonianze di due sopravvissuti a Borovnica e a Goli Otok. Altri, invece, descrivono il quotidiano tormento di chi decise di non abbandonare la propria terra, riscoprendosi giorno dopo giorno minoranza e straniero a casa propria.
Ma anche per gli esuli, nell'Italia del dopoguerra, l'accusa è, paradossalmente, la stessa. Sono malvisti perché considerati 'fascisti in fuga' dal 'paradiso socialista'. Un'intera generazione senza terra viene accolta nei campi profughi, tra indifferenza e diffidenza. Per dare l'idea del clima che trovano in Italia i 'fascisti in fuga', ecco cosa scriveva L'Unità nell'edizione dell'Italia Settentrionale, sabato 30 novembre 1946: "Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi".
È la voce di un bambino a raccontare l'assalto degli operai della stazione di Bologna al vagone merci, su cui viaggiava con la famiglia, diretto al campo profughi. Gridano: "Blocchiamo il treno dei fascisti!".
C'è poi la storia della fuga da Fiume di due fratellini, che si ritrovano a vivere soli nel campo profughi di Novara. Uno di loro sarebbe diventato il portabandiera dell'Italia alle Olimpiadi del 1972. Tra chi scappava in cerca della libertà c'è l'odissea di una famiglia ebrea di Fiume, salvata dal coraggio di una famiglia di Portogruaro, oggi riconosciuta fra i "giusti tra le Nazioni" in Israele. O ancora, la testimonianza di una donna, a cui i titini hanno infoibato sette familiari. Sopravvissuta all'affondamento della nave Campanella, è rimasta nelle carceri jugoslave fino al 1949.
Ultima tessera del mosaico, forse la meno conosciuta, è rappresentata dagli italiani che scelgono di restare sposando il progetto socialista della Jugoslavia di Tito. A loro si aggiungono quelli del 'contro-esodo', partiti appositamente dall'Italia per costruire il Comunismo. Un'odissea umana prima ancora che politica, raccontata da due partigiani, un fiumano e un monfalconese, e finita con la fuga e il disincanto per gli ideali traditi.
Questo non è e non vuole essere un libro di storia, semmai un insieme di testimonianze capaci di ricostruire nella loro complessità i fatti, le sofferenze e le opposte ragioni che portarono un popolo con lingua, usi e tradizioni comuni a dividersi. Un popolo prima abbandonato e poi dimenticato da un'Italia matrigna, che dopo oltre sessanta anni ancora fa fatica a riconoscere dignità e onore a migliaia di suoi figli, sacrificati per lavare gli errori e gli orrori di una guerra sciagurata.
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Il volume sarà in libreria da gennaio.
www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7151&Itemid=111
[Giorno della Memoria] ROMA -
[Giorno della Memoria] ROMA - Giorgio Napolitano ha celebrato al Quirinale il giorno del ricordo per le vittime delle Foibe e dell'esodo dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia esprimendo oltre alla vicinanza e alla solidarietà ai familiari delle vittime anche l'impegno contro "l'oblio e forme di rimozione diplomatica che hanno pesato nel passato e causato pesanti sofferenze agli esuli e ai loro familiari". Il presidente della Repubblica ha espresso anche impegno "per la soluzione dei problemi ancora aperti nel rapporto con le nuove istituzioni e autorità slovene e croate".
La storia degli italiani in Istria, con l'orrore delle foibe e l'esodo forzato rappresenta "un capitolo originale e specifico della cultura e della storia non solo italiana ma europea" che deve essere pienamente accolto anche da Slovenia e Croazia, ha auspicato Napolitano. Quella che è stata l'esperienza storica, civile, politica degli italiani della costa orientale dell'Adriatico costituisce un patrimonio comune dell'Europa e Napolitano condivide "l'esigenza che questo capotolo non sia semplicemente riconosciuto ma acquisito come patrimonio comune nelle nuove Slovenia e Croazia che con l'Italia si incontrano oggi nella Ue". L'Unione Europea è infatti, conclude il presidente, "portatrice di rispetto delle diversità e di spirito della convivenza tra etnie, culture e lingue già secondamente convissute nel passato". Sono concetti che Napolitano ribadisce aver sempre espresso fin dall'inizio del suo settennato sul Colle "per quanto spiacevoli e ingiustificate abbiano potuto essere le reazioni fuori dall'Italia, alle mie parole pur rispettose di tutti". Il riferimento implicito è alle polemiche che sono intercorse in passato, in particolare con la presidenza croata.
