Postorino Rosella

La stanza di sopra

Autore: 
Postorino Rosella

La stanza di sopra non è un romanzo. Ne ha il sapore, si districa tra strutture, punteggiature e numeri di pagina.
Ma è un ritratto.
Feroce, dolce, straziante, duro, innocente, silenzioso, struggente, inconsapevole, lento, sanguinoso.
Di un dolore immenso, di una perdita indimenticabile perché è quel tipo che non si può – dimenticare – dal momento che il corpo resta, respira tra tubi e medicine, lentamente si scioglie ma resiste, ogni giorno lo puoi vedere, sapere che c’è.

E’ dunque difficile, molto devo dire, commentare uno scritto del genere dove si sentono i respiri, le budella si contorcono, i piatti scivola per terra, poveri cocci abbandonati.

Ester è un’adolescente la cui crescita è come cristallizzata, bloccata a un giorno imprecisato che solo verso la fine della narrazione si paleserà attraverso gli occhi di una bambina che non reagisce, non piange, non trema. Eppure quella bambina ha capito, sa. E passerà moltissimi degli anni successivi a ferirsi, stretta in una casa enorme e silenziosa, sfiorando una madre distrutta, incapace ad aprirsi al dolore. Gesti, suoni, odori. Un mondo popolato di ritmi lenti, cadenzati che Ester sembra accettare poi rifiutare. Tutto e il suo contrario in un certo senso perché lei, così giovane, fragile, perduta, non sa, non riesce a capire dove sta andando veramente. Si sente come attirata dalla compagna ‘perfetta’, brava a scuola, pacata poi finisce con i soliti amici a scambiarsi canne e baci come fossero gesti qualunque, privi di significato.
Ha bisogno di sentirsi, di lasciarlo uscire questo dolore immenso, potente, trattenuto al punto da essere riuscita a soffocarlo, eppure, non è mai abbastanza. La sua testa urla in continuazione pur non cercando le parole. Il corpo rifiuta il cibo quanto quella stanza, a pochi passi dalla sua, di sopra, è ovunque. Anche quando non viene citata, la stanza, torna, si incolla alle dita del lettore.

Rosella Postorino usa le parole come fossero pugnali. Le dosa con sapienza, gestisce respirazione e ritmo. Ogni aggettivo è scelto con cura, con la pazienza di chi non ha fretta, anzi, tenta a ogni nuovo capitolo di rallentare. Ancora e ancora. Perché non è nello svolgimento che il lettore deve cercare, ma nel suo significato. Non è dove sta andando Ester ma come. E i ‘vuoti’ quanto i ‘buchi’ sono termini ricorrenti, chiavi di lettura.

Non si può leggere questo libro aspettandosi trama, dialoghi e colpi di scena. La ricetta standard qui non funziona, difetta.

Il dolore è tutto. Ricopre, avvolge. E’ quasi difficile arrivare alla fine per la paura di scoprire che ci si possa addentrare ancora più in profondità.
La paura attanaglia, stritola. Arriva subdola e unge i polpastrelli.
Poi certi ricordi, di quando lui era ancora, di quando la bambina riusciva a ridere senza pensarci, senza rendersene conto e la madre non era altro che una madre, maldestra forse, pasticciona anche. Ma una madre che amava e sorrideva a sua volta.

E’ la storia di una perdita sospesa, di una digestione impossibile, di una crescita faticosa, di una bambina persa, di un’adolescente nuda. E’ il raccontare quelle parole che restano tra la bile e lo stomaco, quei gesti che attendono, quei corpi che non sono.

Ci sono si, riferimenti sessuali ma l’errore peggiore che si possa fare, secondo me, è accomunare questo libro a una qualche ‘Lolita moderna’ o cugine. Ester non prova piacere, piacere reale, consapevole, cercato o preteso. Ester non è sfrontata o sfacciata. Semplicemente non sa cosa vuole, non ha quella consapevolezza per il proprio corpo che la porterebbe a desiderare. Vive di azioni, istinti che sente familiari, fugge dai soffocamenti poi torna. Cerca e scappa. Anche quando bacia.

La citazione iniziale, in effetti, è forse la sintesi migliore di una fotografia in piena contorsione.

Il difficile non è raggiungere qualcosa,
è liberarsi dalla condizione in cui si è.
Marguerite Duras

Paura, colpa, confusione, ferite eternamente aperte, mancanze.
Paradossalmente è proprio il ritmo, l’unico ‘nemico’ di una narrazione che vomita, sputa e se ne frega. Il ritmo perché è lì che il lettore rischia di sentirsi ingabbiato, tra tessuti che si flettono, allungano, in una staffetta senza cronometro dove Ester racconta, si sente la sua voce, poi diventa personaggio, sfuoca e si allontana. Finché di nuovo torna. Lì insomma, non è sempre facile accogliere le ferite della protagonista con calma e pazienza, leggere senza desiderare di sfuggire, senza voler tendere una mano e chiudere tutto.

