“L’arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità”.
La citazione di Picasso in apertura è omaggio e sintesi perfetta del romanzo di Potok, che affida alla prima persona del suo protagonista il compito di argomentare il proprio dissidio interiore, scaturito da quella vocazione alla pittura che si pone, sin dal principio, come causa di rottura con la tradizione, nonché motivo di crisi dell’equilibrio familiare. È lo stesso Asher Lev, quindi, a scrivere di sé in retrospettiva, per spiegarsi e spiegare provando ad andare oltre i pettegolezzi derivati dalla conquistata fama di pittore e dedicandosi ad una “lunga opera di smitizzazione”. Ma senza scusarsi. “È assurdo chiedere scusa per un mistero”. Un mistero che mette distanza e rimarca diversità da una genealogia che gronda illustri studiosi ed eroici emissari di rabbini, inviati in soccorso degli ebrei di tutt’Europa.
Appare dunque evidente come “Il mio nome è Asher Lev”, non sia allora solo titolo ma anche incipit e dichiarazione d’identità, dove l’io è punto di partenza per raccontare raccontandosi. Perché Asher Lev è un ebreo chassidico, artista di successo e “non c’è dubbio, gli ebrei osservanti non dipingono crocefissioni. Anzi gli ebrei osservanti non dipingono affatto”.
Potok sceglie la via dell’arte e il relativo approccio conflittuale degli ebrei con qualcosa che ai loro occhi sembra imitare in maniera blasfema l’atto divino della creazione, per descrivere le strade in cui è cresciuto, servendosi di queste pagine per dare un affresco della comunità ladover di Brooklyn in tutte le sue sfaccettature.
Entriamo col piccolo Lev nella sinagoga, nella yeshivah e nell’intimità dei riti che scandiscono i ritmi della sua casa: a letto prima della buonanotte, con la recita della Krias Shemà, alla tavola del Sabato durante gli Zemiros (inni), nel silenzio delle continue partenze di suo padre cui fanno eco le angosciate attese di sua madre, crocifissa alla finestra. Quell’immagine che poi ritornerà nei suoi quadri da adulto, a fissare il ricordo di un’infanzia fatta di interrogativi e disegni, nel disagio alimentato dal sempre crescente senso di colpa ed estraneità. Quell’immagine che sarà pure riconoscimento estremo e testimonianza di gratitudine per gli estenuanti tentativi materni di mediazione tra padre e figlio, tra fede ed arte.
Perché un dono come quello di Asher è incomprensibile per un ebreo russo trapiantato in America che segue le orme paterne e affida la propria vita, nonché la felicità della propria famiglia, al suo rabbino. Spedito ininterrottamente in missione oltreoceano per offrire asilo ai perseguitati di Stalin, per costruire sinagoghe e scuole talmudiche in giro per il mondo, non riesce neppure a concepire i disegni del figlio come qualcosa di cui tener conto. Per lui sono sciocchezze, capriccio infantile: la speranza è che se ne liberi con l’età, attraverso lo studio.
Non sarà così, lo sappiamo sin dalle prime righe e ci lasciamo spiegare modalità e motivazioni, conquistati da una forza narrativa che, capitolo dopo capitolo, si dimostra capace di raggiungere più obiettivi contemporaneamente. Il ruolo principe della trama, infatti, non impedisce all’autore di servirsi della vicenda personale del protagonista per affrontare temi ben più ampi che finiscono immancabilmente con l’impreziosire il tessuto del romanzo, offrendo in tal modo, svariate chiavi di lettura.
La storia di Asher Lev diventa paradigma che consente di analizzare la complessità del rapporto tra genitori e figli, come pure la diversità di prospettive tra adulti e bambini, o le contraddizioni di una tradizione millenaria chiusa nella sua ortodossia, o la complicità e l’affettuosa rivalità tra insegnante ed allievo, o ancora la complessità del percorso che porta l’artista alla consapevolezza del proprio ruolo nella società, con l’inevitabile accettazione delle sue conseguenze specie nella vita affettiva.