Anche il Senato ha celebrato il giorno della memoria, con un intervento del vicepresidente Domenica Nania: "E' vitale, affinché siano finalmente ricucite tutte le ferite della nostra coscienza nazionale, che sulla memoria delle vittime delle foibe si sopisca ogni scontro e divisione all'interno del Paese, e la celebrazione condivisa di una tragedia comune divenga un ulteriore, saldo fattore di unità del popolo italiano". Dopo la commemorazione del vicepresidente Nania l'aula ha osservato un minuto di raccoglimento in memoria delle vittime delle foibe.
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/10/news/foibe_ricordo-2245111/
[giorno della Memoria] 10 feb
[giorno della Memoria] 10 feb - Sindaco Trieste: ridare dignità a istriani e dalmati
"Oggi non è una di quelle occasioni in cui si debbono dire cose nuove, oggi semplicemente è il giorno nel quale si dice e si ricorda la verità". Lo ha sottolineato il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, alla cerimonia ufficiale nel Giorno del Ricordo alla Foiba di Basovizza, sul Carso triestino. "Una verità che per decenni è sopravissuta attraverso le testimonianze dirette di chi ha provato sulla propria pelle il dolore dell'esodo dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. La stessa verità che invece per troppo tempo - ha ricordato Dipiazza - è stata rappresentata dalle pagine bianche dei libri di storia, che hanno formato generazioni di italiani ignoranti su ciò che accadde nel dopoguerra al confine orientale".
La legge che ha istituito la giornata - "Ci sono voluti quasi sessant'anni perché lo Stato si riavvicinasse alla verità. Ci sono voluti quasi sessant'anni per ridare dignità a quegli istriani e a quei dalmati ai quali non fu risparmiato nulla: l'invasione della Jugoslavia di Tito, la pulizia etnica, le uccisioni, l'esodo e infine il trattamento di indifferenza, se non in certe occasioni di manifesta ostilità, che a molti istriani e dalmati fu riservato al loro arrivo in Italia”.
In ricordo dei massacri delle Foibe - Dipiazza - dopo aver ricordato le azioni ostili nei confronti degli esuli a Bologna, Ancona e altre città italiane - ha spiegato che "la legge che ha istituito il Giorno del Ricordo rappresenta un atto dovuto nei confronti di un oblio e di un silenzio ai quali deve subentrare la semplice e pura verità dei fatti".
Cultura e memoria collettiva - Infine un cenno al futuro. "Un futuro - ha detto Dipiazza - che è certamente improntato verso la pacificazione, ma che deve anche portare alla riemersione sul piano culturale della presenza italiana in Istria e in Dalmazia. Dobbiamo rafforzare la memoria collettiva e con essa quello della verità storica, non per odiare o cercare inaccettabili vendette, quanto e soprattutto per non dimenticare. Solo dalla lezione impartita dalla storia - ha concluso Dipiazza - si può infatti costruire un futuro di pace e di libertà".
(ANVGD)
[PUPO] Foibe ed Esodo: ora
[PUPO] Foibe ed Esodo: ora sono Storia (Il Piccolo 10 feb)
di RAOUL PUPO
È ormai da sei anni che si celebra il Giorno del Ricordo. Per la verità, lo si nota di più in altre città d’Italia, a cominciare dalla capitale, che non a Trieste. Questo è comprensibile e, tutto sommato, anche giusto. Se si parla della storia delle foibe, dell’esodo e della più complessa vicenda del confine orientale, come recita la legge, in quella storia Trieste è completamente immersa e la sua memoria è così presente e pervasiva da risultare in alcuni casi soffocante. Diversa è la situazione nel resto d’Italia dove le tragedie giuliane sono rimaste a lungo poco conosciute, e del resto proprio a questa generale rimozione il Giorno del Ricordo ha inteso porre riparo, facendo compiere un salto di qualità a una tendenza già in atto nel decennio precedente. È dunque cambiato qualcosa in questi anni? Direi di sì e, complessivamente, in meglio.