On line è possibile rintracciare molti commenti a questo libro. Alcuni li lessi l’anno scorso, come questo di Francesca Mazzucato, o quest’altro di Sabrina Campolongo perché, come spesso succede, i suggerimenti di chi stimi di solito colpiscono duro, solleticano la curiosità, hanno un peso insomma. Ne lessi dunque, prima di leggerlo la prima volta, sempre l’anno scorso, ma questa volta no. Avevo bisogno di dimenticare, di ignorare le parole degli altri, le impressioni, svuotare tutto insomma. Perché in questo libro ci si può perdere, si rischia di affondare e di averne paura. Per cui, questa volta, sono entrata sola nella stanza, ho seguito Ester, l’ho cullata dentro di me e ho pianto con e per lei. Forse qualcosa di mio è rimasto, leggendo , tra le pagine e gli appunti frettolosi. Rosella Postorino mi ha lasciato un incede importante, lontano dai rigori, un gestire sentimenti potentissimi quanto ‘un vivere’ dominato e dominante dove anche la punteggiatura, più che altro l’assenza di, diventano dettagli vivi, pulsanti. Dove il tempo si prende il suo spazio, tanto quanto gli ambienti e le atmosfere. i colori, come il verde acido del divano. E quel pensare, ricordare, valutare che è ancora, sempre, paura, fragilità, bisogni inespressi eppure che non smettono di premere e cercare. Forse, almeno una volta nella vita, tutti noi ci siamo sentiti così, con o senza una stanza di sopra, ma questo ascolto quanto assenza riconosciuta di no, non è comune, è rarissimo. Prezioso. E’ un ammettere che qualcosa, durante la crescita - la vita -, può andare storto al punta da.

E in mezzo c’è lei, dentro all’abbraccio di quei genitori divertiti, il pesciolino che nuota già senza braccioli, e ride: per la madre imbranata innamorata del padre, che insegna, paziente, comprensivo, a nuotare. Per amore. (pag.151)

Mia madre suona il piano e quassù l’odore di silenzio è asfissiante, sa di morte, come mai padre puzzi di morte, come puoi padre farmi questo, dove sono io, stupida bambina che gioca attorno a un divano e trattiene in mano un oggetto qualsiasi lo trattiene immobile non fa altro guarda, lo lancio, lo prendo, prendo il bicchiere appoggiato sul tuo comodino, lo lancio, colpisce, si spacca. (pag.62)

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Postorino Rosella (Reggio Calabria,1978) è cresciuta a San
Lorenzo al mare (IM) e vive a Roma da sei anni. Ha esordito con il
racconto In una capsula (Ragazze che dovresti conoscere, Einaudi Stile
libero 2004), ha pubblicato alcuni racconti e anche un saggio di
critica letteraria, Malati di intelligenza (nell’antologia Duras mon
amour 3, Lindau 2003). Il suo primo romanzo, La stanza di sopra, uscito
a febbraio 2007 per Neri Pozza Bloom, è entrato nella rosa dei tredici
finalisti del Premio Strega e ha vinto il Premio Rapallo Carige Opera
Prima e il Premio Città di Santa Marinella. Collabora con le pagine
romane del quotidiano «la Repubblica» e scrive su «Rolling Stone».

‘La stanza di sopra’ di Rosella Postorino – Neri Pozza – collana Bloom, 2007

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Barbara Gozzi, Agosto 2008

ISBN/EAN: 
9788854501652

Commenti

Barbara ci regala un'altra ragazza del 1978.
Buona lettura, amices!

"La stanza di sopra non è un romanzo. Ne ha il sapore, si districa tra strutture, punteggiature e numeri di pagina.
Ma è un ritratto.
Feroce, dolce, straziante, duro, innocente, silenzioso, struggente, inconsapevole, lento, sanguinoso".

> Incipit davvero molto lirico.

"Ogni aggettivo è scelto con cura, con la pazienza di chi non ha fretta, anzi, tenta a ogni nuovo capitolo di rallentare. Ancora e ancora. Perché non è nello svolgimento che il lettore deve cercare, ma nel suo significato. Non è dove sta andando Ester ma come. E i ?vuoti? quanto i ?buchi? sono termini ricorrenti, chiavi di lettura."

> Troisio avrebbe detto: blanchissements.

"On line è possibile rintracciare molti commenti a questo libro. Alcuni li lessi l?anno scorso, come questo di Francesca Mazzucato, o quest?altro di Sabrina Campolongo perché, come spesso succede, i suggerimenti di chi stimi di solito colpiscono duro, solleticano la curiosità, hanno un peso insomma."

> Ottimo e pienamente in linea con questo posto: adoro - adoriamo - le segnalazioni di pagine scritte dagli altri sullo stesso tema. Sei pienamente lankelottiana in questo;). E' una gioia. Danke.

ecco la copertina!

ecco la copertina!