Diciotto capitoli, brevi come un racconto ma lunghe come diciotto esistenze. Schede anagrafiche ma non solo. Delimitate da nascita e morte, rigorosamente con luogo, data e modalità. E appunti come dossier di un perspicace agente segreto, che scagliona ed enuclea i momenti catartici o comunque decisivi di diciotto fra uomini e donne che attraversano il secolo ultimo scorso dagli albori al suo riversarsi naturale nel Duemila.
Operazione narrativa certo di netta e misurata connotazione sperimentale dove però non si persegue lo stupefacente onirico, il fantastico o l’espediente formale di natura artificial-pirotecnica.
Anzi.
Nel solco di una lontana e feconda tradizione che affonda le sue radici in antenati classici come Plutarco e Svetonio dediti alla biografia, qui si storicizza la vita al fine di rendere immortale un contesto sociologico. Stavolta i personaggi sono dei "signor nessuno", anche se bene o male tutti alla fine di estrazione alto borghese, difficilmente vittime degli stenti anche se spesso coinvolti in disavventure personali causate da terremoti socio-economici di ben più vasta portata che ne causano e ne contemplano scelte di vita oppure difficoltà a.
Ma quegli istanti quei momenti tratteggiati quasi con fare distaccato e giornalistico, quei dialoghi secchi e quelle frasi stentoree e mai stentate, fanno riecheggiare disvelamenti, tanto da riportare alla mente le epifanie joyciane magistralmente raccontate in “Gente di Dublino” oppure le “intermittenze del cuore” tipiche secondo il critico letterario De Benedetti nei romanzi proustiani della Recherche. Al di là degli illustri richiami, validi solo come suggestione ed esemplificazione, meritorio comunque di una certa attenzione è che l’autore Pontiggia frequentò a lungo e con letterario fervore i classici della narrativa novecentesca (e non solo).
Al di là della effettiva o meno non notorietà dei Vitali Antonio, Bertelli Claudia, Prezzemolo Giovanna, Tornaghi Luigi, essi assieme agli altri assumono sì una loro autonomia e dignità personale, ma sono parti di un evidente tutto, il raccontare la vita attraverso i momenti che la decidono e che noi non decidiamo, benché tutti siamo animati da fervori e tremori, da stupori e livori, rancori ed amori. E questa idea di parte di tutto viene in un certo senso rafforzata dal pezzo iniziale e da quello finale, che presentano analogie nello svolgimento e dunque suggeriscono circolarità. Ed in entrambi assaporiamo quell’affrontare la morte con alone mitico, registro eroico e compassato eppure così malinconicamente e tragicamente sintesi dell’inevitabile e della fine porsi davanti alla morte, un atteggiamento letterario che spesso ritroviamo (ad esempio) in Dino Buzzati, anche se nel bellunese il registro è imperniato sul fantastico ed al limite sul mitico, specie nel Buzzati più maturo e artisticamente più riuscito che va dal dai Sette messaggeri a Paura alla scala passando per il capolavoro monumentale del Deserto, questa morte che nella felicità o nell’attimo di consapevolezza assoluta del tutto e del nulla arriva implacabile a chiuder gli occhi magari mentre ci si apre in un magnifico, libero e catartico sorriso interiore.
Per il resto, dicevamo, evidenziamo la costante presenza mai invadente di insoddisfazione, felicità, appagamento interiore ed esteriore, una sorta di storia d’Italia a puntate anche se le vicende nevralgiche si imperniano nell’immediato dopoguerra fino agli albori dei Sessanta.
Dialoghi scarni, incisivi, colpi di frusta e cambi di direzione, vere e proprie scosse fulminanti per punire eventuali vuote moralità e compiacimenti o auto compiacimenti mai però di sapore elegiaco sentimentale, così deleterio questo per la nostra tradizione narrativa anche novecentesca nelle sue molteplici correnti e nei suoi più significativi movimenti. E poi il tradimento che appare come una sorta di mission, come imperscrutabile ed oscura pulsione che anima, anche se dietro le quinte ogni nostro agire anche di stampo buonistico teatralmente riproposto, una cifra tematica comunque quasi onnipresente nel Pontiggia, come “Il giocatore invisibile” e "La grande sera” stanno a dimostrare.