Facciamo qualche esempio. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso chiunque si occupasse, per passione o professione, della memoria degli esuli giuliano dalmati, non poteva che notare con angoscia come quella memoria fosse sul punto di estinguersi, trascinando con sé il ricordo non solo dei lutti di una generazione, ma del patrimonio storico di un intero popolo. Oggi quella memoria è salvata, la continuità con il passato non è del tutto spezzata, molti fili che legano il presente alle sue radici si sono riannodati. La memoria stessa, come spesso accade, si è evoluta. Vent’anni fa era una memoria terminale, che urlava il dolore della lacerazione e l’incombenza della fine. Oggi è una memoria vitale, che ha scoperto altre dimensioni: quelle dei nuovi inizi, anche se attraverso la sofferenza, della diaspora che è smarrimento ma anche conquista, della disseminazione delle proprie esperienze in realtà così diverse rispetto a quella di origine. Simbolo eloquente di questa evoluzione è il monumento che sta per sorgere nei pressi del valico di Rabuiese e che esprime la nuova sensibilità presente nelle stesse organizzazioni dei profughi: l’immagine è quella delle ruote che partono dalle contrade dell’Istria - certo, perché costrette - e poi si aprono a ventaglio verso le contrade del mondo, in una lunga Odissea.
Qualche passo avanti lo si può notare anche nel modo di considerare la memoria: da qualche tempo a questa parte - era ora! - si sente parlare un po’ meno di ”memorie condivise”, strano concetto fondato su di una contraddizione in termini, e un po’ di più di rispetto delle memorie, irriducibili nella loro soggettività.
È un cammino in corso, che trova momenti alti nelle iniziative di ”purificazione della memoria” avviate da alcune comunità ecclesiali e che sottintendono la presenza in ogni memoria - non solo in quella degli ”altri” - di zone oscure di cui va presa coscienza.
Infine, anche la storia, cioè la ricostruzione critica del passato, ha fatto passi avanti. Li ha fatti sui temi canonici - foibe ed esodo, si capisce - ma anche sugli altri segmenti della storia del confine orientale. Anzi, quella che per decenni era stata guardata come storia locale si è proposta, ed è stata largamente accolta in Italia, come un laboratorio della contemporaneità nell’Europa di mezzo. Si è compreso infatti, grazie alle numerosissime iniziative di studio, dibattito e divulgazione che si sono moltiplicate in questi anni assai fecondi, come esaminare le vicende dell’Adriatico orientale, dall’Isonzo fino alle coste dalmate, offra chiavi di lettura importanti per comprendere questioni essenziali della contemporaneità. Alcune riguardano il recente passato, come i processi di nazionalizzazione, le dinamiche degli stati per la nazione, le ambizioni totalitarie dei regimi di massa, i sistemi di occupazione e le logiche della violenza durante e dopo le guerre mondiali, i grandi spostamenti di popolazione che hanno mutato il volto del Vecchio continente. Altre ci conducono diritti ai problemi del presente dell’integrazione europea, come la costruzione delle identità collettive, multiple o esclusive, e i diritti di cittadinanza.
Solo luci dunque, da considerare? Naturalmente no, non sarebbe possibile. Fra le ombre credo emergano due questioni.
La prima riguarda il ruolo della politica. Non c’è dubbio, è stata la politica a riaccendere l’attenzione sulla storia giuliana. Avrà certo contato il desiderio di integrare nella memoria nazionale una sua componente significativa e dolente. Avranno pure contato, e probabilmente di più, le esigenze di legittimazione reciproca delle nuove forze politiche emerse dalla crisi della prima repubblica. Comunque, senza quegli interventi staremmo ancora rimestando una storia di provincia che non interessa a nessuno, che si parli del fascismo di frontiera o di Basovizza. La tentazione però di trasformare l’uso pubblico della storia in uso di parte è sempre molto forte, e le cadute non sono certo mancate, per tutta la lunghezza dello Stivale. Ciò è male di per sé e lo è ancora di più, nella sua miopia, perché ogni volta che si cerca di rappresentare le pagine anche più cupe delle vicende giuliane come patrimonio di una parte politica, si contraddice al fine generale della Giornata del Ricordo che è proprio quello, viceversa, di metterne in luce il valore per l’intera comunità nazionale.
