Una cosa sorprende sul resto, a lettura ultimata di Postnovecento di Patrick Karlsen: l’incastro, l’estrema sonorità di ogni parola costruita su un fondo non-poetico.
Questa la primaria bravura del giovane autore triestino che da subito non si presenta come voce intimista di un disagio vario e lattiginoso da poeta aulico e vate, bensì come voce confinata, e di confine, e incauta, insofferente, di fronte all’intero panorama socio-culturale italiano, pavido e impaludato:
“[…] l’Italia” leggiamo “è uno scoglio dove / si squaglia a banchi il cerone; contrada / delle banane illiberali in corteo”.[1].
Tempi estranei e stranieri a qualsiasi umanità, dominati da una tecnologia famelica che de-umanizza contatti e espressioni, cui Karlsen oppone un “gesto minimo”, inquieto e amareggiato, come scintille di un fuoco maggiore già spento, sepolte sotto metri di cenere, e in attesa di una mano che, anche per sbaglio, lo ravvivi di nuovo per non sentirsi , ancora, così “nel mondo mai come vorrei”.
Prose e componimenti asciutti, impegnati e civili, sguardi politici e aria satirica, che ritagliano angoli intimi quando aprono uno spiraglio sul tempo dell’infanzia, “il tempo in cui si parla ai sogni / con esagerati trasporti”[2], e dell’amore, presente,e passato: “Vivevo giornate d’autunno / in cui preferivo ferirmi, spendermi / nella pagine di tristi romanzi d’amore. E non accompagnarti fin sotto casa / cercando di farti sorridere e d’essere / soltanto gentile. Pedalavi veloce, / e sapevo che insieme non saremmo / mai stati felici”[3]., e dell’amore, presente,e passato: .
Qualcosa poi s’interrompe, s’inceppa il passo e il sentire, si aggroviglia il filo che lega l’uomo di ora al bambino di ieri, deluse le speranze perché “Attenti che stiamo invecchiando”[4], l’insofferenza cresce e avvelena quotidiane dolcezze:, l’insofferenza cresce e avvelena quotidiane dolcezze:
“Ed è / da che eravamo piccoli che / la corda si spezza, che crescono muri / a sbarrare lo slancio[…]”[5]..
La precarietà investe e la voce diventa tagliola, c’è una solidità in queste righe che non accelerano il passo, come ferme a un bivio, a registrare il futuro che diventa passato.
Dalla prima all’ultima pagina ci troviamo a seguire un colare simbolico e fonosimbolico di una vita reale, concreta, fatta di piccole cose e filtri che non deformano l’obiettivo sensibile: svelare come “lo stivale accartocciato sconvolto” sia oggi, più che mai, in mano a servi, precari e corrotti, dove la coscienza è una vuota parola che veste a stagione la moda di turno e il culto dell’immagine sia figlia della bellezza dell’allodola.
Rimangono, a lettura finita, nodi irrisolti e pensieri a forma d’interrogativi, si tornerà forse indietro, più volte, a cercare di capire cosa voglia dirci l’Autore per bissare il percorso in cerca di nuove gradazioni e risposte o semplici consolazioni.
A ogni lettore, le proprie scoperte.
Su tutte, forse, potrebbero tornare, però, parole come un refrain: “Scrivo di quel niente di profilo ed è tutto / il niente è la parola della poesia, tutto”[6]..
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Patrick Karlsen (Genova, 1978), poeta mitteleuropeo.
Sin dall’infanzia vive a Trieste, dove gode oggi di una borsa di studio, dopo la laurea in Storia. È stato tra i collaboratori di «Der Wunderwagen», rivista letteraria indipendente diretta da G. Franchi; e tra i fondatori del foglio universitario «Lighea» di Trieste.
Patrick Karlsen, “Postnovecento”, Edizioni del Catalogo, Roma 2005. , Roma 2005. Prefazione di Gianfranco Franchi.
[2] Come partire per la guerra, p. 13
[4] Primavere tradite, p. 18
[5] L’edificabilità del terreno, p. 23
[6] È tutto il quarto del volto, p. 46
Commenti
(oltre a ringraziarti per aver riproposto questo articolo, ti comunico che ho tolto i link interni alle note perché questo wordpress sembra piuttosto ostile alle note ipertestuali di ogni genere)
Ah,perfetto.Niente collegamenti ipertestuali per le prossime volte ;)