Altro dato di spessore e che si staglia dal substrato meramente narrativo è la persistenza di famiglie per certi versi opprimenti con le loro scelte, i loro must ideologico -sentimentali, le personali rivendicazioni parentali, le necessità economiche impellenti o voraci, con figli che loro malgrado si ribellano allorquando sono mansueti nel camminare nello stretto e ripido sentiero-pensiero tracciato dai genitori accecato da fuochi fatui personali e non dal luminoso e edificante miraggio dell’educazione dei figli.
La famiglia che implode ed esplode, deflagra e crolla è forse scelta come emblema di una società e di esseri umani incapaci sostanzialmente di piantare saldamente i piedi a terra ed affrontare l’orizzonte senza essere preda di vaghe e rapaci illusioni, diventando così morbi incancreniti della prima cellula da sempre identificata come pietra basilare per costruire una società stabile e civile.
Non ci sono valori che tengono, ricchezze che possono pagare incongruenze o debolezze congenite, costumi indossati accuratamente per nascondere e celiare malformità dell’anima e del pensare, che possano resistere indomiti all’ingiuria costante del tempo e dei tempi e agli schemi beffardi ed improvvisi nonché impavidi della casualità che ci regge e domina benché noi volessimo il contrario.
Ritmo narrativo comunque regolare, quasi asfittico, ma che denota vertigini e profondità di raro e incisivo spessore, nelle disperazioni acute, nelle rassegnazioni putrescenti, nelle apparizioni brillanti, nelle delusioni cocenti. Amare la tundra dei sentimenti e delle emozioni oppure inabissarsi nel carnevale illusorio del tutto o niente, vite disparate ed ingorde oppure avide o avare, tese a dispensare, nutrire oppure limitare illusioni. E Pontiggia dà il meglio di sè in questo suo vigoroso nonché tenebroso senso noir dell’amore e della possibile verità, donando impressionismi di accesa tonalità al grigiore esistenziale di certi e al pallido tramonto del colore di altri, impietosamente e chirurgicamente proteso a svellere le maschere che ciascuno cosciente o meno indossa per poi vedersele inesorabilmente sgretolare, talvolta anche dalle proprie stesse mani. Minimalismo crepuscolare ma tutt’altro che consolatorio o nichilistico, ‘ché non mancano insperati e incredibili capovolgimenti dove la felicità e la serenità vengono ad ubriacare le varie seti che affliggono inesorabili le anime composite o scomposte del mondo. Emergono tuttavia con chiarezza uomini spesso più che dissoluti dissolventi, loro e gli altri, donne anche nella sconfitta certe di una vittoria futura e superiore, a loro modo esageratamente cattive e perfide, con sullo sfondo sempre la morte per tutti costantemente in agguato, spietata, fredda e ovviamente inavvertibile, a spalancare le fauci e ad inghiottire più o meno prematuramente ogni speranza o redenzione, oppure dedita a sancire una serenità impossibile su questa terra seppur vanamente cercata e ri-cercata se non addirittura concupita, oppure giunta alfine troppo tardi. Sono percorsi disagiati, impervi, anche se piani e senza discese o salite, spesso ostacolati da sentimenti torbidi o da altrui intorbiditi, con l’ombra della difficoltà ad esistere sempre alle spalle.
Operazione letteraria di indubbio gusto e di rigoroso stile, a confermare le già note qualità dell’autore.
ESAMINATA e BREVI NOTE
Giuseppe Pontiggia, narratore e saggista, nacque a Como nel 1934. Prese parte fin dalla fondazione alla rivista d’avanguardia “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi. Nel 1959 esordì come narratore pubblicando nei “Quaderni” il lungo racconto autobiografico "La morte in banca”.
Successivamente pubblicò:
“L’arte della fuga”(1968; seconda edizione, 1990).
“Il giocatore invisibile”(Premio Campiello 1978).
“Il raggio d’ombra”(1983; seconda edizione, 1988).
“La grande sera”(Premio Strega 1989; seconda edizione, 1995).