La seconda difficoltà è più strutturale e si proietta su di una scala europea. Varie parti del continente infatti hanno visto proporsi nel corso dell’ultimo ventennio iniziative di recupero di memorie dolorose e sopite. Assai spesso queste memorie hanno una connotazione nazionale, e ciò apre una contraddizione. La causa principale infatti dei conflitti che nel corso del Novecento hanno insanguinato l’Europa, generando le vittime che oggi si commemorano, ha la sua radice nell’esclusivismo e nelle ambizioni nazionali. Le memorie riscoperte sono quindi per loro natura memorie divise, e ciò interferisce evidentemente con un processo di integrazione europea che vada al di là della sola dimensione del mercato. Altrove in Europa a temperare la contraddizione sono intervenute le istituzioni degli Stati, con gesti forti e impegni comuni. Negli ultimi dieci anni sulle sponde adriatiche, in Italia, Slovenia e Croazia ciò non è accaduto.
[Martiri del comunismo
[Martiri del comunismo yugoslavo] ''Silente loquimur'': 7.200 scomparsi 1943-1945 (Ansa 09 feb)
Gli italiani scomparsi nelle foibe o nei campi di concentramento della ex Jugoslavia negli anni dal 1943 al 1945 sono stati circa 7.200. Lo ha detto oggi - alla vigilia della presentazione del 'Registro delle vittime del confine orientale' - Marco Pirina, presidente dell'associazione 'Silentes loquimur'. "Di questi - ha detto Pirina - un numero variabile tra 500 e 2.000 sono stati infoibati nei due momenti nei quali è stato praticato questo modo di liberarsi degli oppositori; 5.200 sono invece i morti di stenti nei campi di concentramento della ex Jugoslavia o nelle marce di spostamento da un campo all'altro". Pirina ha precisato che "per la pubblicazione del Registro sono stati confrontati dati degli archivi segreti di Lubiana, Zagabria, Belgrado e d'Italia. Sono stati confrontati date e cifre, dichiarazioni e numeri di matricola di tutti quelli che hanno attraversato qui momenti tragici. Insomma è stato fatto un lavoro incredibile. Siamo riusciti a censire e a ricostruire tutti i passaggi dei prigionieri di molti dei quali abbiamo anche trovato delle dichiarazioni autografe". Il registro delle vittime del confine orientale consta di quattro volumi. Sarà presentato il 13 febbraio a Gorizia.
[giorno della memoria] per me
[giorno della memoria] per me è ogni giorno. Ma oggi era sacrosanto fosse più giorno degli altri. Non dimenticate la nostra storia.
[10 feb] CORSERA: ROMA - 10
[10 feb] CORSERA: ROMA - 10 febbraio 1947: nel giorno dei Trattati di Parigi l'Italia, uscita sconfitta dal conflitto mondiale, oltre a restituire tutti i territori occupati dalle sue truppe nel corso della guerra si impegnava a cedere alla Jugoslavia la città di Fiume, il territorio di Zara, le isole Pelagosa e Lagosta, parte dell'Istria, del Carso triestino e goriziano e dell'alta valle dell'Isonzo. Gli italiani furono costretti a lasciare le loro case. E in molti lasciarono anche il ricordo di quanti non c'erano più, vittime dell'odio etnico e in molti casi uccisi dai partigiani di Tito nel modo forse più spiegato: l'abbandono nelle foibe, profonde fratture carsiche dove un numero ancora imprecisato di italiani e di oppositori ai comunisti yugoslavi ha trovato la morte dopo un volo di centinaia di metri e una lunga agonia tra atroci sofferenze. Per questo motivo il 10 febbraio è diventato il «giorno del ricordo» e oggi le massime autorità italiane, a partire dal capo dello Stato, hanno voluto commemorare i caduti e i profughi di quei giorni.
Il presidente Giorgio Napolitano ha parlato al Quirinale di «oblio e forme di rimozione diplomatica che hanno pesato nel passato e causato pesanti sofferenze agli esuli e ai loro familiari» e ha espresso anche impegno «per la soluzione dei problemi ancora aperti nel rapporto con le nuove istituzioni e autorità slovene e croate». «Il ricordo di tante persone uccise solo perchè italiane dopo troppi anni di oblio - ha invece detto il presidente del Senato, Renato Schifani -, è un dovere assoluto da parte di tutti». «La memoria di eventi così dolorosi - ha aggiunto - deve essere patrimonio perenne e condiviso. Non possiamo dimenticare chi fu assassinato e chi fu costretto ad abbandonare la propria terra per restare fedele alla Patria, alle proprie origini italiane. Questa tragedia comune deve divenire elemento fondante di unità del popolo italiano». Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, sono invece «sempre gli umili, i più deboli e gli indifesi a patire per primi la follia dell'uomo». Fini ha ricordato «l'esperienza tragica del Novecento» ma ha evidenziato che «è anche, purtroppo, quanto vediamo ancora svolgersi in tante aree del mondo devastate dall'odio etnico e politico».