È in quest’ottica, allora, che si riesce a percepire la bellezza di certi frammenti in grado di raggiungere una potenza lirica innegabile, come quando Potok spiega la Siberia attraverso le parole di chi, come Yudel Krinsky, ha sperimentato sulla propria pelle che “per sopravvivere si impara ad imparare in fretta” e confida il ricordo dei suoi undici anni in quell’inferno di ghiaccio e oscurità, all’innocenza di un bambino curioso ed empatico. O ancora quando è Asher stesso a raccontare di come con gli occhi chiusi, continui a vedere nella propria testa. Con un altro paio d’occhi che si svegliano improvvisamente, proiettandogli davanti un mondo fatto di linee e luci e ombre. Senza trascurare, poi, gli intensi dialoghi con Jacob Kahn, suo insegnante e mentore secondo cui “milioni di persone sanno disegnare. (Ma) è arte se c’è in lui un urlo che vuole uscir fuori in modo del tutto speciale. O una risata”
Le sue parole non mancano dell’ironia tipicamente ebraica dietro la quale si cela il dolore di chi trova nella grandezza la sola giustificazione per le sofferenze che la dedizione all’arte arreca alla comunità chassidica. Perché dipingere significa andare in direzione opposta e contraria a quella indicata della tradizione. Significa restare incompreso dalle persone care, diventando causa non solo del proprio, ma anche e soprattutto, del loro tormento ed è sorprendente la naturalezza con cui l’autore ci rende partecipi di tutto questo, arrivando a proiettarci nel microcosmo di Asher. In quel mondo fatto di colori ad olio e preghiere, di osservanza e ribellione, dove il rispetto verso il padre, quel kibbud ov sancito dai comandamenti, genera nel figlio un conflitto insanabile. Il padre lavora per la Torah, lui dipinge. Oltrepassa il confine, sceglie di dedicarsi ad “una verità che non sa tradurre in parole”, ma “a cui può dar vita solo mediante il colore, la linea, la struttura e la forma”. Perchè “l’arte è la visione personale di un individuo, espressa mediante forme estetiche” e il mondo di Asher non è leggiadro. Non lo disegna leggiadro, come avrebbe voluto la madre. Lo intride del suo dolore.
Ed è l’esilio dai propri luoghi e dai propri genitori, dal loro affetto radicato nella legge più che nel sangue. È viaggio senza ritorno che li inchioda, entrambi, nuovamente a quella finestra. Crocifissi nell’addio.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Chaim Potok (New York 1929 - Merion, Pennsylvania, 2002) si è laureato allo Jewish Theological Seminary. Dopo essere stato ordinato rabbino, ha servito come cappellano militare durante la guerra di Corea, e per molti anni è stato il redattore capo della Jewish Publication Society of America. È autore di numerosi romanzi.
Commenti
"e il mondo di Asher non è leggiadro. Non lo disegna leggiadro, come avrebbe voluto la madre. Lo intride del suo dolore"
' ?milioni di persone sanno disegnare. (Ma) è arte se c?è in lui un urlo che vuole uscir fuori in modo del tutto speciale. O una risata?
Le sue parole non mancano dell?ironia tipicamente ebraica dietro la quale si cela il dolore di chi trova nella grandezza la sola giustificazione per le sofferenze che la dedizione all?arte arreca alla comunità chassidica. Perché dipingere significa andare in direzione opposta e contraria a quella indicata della tradizione. Significa restare incompreso dalle persone care, diventando causa non solo del proprio, ma anche e soprattutto, del loro tormento ed è sorprendente la naturalezza con cui l?autore ci rende partecipi di tutto questo, arrivando a proiettarci nel microcosmo di Asher.'
non vedevo l'ora di leggerla...
(includo l'archivio POTOK)
1, 2 - Devo a te, l'aver recuperato il titolo di questo libro e di conseguenza il fatto di averlo potuto cercare e leggere, dopo il primo incontro fortuito in cui non avevo avuto l'accuratezza di segnare nè autore nè romanzo, pur essendone rimasta affascinata.
Strane coincidenze che hanno il gusto particolare della condivisione.
Grazie per la lettura solerte :)
3- Ops, mi era sfuggito. Grazie!
Quello che mi colpisce è il rapporto della madre nella continua mediazione (intelligente) tra padre e figlio - tradizione ed innovazione.
2. Non mi far pensare a come siamo arrivati a questa pagina, che ancora non ci credo...questo libro ha la magia in sé.
6- Eh, la madre ha un ruolo fondamentale, è lei il soggetto della crocifissione che crea scandalo, è lei il suo tramite nel rapporto col padre. Non senza sofferenza, non senza sacrificio.
"E' impossibile parlare di te con tuo padre. Inesorabilmente impossibile". Mi guardò con gli occhi di pianto. "Mi fa male essere presa in mezzo fra mio marito e mio figlio" (pag. 236)