“La morte in banca”(terza edizione, ampliata e revisionata, 1991).
“Vite di uomini non illustri”(1993, Premio Super Flaiano 1994).
“Nati due volte”(2000, Premio Campiello 2001).
“Prima persona”(2002).
All’attività di scrittore affiancò un costante impegno critico con una serie di saggi su temi della narrativa classica e moderna (Pindaro, Lucano, Sallustio, Borges, Gadda, Sinisgalli), raccolti nel 1984 nel volume “Il giardino delle Esperidi”. Da segnalare anche le successive raccolte di scritti saggistici: “Le sabbie immobili” (1991, Premio Satira Politica Forte dei Marmi 1992) e “L’isola volante” (1995, Premio Palazzo al Bosco 1996) e “I contemporanei del futuro” (1998, Premio Brancati e Premio Rhegium Julii 1999), opere da cui emerge la stretta connessione tra le due attività, narrativa e saggistica, dello scrittore.
Giuseppe Pontiggia è morto a Milano il 27 giugno 2003.
Giuseppe Pontiggia, “Vite di uomini non illustri”, Mondadori, Milano, 1993, edizione CDE su licenza.
Paolo Pappatà, su Internet Baol70, per Lankelot.eu, agosto 2007
PONTIGGIA in LANKELOT
Commenti
Ave Baol!
Gran bella sorpresa. Integrati il tag "letteratura" e l'ormai prezioso archivio-Pontiggia in Lankelot.
A più tardi per i commenti.
Intanto, nel genere e con opportune distanze tematiche, segnalo il sempreverde Schwob: "Vite immaginarie"
http://www.lankelot.eu/index.php?p=824
Vale anche per ampliare questo tuo passo: "Nel solco di una lontana e feconda tradizione che affonda le sue radici in antenati classici come Plutarco e Svetonio dediti alla biografia, qui si storicizza la vita al fine di rendere immortale un contesto sociologico."
"Operazione narrativa certo di netta e misurata connotazione sperimentale dove però non si persegue lo stupefacente onirico, il fantastico o l?espediente formale di natura artficial -pirotecnica.
Anzi."
> E questo mi sembra estremamente interessante, tanto per cominciare. E' un esordio che invoglia a proseguire nella lettura dell'articolo.
Ocio solo ad "art-ficial":)
"si imperniano nell?immediato dopoguerra fino agli albori dei sessanta."
> Molto molto chiaro. E appunto dirotti che sono tentato di ripizzicare Flaiano, in questi giorni, proprio per chiacchierare un po' del periodo. Una cosa: "Sessanta" e non "sessanta" per le decadi: sempre maiuscolate;)
"Ritmo narrativo comunque regolare, quasi asfittico, ma che denota vertigini e profondità di raro e incisivo spessore, nelle disperazioni acute, nelle rassegnazioni putrescenti, nelle apparizioni brillanti, nelle delusioni cocenti."
> Qui sei felicemente più narratore che critico, e approvo:).
"dialoghi secchi e quelle frasi stentoree e mai stentate"
Che stile, Pontiggia!
"Amare la tundra dei sentimenti"
Espressione efficacissima.
2. Sì Schwob era citato anche nella introduzione. Solo che io ho preferito citare due illustri classici per evidenziare l'antitesi delle loro "Vite" rispetto a questa
4. Il fatto è che le storie attraversano tutto il novecento, ma ho notato che le cose più significativa sono incentarte in quel decennio. Flaiano? da anni giace nella libreria, prima o poi...
5. in effetti ho scritto questo pezzo mentre mi davo pazzamente a scrivere mia narrativa, hai avuto ocio :-)
Concludo dicendo che difficilmente mi capita di leggere un romanzo dove poi sia possibile citare tanti altri autori. Nel senso: Pontiggia lo trovo estremamente "letterario" e per me è un gran pregio
E' il talento assoluto e la testimonianza del dna del vero letterato, estraneo al genere pure quando nel genere affonda.
Ave!
aggiornato l'archivio!
PONTIGGIA - copertine,
PONTIGGIA - copertine, archivio, tags - in tutti i pezzi