La vicenda degli istriani e dalmati costretti a lasciare le loro terre, soprattutto in relazione al dramma delle foibe, è anche oggetto di dibattito politico. Da diversi esponenti del centrodestra, in particolare quelli provenienti dalle fila di An, sono giunte accuse per il «silenzio» che ancora avvolgerebbe la vicenda. Per Maurizio Gasparri «la storia delle Foibe deve essere divulgata nelle scuole, nei centri culturali, dalla televisione, sui giornali, come la vera tragedia di tutti coloro che si sentono italiani, da una tragedia come questa si possono capire gli errori e i drammi che hanno generato le dittature e le aberrazioni ideologiche». Sulla stessa linea il ministro delle Politiche giovanili, Giorgia Meloni, che si spinge a parlare di «oscurantismo ideologico» citando «l'atteggiamento tenuto quest'oggi da alcuni istituti scolastici romani, i cui dirigenti si sono rifiutati di celebrare il Giorno del Ricordo». Dei silenzi del passato ha parlato anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, mentre l'ex presidente della Regione, Francesco Storace, oggi leader de La Destra, fa notare amaramente come «nel sito della Regione, incredibilmente, non c'è traccia, nemmeno una parola per il sangue versato».
Sul fronte opposto è intervenuto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: «Il giorno del Ricordo istituito per custodire e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, per ricordare l'esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e la difficile storia del confine orientale, è stato un giusto e tardivo riconoscimento delle istituzioni repubblicane per le vittime di un crimine contro l'umanità». «La memoria deve sempre vincere sull'oblio ed è questo - ha aggiunto - il senso più profondo di questa giornata. Solo ragionando ed elaborando ciò che è stato possiamo costruire una memoria che abbia rispetto per ogni singola vicenda umana».
http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_10/foibe-quirinale-napolitano-polemiche-an_f9fc9960-163b-11df-9e42-00144f02aabe.shtml
[Milano: fumogeno lanciato
[Milano: fumogeno lanciato dai collettivi di sinistra extraparlamentare]
Momenti di tensione all'università Statale di Milano, in via Festa del Perdono, mentre era in corso un convegno sulle foibe organizzato dai giovani della Lega Nord. Un candelotto fumogeno scagliato dal cortile è finito in un'aula al secondo piano in cui era in corso un esame di psicologia sociale: nessun ferito ma tanta paura in aula, dove al momento si trovavano una cinquantina di persone, a causa del fumo che ha provocato un fuggi fuggi generale.
Secondo le forze dell'ordine il candelotto - forse un razzo di segnalazione da barca - potrebbe essere stato lanciato da un gruppo di militanti dei collettivi di sinistra. "Un atto pericolosissimo", dicono gli investigatori, che avrebbe potuto provocare conseguenze molto più gravi.
http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1855727
[comunisti italiani] nel
[comunisti italiani] nel comunicato di oggi, parlano di "mito delle foibe". Il comunicato è firmato. Che Dio li perdoni. Non ho più parole per questa gente. Non siete miei concittadini. Mi fate senso.
"La fuorviante e strumentale informazione che i mass media hanno intrapreso da tempo riguardo al 10 febbraio, giorno in cui lo Stato italiano celebra il “Giorno del Ricordo” in memoria della tragedia degli italiani delle terre del Carso, di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra (legge 30, marzo 2004, n.92) ci stimola a riprendere l’argomento per dare un’esatta contestualizzazione dei fatti. Il mito delle foibe viene creato ad arte per cercare di mettere sullo stesso piano la violenza fascista e quella antifascista. Lo Stato italiano, con la partecipazione dell’estrema destra, utilizza il revisionismo fascista per forgiare dei nuovi martiri in modo da poter offuscare i propri crimini." Segue una sintesi distorta degli studi di Del Boca.
Ketty Bertuccelli (coordinatrice provinciale Federazione Giovanile Comunisti Italiani)
Pasquale Rosania (coordinatore provinciale Giovani Comunisti)
(comunisti italiani) Questi
(comunisti italiani) Questi delirano. Ma davvero c'è ancora qualcuno che gli va appresso? Lo trovo incredibile.
[...] non hanno pietà dei
[...] non hanno pietà dei morti. non hanno pietà delle menzogne che abbiamo sopportato per 60 anni - per causa loro - e non hanno pietà della giustizia. Inutile sperare che si vergognino, questi sono senza vergogna. Non hanno etica, fanno politica. Rossa. Sporca di sangue. Una volta di più, adesso.
I comunisti italiani parlano
I comunisti italiani parlano del mito delle foibe, così come i comunisti ucraini e russi parlano del mito dell'Holodomor.
Marco Pannella sono anni che usa un'espressione molto efficace ed indovinata riferita a questi loschi figuri che è questa IL FASCISMO DEGLI ANTIFASCISTI.
Purtroppo gran parte degli antifascisti italiani, ossia la componente rossa, quella più volte stigmatizzata dal revisionista PANSA, uomo di grande coraggio e onestà intellettuale, è fatta di stalinisti che hanno sempre usato metodi fascisti e continuano ancora oggi a comportarsi peggio dei fascisti.
[radio vaticana] La Chiesa
[radio vaticana] La Chiesa aveva una componente religiosa che era vista come nemica da parte di una milizia che aveva invece nella propria ideologia un solido ateismo. Sono molti i preti che sono finiti nelle foibe, anche eroicamente e magari dopo aver aiutato la popolazione, anche di etnia slava , ma a volte l'ideologia e' cieca anche di fronte a questi comportamenti specchiati'. Lo afferma la Radio Vaticana che nel Giorno della Memoria ha affidato a Edoardo Bernkopf, figlio di profughi fiumani ed esperto del periodo storico delle foibe, la rievocazione 'di una tragedia che ha colpito una parte importante della nostra popolazione, nel nostro Paese'. 'E' importante ricordare perche' i testimoni diretti sono morti' .
/REPUBBLICA
[c-i-] Ancora si ostinano a
[c-i-] Ancora si ostinano a negare? Ancora ne fanno questione di rivalità politiche?? E' disgustoso che certa gente abbia ancora la faccia tosta di mentire, sapendo di farlo e pure pubblicamente. Dovrebbe essere considerato reato.
[touring club e i 150
[touring club e i 150 anni...] Ziberna: Touring Club ignora Istria e Dalmazia anche nel 150°. Fonte: ANVGD
Il Touring Club Italiano nell’opera dedicata al centocinquantesimo dell’Unità d’Italia “1861/2011 - Italia unita e diversa”, nella “Cronologia (1945)” liquida sbrigativamente il dramma dell’esodo di oltre 350.000 italiani dalle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia e delle migliaia di vittime delle foibe con “numerosi italiani abbandonarono la regione, giungendo come profughi in Italia”. E nulla di più!
Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il cui vissuto politico è a tutti noto, nel celebrare il “Giorno del Rircodo dell’esodo e delle foibe” il 10 febbraio 2007 ha affermato, tra l’altro: “Già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica”. Quel che si può dire di certo è che si consumò - nel modo più evidente con la disumana ferocia delle foibe - una delle barbarie del secolo scorso. Va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'umanità costituito dalle foibe, ma egualmente l'odissea dell'esodo, e del dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell'Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale. E va ricordata la "congiura del silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio”.
Oramai quotidiani, riviste, testi storici stanno finalmente e progressivamente togliendo dall’oblio - del quale essi stessi si sono resi colpevoli complici per oltre 60 anni – le drammatiche vicende del confine orientale, eccetto alcune pubblicazioni giustificazioniste di estrema sinistra ed….il Touring Club.
A nome delle associazioni ho inviato una mail al Touring Club Italiano con la quale ho espresso lo sdegno e lo sconcerto per questa scelta politico-editoriale.
Rodolfo Ziberna, presidente del Comitato ANVGD di Gorizia e della sezione goriziana della Lega Nazionale
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